Solo sì

8 Febbraio 2017 Nessun commento

Il ritmo con cui il cursore lampeggia per un attimo mi è parso il ritmo di “Blackbird” dei Beatles. Ho guardato meglio: in realtà è troppo lento per quella canzone. Forse ci sta “Easy” dei Faith No More.

In questo periodo il tempo di una canzone è particolarmente importante. Di lavoro ce n’è poco: da un lato in questo periodo dell’anno è abbastanza normale, dall’altro qualcosa dentro di me si preoccupa. Ficco la testa nei libri o mi schermo con la chitarra. Uno dei due gruppi in cui suono si è trovato senza chitarra solista. Io suonavo la ritmica, che ora spetta al cantante.

La solista dovresti farla tu”

Ho cercato di spiegare che non è mai stato il mio fare la chitarra solista, che fin da ragazzino ho sempre avuto una certa facilità con la mano destra, quella dell’accompagnamento, ma che i soli li ho sempre trovati al di là delle mie capacità.

Non ti preoccupare, abbiamo tempo”

Era vero, i soli non mi erano mai venuti, né mi ero mai impegnato a cercare di capire quell’aspetto del suonare la chitarra. Era anche vero però che, nella intimità inviolabile della mia camera, mettevo su i dischi e fingevo di suonare gli assoli.

Vabbene – ho risposto – vedo quello che posso fare”

è un sì?”

Diciamo”

Ho iniziato a prendere confidenza con la scrittura delle tab, leggerle e scriverle. Ho passato ore ed ore a rifare un passaggio, un riff. Ho capito che non si tratta solo di suonare le note giuste e nel corretto ordine, ma di dare un senso a tutto quanto. Mi sono confrontato con la vexata quaestio del risultato finale che deve essere più della mera somma degli elementi che lo compongono.

A volte mi sono pentito di quel “sì”, altre volte ho pensato che fosse l’unica risposta possibile.

Il sì e il no hanno tenuto banco fino alla fine del 2016. C’era un referendum, c’era una campagna mediatica, c’erano una serie di significati legati ad ognuna delle due risposte. C’era anche molta retorica, intesa sia come disciplina del parlare e dello scrivere, sia come “atteggiamento dello scrivere o del parlare, o anche dell’agire, improntato a una vana e artificiosa ricerca dell’effetto con manifestazioni di ostentata adesione ai più banali luoghi comuni”.

Io ero per il “no”. Il fronte opposto, quello del “sì”, ha optato, come strategia di massima, alla identificazione del “sì” con un atteggiamento aperto e propositivo nei confronti della politica, delle scelte, della vita in genere. Chi era per il “sì” guardava al futuro, era capace di immaginare un mondo diverso, non aveva paura del cambiamento. Viceversa chi era per il “no” era un conservatore, uno che non voleva cambiare nulla.

Vecchio – nuovo. Cambiamento – conservazione.

Era quasi tutto schiacciato su questa dicotomia, chi non si omologava ad un futuro raggiante, fatto di “sì”, veniva mal tollerato, perché era una zavorra, rappresentava uno dei motivi per i quali il paese non va avanti, non funziona.

Mi sembrava tutto così banale e al tempo stesso feroce, perché, a ben guardare – ma senza nemmeno troppo sforzo – era l’imposizione di una prospettiva. Non c’erano molte argomentazioni e purtroppo non c’era di che stupirsi: in un mondo nominalmente de-ideologizzato, una volta affermatasi questa non-ideologia, lo spazio di manovra è molto ampio. Talmente ampio da digerire, quantomeno mediaticamente, l’imposizione di un punto di vista. Si trattava di questo secondo me ed è stata l’antitesi della partecipazione. La prospettiva la dà il capo, il gruppo dirigente. Loro sanno quale è la direzione. La generalizzazione dei significati sottostanti al “sì” e al “no”, sono dati, non negoziabili. Sono imposti anche i rispettivi mondi di riferimento. Il tutto senza porsi la questione chiave: sì o no? Dipende dalla domanda.

Ho ripercorso con la memoria la mia storia politica e mi son accorto di come questo ragionamento potesse venire facilmente rovesciato. Bastava cambiare i termini della questione. Così come se in una domanda c’è una doppia negazione il sì e il no invertono il loro significato, se cambi la prospettiva succede lo stesso.

La politica del “no” per me – e penso per molti altri come me – è stata la politica dei governi e più in generale del potere. Ho pensato che mi sono sentito dire davvero tanti no. No ad una politica di redistribuzione del reddito che inverta la tendenza che rende i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, no ai tagli alle spese militari, no ad una politica estera senza bombe e morti, no al riconoscimento dello stato di Palestina, no alla legalizzazione delle droghe, no ad una legge antitrust efficace, no alla cancellazione della famigerata “legge obbiettivo”, no ad una allocazione delle risorse pubbliche per la messa in sicurezza del territorio e per un piano dei trasporti che, anziché iniziare grandi opere a beneficio di ditte private, rimetta in sesto il servizio pubblico per chi prende il treno tutti i giorni, no ad una scuola pubblica senza tagli a favore delle scuole private, no alla verità sulle stragi.

Dove sta la politica del sì e del no?

Da nessuna parte, perché, a monte, non esiste. Imporla è un esercizio di potere; è una semplificazione che nasconde un intento autoritario, perché cala dall’alto le tematiche, decide quali sono i problemi e come vanno risolti. Fatto questo lavoro, si impacchetta il tutto e lo si dà in pasto alla opinione pubblica: la divisione fra i buoni e cattivi è già stata fatta, non spetta a noi. Il recinto entro cui muoversi è dato.

È un potere che mal tollera la partecipazione e quanto ne scaturisce e quando proprio ci si deve sporcare le mani, non ha altro sistema che eliminare i contenuti e distribuire verità aprioristiche.

Quando parlo di verità politica, non intendo in effetti tanto un giudizio quanto un processo: una verità politica non è ‘io dico che ho ragione e l’altro ha torto’ o ‘ho ragione di approvare questo dirigente e di disapprovare questo oppositore’. Una verità è qualcosa che esiste nel suo processo attivo e che, in quanto verità, si manifesta nelle diverse circostanze attraversate da questo processo. […] Possiamo facilmente constatare che buona parte dell’oppressione politica si realizza proprio negando pervicacemente questa capacità. E i nostri liberali insistono in questa negazione: ostinandosi a sostenere che vi siano soltanto opinioni, la conseguenza inevitabile sarà che l’opinione dominante, quella cioè che ha i mezzi materiali, finanziari, militari e mediatici migliori per dominare, finirà con l’imporsi come consensuale, o come quadro generale entro cui le opinioni potranno esistere” (Alain Badiou – “Il risveglio della storia”)

I “no” hanno ottenuto una vittoria schiacciante. Il meccanismo non ha funzionato. Per mille ragioni e non tutte positive. Sicuramente fra chi ha votato “no” c’era una componente realmente conservatrice o più semplicemente avversa – per motivi più personali che politici – al premier e ai suoi accoliti. Per questi motivi non la identifico esclusivamente come la vittoria di un popolo consapevole e immune a certi raggiri. Non penso, come dice Badiou, che si sia trattato di un caso di “processo attivo” che porta alla verità. Credo però che probabilmente la vittoria del “no” abbia dimostrato, almeno in parte, che quel meccanismo produttore di un mondo fatto solo di opinioni facilmente gestibili e malleabili, non sia così efficiente, lasciando intravedere uno spazio di manovra da non sottovalutare.

Esterno notte, marciapiede bagnato, sigaretta in bocca, freddo, custodia della chitarra appoggiata per terra.

…quindi?”

…bho…sì dai. Sì, va bene”

grande!”

Esce dalla sala prove anche il bassista.

Il cantante gli dice: “oh, ha detto sì eh!

ah bene – appoggia la custodia del basso per terra – …ma a cosa?”

 

Solo a me “I pascoli del cielo” ricorda “Spoon River”?

4 Dicembre 2016 1 commento

E che inverno sia!, pare dire questo clima, freddo, limpido e secco. Dicembre per certi versi è la fine del periodo peggiore. Si finisce con il botto, comunque: natale e tutto quello che comporta. I miei amici più viveur iniziano la sequela di cene natalizie; non quelle con i parenti, ma quelle con gli amici. Io fortunatamente sono abbastanza fuori dal giro delle cene natalizie con amici: ne ho giusto una, fra circa due settimane, organizzata attraverso un confusionario gruppo su whatsup. Fortuna che la mia amica Lelia mi ha messo a parte della splendida opzione di “silenziamento” gruppi. L’ho scoperta a mie spese, una sera che dovevo passarla a prendere e, per dirle che a breve sarei stato da lei, ho usato un gruppo whatsup cui partecipava anche lei. Non vedendola sotto casa sua l’ho chiamata.

“Scusa per il ritardo, ma io i gruppi whatsup li tengo silenziosi”.

Passa Natale e io già mi vedo, nel silenzio cittadino post festa, a casa di mia mamma a leggere tutto il giorno. Ma bisogna arrivarci a quel momento.

Ho appena finito di leggere l’ultimo libro di Wu Ming 1, “Un viaggio che non promettiamo breve- 25 anni di lotte No Tav”. Ho letto molte recensioni, ascoltato registrazioni di presentazioni, sottolineato varie parti durante la lettura. Ci sono infiniti spunti ed innumerevoli diramazioni, tutte molto invitanti (che, come spesso mi capita, mi portano a comprare altri libri). Andando al nocciolo della questione, è un libro molto importante. Rimette la barra a sinistra, saldamente. Racconta i fatti, li mette in fila. Mi ha ricordato un passaggio di una canzone di LouX, rapper mai abbastanza celebrato: “la realtà è di parte”. Il libro di Wu Ming 1 è come se desse respiro a questa provocazione. Sottolinea qualcosa in più, rispetto alla evidenza di un progetto inutile e dannoso. Racconta della melassa socio-mediatica che impedisce di vedere non solo i fatti in sé e per sé, ma anche quello che rappresentano, il peso politico che ha la loro narrazione.

“L’inferno è l’assenza della ragione”, dice Charlie Sheen in “Platoon” per cercare di descrivere l’assurdità della situazione in cui si trova. Io, al riguardo, ho provato la stessa sensazione. Ho sempre pensato, seguendo la lotta No Tav, che le ragioni di quella protesta avessero un’eco assolutamente inadeguata, se rapportata alla loro importanza. Molto spesso, parlandone in giro, ho trovato molta indifferenza e altrettanto paternalismo. La solita storia dei giovani che non sanno bene che cakkio fare, e allora via a fare la guerriglia in Val di Susa, tanto poi, tempo 10 anni, saranno tutti dirigenti di qualche mega società. Sì, così funzionerebbe effettivamente. Sarebbe il sogno di ogni governante autoritario. Ho perso tempo a dire che non si tratta solo di giovani, ma di una valle intera, anziani compresi – che, anziché andare ad osservare un cantiere, scelgono di sabotarlo -, ho perso tempo a ragionare sul fatto che, se la discriminante è la legalità, allora questo discorso deve valere anche per il cantiere che attualmente c’è e che è, carte alla mano, illegale; ho cercato di fare capire che il concetto di bene pubblico, di cui tutti possiamo usufruire e a cui tutti dobbiamo qualcosa, è prezioso e va difeso e che una valle militarizzata, con tutti i soprusi e le vessazioni che sempre accompagnano una militarizzazione, stride con l’idea di un’opera pubblica.

Vicino a casa mia c’è un banco benefico. Organizzano un mercatino con tutto quello che si trovava nelle case di anziani che se ne sono andati. Spesso nelle case, anche dopo il trasloco, restano una serie di cianfrusaglie che non si sa bene dove mettere. Ecco come nasce questo banco. Ovviamente la parte più interessante sono i libri. Ci trovi di tutto e raramente spendi più di 5 euro a libro. Ci puoi trovare delle splendide prime edizioni lasciate lì come se non avesse alcun valore, magari accanto al penultimo libro di Vespa. Io ho preso, tra gli altri, “I pascoli del cielo” Steinbeck, in una edizione Medusa del ’48. Ho iniziato a leggerlo voracemente, come sempre mi capita con Steinbeck. Man mano che leggevo le storie degli abitanti dei Pascoli del cielo, valle californiana particolarmente florida e fertile, sentivo la sensazione del già letto. Non come storie, ma come ambiente. Clima. Fra le pagine si respira un conformismo di fondo che in varie misure influenza le scelte dei protagonisti. C’è molto perbenismo e altrettanto individualismo. Lavoro, buon raccolto, stima dei vicini e l’esistenza può finire lì, anche se poi non è mai così. Entrambi i libri raccontano di soggettività sommerse e impotenti di fronte al buon senso comune.

“Dove è che ho letto qualcosa di simile?”, mi chiedevo mentre cercavo di combattere quel senso di freddo in un week end milanese.

Mi sono fatto l’idea che uno dei deficit maggiori che abbiamo, in Italia, è la attitudine ad essere comunità. Fondamentalmente siamo individui che interagiscono con altri individui, con un certo grado di libertà, ma sempre riportando tutto ad una idea individualista. Abbiamo buone maniere e diciamo cose sensate, ma questo fa di noi solo individui, appunto. L’interazione con l’altro diventa cospirazione quando si agisce come una persona sola, per obiettivi che riguardano tutti. L’Italia pullula di comitati fatti di gente che si è autorganizzata per porre fine ad una ingiustizia che spesso si presenta sotto forma di scempio ambientale. Qui si impara a decidere insieme, a concepirsi come comunità, a fare valere le proprie opinioni, a mediare, a gestire una assemblea.

È l’antidoto ad ogni autoritarismo, ad ogni ritirata nel privato, ad ogni rassegnazione, ma il messaggio di una società finalmente pacificata e che si genuflette al totem del progresso non lascia il campo facilmente.

Militari, check-point, intimidazioni, carcerazioni arbitrarie, botte e manganellate. Questo accade in Val Susa e in Val Clarea. “L’entità”, la chiama Wu Ming 1. L’entità è quell’insieme di forze che agisce perché tutto questo finisca presto: usa la stampa, la polizia, manipola l’opinione pubblica, così capita che quando racconti degli abitanti della valle che hanno acquistato vari lotti di terra sull’area del cantiere della Tav per renderne più difficoltosa l’espropriazione – azione assolutamente legale e, a mio avviso, brillante – la valenza di questa protesta viene annacquata in una ridda di commenti superficiali, di frasi fatte sul progresso, sostanzialmente di ignoranza. Il fatto che il traffico di persone e merci su quella rete sia in calo costante dagli anni ’90, non pare interessare nessuno.

Steinbeck mi piace molto. Ho letto praticamente tutto “Furore” da solo su una spiaggia deserta. Da lì mi ripromisi di approfondire questo magnifico narratore. Leggo “I pascoli del cielo” e continuo a cercare di ricordarmi da dove mi arriva quella sensazione di già letto.

Torno a quella spiaggia. O meglio: vicino a quella spiaggia, molti anni prima. Bancarella di libri nella piazzetta del paese. Compro un librone giallo, “Spoon River”. Poco più che ragazzino mi metto a leggere tutte le storie raccontate. Affascinato dai morti che parlano e raccontano, come ogni ragazzino, con il tempo ho capito quello che tutti i morti di Spoon River, in vario modo, dicevano. Anche lì avvertivo una entità: era il moralismo, il conformismo, la vita concepita solo come prosperità del proprio giardino, la socialità vissuta solo attraverso brevi alleanze temporanee solitamente per stigmatizzare ed emarginare qualcuno di diverso.

“Un viaggio che non promettiamo breve” è un libro sulla lotta No Tav, ma non solo. Le sue pagine analizzano, mettono insieme, raccontano, smitizzano, riportando i termini della discussione su un piano reale e, di conseguenza, necessariamente conflittuale.

Ho speso e buttato via parole in abbondanza quando parlavo con persone che condannavano isteriche il lancio di un sampietrino, ma che poi trovavano normale che un imprenditore portasse il lavoro all’estero lasciando dietro di sé miseria e ruberie. Nella narrazione nazionale non c’è spazio per soggettività in azione. Non se ne possono capire le ragioni profonde, è solo gente che fa casino.

“La definizione dell’essere sociale è legata alla diffusione di immagine, di identità attribuita sulla base della costruzione di status symbol. In effetti i nuovi strati marginali non hanno alcuna possibilità di esprimere delle forme di solidarietà, perché il solo linguaggio esistente è il linguaggio della desolidarizzazione, della carriera e della realizzazione individuale [corsivo mio] – e solo rispetto a queste categorie mediaticamente prodotte si può definire identità” (“Dell’innocenza – 1977: l’anno della premonizione” – Franco “Bifo” Berardi)

Io penso che una soggettività esista indipendentemente dal suo riconoscimento mediatico, esattamente come “una classe sociale esiste indipendentemente dalle formazioni politiche che ne riconoscano o meno l’esistenza”, come dice Gallino in “La lotta di classe dopo la lotta di classe”

Di fronte all’Entità non ci siamo mai fatti trovare sprovvisti ed è questo il lavoro da fare, l’unica attività che tocchi le radici del problema.

E se a qualcuno viene in mente la domanda “noi chi?”, è sul blog sbagliato.

 

scritto n 4 – tutto

22 Settembre 2016 Nessun commento

Forse dovrei aprire la finestra, così i panni stesi non prendono l’odore della prima sigaretta della giornata. Aprire la finestra e fare entrare l’aria del primo giorno di autunno. Dovrei anche mettermi a capire come funziona instagram, ma ogni volta che mi ci applico, qualcosa mi sfugge, mi spazientisco, trovo qualcosa di meglio da fare e lascio perdere. Stessa cosa di quando ho iniziato con twitter: non capivo quasi nulla e ci ho messo un po’ a comprendere la mia vocazione di voyeur. Su twitter seguo una settantina di account, alcuni dei quali inattivi da tempo. Altri invece sfornano tweet, ma soprattutto link, dalla mattina alla sera: approfondimenti, punti di vista alternativi, notizie che non trovo altrove. Per me è una specie di rassegna stampa “di movimento”. Quando Abdesselem El Danaf è stato travolto e ucciso da un Tir mentre stava manifestando davanti alla GLS di Piacenza, buona parte dell’opinione pubblica è venuta a conoscenza della protesta dei lavoratori della logistica, che dura ormai da tempo, in quel momento. Macabra ironia: doveva morire qualcuno perché quella lotta finisse sulle prime pagine. Tempo fa, a cena da amici, il discorso andò sulla situazione italiana: politica, società, alternative. Fu un discorso abbastanza superficiale, nonostante nessuno dei presenti fosse contento della situazione. Mi sentii in dovere di dire che non era tutto piatto e senza speranza. In Italia, come altrove, sono molte le realtà in lotta. E non lottano solo per il loro piccolo o grande tornaconto: una vertenza si unisce ad un’altra, un picchetto solidarizza con uno sciopero da un’altra parte. Ci vuole poco per capire che, al di là delle rivendicazioni contingenti, sono tutti vittima dello stesso meccanismo, che sfrutta, riduce i costi, massimizza i profitti di pochi. Niente da fare: portai ad esempio proprio la lotta dei lavoratori della logistica e fui guardato come il giapponese sull’isoletta sperduta che non crede che la guerra sia finita. Qualcuno, al desco, provò un’evidente compassione per me, così come io la provai per loro.

È molto difficile cercare di spiegare che la realtà raccontata normalmente non rispecchia esattamente lo stato delle cose e non perché dica il falso (non sempre almeno): basta non dire qualcosa o raccontare solo alcuni aspetti di determinate vicende ed ecco che la notizia, pur essendo tecnicamente vera, racconta una realtà che non esiste. È difficile cercare di spiegarsi in questo senso senza cadere nella dinamica: io so e quindi spiego a te che non sai. Tolti alcuni casi di ignoranza estrema e di cervelli atrofizzati, che solitamente però lascio perdere, non amo salire in cattedra. Proprio per nulla.

Alcune volte sembra quasi, sentendo parlare gli altri, che la società avrebbe bisogno solo di un po’ di buon senso, dello spirito del buon padre di famiglia, di lavoro senza troppe domande e rivendicazioni e sicuramente di non-violenza. Le ingiustizie, le cose che non funzionano, sono frutto della cattiveria umana, riportando così il discorso sul singolo, sull’individuo. La struttura di potere è irrilevante, irrilevante chi detiene i mezzi di produzione, irrilevante la discriminante fra chi sfrutta e chi è sfruttato.

Mi domando come mai, nemmeno 10 anni fa, molti di quelli che sostenevano l’EZLN e il SubComandante – che aveva fatto della guerra al neoliberismo la sua cifra – ora hanno riposto quell’armamentario critico e il sistema economico attuale (iper liberismo? Turbo capitalismo? Oligarchia?) non è mai messo in discussione. Concetto di “classe”? Vecchiume, cose da superare. Argomento che però non sta in piedi: oltre che superficiale, non tiene conto del fatto che, se ci muoviamo sulla dicotomia vecchio-cattivo e nuovo-buono, il capitalismo è un sistema molto più vecchio, che ha fatto molti più morti di tutti gli “-ismi” del secolo scorso.

La memoria però, purtroppo, di questi tempi non è un buon affare. Complica le cose e spesso viene classificata come mero “nozionismo”. A volte mi rassegno e mi viene da pensare: “ok, come volete: vedrete da soli dove ci porterà tutto questo”.

Lo stendi panni non l’ho spostato. Prenderà odore di fumo e amen.

Accendo il telefono che dopo pochi secondi si attacca alla rete wi-fi della casa: ho finito i giga e sto aspettando la fine del mese per averne di nuovi.

Mi scrive Leon su whatsup: è a Genova e mi manda una foto.

 

Penso a Abdesselem El Danaf, a Carlo e a tutti quelli che hanno dovuto dare tutto

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scritto n 3 – terremoto amatrice

12 Settembre 2016 Nessun commento

È notizia di oggi che il comune di Amatrice, uno dei comuni maggiormente colpiti dal recente sisma, ha depositato, presso il tribunale di Rieti, una denuncia per diffamazione aggravata nei confronti del giornale satirico francese Charlie-Hebdo.

È passato un anno e mezzo da quando un gruppo armato di Al-Qa’ida ha fatto irruzione nella sede del giornale uccidendo 12 persone e ferendone 11. Causa dell’attacco: una serie di vignette che raffiguravano Maometto in pose oscene e blasfeme. Tutto il mondo, o quasi, decise che quell’attentato era contro la libertà di espressione e che serviva una reazione del mondo libero per rivendicare il diritto ad esprimersi come meglio crede. Il tema fu molto spinoso. Da un lato c’era una tragedia, c’erano morti e sangue, c’erano innocenti ammazzati sul posto di lavoro. Dall’altro una serie di vignette che, a mio modestissimo parere, mi sembravano solamente offensive, blasfeme e, pur non essendomi assolutamente estranea la blasfemia, del tutto gratuite. In quei freddi giorni del gennaio 2015 l’hastag #jesuischarlie imperversava, lasciando poco spazio a chi osava commentare che forse, quelle caricature di Maometto, poco avevano a che fare con la libertà di espressione, orientandosi di più verso l’offesa gratuita. Non era facile trovare margine per un discorso più ampio che, pur mantenendo ferma la condanna di quanto accaduto, si occupasse in modo un po’ più analitico della libertà di espressione. Non era il momento. Se solo si osava ipotizzare che i vignettisti avessero esagerato con il cattivo gusto, si passava subito per giustificatori del massacro, con in testa i destroidi nostrani che coglievano l’occasione per battere sul tasto dello scontro tra civiltà. Salvini – nemmeno a dirlo – in testa a tutti. Poco, pochissimo margine di manovra per un ragionamento approfondito. Come sempre, quando si versa sangue innocente, l’unica opinione accettabile è la condanna di quanto accaduto, come se chiedersi perché un fatto sia accaduto, ci rendesse in qualche modo complici.

Il 24 agosto scorso il centro Italia ha tremato, buttando giù paesi e lasciando sotto le macerie centinaia di persone. Il terremoto, un evento naturale, ha messo in luce ancora una volta la fragilità di molti edifici costruiti senza il rispetto delle norme antisismiche. Un sistema di appalti al ribasso e di normative aggirate per avere maggiori margini di profitto, ha trasformato un disastro in tragedia.

Charlie Hebdo, pochi giorni dopo il sisma, pubblica una vignetta intitolata “sisma all’italiana”. Nel disegno c’è scritto “penne al pomodoro” (disegno di terremotato insanguinato), “penne gratinate” (disegno di terremotato sbucciato, graffiato e sanguinante) e “lasagne” (strati di macerie fra cui compaiono corpi e sangue).

Quella vignetta è arrivata in uno di quei momenti in cui il tasso di emotività del paese era molto alto: i giornali raccontavano degli ospedali presi d’assalto dai donatori di sangue, dei vigili del fuoco che lavoravano senza sosta, dei cani eroi e persino dei motociclisti di off road che, con le loro moto da cross, riuscivano ad arrivare nelle zone più colpite con i medicinali anche se le strade erano crollate. Uno di quei momenti in cui la generosità e la cooperazione fra le persone, reale e concreta, veniva presa e raccontata da media che spesso la declinavano in senso patriottardo, rinfocolando la retorica del “siamo tutti italiani” e del “ce la sappiamo sempre cavare in qualche modo”, strada maestra per l’appianamento dei conflitti e, soprattutto, per annacquare le responsabilità.

Inutile dire che il giornale satirico francese, con quella vignetta, scatenò un pandemonio. Io, personalmente, la trovai di pessimo gusto. Oltre che fuori luogo, estranea al concetto di satira.

Tempo fa ebbi il piacere di sentire Dario Fo ad un incontro pubblico. Si parlava di satira e lui disse che la discriminante fra la satira e lo “sfottò”, era la menzione di un fatto. La satira fa riferimento ad un fatto, ad un accadimento: il comportamento di un politico, di un uomo in vista, oppure la ricostruzione di una vicenda, di un intrigo, di uno scandalo. Il Bagaglino per esempio, secondo Fo, era il classico esempio di “sfottò”: Andreotti gobbo, Craxi grasso e pelato e così via. I riferimenti ai fatti erano quasi inesistenti, perché tutto si limitava alla presa in giro, allo schernire i difetti più evidenti, quelli che balzano all’occhio. Innocuo lo “sfottò”, perché sottolinea quello che è già evidente, non implica nessun ragionamento, non bisogna attivare nessun meccanismo cognitivo, se non quelli basilari.

I morti di Amatrice e degli altri comuni colpiti dal sisma ai miei occhi, nelle vignette del giornale francese, erano vittime di “sfottò”. Erano insanguinati, esausti, scioccati. E molti erano cadaveri. Tutto questo era già evidente accendendo la tv o guardando su internet. Il fatto che poi, pochi giorni dopo, uscisse una seconda vignetta, sempre pubblicata su Charlie Hebdo, il cui testo recitava “non è stato Charlie Hebdo a costruire le vostre case, ma è stata la mafia”, l’ho trovato indicativo. Era come se fosse necessario tornare ad un concetto di satira per riprendere per i capelli uno status, quello di vignettista satirico, che evidentemente non esisteva nelle prime vignette anche agli occhi dei disegnatori. Allora ci hanno buttato dentro la mafia che in Italia va sempre bene per spiegare tutto. Ci butto dentro la mafia così che capiscano che non le mando a dire. Una cosa vera, che esiste e che uccide, ma che citata così suona come un grande calderone nel quale mettere dentro ogni cosa. È come raccontare dell’uomo nero ad un bambino, senza spiegargli che le cose sono un po’ più complesse.

Non chiedo nessuna censura, perché sono sempre stato convinto che, una società sana, sia perfettamente in grado di stabilire cosa sia accettabile e cosa no. La censura ha sempre avuto, ai miei occhi, un aspetto paternalista, come se dovesse scegliere per gli altri, come se dovesse decidere le dimensioni del recinto del buon gusto e del sopportabile.Ho sempre pensato che fosse l’indice di una società non matura.

Detto questo oggi, evidentemente, non siamo più Charlie. Il pessimo gusto di quel giornale ha toccato anche il patrio suolo, quindi, improvvisamente, la “satira” ha dei limiti.

I morti, questa volta, non stanno dalla parte giusta per invocare la libertà di espressione. 

 

scritto n 2 – culture e colture

9 Settembre 2016 Nessun commento

Apro la posta elettronica, ma è un riflesso condizionato. Ieri sera, prima di andare a dormire, avevo visto dal cellulare che non c’erano messaggi nuovi. Ed era mezzanotte. Ora non sono nemmeno le 9 del mattino. Chi può avermi scritto nel frattempo? Nessuno. Appunto. Dovrei scrivere una mail alla società per cui lavoro, anzi: di cui sono “fornitore”. Cosa fornisco non mi è chiaro ancora. Se me lo sapessero dire con precisione avrei una competenza precisa da rivendermi. Vado lì a fare quello che altri non sanno fare: sistemo cose, faccio funzionare impianti audio e video, tratto con le persone. Non lo avrei mai detto, ma quest’ultimo compito mi viene bene. Ho imparato a non farmi coinvolgere e ad essere gentile ma fermo. Sì, a volte non basta e trovi qualcuno che sbrocca, però devo dire che sono casi abbastanza marginali.

Questa mattina il sole batte. Pulito e caldo. Uno spreco qui a Milano, ma se non altro rende la città un pochino più vivibile.

Ieri pomeriggio batteva forte sullo scalo ferroviario attaccato a piazzale Lodi, dove quest’anno hanno deciso di fare la festa dell’unità. Ero lì privo di motivazioni, se non la presentazione di un libro scritto da una persona che conosco e a cui voglio bene. Il libro l’ho letto. Non tutto. Ho utilizzato quella lettura di quando hai fretta e devi farti un’idea. Il libro parla di Milano, vista da un punto di vista storico politico dal secondo dopoguerra ad oggi. La persona che l’ha scritto è di sinistra, come me. Sappiamo però come, all’interno di questo perimetro, si consumino divergenze sostanziali, con dinamiche così feroci da fare spesso dubitare di stare dalla stessa parte. Ho letto cose che ho condiviso, altre molto meno. Ho apprezzato in ogni caso lo sforzo di mettere a registro un periodo così fitto di eventi e di punti di vista: sono pagine che comunque arricchiscono.

Sono andato. Mi sono cotto al sole alla ricerca di un caffè, un po’ di ombra e dell’acqua fresca. Mi sentivo estraneo, come alla festa di un partito che non solo non ho mai votato, ma che nemmeno lontanamente rispecchia i valori in cui credo. Mi ha ricordato quando la sera d’estate andavo a curiosare alla festa di alleanza nazionale che facevano vicino a casa mia: guardavo da fuori una storia politica che non solo non era la mia, ma che consideravo nemica. Non avversaria, proprio nemica. Stessa cosa ieri pomeriggio.

Inizia la presentazione: l’autore parla poco rispetto agli altri ospiti, tutti più o meno o politici, ex politici o professori. Un “giovane” esponente del partito prende la parola per parlare del libro, per dire che – visto che si parla di riformismo – tocca votare “sì” al referendum sulla Costituzione. Non contento passa per una ricostruzione bizzarra degli anni ’90 a Milano. La sua tesi: il riformismo c’era e si stava attuando, peccato che però la “deriva giustizialista” abbia impedito il compiersi di questo progetto. Lì per lì non mi era chiaro. Pensavo facesse riferimento a fatti che riguardavano gli addetti ai lavori. Ripensandoci non mi veniva in mente nessun giustizialismo negli anni ’90. Solo riaccendendo la moto per tornare a casa ho avuto l’impressione che la “deriva giustizialista” altro non era, nella sua testa, che tangentopoli. Quindi quell’inchiesta ha avuto come scopo quello di bloccare le riforme.

Non che mi aspettassi qualcosa di diverso da un esponente del partito di governo; sicuramente non pensavo che la deriva ideologica volta alla giustificazione dell’esistente, potesse essere così sfacciata. Proprio a partire dagli anni ’90 la sinistra di palazzo, quella istituzionale, che sta in parlamento, ha iniziato ad essere complice di un progetto di smantellamento dello stato sociale, ideologicamente mascherato da lotta allo statalismo, agli sprechi e per una maggiore efficienza. Una delle giustificazioni era l’ineluttabilità di questo processo, sostanzialmente produttore di precarietà, e quindi era meglio avere voce in capitolo piuttosto che dedicarsi ad una opposizione dall’esterno. Umanizziamo la precarietà, rendiamo piacevole lo sfruttamento. Poco dopo infatti un governo di sedicente sinistra ha provveduto ad umanizzare anche guerra e bombardamenti.

Sono tornato a casa pensando ad una scena di “Santa Maradona”, film con Libero De Rienzo ed uno scontato ed impresentabile Accorsi. Proprio Accorsi recita – di merda, ma è Accorsi – un monologo scritto non male. Lo avessero dato ad un altro attore, mi sarei sicuramente vergognato meno a citarlo. In ogni caso Accorsi sta mangiando un hamburger e dice che la classica fetta di cetriolo dentro al panino sa benissimo che c’è, però ogni volta si stupisce di trovarla. Anche io dovrei smetterla di stupirmi di trovare certe cose quando sai benissimo che ci sono. Smettere proprio di mangiare hamburger sarebbe una buona soluzione.

Volendo, questa riflessione porterebbe altrove, oltre il partito attualmente al governo e i suoi problemi con le ricostruzioni storico politiche, tanto grandi da doverle costruire auto-assolutorie. Porterebbe al Potere, quello maiuscolo, quello del Pasolini di “Petrolio” e delle “120 giornate di Sodoma”, quello che innerva forze politiche di turno, dando ad ognuna la sua funzione e badando bene all’alternanza, al non ripetersi. Quel Potere combattuto quotidianamente da pratiche reali, concrete, di opposizione e di creazione. Proprio quelle che solitamente vengono definite pratiche teppiste (se invece hanno un livello di organizzazione e sistematicità un po’ più elevato, diventano “terroristiche”), sempre prive di rappresentanza.

Il problema è che è settembre. Il mese in cui “ti siedi e ricominci il gioco”. Pensi alle cose che dovresti fare e fai un conto approssimativo di quante belle giornate avrai ancora a disposizione.

In testa mi rimbombano parole e concetti. Penso alla leggerezza con cui vengono spacciate certe ricostruzioni, in nome dell’efficienza e della funzionalità. Il concetto di “azienda” ha sconfinato, invadendo il discorso pubblico. Unito ad una povertà culturale indotta – anche se non pochi, gioiosamente, resistono – il terreno è assolutamente fertile.

Una parte del terreno.                                                                                                                                                                                                                                                      Un’altra resta refrattaria a quel tipo di colture.

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scritto n 1

5 Settembre 2016 Nessun commento

Alex veniva dal Caucaso e si era fatto buona parte dell’Asia, per arrivare poi in Italia. Lo abbiamo incontrato ad un autogrill sulla superstrada che va da Grosseto fino a Cecina, poco prima di Follonica. Il bagagliaio della nostra macchina era sapientemente stipato con incastri di bagagli, borsa frigo, chitarra, tanto da non lasciare più alcuno spazio. Sul sedile dietro stava il mio zaino, vicino alla tavola da surf versione body board.

Il clima era quello che era. La parola “ritorno” aleggiava ormai da qualche ora sulle nostre teste, ma eravamo stati bravi a non farci travolgere. Anzitutto la sera prima, per non essere schiacciati dal filone “ultima serata, ultimo tramonto, ultimo raglio dell’asino Gennaro”, abbiamo chiesto ai nostri amici se avevano voglia di passare una serata insieme. Hanno accettato subito e poco dopo le 20 eravamo puliti e docciati in macchina verso Magliano. La serata è stata alcolica, il cibo buono, le chiacchiere con i nostri amici piacevoli e affettuose. Come ogni serata alcolica ho dei vuoti, piccoli e non incolmabili, ma comunque dei vuoti.

Alcuni li ho colmati il giorno dopo, appena saliti in macchina per tornare verso Milano. Ho chiesto alla mia amata se si ricordava alcuni discorsi della sera prima: lei ha riempito le caselle che mi mancavano e io qualcuna delle sue.

Guidavo e guardavo la toscana oltre il parabrezza. Non riuscivo a togliermi di dosso quella sensazione di perdita, di cambio di vita. Dall’infradito alla scarpa chiusa, dal pantalone corto a quello lungo, dalla maglietta come massimo del vestiario alla camicia. Mi chiedevo anche come mai il viaggio di partenza è sempre leggero e fugace, passa veloce ovunque si stia andando. Quello di ritorno, per quanto non abbia avuto nessun intoppo, è come se lo avessi vissuto chilometro per chilometro, chiedendomi dove stessi andando e perché. L’asfalto di quella superstrada è pessimo. Lo è sempre stato, più o meno da quando l’hanno inaugurata ed ero un bimbo. Tocca tenere le mani salde sul volante e se possibile occupare la corsia di sorpasso, meno martoriata dal passaggio dei Tir.

Avevo voglia di fumare e iniziavo anche a sentire qualcosa di simile alla fame. Il mio stomaco stava bene, ma aveva comunque appena vinto una battaglia contro l’alcol e quel senso di vuoto iniziava ad avere bisogno di essere riempito.

“Mi fermo al prossimo – dissi – prima che inizi l’autostrada”.

Mentre stavamo attraversando il piazzale della stazione di servizio, ci si fa incontro un ragazzo, giovane, con solo uno zainetto in spalla. Ci chiede un passaggio. Gli chiedo dove sta andando, mi dice verso la Francia. Il ragazzo è tedesco, ha girato l’Asia, ora è finito qui. Va verso la Francia, ma la sua tappa finale, prima del ritorno, è il Portogallo, dove ha degli amici che lo possono ospitare.

Decidiamo che si può fare, che gli offriamo volentieri un pezzo di viaggio, visto che si sovrappone al nostro per un tratto. Bevendo un caffè gli mostro, su una cartina appesa al muro del bar, la strada che faremo. Concordiamo sul fatto che possiamo lasciarlo a La Spezia, prima di andare verso l’appennino e la Cisa. Lì non dovrebbe essere difficile trovare chi prosegue sulla A12 in direzione Genova e poi Francia.

Rimontiamo in macchina con il nostro nuovo passeggero. Mi colpiva la sua tranquillità, il suo essere al di là dell’imprevisto. Non sembrava avere la necessità di gestire una tabella di marcia. Il suo obiettivo sarebbe arrivato quando sarebbe arrivato. Nel frattempo c’era la strada da percorrere senza fretta. Staccava gli occhi dal finestrino solo per parlare con noi, per rispondere alle nostre domande e per chiederci qualcosa dell’Italia. Credo che anche lui abbia fatto un favore a noi, perché era importante capire che la strada che stavamo percorrendo era una delle molte possibili e che si poteva sovrapporre a quella di qualcun altro che stava andando da tutt’altra parte e con tutt’altro spirito.

Ci siamo salutati all’ultimo autogrill prima della deviazione per la Cisa. Luisa gli ha regalato quello che restava del suo pacchetto di sigarette, io gli ho stretto la mano augurandogli buona strada.

Poi è stato salire verso il valico, scalare qualche marcia nelle curve più difficili, ridiscendere, affrontare la pianura.

Pianura che oggi mi ha un po’ stordito. Non mi ci ritrovavo e sì che di fatto sarebbe casa. In moto sono andato a ritirare delle analisi: la dottoressa giovane e carina che me le interpretava mi diceva che tutto andava bene. “Lei fa sport, mangia bene. Insomma, direi tutto a posto. Ecco, se poi smettesse di fumare sarebbe proprio il massimo. Glielo dico perché è ancora giovane”

“Insomma…ma comunque ho ridotto molto, sa?”

“lo so, ma anche poche fanno male. Le manca solo quello: smettere e poi è a posto”

“ha ragione…ma sa…sono tornato ieri”

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così

6 Giugno 2016 Nessun commento

Buttiamo giù due idee. Tanto poi alla fine non si salva e si butta tutto.

Anzitutto: piove. Non in questo preciso momento in cui scrivo, ma piove in questo periodo. Per vari giorni c’è stata l’ora della pioggia. Solitamente verso sera, prima di cena. Una pioggia fitta, imponente, decisa, affascinante. Una pioggia da film, di quelle che non hanno nulla da invidiare ad alcune scene di “Seven”, de “L’impero dei lupi”, di “Suburra”.

Solo che poi la temperatura si abbassa, ti tocca metterti le calze e a volte stare pure con la finestra chiusa. Inaccettabile, ai primi di giugno.

Altra idea: penso che in questo paese manchi decisamente la figura dell’intellettuale. Non una singola persona nello specifico, ma che manchino proprio intellettuali di riferimento. Non perché l’intellettuale in sé e per sé abbia ragione, ma perché, mettendo al centro l’intelletto, obbliga in ogni caso a confrontarsi con lui. Obbliga a ragionare su un altro piano, per accettare o confutare le sue tesi. È una cosa che fa bene, in ogni caso. A me pare che un dibattito che possa definirsi tale non ci sia, se non in ambiti molto ristretti e, per forza di cose, autoreferenziali. Quello cui assisto è un surrogato di dibattito politico. A volte nemmeno quello. Le argomentazioni si basano su le leggi non votate, sugli emendamenti presentati. Nessuno possiede una statura politica, nessuno è in grado di fare un ragionamento su un sistema di idee, di pensiero. Su una ideologia.

Se poi siano gli intellettuali a mancare o se invece ci sono ma non vengono presi in considerazione non saprei. “Probabilmente tutte e due le cose”, avrebbe detto papà.

Terza idea, collegata alla seconda: ieri ero al seggio e, dopo qualche ora, ero arrivato alla conclusione che tutti gli scrutatori fossero non dico di sinistra (eccezion fatta per il presidente: fra compagni ci vuole poco a riconoscersi), ma quantomeno non proprio beceraggine allo stato puro.

Presenti oltre a me e al presidente una ragazza vicina ai 30 dallo sguardo sveglio, una signora oltre i 50 molto ben tenuta, una piccola sarda oltre i 40, un giovane di 18 anni mio omonimo.

Con il giovane ho parlato poco – avevamo i turni alternati – ma da quel poco ne ho avuto molto: sveglio, arguto, una boccata d’aria fresca pensando al futuro. Anche con la sarda avevo i turni alternati e, a parte qualche luogo comune sui sardi che sonodiffidentimapoitiapronoilcuore, ho capito che non avevo molto a che spartire. I miei turni me li sono fatti con la ragazza sveglia e con la 50enne. La ragazza era una di sinistra, con un’etica forte, una che faceva molte cose. Più pratica che teoria in lei, ma non posso dire che fosse un difetto. La 50enne, leghista. Di quelli che si danno una parvenza di civiltà, perché comunque sono persone per bene e dire che sei razzista non sta bene, così come non sta bene dire che gli immigrati che annegano in mare se la sono cercata. Forse questa tipologia di leghista è persino peggio di quella ruspante, perché è un tripudio di ipocrisie. Ho provato a farle capire che le sue “teorie” facevano acqua da tutte le parti. Sbagliavo, perché un ragionamento che fili non è riconosciuto come valore. Più che altro non ci sono gli strumenti per riconoscere qualcosa che fili. Lì è un attimo arrivare agli hotel 5 stelle per i migranti e la strada buia e fredda (e piovosa) per gli italiani. Loro lo sanno come stanno le cose e tu sei solo un parolaio. Resterebbe l’eliminazione fisica, ma è contro la mia etica. Per fortuna loro.

Quarta idea, che va di seguito direi: il mio dialogo con la leghista è iniziato quando Luisa mi ha scritto della morte di Bonanno. Lì si sono scoperte le carte, quando ho detto che non gioivo della sua morte, così come non gioisco della morte di nessuno. Avrei preferito vedere Bonanno in galera per istigazione all’odio razziale e per condotta incompatibile con il vivere associato (quest’ultimo reato andrebbe introdotto, se possibile). Non penso che la morte in questi casi sia una soluzione.

Forse sto andando troppo in là per uno scritto nemmeno da salvare.

E poi è tardi. Devo fare la spesa e altri sbattimenti assortiti

Lascio una canzone, anzi due. La prima è di Muddy Waters, “I want to be loved (hard again)”. Forse sto invecchiando e mi inizia a piacere il blues.

La seconda è “Tps” dei 99Posse. È un acronimo: il tempo, le parole e il suono, che poi è il titolo del loro nuovo album

“o si vince tutti o nessuno”

Esattamente così.

 

 

 

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…in questi giorni

23 Maggio 2016 Nessun commento

Manco ci si prova più. E più passa il tempo più le cose succedono. Io mi sento come uno di quegli studenti che segue la lezione ma non prende appunti. Tanto sono bravo, mi ricordo tutto, penso. Invece non è vero. Per ricordare ricordo anche: certo, mi sfugge qualche nome, qualche cognome, qualche data, ma non è solo per quello che dovrei continuare a prendere appunti, ad usare lo scartafaccio. Una connessione fra due fatti, fulminea e chiara, resta nitida per poco se non viene messa a registro. Se non scrivi le cose si appannano e non serve ammorbare chi ti sta intorno con ragionamenti fiume.

Mi sento circondato. Sì un po’ mi ci sento. Una melassa indistinta avvolge lo spazio pubblico, il discorso politico: in questa melma a volte i pensieri vanno a morire. La mole di cose da dire, da smontare, si fa sempre più grande e i miei strumenti vengono messi alla prova. Indifferenza o ribellismo autoreferenziale a volte sono gli unici sbocchi, in ogni caso una sconfitta.

Forse anche per quello ho scritto poco, anzi pochissimo. Mi sono messo a leggere gli scritti di chi resta sul pezzo, di chi sa tenere la barra nella posizione giusta (a sinistra) senza confondersi, capace di mettere ogni tassello al suo posto.

Questa mattina mi sentivo il lunedì addosso. Svegliato delicatamente da uno scroscio di pioggia, avrei voluto alzarmi e guardare quello spettacolo primaverile, ma il mio corpo era ancora troppo pesante e la mia mente aveva voglia di immaginare una spiaggia deserta illuminata da un sole caldo. Quindi sono rimasto sotto le coperte ancora un po’.

“Quasi quasi la cosa migliore è restarsene a letto”, cantava Gaber in “Pressione Bassa”. Quanto ho ascoltato quel brano. Rende perfettamente l’idea di alcuni risvegli, di quando le cose che hai da fare premono e di quel meccanismo che ti fa rimandare ancora tutto quanto. E’ come puntare di nuovo tutto su un numero che sai già che non uscirà. Come Harvey Keitel ne “Il cattivo tenente” che, circondato da strozzini e allibratori, rilancia sempre puntando tutto il suo debito sulla prossima corsa. E (attenzione: spoiler!) finisce malissimo.

Ci sono dei doveri. A volte ci sono. Quelli nei confronti del lavoro me li gioco diversamente da quelli che riguardano il dovere di fare la tua parte come cittadino. E come compagno. “Compagno cittadino, fratello partigiano”.

Ci sono entrambi in questa storia. Il compagno cittadino solitamente prende mazzate, perché organizza scioperi e contestazioni. Corriere e Repubblica non lo raccontano – e se lo fanno il taglio è quello dell’ordine pubblico ancora una volta faticosamente ripristinato – ma bisogna andare indietro di parecchi anni per vedere una repressione di questa portata.

Il fratello partigiano è stato invece, da poche ore, diviso fra quello “vero” e quello “non vero”. Si è permessa di fare questa distinzione la ministra Boschi, la annunciatrice del governo, quella che con i suoi boccoli biondi e l’aria da maestrina, annuncia le peggio porcherie. È tutto in nome del progresso, di un treno che va avanti, che deve andare avanti, se lo fermi a parole sei un gufo, se lo fermi con i fatti carne da manganello e lacrimogeno.

Siccome l’Anpi si è dichiarata contraria alla riforma costituzionale, e sul parere dell’Anpi (almeno per il momento) non ci si può proprio passare sopra, la soluzione è stata dividere fra quei partigiani che, singolarmente, si sono espressi a favore della riforma da quelli – evidentemente maggioritari, visto che la loro opinione coincide con quella di tutta l’associazione – contrari. I “veri” sono i primi. Di conseguenza i “falsi” sono gli altri. Dividi e comanda.

 

Gli scrosci di pioggia non ci sono più. Fuori c’è maggio. Proprio maggio: limpido e invitante.

 

“Compagno cittadino

fratello partigiano

teniamoci per mano

in questi giorni tristi”

 

 

 

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25 Marzo 2016 Nessun commento

Ieri 200 km in moto. Freddo, alla fine.A dire il vero faceva freddo già dopo la prima mezz’ora, ma sui piedi e sulle gambe è sempre più sopportabile. Il giorno prima 5 km di corsa. Risultato, ieri sera ero stracciato, ma toccava andare a Seregno a suonare con gli altri. Mancava la voce femminile, ma il resto della band c’era. Non andavo da parecchio a Seregno, alla sala prove. Ultimamente ci troviamo sempre a Milano per le prove, con somma gioia dei 3/5 del gruppo.

Certi rituali sono duri a morire, specie se fanno piacere. Post prove ci siamo messi a chiacchierare. Pat ci ha fatto vedere un video: un palestinese, a Hebron, ha ferito un militare israeliano. Il palestinese è steso a terra, gli hanno sparato. Ma non è ancora morto. Muoveva la testa lentamente a destra e a sinistra. Nel frattempo, intorno a lui e alla sua agonia, c’era un gran tramenare di ambulanze, paramedici e una barella per il militare israeliano. Tutti i presenti sulla scena ignoravano il ferito a terra, occupandosi del militare colpito che, cosciente e seduto sulla barella, veniva caricato sull’ambulanza. Nel frattempo, da un gruppetto di militari presenti sulla scena, parte un colpo che centra la testa del palestinese rantolante, finendolo.

Il video è stato messo in rete ed ha iniziato a girare, a diffondersi. Le autorità militari israeliane hanno comunicato che il militare che ha sparato è stato arrestato e sarà punito.

Mentre me ne stavo sul divano, tornato da Seregno, aspettando l’ispirazione giusta per andarmene a letto, provavo un senso di inquietudine. Non ho realizzato subito a cosa fosse dovuta. Vagolando con lo sguardo sulla libreria di fronte al divano, il mio occhio è andato sui dvd di “the Walking Dead”, serie americana che racconta, in un numero ingente di episodi, la sopravvivenza di un gruppo di persone in un mondo infestato da zombie.

È stato terrificante fare quel collegamento, ma direi che mi è arrivato addosso come una rivelazione: in quante scene di quella serie televisiva un gruppo di vivi parla tra loro, risolve un problema, discute mentre a terra c’è qualche zombie rantolante ma ancora non morto? Tante e tutte si concludono con qualcuno dei vivi che spara alla testa allo zombie, per finirlo, per togliere quel rantolio di fondo.

Ho visto la stessa cosa, la stessa dinamica. Molto probabilmente quel militare verrà punito. Molto probabilmente alcuni israeliani sono indignati da quanto successo. Sicuramente però, quanto successo e filmato, non è stato un episodio sporadico, unico nel suo genere. L’indifferenza che circonda le sorti del morente, già prima che lo finissero, è la dimostrazione di una prassi operativa. Nessuno tenta di fermare il militare che sta prendendo la mira per il colpo definitivo, nessuno, dopo lo sparo, si gira a vedere cosa è successo.

Inevitabilmente tutti quei tweet e re-tweet di “antifa jerusalem” (account twitter che consiglio vivamente) che parlavano di violenze gratuite e indiscriminate ai check-point, mi sono apparsi come assolutamente reali, o quantomeno tutti realistici.

Questa storia servirà un po’ di indignazione mainstream, con il colpevole punito e “l’unica democrazia del medio oriente” ancora in grado di spacciare la sua narrazione super tossica su quanto siano evoluti.

Ma il colpevole non verrà punito e non mi riferisco al ragazzo militare che ha freddato l’uomo a terra. Il colpevole è altrove, è in questa situazione inaccettabile, in questa ipocrisia istituzionalizzata che non disdegna di strumentalizzare 6 milioni di morti per giustificare un altro genocidio. Il ragazzo che ha materialmente sparato e ucciso, è una vittima a sua volta, è un esecutore. Il mandante è altrove ed è nascosto anche nei nostri discorsi, quando non ricordiamo mai che lo stato di Israele è nato da un sopruso e che la sua esistenza si basa sulla perpetrazione di questo sopruso.

Mi guardavo i polpastrelli della mano sinistra per vedere lo stato dei calli, mentre Pat ci vomitava addosso tutto il suo sdegno per questa situazione. Era rabbioso e lo capivo.

Non era d’accordo con me su una cosa e cioè che in Israele ci siano persone che la pensano come noi. Non persone che vagamente condannano gli eccessi di una occupazione militare (posto che possa esistere una occupazione militare senza eccessi), ma cittadini a cui fa schifo quanto a noi quello che sta succedendo. Lui pensava di no. Io di sì. Credo che vedere lo stato di Israele come un monolite mono-opinione sia ingiusto, quantomeno fino a prova contraria. Credo che non pensare come possibili forme di pensiero alternative solo perché entro i confini di uno Stato, ci accomuni, come ragionamento, al carnefice, che vede la popolazione occupata come un tutt’uno senza alcun diritto, feccia senza distinzioni. Io non la voglio pensare così, non mi voglio arrendere al fatto che uno Stato riesca a raggiungere un livello di controllo totale delle menti, tale per cui un’ingiustizia venga accettata unanimemente senza discutere.

Sicuramente il livello di uniformità di pensiero è notevole e basta fare due chiacchiere con chi, per un motivo o per l’altro, ha a che fare con Israele, per vedere come certi schemi saltino, certi principi vengano abbandonati e le deroghe all’oggettività siano la norma. Indiscutibilmente un bel modello per chi deve governare fondando la sua autorità sull’accettazione di una violenza: forse è per questo che Israele ha così tanti partner internazionali (che per molto meno in altri casi, hanno invaso e bombardato senza pietà). Su questo Pat ha ragione.

Io però non riesco a togliermi dalla testa l’idea che una buona parte della propaganda filo israeliana lavori proprio su questo, sull’immagine di uno Stato e di una società senza voci critiche, che vengono messe a tacere o ignorate. Per quanto riconosca assolutamente un tasso di pensiero unico fuori dalla norma – incredibilmente alto – è contrario alle mie idee prendermela con una popolazione intera, indiscriminatamente. Se faccio così, quale è la differenza fra me e loro? Tutto il mio odio va verso i governi, va verso i rappresentanti di quegli interessi e di quei capitali che li sostengono. Lì sì, vorrei vederli annientati.

La rabbia non è un buon viatico per il letto, ma è tardi e se la mia testa andrebbe volentieri avanti, il mio corpo chiede riposo.

Chiudo gli occhi nel buio, ma qualcosa continua a molestarmi come quando da bambino vedevo dei film dell’orrore.

 

 

 

 

#BrusselsAttacks

23 Marzo 2016 Nessun commento

ho provato con twitter, ma i 140 mi andavano stretti.

dopo una serata fra amici guardando “di martedì” (trasmissione che non avevo mai visto e che ho trovato ignobile), ma soprattutto chiacchierando tra di noi, mi sono venute in mente un sacco di cose. talmente tante che spesso hanno ostruito l’uscita ad un pensiero di senso compiuto. era strano, perché fra le mille idee, a tratti tutto mi pareva chiaro e assolutamente intelligibile. pedalando per tornare a casa, nella seconda nottata di questa fresca primavera, ho smaltito la cena e le cazzate sentite in tv.

era tutto assolutamente declinato in senso difensivo, sicuritario. le immagini dei presunti terroristi, le contromisure poliziesche, le testimonianze di chi ha sentito i boati. trovavo questo aspetto della vicenda assolutamente marginale, degno semmai di un approfondimento tecnico per chi ha voglia di ascoltarlo. era cronaca, nel senso deteriore del termine. quella cronaca che vuole farci appassionare ai delitti passionali, alla scomparsa di una ragazzina, alle varie franzoni. dare la notizia è un conto, farne oggetto di dibattito un altro. quale partecipazione posso esercitare nei confronti  di eventi come questi? nessuna. posso parteggiare per questo o quel personaggio, ma resto in ogni caso spettatore. nessuno sbocco

ecco, mi è sembrato che questa strage fosse raccontata nello stesso modo, con lo stesso intento (a)partecipativo.

ho una parte dalla quale schierarmi, questo mi è chiaro. ma non sono le parti decise voi, le divisioni non sono quelle. e non è nemmeno vero che in mezzo non c’è niente. basta pensare fuori da questo schema imposto.

per quanto mi riguarda la linea di demarcazione è tra chi fa le guerre e chi le subisce. fra chi sfrutta e chi è sfruttato. questa è l’unica ed oggettiva linea di demarcazione possibile. al di fuori trovo solo nazionalismi imposti, appartenenze arbitrarie che dovrebbero farmi odiare uno nella mia stessa condizione e schierarmi dalla parte di chi mi opprime ma sta al di qua di un confine. confine su cui, peraltro, nessuno mi ha chiesto un parere.

questo è quanto