All work and no play…

14 Maggio 2013 2 commenti

La natura esplode. E ci credo: con tutta l’acqua che è venuta giù. Poco più di una settimana fa stavo di nuovo spingendo la moto verso la Val Trebbia. Quel posto mi piace. Ha un qualcosa di familiare che non so definire e forse per questo continuo a tornarci.
La strada statale fra Milano e Pavia – a farla tutta si arriva al mare – era costeggiata da un verde lussureggiante. Piatta, dritta e straconosciuta: era comunque uno spettacolo vederla.
Tutti i progetti di spostamento da Milano passano dal meteo. E doveva essere Capalbio, o un mare, o la moto fino al Trebbia. Nulla, niente da fare. Godiamoci questo sole di metà maggio, perché fra poche ore ritorneremo in un tunnel di acqua e nuvole.
A maggio, comunque sia, si va in discesa. Anche se ogni tanto piove, anche se le panchine del parchetto sotto casa mia sono spesso bagnate e non ci si può stare. La discesa è comunque iniziata e sto prendendo velocità. Non so bene verso cosa, verso dove: se verso una nuova estate o vecchie malinconie. Però sto andando e senza pedalare troppo.

Era sera, sabato. I marciapiedi dei navigli traboccavano di gente e anche le macchine di passaggio se ne erano fatte una ragione di quell’incedere lento. Io parlavo con Klem e intanto camminavamo verso il Covo. Mi chiedeva come andava e con poche parole ho cercato di riassumergli il senso di vuoto e la voglia, testarda, di andare avanti.
Ha capito e mi ha parlato del suo dispiacere per non essermi stato vicino in certi momenti. Che poi non era del tutto vero. Sì, era in Belgio, ma io sapevo che c’era e non mi interessava dove fosse, perché sapevo che c’era anche lui.

Certe cose danno forza, come la tua fidanzata che improvvisamente ti dice che ti vuole bene, mentre sei con l’occhio a mezz’asta semi sdraiato sul divano cercando di cogliere la spinta giusta per andare a letto.

Io incamero tutto. È tutto carburante e senza queste persone sarei sempre in riserva.

Mattinata al mac, per cercare di cavare fuori nomi di gente da intervistare. Pomeriggio – sera a seguire interviste in ufficio.
Almeno stamattina volevo scrivere due righe, lasciare detto qualcosa, come i post it che a volte ci lasciamo io e Luisa sul tavolo di cucina.

Ieri sera c’era “Shining” in tv. L’ho riguardato, anche se avrei avuto più voglia di “Full Metal Jacket” e soprattutto dei discorsi illuminanti del sergente Hartman. Invece mi sono visto Jack Torrent che scrive a macchina nella gigantesca hall dell’Overlook Hotel. Almeno prova a scrivere, perché quel che lo distoglie dalla scrittura del suo libro sono una serie di paranoie crescenti.
Ci sono due scene altamente inquietanti in questa pellicola: la prima è quando il piccolo Danny, figlio di Jack, gioca con le macchinine seduto per terra in uno dei lunghissimi corridoi dell’albergo vuoto. Dispone le macchinine seguendo le geometrie della moquette. Una pallina gialla rotola fino a lui. Il piccolo alza lo sguardo e non c’è nessuno.

“Io, al posto suo, sarei stato tutto il tempo attaccato alla gonna della mamma”, sentenziò il Soro quando, anni fa, vedemmo il film insieme. Nemmeno io mi sarei mosso troppo, anche se i mostri e il mistero morbosamente attirano.

Proprio come in questi giorni, ogniqualvolta veniva trasmesso il video dell’ex ministro Brunetta scortato dai carabinieri a Brescia: l’ho guardato con lo sguardo fisso, quasi non credendo a quel che vedevo. La gente è andata a contestare il comizio di Berlusconi e per le strade si era aperta la caccia
a tutti quelli che avevano a che fare con il circo Pdl. Nani e ballerine, per l’appunto.
Sono dovuti intervenire i carabinieri per portare in salvo gli accoliti del piduista di Arcore. Reazioni isteriche, sorrisi forzatamente stampati in faccia. “Non sta succedendo niente”, avrebbero voluto dire e qualcuno l’ha detto per davvero. Brunetta che, in mezzo ad una selva di insulti di tutti i tipi, parlava di 150mila persone che applaudivano facendo con le dita il segno “vittoria”, mi ha ipnotizzato. Lui, come tutti gli altri suoi compari, dava l’ennesima dimostrazione del loro scollamento con la realtà. Spingevano l’irreale, proprio come la pallina gialla che rotola nel corridoio, senza che nessuno l’abbia lanciata.

Questa mattina volevo scrivere. Ne avevo bisogno, ma certe volte è più difficile di quel che sembra.
Mi viene in mente un concetto, un’idea (come cantava Gaber) e intorno a quella vorrei costruire qualcosa usando tutte le connessioni possibili. Invece capita che ripeti quel concetto a oltranza, senza costruirci nulla di concreto intorno.
Come la seconda scena inquietante di “Shining”: la moglie di Jack, Wendy, si avvicina alla postazione di lavoro di Jack lasciata sguarnita. Legge le pagine del suo manoscritto e, man mano che va avanti a sfogliarlo, si rende conto che suo marito ha scritto sempre la stessa frase: sotto forma di dialogo, di citazione, di inciso, ma sempre la stessa:
“All work and no play makes Jack a dull boy”

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Tutto il potere all’avantreno

24 Aprile 2013 3 commenti

Acqua che scorre. Bella, limpida. Poco distante, tempo fa, vidi Lelia e Andrea per la seconda volta nella mia vita. Giornata sul Trebbia. Conobbi anche Pit, quel giorno: sul retro del van di Andrea abbaiava e leccava il vetro.
Mi ha fatto bene stare un po’ qui. L’acqua che scorre ha molto da insegnare. Forse aveva ragione Eraclito, “non è mai la stessa acqua”, nemmeno un minuto dopo.
Non c’erano molte alternative per questo giro in moto: domani manifestazione del 25 aprile, poi ricomincia la pioggia. Io oggi tutto sommato ero libero e il sole splendeva già dal mattino. Non ho dormito molto: sono arrivato a casa tardi dal lavoro e questa mattina il padrone di casa si è presentato alle 8 e 30: un sopralluogo per futuri lavori, ad un orario che definirei comodo.

Oggi mi sono portato dietro la borsa da serbatoio, niente bauletto. Dentro, fra le altre cose, la più pesante era una bottiglia di acqua da uno e mezzo. Sulla Ripamonti ho fatto il pieno. Il ragazzo che versava benzina dentro al serbatoio l’ha riempito fino all’orlo. Fino a che è stato tutto dritto ok, ma alle prime curve sentivo qualcosa di strano. Curvava pesante, però, una volta in piega, teneva benissimo. Ci ho messo un po’ a capirne il motivo, ovvio: la mancanza del bauletto ha alleggerito il di dietro della moto, la borsa da serbatoio e la benzina hanno appesantito il davanti.

Entravo in curva con un altro peso, però una volta capito il gioco, andavo spedito.

“A te serve per decomprimere, l’ho capito”. Me lo ha detto mia mamma, quando l’ho chiamata da casa per dirle che ero arrivato, facendole tirare un sospiro di sollievo, credo. Ho amato la sincerità con cui me lo ha detto. Mi farebbe piacere che sapesse che quando arrivo il sospiro di sollievo lo tiro anche io e faccio di tutto per poterlo tirare.

Ho sentito anche Alberto: è stato lui a darmi la nuova di Letta premier. Mi aveva chiamato perché voleva commentare con me la notizia.
“’spè, Albi: sono tornato adesso dal Trebbia, sono stato tutto il giorno in giro. Non so niente…e non so se lo voglio sapere”
“Hanno fatto premier l’ottimo Letta”
“Minchia!”
“Eh…minchia sì!”

Non ho molto da dire sulla situazione politica. In realtà, no, non è vero. Ho molto da dire. Ma scriverlo è più difficile che sparare cazzate la sera sul divano con amici. Poi magari tra le cazzate esce una cosa intelligente, però se scrivi ti tocca dire solo quella.
L’aria di Roma respirata nell’ultimo week, mi ha fatto sentire più vicino al Potere. Quantomeno da un punto di vista iconografico: vicino a Montecitorio giri fra orde di gente, giornalisti, showman, telecamere, capi popolo, fuori di testa, urlatori, curiosi, militanti, fascisti. Ti senti un po’ nel mezzo, un po’ sul palcoscenico a fare colore in questa mastodontica messinscena.
Quando sono tornato a casa, domenica, sono arrivato giusto in tempo per vedere “Gazebo”, la trasmissione di Zoro. Piacevole sorpresa: conoscevo Zoro e mi piaceva quel che faceva e diceva, ma non sapevo avesse una trasmissione. L’ho trovata davvero ben fatta.
Di mio mi sento di dire solo una cosa: spero che la responsabilità – quella vera: responsabilità verso la sinistra in Italia – che ha dimostrato Nichi Vendola in questi giorni, lo premi alle prossime elezioni. I salotti romani, danno per certo – sennò che salotti romani sarebbero? – che Pd e Pdl si sono accordati per fare in modo che, se Berlusconi venisse condannato – cosa molto probabile – verrà amnistiato. Con questo criterio è stato scelto il capo dello Stato e presumibilmente su questa linea si muoverà anche il nuovo Governo. Nonostante la mia innata sfiducia nei confronti di coloro i quali ti danno notizie riservate per far vedere che chi è nella “cerchia” lo sa, non mi pare uno scenario così improbabile, anzi. Di fatto in questi anni non è stato fatto nulla né contro Berlusconi, né – cosa ancor più grave – contro il berlusconismo. E ce lo hanno pure detto. “Simply and plain”, come direbbero i Public Enemy, chiaro e tondo: Violante lo ha detto alla Camera 10 anni fa, declamando l’evidenza. Qualcuno si concede ancora il lusso di stupirsi di fronte a certe rivelazioni?

Tutto il potere ai soviet, si diceva. Funzionò, almeno all’inizio, perché il soviet serviva per andare oltre l’indignazione, per agire.
Beh, oggi mi posso spingere a dire, tutto il potere all’avantreno, per il momento. Mi pare un buon inizio comunque: si va molto veloci.

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animal

Giravo in bici e costeggiavo i manifesti elettorali. Visi, simboli, slogan e ancora pezzi di visi strappati, solo gli occhi, solo la bocca. Vedo due occhi, mi pare di conoscerli. Ma è troppo strappato questo manifesto. Ne cerco un altro uguale ma messo un po’ meglio. Ancora qualche metro e ne trovo un altro. Sì, è proprio lui.
Conosco quel volto e quel cognome. Amico di amici con cui ho passato alcune serate.
Personaggio poliedrico, gran testa così come grande attitudine al devasto. Eccessi alcolici, frasi imbarazzanti urlate durante le feste, il primo ad iniziare a bere e l’ultimo a smettere. Ricordi anche più pulp, ma che per buongusto non riferirò qui.
Eccolo lì, faccia rassicurante sul manifesto, sorriso accattivante, candidato ad un ruolo di livello.

Ieri sera siamo andati a letto tardi. È bello stare a cazzeggiare con gli amici rimandando continuamente il momento in cui andrai a letto.

Ripenso a quel volto. Mi viene in mente “Animal House”, il film di John Landis del 1978. Ecco, l’amico di amici con la faccia sul manifesto potrebbe accedere al gruppo “Delta Tau Chi”. E non come membro qualunque: potrebbe rappresentare una seria minaccia per la leadership di John “Bluto” Blutarsky, un John Belushi in splendida forma.

Vado a letto. Sarebbe meglio dire che mi ci trascino.

“Animal House”: è da tanto che non lo rivedo. Poco prima dei titoli di coda, di ogni personaggio viene raccontata la fine che ha fatto: c’è chi è diventato editore, chi avvocato, chi ginecologo chi risulta irreperibile.

Beh, Blutarsky diventa senatore.

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marzo

1 Marzo 2013 1 commento

Dovrei rivedere cosa dice Guccini nella sua “Canzone dei 12 mesi” riguardo marzo. Ricordo bene febbraio, quel “malato sole” e quella primavera che, timida, in certe giornate “danza”.

Ho un lavoro con l’università. Eureka, come diceva quel secchione di Archimede Pitagorico. Il gruppo di lavoro è formato da gente con nomi strani, ma io mi ci trovo bene lo stesso. Mi piace lavorare con loro: li trovo precisi e scanzonati allo stesso tempo. Una rarità.
La ricerca riguarda alcune zone di Milano. Ognuno si doveva scegliere la sua. Io ho mi sono buttato sulla zona 4, Molise – Calvairate. Sono cresciuto ai margini di quella zona, verso il centro. Avevo molti compagni di scuola che invece vivevano proprio nel cuore di quella zona problematica. Fra pomeriggi passati a casa loro e, qualche anno dopo, giornate intere alla biblioteca Calvairate a preparare esami, ho deciso che quello era il mio quartiere.
“Bisogna trovare politici, responsabili del terzo settore, dell’associazionismo…insomma bisogna mappare tutta la zona”
“Ok ok” ho detto mentre ci dicevamo il da farsi. Poi però, tornato a casa, mi chiedevo da dove partire: sì, ok, conosco bene la zona, ma per catturare queste figure come faccio?
C’è un tabaccaio vicino a dove abitavo. Mia mamma ci passa spesso. Dietro il bancone un ragazzone alto, sguardo sveglio. È consigliere di zona e mia mamma lo conosce. Si è fatta dare la sua mail, gli ho scritto, mi ha risposto. Ieri ci siamo visti. In via Oglio c’è la sede del consiglio di zona 4. Mi da’ appuntamento per le 5 e 30. Arrivo puntuale, dopo poco arriva anche lui. Vespa scooter e casco con il simbolo della pace. Mi porta in una stanza, gli spiego il nostro lavoro, lui sembra interessato. Mi fa un sacco di nomi che io segno. “Questo è del Pd, quest’altro è di Sel, questo qui invece bazzica una cooperativa vicina al centro sociale Vittoria”. Scrivo tutto sul mio taccuino.
“Il nostro obiettivo è capire come viene percepita la sicurezza dai cittadini…come la vivono insomma”
“Eh la sicurezza – sospira – è strano sai?, perché alla fine quelli che gridano la loro insicurezza fanno notizia, mentre non vedrai mai uno per la strada che grida mi sento sicuro!…poi ti dirò anche che ne ho le palle piene di sta storia degli zingari, come li chiamano loro. Sì vabbé, mi possono rubare degli spiccioli, ma rispetto ad un banchiere o ad uno della Regione che mi ruba i milioni? Quello va bene invece?..Parli con la gente e ci sono quelli che non fanno altro che farti esempi: gli è successo questo, gli è successo quest’altro…ma che vuol dire? Tutto riportato a loro. Cazzarola, mai una volta che si facesse un discorso macro”.
Questo personaggio mi piace. Ha qualcosa che mi mette a mio agio. Certe volte il modo politico di vedere le cose crea intimità anche fra sconosciuti.
Ci lasciamo sulla porta del consiglio di zona. Viavai di ragazzi figli di immigrati che entrano ed escono dalla biblioteca: pelle scura e accento milanese.
Risalgo in moto, punto verso il centro. Da corso Lodi è tutta dritta fino a piazza Missori. Pavé sgangherato, le cose nel bauletto traballano.
Arrivo in Duomo, da Ricordi. Accatto tre biglietti per il concerto degli Ska-P il 13 aprile. Mentre infilo la busta con i biglietti nel mio zaino, mi chiedo a chi vadano i 4 euro a biglietto di “prevendita”.
Guido la moto fino a casa.

“oh giorni oh mesi che, andate sempre via…”

La “Canzone dei 12 mesi” di Guccini mi gira in testa, ma che dirà mai di marzo? Proprio non lo ricordo. Ricordo Gennaio e il “mondo addormentato”, ricordo aprile e la bellezza di “addormentarsi dopo aver fatto l’amore” o settembre, mese in cui “ti siedi e ricominci il gioco”.

Vado a letto carico di insalata di arance: forse ci ho messo troppa cipolla, Luisa mi sta a distanza.
Leggo Vittorini, “Conversazione in Sicilia”. Poi il sonno mi prende.

Mi alzo, vedo il sole. È marzo. Colazione, caffè e ancora un po’ del sapore di cipolla in bocca.
In sala trovo un libretto di canzoni di Guccini con accordi.
“Canzone dei 12 mesi” sta fra “Bologna” e “Canzone delle osterie di fuori porta”.
Ecco marzo.

“Cantando marzo porta le sue piogge
la nebbia squarcia il velo
porta la neve sciolta nelle rogge
il riso del disgelo.
Riempi il bicchiere e con l’inverno butta
la penitenza vana
l’ala del tempo batte troppo in fretta
la guardi è già lontana”

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Voto – non voto

21 Febbraio 2013 1 commento

Nel 1996 votai Prc al proporzionale ed annullai la scheda al maggioritario. Prodi non era roba nostra. Non era roba nostra nemmeno quella coalizione, quel modo di impostare la politica, quella voglia di farsi salvare da un democristiano. Furono molte le consultazioni elettorali successive in cui non mi espressi. La sinistra andava verso il centro. Io, più studiavo, più leggevo, più mi informavo e più mi rendevo conto che c’era bisogno di tutt’altro. Poi c’era il Movimento. Una galassia di persone, incontri, picchetti, manifestazioni, concerti e sottoscrizioni, libri e volantini. La Politica voleva dire rispondere a bisogni immediati, concreti. Occupazione di case e spazi sociali, vicini ai migranti, ai disoccupati, a tutte quelle persone che gridavano la necessità di stare al mondo e che non potevano aspettare i tempi del palazzo. Nemmeno noi potevamo aspettare e sì che a noi non ci aveva sfrattato nessuno e tutto sommato non ci mancava nulla, se non una prospettiva.
C’era una contraddizione di fondo fra quel che leggevo e le pratiche del quotidiano: leggevo testi rivoluzionari, ma alla fine sapevo che la rivoluzione – intesa proprio come un cambiamento radicale e sostanziale delle cose – restava fra le pagine dei libri che leggevo e dei volantini piegati nelle tasche. Una contraddizione simile a quella vissuta dalla generazione dei miei genitori: votare un partito rivoluzionario che di fatto era socialdemocratico da prima che avessero diritto di voto.
Questa contraddizione ha spinto molti, negli anni ’70 ad una coerenza estrema e armata, ma questo è un dato sul quale difficilmente si vuole ragionare.
Tornando a me e alla mia generazione, il non voto era rifiuto del sistema di fare politica. Una politica che stava attenta alle parole, perché c’erano i cattolici, c’erano quelli che con il comunismo non avevano mai avuto nulla a che fare e non andavano spaventati. Io vedevo un mondo sempre più ingiusto e nessuno mordeva più le caviglie ai padroni, che anzi venivano riconosciuti e ringraziati perché, in ogni caso, “offrono lavoro”. Lo spettro aveva smesso di aggirarsi.

È stato grazie a questo blog che ho conosciuto Ulz. Non sono dove sia finito, adesso. Però ebbi la fortuna non sono di conoscerlo per quello che scriveva, ma anche di persona. Passammo una serata a casa mia. Condividevamo le analisi, ma lui aggiungeva qualcosa in più.
“Anche a me questi qui non piacciono, però io voto. Penso sempre che della gente è morta per darmi questo diritto e non lo spreco”.
I ragionamenti sedimentano e anche se non ci lavori in modo cosciente, una parte di te continua ad elaborarli. Ulz aveva ragione e aveva ragione perché mi aveva dato una prospettiva, un tema di riflessione.

Qualche giorno fa ero in università. Avevo finito il mio lavoro e stavo andando a prendere la macchina giù in garage. Incontro un professore che conosco. Ci stringiamo la mano e ci mettiamo a chiacchierare. Questo prof muove dalle mie stesse posizioni: non è uno di quelli che la prende dalla prospettiva del voto utile, il suo è un approccio più pratico. Propone di votare per questo centro sinistra. Che non ci piace, che non ci rappresenta, che sostanzialmente non ha fatto nulla contro Berlusconi e il berlusconismo in questi anni, né da un punto di vista legale né da un punto di vista culturale.
“Non devono avere scuse – continua il prof – devono vincere e possibilmente anche avere i numeri per governare bene. L’unico modo per muovergli delle critiche è fare in modo che siano nelle condizioni migliori per poter governare, senza nessun alibi”.

Non mi piace quello che sto per fare: mi sa di compromissione e sento quel sapore che precede un rassegnato “lo sapevo”.

Era notte. Interno notte, sala di casa mia. C’è aria di neve, una delle ultime si spera. Volo radente sulla mia libreria. Scorrono le spalle dei miei libri: alcuni mi hanno formato nel profondo e sono quello che sono anche grazie a loro. Cerco qualcosa che mi dia conforto, che mi aiuti a capire.

“Que viva Zapata!” lo comprai su una bancarella per due euro. Un rivoluzionario disinteressato al potere, parla ai suoi uomini.

“Andiamo avanti fin là dove i voti ci possono portare. Facciamo la campagna per Leyva e votiamo per lui in massa, sinceramente. Lasciate che si veda chiaro, una volta per tutte, se le strade della pace sono aperte, se don Porfirio ha in mente la via della riforma o se intende condurci ad un altro tradimento. Lasciate che si scopra, vi dico. E se i politicos rispettano nostre schede allora nel Morelos e in tutto il Messico sarà l’inizio di un nuovo giorno. Ma se ancora una volta essi osano ingannarci, allora, fino all’ultimo uomo e all’ultimo muchacho su queste montagne noi risponderemo loro nel solo modo che ci rimane”
Non si sa come il suo solito “Viva Leyva” non suscitò che un cortese evviva di risposta.

Edgcumb Pinchon – “Que viva Zapata!”

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grillo

20 Febbraio 2013 42 commenti

Ieri. Alle 18 e 27 ho legato la bici alle catenelle che costeggiano il Duomo. Alle 18 e 30 il comizio è iniziato. Eccolo lì Grillo: quello che mi faceva ridere con “Te la do’ io l’America”, quello che è stato ostracizzato dalla Rai per la battuta al Festival di San Remo sui socialisti in Cina (“se sono tutti socialisti, a chi rubano?”).
Sembra un altro. Sale sul palco, brandisce il mic ed è subito aggressività. L’ovazione che lo accoglie non mi pare gioiosa, ma solo rumorosa. Forse è una impressione. Le prime parole sono per gli altri, per il sistema, per una massa indistinta che deve andare a casa anzi “arrendersi e non vi verrà fatto alcun male”. Poi la loro organizzazione. Gente che si sbatte e che aiuta, Grillo viene ospitato da amici più o meno in ogni città in cui va e se l’amico non c’è, vada per il bed and breakfast. Altri, ristoratori, lo fanno cenare nei loro ristoranti (e non ho capito se facendolo pagare o no). Insomma Grillo su e giù per l’Italia con il suo camper – parcheggiato dietro al monumento a Vittorio Emanuele II e con una bizzarra targa sul cruscotto: “populista” – e viene accolto come un liberatore. È tutto aggratis: i soldi in politica puzzano di guai. Difficile dargli torto. In ogni caso la filippica continua.
Io mi sposto verso il lato dell’Arengario. Giro, guardo facce, vedo spille.Mi sembra di riconoscere chi è lì a curiosare e chi è lì perché ci crede. Vedo un padre con il bimbo in passeggino. Lo incontro un paio di volte. Ci guardiamo di sfuggita. Mi pare perplesso. Mi fermo di fianco al banchetto del Movimento 5 Stelle. Il ragazzo di fianco a me saluta l’uomo con il passeggino che incontro per la terza volta. Si conoscono.
“Come va?”
“Bene, anche tu qui?”
“Eh si..stavo ascoltando”
“Ecco bravo, ascolta bene che c’è da imparare”
Impressione sbagliata.
Vedo Marco, ex collega. Per me lui è il Calabrese Comunista. Qualche anno meno di me, occhio vispo, sorriso intelligente e l’abitudine di intercalare con il mio nome.
“Tom anche tu qui? Hai visto quanta gente? No ma figurati, nemmeno a me mi convince, Tom”.
Grillo è diventato quasi uno spartiacque. Un nome che, politicamente, fa selezione. Questo glielo riconosco. Gli riconosco anche altro. Molte delle sue battaglie sono anche le mie. Almeno nominalmente. Il fatto è che sono state mie, prima di essere sue. Questo non vuol dire che non gli concedo di unirsi, ma non accetto che lui pensi di avere l’esclusiva o, peggio ancora, di averle scoperte lui. Questo mi porta dritto dritto a chi mi dovrebbe rappresentare per fargli presente che si è fatto fregare da un comico. E non l’ha nemmeno preso alla sprovvista: è almeno da due decenni che questi temi, a poco a poco, sono scomparsi dalle priorità della sinistra, contestualmente alla scomparsa della stessa.
Grillo ne ha per tutti e dice pure cose vere. Parla della casta dei privilegi, delle auto blu, del costo mensile del Quirinale.
Mi rivolgo a Marco: “vedi, sono attaccabili. Questo è il problema ed è per questo che questo partito ha presa. Pertini, quando era Presidente, si era affittato una mansarda lì vicino. Fosse arrivato un Grillo lo avrebbe mandato a quel paese facendogli vedere il contratto di affitto”
“Eh sì, Tom. Poi ci sarà un motivo per cui Pertini è rimasto un grande”.
Grillo dice certe cose perché si sono aperti spazi enormi. Nessuno le dice più. Le dice lui e ha capito che è bene dirle punto e basta, senza mettere in mezzo idee o ideologie.
Saluto Marco che torna verso casa. Mi incammino verso la mia bici. Il comizio sta finendo, ancora un invito ad arrendersi e ancora una rassicurazione sul fatto che non verrà fatto alcun male.
Perché mi chiedi di arrendermi, Grillo (ammesso che in quel marasma ci sia anche io)?
Io non mi arrendo perché me lo dici tu. Forse un giorno sì, quando sarò veramente stanco di tutto questo. Ma lo deciderò io, indipendentemente dalle offerte che verranno fatte alla mia resa.
Per adesso continuo a credere che nell’individuare e risolvere i problemi ci sia un modo di destra e uno di sinistra, anche se dici che non esistono più e che sono solo fumo negli occhi.
Penso che se vorrai difendere le energie rinnovabili e stare accanto alla Valle che resiste, si potrà fare insieme. Ma io vengo da una storia in cui le decisioni sono il frutto di lunghe mediazioni fra i compagni, dove i problemi non sono semplici e non si cercano scorciatoie, piuttosto si discute fino allo sfinimento.

Slego la bici, la gente lascia la piazza.

Mi trovo in un clima elettorale emergenziale. Se prima si votava il meno peggio perché un nemico incombeva, adesso i nemici si sono moltiplicati e così è successo per le argomentazioni di chi ti dice “non puoi fare altro che votare me”.
Tutto questo mi inquieta.

Salgo in bici e pedalo verso casa.

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metti un pomeriggio allarme incendio e un amico

14 Febbraio 2013 3 commenti

Me ne stavo tranquillo a cercare di fare passare la giornata. Ufficio. Avevo stampato delle cose di lavoro, me le ero messe nello zaino per leggermele con calma a casa. Nel frattempo controllavo che tutto fosse in ordine, i volumi, la matrice, il mixer. Alzo lo sguardo. Passano due colleghi, uno dell’aittì, l’altro che conosco di vista. Mi fanno cenno di seguirli. Quello dell’aittì ha una sigaretta in mano. Di solito mi chiama per fumarci una sigaretta insieme e fare due chiacchiere. Gli faccio cenno che mi va bene, un minuto e arrivo. Insiste. Mi viene da sorridere: l’ultima volta che quelli dell’aittì mi hanno chiamato urgentemente era per una concentrazione di belle ragazze in cortile. Sarà il lavorare con i computer che li rende sensibili al fascino di qualcosa di vivo. Li seguo. Una volta in cortile noto che da tutti gli uffici arriva gente. Escono tutti, infilandosi le giacche, qualcuno con la sigaretta in bocca. Non avevo mai visto una pausa sigaretta così generalizzata. Infatti non è per quello.
Qualcuno mi spiega che c’è stata una esplosione al sesto piano. Si sono spaventati, hanno sentito il botto. La tipa alla reception chiama i pompieri, intanto tutti gli uffici occupano la strada.
Scrivo un messaggio al mio amico Andrea, vigile del fuoco: “qui da me hanno chiamato i pompieri: stai arrivando tu?”. Non mi risponde. Pochi minuti e si sente la sirena. Arriva l’autoscala. Un minuto dopo arriva la squadra. Cerco di guardare i volti sotto gli elmetti. Andrea non c’è, ma vedo il mio amico Manuel.

Manuel lo conosco da parecchio. Quindici anni tutti. Amico di amici. Mi è stato simpatico da subito. Ragazzo con spalle larghe, ragionamenti lineari, risata facile. Negli anni, fra concerti, iniziative dei centri sociali e manifestazioni, fiutavo l’aria e sapevo che avrei potuto incontrarlo. Siamo andati avanti così per anni, incontrandoci per caso, senza appuntamento.
Poi ho conosciuto Andrea e quasi subito gli ho detto “guarda che ho un amico che fa anche lui il vigile del fuoco”. È andato a cercarlo, si è presentato facendo il mio nome, sono diventati amici.

Manuel, mentre incede con i suoi colleghi verso i nostri uffici, mi vede, mi sorride e prima di entrare e scomparire nel portone ci stringiamo la mano.
Passano pochi minuti e lo vedo uscire di nuovo in strada. Si guarda intorno cercandomi. Lo raggiungo.
“Allora? Cosa è successo? Stiamo per saltare per aria?”
“Ma va’, non è successo nulla. Io non sono nemmeno salito. Mi hanno detto che una bombola di gas ha iniziato perdere, ma è finita lì”
“ah ok…quasi un peccato..potevamo andarcene tutti a casa….il resto come ti va?”
Iniziamo a parlare. Cosa va e cosa non va in questa vita.
Ammiro Manuel: mi piace il suo essere essenziale, andare al sodo delle cose. È un polemico, questo sì, ma non c’è acredine o qualcosa di patologico nel suo modo di esserlo. Fa polemica perché certe volte proprio non ce la fa ad arrendersi al fatto che certe cose vadano così. Deve esternare il suo disagio e la sua rabbia. Mi parla di Andrea, del suo lavoro, del fatto che dobbiamo beccarci tutti insieme una volta o l’altra, “ma con i turni e con il fatto che lui appena può parte, è sempre un casino”.

I suoi colleghi escono dall’edificio mentre i miei rientrano. Siamo rimasti solo io e lui a non aver ripreso ognuno il proprio posto. Avremmo ancora voglia di chiacchierare ma il tempo è scaduto. Sta tornando tutto normale.

Gente che torna alle scrivanie, vigili del fuoco con l’elmetto sottobraccio in ordine sparso vicino all’autobotte.

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Un post utile

10 Febbraio 2013 Nessun commento

Stasera inizierà a nevicare. Domani ne butterà giù tanta. Io ieri pomeriggio mi sono fatto forza: mi sono coperto ben bene, ho acceso la macchina, sono andato a lavarla e poi l’ho chiusa in box. È utile avere la macchina al coperto se non ti serve e se sai che nevicherà. A Roma hanno addirittura sospeso un concorsone per docenti previsto per lunedì e martedì. Arriveranno candidati da tutta Italia e per evitare che qualcuno causa neve non riesca a raggiungere Roma, hanno preferito sospenderlo.

È molto utile prendere appunti mentre leggo libri sulle tecniche di ricerca. Il libro a volte con le sue sottolineature è dispersivo. L’appunto invece va dritto alla questione.

Sono curioso di sapere quando ci sarà il comizio di Grillo per il Movimento 5 stelle a Milano. Vorrei andare. Mai e poi mai voterei per Grillo. Sono d’accordo con alcune sue battaglie, anche se penso che abbia raccolto alcune bandiere lasciate per terra da altri (la NoTav, per esempio: non è una battaglia di sinistra quella? Difesa del territorio, contro lo strapotere dei costruttori, a sostegno della popolazione locale). Non condivido i suoi metodi, non condivido i suoi toni, non capisco l’assenza completa di alcune tematiche nel suo programma. Pare che se votassero solo quelli fino ai 35 anni il movimento 5 stelle sarebbe il primo partito. Un dato su cui riflettere. Io comunque vorrei andare a vedere chi c’è, per farmi una idea. Ho una curiosità distaccata, di quelle che non hanno intenzione di trasformarsi in sostegno. Ci sono varie ipotesi sulla provenienza di quei voti. Forse sarebbe utile vedere i volti, le persone, capirci qualcosa.

Ieri mattina è squillato il mio cellulare. In realtà era quasi pomeriggio. Era una mia collega, che ha esordito scusandosi per avermi chiamato di sabato. Con chiunque altro avrei messo giù il telefono, ma lei mi è simpatica e poi so che se mi chiama nel week c’è un motivo. Infatti un motivo c’era. Mi voleva anticipare una proposta che le cape mi avrebbero fatto lunedì. “Così sei preparato”. Un bel gesto, di quelli che, al di là della sua utilità, ti fa pensare che sia ancora possibile un rapporto umano sul lavoro.

Qui in Lombardia voteremo sia per le politiche che per le regionali. Io non sopporto l’appello al voto utile. Perché? Chi ha il diritto di questionare sulle mie decisioni politiche? Il Pd si comporta come un padre che sa di non avere più molta autorità sui propri – presunti – figli. Allora cerca di prenderli con le buone, di farli ragionare perché tornino a casa. Il problema è che non discendo dal Pd a nessun titolo. Da questo punto di vista sono sordo. E poi questo sedicente padre non si rende conto che questo tipo di appello svela una consapevolezza di inadeguatezza: perché anziché fare un appello alla giustezza e alla equità del tuo programma, tiri un ballo un concetto come quello di utilità?

Fino a qualche giorno fa c’era una scritta su un muro. Era esattamente sopra la finestra di un primo piano. Chi l’ha fatta deve essersi arrampicato sul una di quelle inferriate che proteggono i piani bassi dai furti. Caso vuole che la casa in questione fosse in una piazzetta di Milano che porta lo stesso cognome del candidato alla Regione per il centrosinistra in Lombardia.

Ironico trovare una scritta così sulla strada per il lavoro.

Sarebbe utile avere una risposta.

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2013

5 Febbraio 2013 2 commenti

Ci sono voluti quasi due mesi, il passaggio da un anno all’altro, un capodanno a Roma, le giornate che si allungano di qualche minuto, un po’ di sole timido e i 36 che si avvicinano per ricominciare a scrivere. Non sono stato molto fermo in questi mesi. Ho riempito pagine di taccuini con appunti veloci, immagini descritte e qualche frase che mi sembrava rappresentativa.
Sono rimaste lì, nero su bianco: rilette in momenti di calma avevano perso un po’ del loro smalto. Ci sono state giornate fiacche, da fare passare. Altre in cui ero tremendamente attivo, quasi posseduto, come i protagonisti del video di “Push the Tempo” dei Fatboy Slim, anche se poi, tolta la cuffia, tornavo normale.

Febbraio ha luci che, in alcune giornate, è come se fossero patinate, lucide. Come domenica. Una differenza abissale tra il sole e l’ombra. La moto si è svegliata da un lungo sonno. Mi ha portato fino a via Ripamonti, in fondo, dove c’è un distributore a buon mercato. Poi ancora avanti, a destra sulla tangenziale. Mi superano un paio di moto allungando il piede in segno di saluto. Quel piede che esce vuol dire “freddo eh? Per il momento resistiamo, ma fra poco correremo molto più liberi”. O almeno così mi è parso.
Già, correre liberi.
Fino a qualche tempo fa correvo se ero libero dagli impegni; oggi per correre libero ho bisogno di fermare la mia testa, di mettere ordine ed equilibrio fra prospettive, presente e ricordi. Che lavoraccio, mai avrei voluto farlo, però ti tocca e mentre lo fai il tuo io di oggi si scolla da quello passato. Capisci che sei un’altra cosa. Sei figlio di te stesso, ma sei cambiato. Indietro non torni. Una volta avevo visto un “corto” su un casellante. Si svegliava la mattina all’alba per iniziare una giornata al suo casello ferroviario di campagna. Si era organizzato in modo tale da non poter tornare indietro verso il letto: man mano che si avviava verso la sua postazione dietro di lui c’erano pezzi di legno che spuntavano dalle pareti impedendogli di indietreggiare. Si stropicciava gli occhi, sbadigliava e ogni tanto si voltava indietro guardando quegli sbarramenti insormontabili. Il letto, per quanto vicino, era irraggiungibile.
Ed è così che va, più o meno. Do’ gas e vado avanti. La mia moto ha un muso cattivo e divora la strada.
Per quello mando avanti lei.

Non ho la più pallida idea di cosa ci può essere davanti. So che ci sarà una partenza, di quelle che fanno abbastanza male. So anche che nulla andrà perduto e che chi parte andrà a stare bene, fra le sue cose e sulla sua terra. Ci mancherà, ma non sarà una distanza a metterci paura.

Noi diamo gas e andiamo avanti.

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2012

20 Dicembre 2012 2 commenti

anno che si porta via persone e con loro le speranze. anno che minaccia, che fa calare una coltre di nero su cose e affetti. non resta molto, alla fine, solo un istinto di sopravvivenza, la consapevolezza di appartenerere alla setta dei sopravvissuti. come in quei film dell’orrore, dove un pugno di persone si trova a combattere contro il mostro e ad uno ad uno vengono eliminati. quelli che restano cercano di fare gruppo e di resistere fino alla fine del film, ma sanno che fino ai titoli di coda nulla è dato per scontato.
così quest’anno, che fra poco finirà. speri che lo sceneggiatore abbia dato sfogo al suo sadismo e che sia soddisfatto di quanto è riuscito a distruggere.
distruggere è sempre più facile che costruire. passare sopra agli affetti, alle tenerezze, ai gesti reciproci di persone che si vogliono bene è una passeggiata rispetto alla paziente tessitura dei rapporti umani.
ti dicono che il fuoco indurisce quel che non distrugge. vero. però il fuoco ustiona e lascia segni per tutta la vita. quindi sai che il resto dei tuoi giorni lo passerai con quei segni. ferite di una guerra che non hai dichiarato tu, ma che ti è stata fatta. non si capisce bene perché, ma hai capito che il tuo esere pacifico non serve a nulla. ti ritovi nella mischia senza nemmeno accorgertene. e sei doppiamente incazzato: primo perché ti ritrovi a combattere senza volerlo, secondo perché ti rendi conto che, per quante persone tu possa avere vicino, la guerra la combatti da solo, si svolge principalmente dentro te stesso e tira fuori cose di te con le quali non avresti mai voluto fare i conti.
ingiusto.
talmente ingiusto da farti pensare a cosa è giusto e ingiusto.
ci pensi un po’, ci fumi sopra confezioni e confezioni di tabacco per arrivare alla conclusione che giusto ed ingiusto non esistono.
la sera passi ad un pessimo hashish facendo zapping e ti accorgi che, forse, l’unica cosa vera, l’unica cosa che esiste, concreta e palpabile, sono le relazioni. gli affetti che hai costruito, le persone che vedi per il gusto di vederle, quelle che hai scelto e quelle che hanno scelto te.
proprio quel pugno di persone che, sopravvissute, si trovano a combattere contro il mostro.
la lotta è impari e fino ai titoli di coda nulla è dato per scontato, ma non è scontato nemmeno il fatto che i sopravvissuti lascino stare e magari si ostinano a tenere duro, a combattere come possono, a ricostruire affetti e tenerezze.

senza alcun interesse per la rapidità con cui potranno essere distrutti.

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