All work and no play…
La natura esplode. E ci credo: con tutta l’acqua che è venuta giù. Poco più di una settimana fa stavo di nuovo spingendo la moto verso la Val Trebbia. Quel posto mi piace. Ha un qualcosa di familiare che non so definire e forse per questo continuo a tornarci.
La strada statale fra Milano e Pavia – a farla tutta si arriva al mare – era costeggiata da un verde lussureggiante. Piatta, dritta e straconosciuta: era comunque uno spettacolo vederla.
Tutti i progetti di spostamento da Milano passano dal meteo. E doveva essere Capalbio, o un mare, o la moto fino al Trebbia. Nulla, niente da fare. Godiamoci questo sole di metà maggio, perché fra poche ore ritorneremo in un tunnel di acqua e nuvole.
A maggio, comunque sia, si va in discesa. Anche se ogni tanto piove, anche se le panchine del parchetto sotto casa mia sono spesso bagnate e non ci si può stare. La discesa è comunque iniziata e sto prendendo velocità. Non so bene verso cosa, verso dove: se verso una nuova estate o vecchie malinconie. Però sto andando e senza pedalare troppo.
Era sera, sabato. I marciapiedi dei navigli traboccavano di gente e anche le macchine di passaggio se ne erano fatte una ragione di quell’incedere lento. Io parlavo con Klem e intanto camminavamo verso il Covo. Mi chiedeva come andava e con poche parole ho cercato di riassumergli il senso di vuoto e la voglia, testarda, di andare avanti.
Ha capito e mi ha parlato del suo dispiacere per non essermi stato vicino in certi momenti. Che poi non era del tutto vero. Sì, era in Belgio, ma io sapevo che c’era e non mi interessava dove fosse, perché sapevo che c’era anche lui.
Certe cose danno forza, come la tua fidanzata che improvvisamente ti dice che ti vuole bene, mentre sei con l’occhio a mezz’asta semi sdraiato sul divano cercando di cogliere la spinta giusta per andare a letto.
Io incamero tutto. È tutto carburante e senza queste persone sarei sempre in riserva.
Mattinata al mac, per cercare di cavare fuori nomi di gente da intervistare. Pomeriggio – sera a seguire interviste in ufficio.
Almeno stamattina volevo scrivere due righe, lasciare detto qualcosa, come i post it che a volte ci lasciamo io e Luisa sul tavolo di cucina.
Ieri sera c’era “Shining” in tv. L’ho riguardato, anche se avrei avuto più voglia di “Full Metal Jacket” e soprattutto dei discorsi illuminanti del sergente Hartman. Invece mi sono visto Jack Torrent che scrive a macchina nella gigantesca hall dell’Overlook Hotel. Almeno prova a scrivere, perché quel che lo distoglie dalla scrittura del suo libro sono una serie di paranoie crescenti.
Ci sono due scene altamente inquietanti in questa pellicola: la prima è quando il piccolo Danny, figlio di Jack, gioca con le macchinine seduto per terra in uno dei lunghissimi corridoi dell’albergo vuoto. Dispone le macchinine seguendo le geometrie della moquette. Una pallina gialla rotola fino a lui. Il piccolo alza lo sguardo e non c’è nessuno.
“Io, al posto suo, sarei stato tutto il tempo attaccato alla gonna della mamma”, sentenziò il Soro quando, anni fa, vedemmo il film insieme. Nemmeno io mi sarei mosso troppo, anche se i mostri e il mistero morbosamente attirano.
Proprio come in questi giorni, ogniqualvolta veniva trasmesso il video dell’ex ministro Brunetta scortato dai carabinieri a Brescia: l’ho guardato con lo sguardo fisso, quasi non credendo a quel che vedevo. La gente è andata a contestare il comizio di Berlusconi e per le strade si era aperta la caccia
a tutti quelli che avevano a che fare con il circo Pdl. Nani e ballerine, per l’appunto.
Sono dovuti intervenire i carabinieri per portare in salvo gli accoliti del piduista di Arcore. Reazioni isteriche, sorrisi forzatamente stampati in faccia. “Non sta succedendo niente”, avrebbero voluto dire e qualcuno l’ha detto per davvero. Brunetta che, in mezzo ad una selva di insulti di tutti i tipi, parlava di 150mila persone che applaudivano facendo con le dita il segno “vittoria”, mi ha ipnotizzato. Lui, come tutti gli altri suoi compari, dava l’ennesima dimostrazione del loro scollamento con la realtà. Spingevano l’irreale, proprio come la pallina gialla che rotola nel corridoio, senza che nessuno l’abbia lanciata.
Questa mattina volevo scrivere. Ne avevo bisogno, ma certe volte è più difficile di quel che sembra.
Mi viene in mente un concetto, un’idea (come cantava Gaber) e intorno a quella vorrei costruire qualcosa usando tutte le connessioni possibili. Invece capita che ripeti quel concetto a oltranza, senza costruirci nulla di concreto intorno.
Come la seconda scena inquietante di “Shining”: la moglie di Jack, Wendy, si avvicina alla postazione di lavoro di Jack lasciata sguarnita. Legge le pagine del suo manoscritto e, man mano che va avanti a sfogliarlo, si rende conto che suo marito ha scritto sempre la stessa frase: sotto forma di dialogo, di citazione, di inciso, ma sempre la stessa:
“All work and no play makes Jack a dull boy”










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