Un passaggio a livello fa primavera

10 Maggio 2012 3 commenti

La mattina è iniziata con la chitarra elettrica di “what’s the frequency kenneth” dei Rem. Non è stato per nulla male. Il tempo che ci metto in bici ad arrivare al lavoro, mediamente, equivale all’ascolto di tre canzoni.

Ieri sera guardavo a poche spanne dal mio naso la mia amica Lelia. Fra noi due il tavolino quadrato e senza tovaglia di un take away cinese in corso di Porta Genova.

“E’ essenziale, si mangia bene, si spende poco”. Vere tutte e tre le cose.

Si sta sempre bene insieme. Ci è piaciuto anche spostarci in moto da un posto all’altro: andatura lenta, casco con visiera aperta. Tutt’intorno una serata di maggio. Avevo preso ben due felpe, una addosso e una di riserva nel bauletto. Non sono servite. Il clima era perfetto.

Ancora una settimana e mezzo di lavoro. Venerdì 18 avrò finito e un aereo mi porterà di nuovo in Sardegna. La seconda canzone di questa mattina è stata “Why dont you get a job?” degli Offspring. La riproduzione casuale a volte sembra abbia una mente dotata di un umorismo sottile.

La serata è finita lungo il naviglio. Ancora chiacchiere appoggiati alla mia moto. Poi la mia amica è tornata a casa. E io anche. L’ho presa larga. Era da un po’ che non andavo in moto. Ho imboccato il Naviglio Grande, lato fiera di Senigallia. Lemme lemme fino alla chiesa di San Cristoforo. Giro a destra e prendo la via omonima. Giusto il tempo di fare la curva e vedo le sbarre del passaggio a livello abbassarsi. Non ne sono rimasti molti in giro. La politica delle ferrovie è di preferirgli sovra o sottopassi. In maremma, lungo la litoranea che da Ansedonia arriva fino al Lazio, ce n’erano ben 4, oggi tutti sostituiti da svincoli. Trovare un passaggio a livello chiuso voleva dire prendersela ancora più comoda. Sotto l’ombra di un pino, al ritorno dal mare, mio papà si accendeva una Merit, mia mamma si toglieva altra sabbia dai piedi, io mi appoggiavo alla sbarra abbassata aspettando il passaggio del convoglio. Mi piaceva sempre, e mi piace tutt’ora veder passare i treni. “Eh sì, il treno è bello”, come dice Renato Pozzetto ne “Il ragazzo di campagna”.

In via San Cristoforo ho fermato la moto l’ho messa sul cavalletto e sono rimasto in sella con le mani appoggiate sul serbatoio. Il faro puntava le bande bianche e rosse della sbarra. Arriva una macchina che mi si ferma di fianco. Davanti due ragazzi sulla ventina, dietro scorgo il profilo di quella che mi sembra una ragazza.

Chiacchierano, dalla loro radio passa Bob Marley, “Is this love”. Arrivano altre macchine e gente a piedi. Pantaloni corti, maglioncini legati sulle spalle che fanno tanto “estate al Forte”. Il treno non arriva e io mi sento altre tre canzoni. Vorrei chiedergli di alzare un po’, oppure complimentarmi con loro per la scelta. Ma resto zitto. Avremo tra i 10 e i 15 anni di differenza. Forse sono loro a pensare che sia io l’ignorante in materia Marley.

Mi limito a tenere il tempo battendo piano la mano sul serbatoio. La ragazza seduta dietro coglie e mi regala un sorriso dolcissimo che ricambio.

La terza canzone della mattinata è di Morricone, “Sean Sean”, anche se non sono sicuro che sia il titolo originale. Sul mio itunes ad esempio si chiama “canzone di oggi”.

Il file mi arrivò da Leo tempo fa: in una mail collettiva celebrava la primavera e ci dava anche questa canzone come sottofondo.

Da quel giorno per me “Sean Sean”, o comesichiama, è stato il sottofondo per il sole fino a tardi, il caldo, la moto con il casco aperto e, anche, passaggi a livello abbassati ascoltando Marley.

 

 

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Ivan Ramiro Cordoba Sepulveda

8 Maggio 2012 4 commenti

Il millenium bug è stata la bufala con la quale siamo entrati in questo millennio. Conosciuto anche con la sigla Y2K – che Tim Commerford, bassista dei RATM, adottò come suo momentaneo pseudonimo – doveva essere il peggior difetto informatico di tutti i tempi. Tutto quello che era legato ad un pc, ad un elaboratore, ad un mainfrain molto probabilmente avrebbe avuto difficoltà a gestire la data 2000. Avrebbe potuto confondersi e tornare indietro al 1900. Conseguenze: un caos non meglio definito, problemi con qualunque servizio informatico. Poi la mezzanotte passò e non successe nulla. La paura funziona sempre e non importa se non viene spiegato di che cosa avere paura.

Io vegetavo all’università, avevo la vespa da due anni e rimanevo perplesso di fronte alla scelta di prendere Lippi per allenare l’Inter. Era l’inter di Colonnese, Zamorano, Moriero, Ronaldo, Baggio, Peruzzi. Ma, ahimè, anche l’Inter di Panucci, Seedorf, Galante, Recoba. Ovviamente, manco a dirlo, anche l’Inter di Zanetti.

A gennaio arrivò dalla Colombia un difensore poco più che ventenne. Faccia seria, occhi un po’ a fessura, lineamenti sudamericani. Piccolo, veloce e tosto. Numero 21 sulla maglia. Poi sarebbe passato al 2, il numero dello zio Bergomi, mio mito di quando ero ragazzino e che mi aveva spinto a mettere orgogliosamente lo stesso numero anche sulla maglia della nostra squadra di calcetto.

Intanto Craxi moriva ad Hammamet, il suo amico Sofri tornava in carcere, 4 persone venivano arrestate dalla magistratura di Bari per peculato e collusione con la malavita nell’ambito della ridente “Missione Arcobaleno”. Nemmeno l’Inter se la passava troppo bene. Girava voce che Lippi fosse di passaggio e che non avesse realmente a cuore la sorte dei nostri colori. Ma oltre a queste voci c’erano fatti: grazie a lui non venne rinnovato il contratto ad un monumento come Bergomi, venne ceduto Simeone e Baggio fu ostracizzato.

Però Ivan faceva il suo. Poche parole, accelerazioni brucianti, uno stacco di testa invidiabile. Sempre al posto giusto, marcatura asfissiante. Tante presenze e molta sicurezza.

Lippi va via. Arriva Tardelli. Poi Cuper, Verdelli e Zaccheroni. Arriva il 2004 e arriva Mancini. 2004/2005, la stagione dei pareggi. Mi ricordo una caricatura degli Interistileninisti: il Mancho stle Che Guevara e la scritta “Basta col pareggio siempre!”.

Sono gli anni in cui Cordoba registra il maggior numero di presenze: 31 nel 2003/2004, 32 nel 2004/2005, 35 nel 2005/2006 stagione in cui segna anche 5 gol.

Quando giocavo a calcio, mi veniva in mente Ivan. Chiaro, il mio eroe è sempre stato Zanetti, ma imitarlo su un campo da calcio per me non era facile: fiato, dribbling e protezione della palla fino alla morte. Non ho queste doti. Cordoba mi era molto più congeniale: rompere il gioco altrui, mettere il piede per togliere la palla, tackel, colpi di testa a spazzare.

Adoravo la sua essenzialità, il suo modo di correre, di andare al sodo. Da un punto di vista estetico aveva la bellezza della semplicità.

L’ho sempre affiancato a Zanetti per dedizione, sacrificio forma fisica esemplare. Con una differenza. Zanetti è il capitano. Dal 2005 ha iniziato ad alzare coppe varie, a mettere la faccia per le vittorie (così come ad onor del vero ha sempre fatto anche per le sconfitte più amare). Cordoba era un gregario. Fondamentale, essenziale, sicuro. Però pur sempre un gregario, quindi poche glorie, poche copertine, poca fama. A lui non sembra essere mai importato. Una volta vidi un servizio in televisione su di lui. La sua numerosissima famiglia in Colombia riceveva sempre una maglia di Ivan dopo ogni gara. La casa era semplice e dignitosa e un numero imprecisato di piccoli e grandi Cordoba si affollavano davanti all’obiettivo della telecamera.

Domenica sera eravamo in sala, io e Luisa. Io davanti al mio mac a seguire il derby, lei sul suo pc a seguire. La Juve ha vinto – direi meritatamente – questo scudetto. Anche grazie a noi, all’Inter, che ha battuto un Milan supponente per 4 a 2.

E’ stata l’ultima partita di Ivan Ramiro. Ha fatto un giro di campo, il Capitano continuava ad indicarlo come ad indirizzare gli applausi dei tifosi.

I compagni di squadra facevano volare i suoi 73 kg sotto la curva.

 

Grazie Ivan,

resta il numero 2 e l’esempio.

 

 

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“siamo così forti, fragili e minuscoli” – Assalti Frontali

5 Maggio 2012 Nessun commento

Dopo l’acqua è il turno delle sirene. Milano regge male l’acqua. Vigili del Fuoco, e ambulanze. Una volta, chiacchierando con il mio amico Andrea, pompiere, mi disse che vengono richiesti molti interventi anche mentre il fortunale è ancora in corso.

Io te la svuoto anche la cantina, ma finché diluvia, dove la metto l’altra acqua? Rientra. È un lavoro inutile

Le immagini in zona Zara del Seveso esondato sono ormai un grande classico. Ma anche le canaline del balcone di casa mia sempre otturate sono una immagine ricorrente. Per risolvere il problema tempo fa sacrificai una gruccia per abiti in fil di ferro. Cercai di darle una forma il più possibile orizzontale, in modo da poterla usare come stura-canaline. Oggi le ho sturate tre volte. L’ultima insieme a pezzetti di ghiaccio.

Ieri sera è passato di qui Alberto: fra le altre cose ha annunciato, contento, l’uscita di due film da non perdere. Non perché saranno sicuramente belli, ma perché tratteranno temi a noi cari.

Uno è il film tratto dal libro di Thompson “Le cronache del Rum”. Il libro in questione non l’ho letto (18 euro per un libro che leggo in un paio di giorni mi è sembrato un furto).

Il secondo è su Bobby Sands.

Oggi sono passati 31 anni esatti da quando Bobby Sands è morto in carcere dopo 66 giorni di sciopero della fame per protestare contro il governo britannico e per il diritto all’autodeterminazione della sua Irlanda

Bilal Diab e Thaer Halahla sono al 68° giorno di sciopero della fame. Sono prigionieri palestinesi, incarcerati insieme a migliaia di altri come loro, che, sempre come loro, sono in scipero della fame da 3 settimane. Sono dentro a causa della “detenzione amministrativa” attuata da Israele. Vuol dire che per finire dentro basta che i servizi segreti abbiano ottenuto indizi a sufficienza. Senza processo. Un processo potrebbe rivelare informazioni sensibili, almeno questo sostengono

C’è molto silenzio intorno a tutto ciò. Non se ne parla e quindi non accade.

C’è silenzio anche dopo questa grandinata. Solo lo sciabordare dell’acqua smossa dalle auto. Ha quasi smesso di piovere. Adesso per Andrea avrà un senso svuotare le cantine allagate.

Voglio una vita dignitosa. Ho una moglie ed una figlia che non ho mai visto. Sono in sciopero della fame perché non c’è altra scelta

Thaer Halahla in carcere da 22 mesi – dichiarazione ai giudici della Corte Suprema

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da bukowsky alle guarnigioni, passando per l’11/9

19 Aprile 2012 2 commenti

Bukowsky, in non so più quale libro, raccontava di una sua disputa epistolare con un ufficio di collocamento. La sua esistenza si divideva fra le corse dei cavalli, birre in abbondanza, donne e pasti saltati. Ogni tanto toccava lavorare. Ricordo che malediceva il lavoro, quelle poche volte in cui ci andava. Uscendo presto la mattina, malediva il dovere che lo strappava al letto e ad una donna che dormiva nuda di fianco a lui. Scrisse questa lettera con il vocabolario di fianco. Sceglieva qualche parolone e ci costruiva delle frasi intorno.

Ieri sera sono tornato a casa a pezzi. L’unica cosa che mi faceva stare in piedi era la prospettiva di una giornata tranquilla, con poco lavoro. Un po’ di tempo per fumarsi una sigaretta in pace, per vagare in mutande per casa, per rispondere a qualche mail.

Ho risposto ad un invito di Andrea-il Pazzo. Lui se ne è andato a Parigi. Per vivere disegna e il suo stile mi piace molto. Forse perché in quei tratti imprevedibili e delicati ci rivedo lui. Gli ho scritto che mi spiace non vederlo più. Ci incontravamo raramente ma era sempre un piacere. Le sue entrate in scena sono sempre state spettacolari. Ne ricordo una su tutte. Eravamo al lago, a casa di Alberto. Casa piena di amici, fuori il buio della notte. Noi tutti parcheggiati su divani e poltrone nella penombra a vedere un film. La porta della sala inizia ad aprirsi lentamente. Siamo tutti qui radunati in sala, chi può essere? Ecco Andrea-il Pazzo che ci aveva raggiunto. Non aveva suonato campanelli o citofoni. Avendo trovato la porta aperta era entrato e come se nulla fosse era arrivato in sala. Ci prese un colpo, e Alberto commentò “minchia, Andre, non lo fare mai più!”.

In ufficio stanno tutti sclerando. Io ho la faccia di quello che si è assicurato un posto su una scialuppa che a breve lascerà la nave. Non so se la nave affonderà, ma senza dubbio affronterà marosi impegnativi. Non che il mare grosso mi faccia paura, ma se devo affrontarlo, vorrei almeno che la meta fosse interessante. In questo caso non lo è. A dirla tutta non so nemmeno dove mi porterà la mia scialuppa, ma se non altro la governerò io, senza dover dividere le mie decisioni con nessuno.

Sto leggendo un libro di Giulietto Chiesa, regalo di Luisa. Si intitola “Zero 2 – Pistole fumanti che dimostrano che la versione ufficiale sull’11/9 è un falso”.

Ne sono state dette tantissime sull’11 settembre. Una ridda di ipotesi, calcoli, testimonianze, contraddizioni. Difficile districarsi. Certo è che la versione ufficiale fa acqua da tutte le parti. Ma ci sono migliaia di morti e quindi se insinui il dubbio che si tratti di cadaveri sacrificati sull’altare della ragion di Stato (statunitense) diventi subito un mostro complottista.

In questo libro mi sono imbattuto più volte nella locuzione “al colto e all’inclita”. È un modo per descrivere qualcosa di risaputo. L’istinto porterebbe a pensare che inclita significhi qualcosa agli antipodi del colto, per ampliare il raggio dell’espressione in modo tale che raggruppi tutti. Invece no. Inclito vuol dire celebre, famoso, illustre. La domanda a questo punto è perché “colto” è al maschile e “inclita” al femminile. Pare che nasca da una espressione utilizzata negli spettacoli e nelle fiere dell’800 per rivolgersi al pubblico, composto spesso anche da militari. Così si diceva “al colto pubblico e all’inclita guarnigione”.

Torno a Bukowsky e all’incipit. Non sono mai stato alle corse dei cavalli, la birra mi piace solo insieme alla pizza, di donna ne ho una sola e salto i pasti solo se costretto dal lavoro o dai viaggi. Però piace anche a me scoprire parole nuove e piegare il discorso al loro utilizzo.

Giornata tranquilla. Non c’è il sole, ma nemmeno la pioggia. Ho come l’impressione che oggi faticherò a stare dietro alle 6 sigarette giornaliere prefisse. Ma è meglio non fare troppe dichiarazioni quando si prendono certe decisioni. Fumare meno. Meglio non sbandierarlo ai quattro venti.

Al colto e all’inclita.

 

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aprile

3 Aprile 2012 Nessun commento

Sonno frammentato. Di quelli che non rigenerano molto. Tempo incerto e poche sigarette al giorno. Buoni propositi di primavera. Mi strofino gli occhi, mi stiro un po’. Nemmeno 3 giorni di lavoro duro e già avrei voglia di una vacanza.

Quasi un mese fa mi hanno chiesto se potevo andare in ufficio alle 10. Mi dovevano parlare. Nella mia testa passava di tutto, ma niente che avesse qualcosa a che fare con il lavoro. Arrivo, ancora un po’ addormentato. Ci sediamo in una stanza. Silenzio. Io ho gli occhi cerchiati di rosso e una voce profonda che non si è ancora svegliata.

“Fra poco scade il tuo contratto – mi ha detto una delle due – e, ci dispiace, ma non lo rinnoviamo”.

Non ho fatto una piega. Non so perché ma fra quelle parole ho scorto una prospettiva di libertà. Mentre continuavano a parlarmi, spiegandomi quella loro scelta, io ho piantato mi miei occhi cerchiati di rosso su quella che stava parlando e ho iniziato a pensare. In realtà sarebbe più giusto dire che alcuni pensieri di sono impadroniti di me: la catena della moto sarà abbastanza ingrassata?, chissà se oggi pomeriggio riesco a passare da mia mamma, dovrei ordinare i cavi elettrici nel bow window, devo fare lavare la vespa, devo chiamare Giorgio di Palmo di Terra per sapere se a giugno ha dei letti liberi, Luisa mi ha detto che aveva riunione e forse farà tardi, devo parlare con mio padre per capire meglio come sta, è un po’ che non sento Agu e chissà come sta andando il suo libro, magari domani mattina palestra….

“Ci stai seguendo?”, una voce mi ha riportato in quella stanza con quelle due facce da “dobbiamo darti una cattiva notizia”.

Nonostante tutto avevo seguito, anche se seguire non vuol dire per forza capire.

“Sì sì” ho risposto dal fondo della mia gola.

Da quando so che il mio lavoro lì è a termine, mi sono sentito più sciolto.

Tutti a chiedermi “che farai?”. Non lo so. Ma dentro di me sono sereno.

Oggi ci sono un po’ di nubi. Doveva anche piovere e non è escluso che lo faccia. Io in ogni caso salirò in bici, mangerò con i miei e alle 3 attaccherò il mio lavoro.

Va tutto bene. Ci sono solo un po’ di nubi e un po’ di sonno frammentato, di quelli che non rigenerano molto.

Poche sigarette e una strana sensazione di libertà.

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La vuoi provare?

16 Marzo 2012 7 commenti

Era un pomeriggio caldissimo, forse già luglio. Io facevo la spola tra camera mia e il terrazzo. A brevissimo, più o meno una manciata di ore, avrei dato uno degli ultimi esami. Un po’ di ansia e per combatterla il consiglio di mio padre: “adesso rilassati, liberati la mente”. Non fu facile, ma lo feci. In questi giorni casa dei miei era un bel viavai di gente: mio zio stava da noi per riprendersi da una complessa operazione chirurgica. Aveva occupato lo studio di mio padre, il quale a sua volta aveva occupato camera mia e io andavo spesso a casa di Luisa. Mio zio all’epoca aveva un collega, collaboratore, galoppino. Lo trattava malissimo, ma lui non sembrava mai scomporsi. In quel pomeriggio caldissimo di luglio stavo tornando a casa. Lo incontrai davanti al mio portone. Si stava fumando una sigaretta aspettando non so bene cosa. Ci salutammo, facemmo due chiacchiere e gli chiesi dove stava andando.

“Devo andare dalla notaia, poi a consegnare questi progetti, infine ad un cantiere verso Affori”

“Giri eh?”

“Sì. Ieri ho fatto il conto: mi sono fatto 100 chilometri, tutti in città”

“Come andare da Milano a Parma”

“Già”

Silenzio. I nostri sguardi caddero sulla sua moto parcheggiata lì.

“Bella”, gli dissi.

“Provala” mi rispose.

Mi infilai il casco che stavo riportando a casa. Accesi e andai. La potenza mi impressionò subito. Davi un impercettibile movimento di polso e il motore saliva, venivi sparato in avanti. Un giro intorno all’isolato. Difficilissima da dosare. Una cavalleria pronta a scatenarsi. Mi trovavo quasi sempre con la frizione tirata, i giri che salivano come fossi un tamarro e quel rumore assordante dietro la mia schiena. Avrei voluto avere più tempo, meno traffico e un po’ più di confidenza.

Tornai sul passo carraio dove il giovane galoppino mi aspettava tranquillo con un’altra sigaretta in bocca.

“Piaciuta?”

“Sì..ma cazzo se è potente!”

“Eh sì…”

 

Freddo, freddo e ancora freddo. Tanti anni fa. Avevo la mia Kawasaki da poco. Un locale su via Chiesa Rossa che però raggiunsi in macchina, perché il freddo era davvero troppo. Nei locali si fa dentro e fuori, fuori e dentro. Almeno io, che amo la compagnia ma ogni tanto ho bisogno di uscire e ridurre i rumori intorno a me. Stavo fumando e vidi arrivare una moto da cross vecchio stampo. Una di quelle di quando ero piccolo e a quei tempi mi sembravano enormi, montagne da scalare per salirci su. La moto passa su via Chiesa Rossa: sono già pronto a seguirla con lo sguardo, mentre invece prende un passo carraio e si ferma davanti al locale. Scende un ragazzo, via il casco, via il sottocasco ed ecco un viso che conosco.

“Come stai?”

“Bene e tu?”

“Bene, certo che coraggio con sto freddo. Io sono in macchina”

“Eh si fa freddo. Solo che stasera mio fratello non c’è e così me la posso godere un po’ io” – indicando con lo sguardo la moto ora spenta e appoggiata al cavalletto laterale – “sai, l’abbiamo comprata a metà”.

Aspiro dalla mia sigaretta e annuisco guardandola.

“Bella – gli dico – mi riporta indietro nel tempo. Posso provare a salirci su?”

“Puoi anche farti un giro se vuoi”

Non me lo faccio dire due volte. Gli chiedo in prestito il casco, salgo e accendo. L’erogazione è dolce, ma sale. Il rumore è corposo, senza picchi né urla. Come accelero un po’ lungo il naviglio il freddo diventa prima un fastidio poi una sberla. Faccio qualche centinaio di metri e torno indietro. Il busto è eretto, la posizione alta. La strada da questa sella pare lontana. Penso che questa due ruote è perfetta per arrampicarsi su qualche sentiero scosceso e sterrato, di quelli che a Capalbio trovi più o meno ad ogni incrocio. Qui invece è asfalto. Asfalto e freddo.

Torno al locale, la moto sale sul gradino senza colpo ferire attutendo lo sbalzo con un’ ammortizzazione soffice.

“Grazie: molto bella!”

“Prego”.

 

La donna che guida la moto è nell’immaginario di molti uomini. Soprattutto se è lei a portare la moto e non viceversa. Se la vedi decisa, pronta, anche un po’ tamarra, beh allora c’è del fascino.

La ragazza decisa, pronta e anche un po’ tamarra era una mia vecchia conoscenza. Spuntava fuori da un mondo che mi sembrava remoto, anche se erano passati solo pochi anni. Lei prima aveva la vespa, che in un certo senso ci aveva fatto conoscere. Poi era passata alla moto. Suo fratello possedeva un Honda Cbr. Una bomba. Una volta ci facemmo un giro, molto breve: guidava lei e non aveva ancora la patente. Io abbarbicato dietro.

Ma stavolta era tutto a posto: la moto era la sua, la patente ce l’aveva in tasca e la moto in questione non era un Cbr, ma comunque una stradale molto veloce.

Nemmeno mi chiese se la volevo provare. Mi mise in mano le chiavi e aspettò che salissi io per primo, facendomi capire che lei si sarebbe accomodata dietro. Accensione, frizione, prima marcia giù e via. Via verso le piste di Linate, unico posto con qualche curva raggiungibile in pochi minuti. Mi divertii molto. Lei mi disse, urlando da dentro al casco, che potevo scendere anche di più in curva. Non mi azzardai a scendere più di tanto, però l’accelerazione era strafiga, la frenata potente, il muso cattivo. Ci fermammo su uno spiazzo da cui si vedevano bene le piste. Qualche parola sugli anni passati lontano, su quello che stavamo facendo adesso e su quello che avremmo voluto fare.

Il ritorno toccò a lei. Di volata la strada a ritroso fino a casa. Ed effettivamente, sì: poteva scendere in piega molto di più.

 

Non appena la Kawasaki, la mia prima moto, fu mia, mi sentii parte di una comunità trasversale. Ricordo il piacere con il quale, in uno dei miei primi giri, scoprii che i motociclisti si salutavano con un cenno della mano, quando si incrociavano.

Un giorno Luisa mi disse che un suo collega doveva prendere la patente della moto. Girava con il foglio rosa su un vecchio Bmw, ma per fare l’esame ed ottenere la patente senza limitazioni, aveva bisogno di qualche cavallo in più. La mia Kawa era conosciuta anche come moto da esame. Il numero di cavalli giusti, un peso più che ragionevole, una maneggevolezza più che sufficiente per superare senza difficoltà il famigerato “8” in via Cilea.

“Ha chiesto, se non ti secca, se gliela puoi prestare”

Ci mancherebbe. Adesso faccio parte di una comunità e non sia mai che venga meno ai miei doveri di adepto. Ci incontrammo nel box dei miei. Lui arrivò con il suo vecchio Bmw, io tirai fuori la mia.

Ce le scambiammo. Lo vidi andare via sulla mia moto e dopo pochi secondi stavo già armeggiando sullo starter per fare partire quel pezzo di storia. Sella orizzontale, posizione di guida naturale, cromature del rinomato motore Bmw che sporge da vedere con la coda dell’occhio sotto di me. Erogazione dolce, tranquilla. Stabilità assoluta.

Giro del quartiere, poi una citofonata a mia mamma per dirle “scendi e vieni a vedere che bella”.

Passai qualche giorno in sua compagnia, senza interrogarmi più di tanto su come stessero andando le cose tra la mia Kawa e il ragazzo che doveva prendere la patente.

Un giorno mi chiama Luisa dall’ufficio. “E’ successo quello che non doveva succedere”.

“Gliel’hanno hanno rubata”, ho pensato subito.

Invece no: l’aveva lasciata fuori dal tribunale e al suo ritorno c’era una ammaccatura sul serbatoio. Abbastanza vistosa. Lui era costernato, io non sapevo che dire. La fece mettere a posto a spese sue, e penso che gli costò anche una cifra. Poi prese la patente e circa una settimana dopo ci ritrovammo di nuovo nel box dei miei per ridarci le rispettive moto. La mia aveva il serbatoio rifatto nuovo e si vedeva. Lo ringraziai. Gli detti la sua moto, che però non partiva. C’era puzza di benzina. Forse non avevo chiuso il serbatoio o non so che altro. Ci fu un momento in cui quello ci sembrò lo scambio più sfigato della storia. Poi la sua moto si accese, ripartì e tutto finì più o meno bene.

 

Andrea è una persona a cui voglio bene. Lo stimo anche molto. È più grande di me di qualche anno e vederlo sulla soglia dei 40 a fare le cose che ha sempre fatto, mi fa stare bene e mi fa essere fiducioso nei confronti del futuro. L’anno scorso mi ha scritto una mail in cui mi diceva che aveva trovato una scuola di trial in Val Sesia.

“Ci andiamo?”

La cosa fu organizzata con grande anticipo e scrissi sulla mia agenda “trial con Andrea” fra pagine bianche e vuote.

Poi il giorno arrivò. Prendemmo in prestito una Ford Fiesta da una amica e andammo in Val Sesia. Faceva caldo, era una bella giornata di giugno. Dopo qualche indicazione errata trovammo il posto e ci venne incontro il nostro istruttore. Età indefinibile, occhio acquoso, non sprizzava né simpatia né intelligenza.

Ci dette una tuta, un casco, stivali e guanti. Io mi ero portato solo il mio para-schiena, che indossai sotto alla giacca bianca gonfia di protezioni. Ci fece vedere le moto. Praticamente non c’era nient’altro a parte ruote, manubrio e motore. Difficili da accendere, ma leggerissime. Ci portò in un campo da calcio, ci fece fare alcuni esercizi di equilibrio per quasi un’ora. Poi andammo lungo il Sesia. Il sentiero di terra battuta divenne dopo poco un sentiero di sassi di dimensioni ragguardevoli. Fra le canne e i sassi mi trovai di fronte un torrente che immetteva acqua nel Sesia. Andrea e l’istruttore ci passarono dentro. Io li seguii. Primo guado della mia vita. Abbastanza profondo, seppur fossi privo di esperienza. L’acqua arrivò fino al ginocchio ma la moto non fece una piega: uscì fumante dall’altra parte e riprese a fare grip sui sassi del fiume. Posizione di guida scomodissima, si riesce a guidare solo in piedi. Sella inesistente. Impossibile sedersi. D’altro canto però la potenza non manca, va dovunque: terra, sassi, sabbia, acqua. La ruota dietro non perde mai aderenza. Da una sponda all’altra del Sesia, poi dentro ad un bosco. Andrea fa enduro da molti anni: riesce a mettere la moto di traverso, a farla derapare, a salire su terrapieni scoscesi senza titubanze.

“Sali con acceleratore costante e vedrai che vai su”, mi ha detto. Mi dava più sicurezza lui che il nostro istruttore dallo sguardo acquoso.

L’ultima prova fu una mulattiera, di quelle a gradini. Troppo per me. Decisi di tornare alla base e di lasciare andare Andrea e l’istruttore. Li aspettai lì, iniziando a spogliarmi della tuta per rimettermi i miei vestiti. Solo durante questa operazione scoprii quanto fossi sudato. Praticamente in mutande mi fumai una meritatissima sigaretta, guardando la natura intorno.

Il viaggio di ritorno passò chiacchierando. Poi una grandinata ci sorprese alle porte di Milano, in coda al casello.

Stanchi e contenti attraversammo una città surreale, allagata e con nocciole di ghiaccio a galleggiare nelle pozze.

 

 

Ci sono amicizie cementate più dagli anni che da effettive affinità. Con il tempo poi scopri che anche quel cemento ha delle crepe e gli anni non bastano più come collante. Però per accorgersene ci vuole un po’ e l’entusiasmo del revival può essere più forte di una valutazione razionale.

Settembre praticamente ottobre. “Andiamo nella mia casa in Liguria con le moto?”. “Bho, sì, andiamo”.

In quel week end, potenzialmente fighissimo (moto, mare e un vecchio amico) tante cose non mi tornarono. Il mio vecchio amico con gli anni non aveva perso la sua tendenza ad essere al centro dell’attenzione e ogni occasione era buona per fare il figo. Non che gli mancassero gli strumenti, però la sua era una vera e propria ossessione: se si era con una compagnia, lui non sopportava di starsene zitto e ignorato dagli altri. Doveva riprendersi la scena a qualunque costo. C’era qualcosa di patetico e già dopo qualche ora rimpiangevo i miei amici veri, quelli con cui passo ore che sembrano minuti.

In ogni caso riuscimmo a mettere insieme una immersione al diving center di Spotorno e varie ore passate sulla spiaggia sotto al sole un po’ incerto dei primi giorni di ottobre. La sua moto era una replica molto in voga: un rifacimento in stile vintage di un modello di svariati anni prima. Sulla strada costiera dopo l’immersione, ce le scambiammo.

“Attento, perché la mia ha l’avantreno molto molto leggero”, gli dissi.

Salii sulla sua e presi subito confidenza. Il motore non era cattivo ma saliva dolcemente. Non piegava granché, ma era stabile e comoda. Proprio un piacere farla ondeggiare sulle curve della statale costiera. Tornammo a casa sua mentre nuvole nere si stavano addensando sopra di noi e un vento fastidioso iniziava ad alzarsi. C’era da tornare a Milano, a casa. Da parte mia anche con un certo sollievo. Ognuno tornò sulla propria moto per affrontare quel viaggio bagnato e freddo.

Ci salutammo alla barriera di Milano. Lui mi disse se volevo andare a vedere Inter Roma da lui quella sera.

“Vediamo”, gli dissi.

Già sapendo che non ci sarei andato.

In quel periodo avevo imparato a stare da solo. Luisa era via per un master che ci avrebbe diviso per molti mesi. Diciamo che in quel periodo andavo con metà motore. Non giravo a pieno, chiaro. Stavo a galla e mi sorprendevo quando capivo che galleggiavo anche con un certo stile.

Fine del servizio civile. Lo stipendio dell’obiettore, uguale a quello di un militare semplice, era intorno ai 90/100 euro al mese. In quei dieci mesi non spesi una lira, misi via tutto e mi ritrovai con quasi mille euro in più sul conto corrente. Vivevo con i miei e abbassare – praticamente azzerare – le spese non fu per nulla difficile. L’obiettivo era comprare una moto. Una moto qualsiasi. Ma che fosse una moto. Le mie finanze, nonostante i sacrifici, erano quelle che erano. Toccava accontentarsi.

Più o meno ad un mese dal mio congedo Daniele, il mio capo al servizio civile, mi disse che lui avrebbe venduto la sua moto.

“Che moto è?”

“Kawasaki er5”

L’avevo vista qualche volta parcheggiata sotto il nostro ufficio. Era rossa e bella.

“Quanti chilometri ha?”

“Duemila. Ed è del ’97”

La storia era questa, a detta di Daniele: la moto, appena immatricolata, era finita a fare colore in una vetrina di Fiorucci, in San Babila. Lui se l’era comprata a km zero e ci aveva girato pochissimo. Non aveva l’aria del biker, Daniele. Solo di uno che si divertiva a dare gas ogni tanto.

Mio padre economicamente mi aiutò. Iniziai una nuova fase della mia vita. Daniele la portò nel mio box. Avevo il foglio rosa e di tanto in tanto mi facevo un giro. Era febbraio, faceva ancora freddo, ma a farmi tremare le gambe ogni volta che mi avvicinavo al box per prenderla non era il gelo, ma piuttosto l’emozione. Il mio primo giretto me lo ricordo benissimo. Mi incasinavo con le marce, davo gas nel momento sbagliato. Le macchine dietro mi suonavano, impazienti.

Poi piano piano iniziammo a conoscerci. E, con il caldo, anche a viaggiare insieme.

Era la mia moto, la mia prima moto. L’odore del motore, del grasso, dei prodotti per lucidare la – scarsa – carena mi facevano stare bene.

Passammo molti anni insieme e divenni biker. Iniziai a capire quali erano le mie esigenze. Mi piaceva viaggiare con la moto. Ma la piccola Kawa non proteggeva dall’aria a sufficienza in autostrada. Il busto era esposto e, dopo qualche centinaio di chilometri, la schiena iniziava a farmi male. Dovevo cambiare. A malincuore, ma cambiare.

Era sempre febbraio. Una di quelle giornate con la pioggia e il grigio sospesi a mezz’aria. Una voce al telefono mi diceva “se vuoi posso fartela vedere anche oggi. Ti va bene se ci vediamo davanti al forum di Assago?”. Mi trovai davanti un lui e una lei più grandi di me. L’aria tranquilla, le parole giuste. La moto stava in un concessionario. Tenuta perfettamente. Ci salii sopra chiedendo permesso. Dimensioni enormi, quadro dei comandi pieno di luci e lucine. Ho pensato a come avrebbe tagliato l’aria lungo la strada per la maremma. Sì, era lei. Con dolore la mia Kawa passò in nuove mani. Una ragazza più o meno della mia età se la comprò. L’ultima immagine che ho della mia Kawasaki rossa è lei che scende il passo carraio del mio box guidata dal fidanzato della ragazza.

 

Si sta bene oggi. C’è un bel clima. Io utilizzerò la pausa pranzo per andare a lavare e ingrassare la mia Suzuki.

Poi sigaretta aspettando che finisca di gocciolare.

 

“La vuoi provare?”

 

 

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I don’t wanna grow up

11 Marzo 2012 Nessun commento

Mentre passavo l’aspirapolvere in sala, cercando di andare a prendere tutti i pezzi di tabacco caduti, le briciole e tutti i rimasugli di varie serate, ho pensato che il desiderio più forte – tanto quanto irrealizzabile – quando si vuole bene, è prendersi parte dell’angoscia che provano le persone che ami.

Non si può. Nemmeno un po’. Eppure avrei voluto. Perché con le parole non sono mica tanto bravo, non con quelle profonde almeno. C’è qualcosa che blocca la mia affettività. Quindi vorrei caricarmi il peso, come dicevano i Beatles. Un peso che sta opprimendo da qualche giorno una delle persone per me più car: si può dire che “senza di lui non sarei qui ora”.

La riproduzione casuale su itunes passa “i don’t wanna grow up”. Sono passati secoli dalla prima volta che l’ho sentita, mancava ancora qualche anno al 2000. Ero alla cascina Monluè. Stavo uscendo con Luisa, per il piacere di stare insieme. A volte alla Monluè montavano una specie di tendone, al centro del piazzale. Eravamo lì a berci una birra. Passò questa canzone. Io non la conoscevo. Lei sì. Mi disse che erano i Ramones e il testo parlava di una serie di motivi per cui non vale la pena crescere. Alcune persone servono anche per farti capire quanto è grande il mondo.

Approcciai i Ramones solo anni dopo e andai subito a cercare questo pezzo. Sì, era proprio quello: stava in un file quasi inutilizzato, da qualche parte nella testa.

Il sole è andato giù quasi del tutto.

Continuo ad ascoltare

 

Comb their hair and shine their shoes

I don’t wanna grow up

Stay around in my old hometown

I don’t wanna put no money down

I don’t wanna get a big old loan

Work them fingers to the bone

I don’t wanna float on a broom

Fall in love, get married then boom

How the hell did it get here so soon

(Si pettinano i capelli e si lucidano le scarpe

Io non voglio crescere

Rimangono in giro nella mia vecchia città

Non voglio spendere i miei soldi

Non voglio avere un mutuo eterno

Il lavoro li riduce all’osso

Non voglio stare a galla su di una scopa

Si innamorano, si sposano poi esplodono

Come diavolo è successo tutto così in fretta

Io non voglio crescere)

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come sempre

Si sapeva che questa mattina avrebbe piovuto. E infatti. Toc toc toc sulle  finestre e una voglia ammiccante di chiamare al lavoro per dire che avevo la febbre. Ma se ne compi 35, forse resta solo una cosa ammiccante e basta. Non la fai. Ti alzi e ti metti in cammino. Verso non sai bene cosa, verso “il tuo dovere”, verso gli impegni presi, verso quel modo di fare che fa di te una persona seria.

Non so se questo possa definirsi un obiettivo. Anche perché essere seri costa. Da quanto non dormi sereno? Abbastanza. E questa notte non ha fatto eccezione.

Ieri sera Ranieri fa uscire Cambiasso dal campo e mette dentro Poli. Il pubblico apprezza il cambio, del resto Esteban aveva fatto poco. Cambiasso va verso la linea del campo, da’ il 5 al nuovo entrato e si accomoda in panchina. Ha l’aria delusa e dopo poco si mette a piangere, coperto dalla felpa.

Ho trovato tutto questo ingiusto e un po’ mi ci sono rivisto. Quando sai che stai facendo il possibile ma vedi che non gira, quando gli errori inizi a commetterli senza nemmeno accorgertene e ti chiedi “come posso sbagliare questo proprio io?”, quando proprio non va…conosco quella sensazione e avrei voluto dire al nostro centrocampista versatile che molto probabilmente quelli che lo avevano fischiato – e applaudito la sua uscita dal campo – non ce l’avevano con lui. Quando le cose precipitano sbagli nemici se non sai restare freddo.

Ma in questo periodo, in cui non gira né per me né per te Esteban, sono fastidiosamente ottimista. Abbi pazienza.

Siamo sempre noi: quelli del triplete, quelli che non mollano, quelli che hanno aspettato, quelli che hanno perso e che poi sono stati i migliori.

Niente lacrime Cuchu. Tutto si sistema.

Una giornata faticosa è quasi finita. Manca ancora un po’, ma il più è stato fatto.

In questi 35 anni ho dato amore e ne ho ricevuto. Non so se alla fine i conti tornano: a me sembra di ricevere sempre qualcosa in più rispetto a quanto do’.

Beh, tant’é. Non è il caso di fare questi conti. Né di piangere e disperarsi se le cose non sono andate come si voleva.

C’è tempo. Niente paura.

Grazie a tutti.

Come sempre

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Un giorno che non c’è

29 Febbraio 2012 2 commenti

Le cose da fare sono poche e il contratto in scadenza non aiuta l’impegno. Spinge al traccheggio, all’arte del rimandare. Il tabacco “origenes” è forse un po’ troppo forte. Aveva ragione Emme, uno dei ragazzi con cui mi capita di lavorare. Emme che fuma poco, giusto una ogni tanto. “Il tuo tabacco mi ha dato una botta!”, mi ha detto quando gliene ho rollata una.

Mi scrive un sms il ragazzo con cui condivido il box: lui ha dentro un T-Max Yamaha giallo (abbastanza terrificante) io la mia moto, la mia vespa e qualche volta la bicicletta. Pare che la serratura della porta non funzioni bene. È riuscito giusto ad accostarla. Mi chiede se ho avuto dei problemi ad aprire e chiudere. Vado indietro con la mente e penso che l’ultima volta in cui mi sono motorizzato è stato domenica. Domenica in vespa fino al parco Forlanini. Su via Corelli, giornata ventosa e una bordata d’aria mi ha quasi fatto perdere l’equilibrio.

Ho fatto via Corelli, ho cercato con lo sguardo uno di quelli che adesso chiamano CIE, ma che di fatto sono lager del nostro tempo. Ci entri dentro senza aver commesso nessun crimine. Ci entri dentro perché sei fuggito da un paese in guerra, dove la povertà dilaga in modo così devastante che è meglio rischiare la vita in mare o nel rimorchio di un camion, piuttosto che restare. Quando arrivi a destinazione – se arrivi – non ci sono braccia aperte e pacche sulle spalle. Non c’è solidarietà. Ci sono altre mura, altre privazioni, soprusi e violazioni. Il reato contestato è quello di essere povero, di non avere niente. Non è consentito girare con la paura negli occhi nelle nostre belle città.

Io mentre passavo da via Corelli ero libero: libero di andare su un prato enorme e correre dietro una palla con i miei vecchi amici.

Stanno bene i miei vecchi amici. Sono più o meno sempre gli stessi. Eravamo in 6 ed è scattato un tre contro tre. Portieri volanti, cumuli di giacche a fare le porte, numeri, dribbling, sombrero e colpi di tacco. Tanto siamo fra di noi e si gioca rilassati.

Non mi faccio la barba da qualche giorno e nemmeno mi rapo la testa. Forse inconsciamente voglio esteriorizzare una sensazione.

Sensazione di starci dentro, ma con i tempi miei, con i modi miei.

…e poi stiamo parlando di un giorno che di solito non c’è.

 

 

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scambi

26 Febbraio 2012 Nessun commento

La prima uscita stagionale in moto meriterebbe un post a sé. Ma ora non è tempo di stare a fare un post per ogni cosa. Spero vivamente che quel tempo torni. Scrivere serve per uscire dalla mediocrità, un modo come un altro per “alzarti in cielo e urlare chi sei tu”. Poi pare che qualcuno posi ancora gli occhi qui e attenda risposte a domande fatte al nulla.

Ieri mattina maglia termica, una felpa con cappuccio, para-schiena, giacca della moto corta con imbottitura, guanti, calze normali, scarponcini, jeans. Sono bastati. Un pail nel bauletto solo per abitudine e per essere comunque pronto ad un ritorno del freddo. Non è servito. Circa un centinaio di chilometri e tre ore lorde in sella. Tre ore con un punto di vista diverso sulle cose: mi sto muovendo, sto sentendo il fresco di un bosco attraversato, l’odore di un fiume, il fango sugli scarponcini.

Ma anche la vespa è ripartita. Mi ha portato un po’ in giro i questi giorni. È un bel rapporto quello tra me e lei. Risale a tanto tempo fa. Ai tempi dell’università che non riuscivo a finire, i tempi dei mille dubbi, della vita con i miei, dell’avanti indietro con casa della mia fidanzata, dei giri terapeutici senza meta. Poi per un periodo è stata un po’ scalzata dall’arrivo della moto, ma non se l’è presa. Ha aspettato. Del resto lei, la vespa, sapeva di essere un’altra cosa. Non era questione di competizione.

Le sfighe comunque non mancano. Arrivano una dietro l’altra. Non trovo niente di meglio da fare che accoglierle sorridendo, sperando che questo un po’ le scoraggi. E poi aguzzo la vista, perché non tutte le nuvole che si stanno addensando all’orizzonte porteranno qualcosa di cattivo. A volte la pioggia ci vuole.Mi capita di camminare per la mia città e penso che dovrebbe venire giù un po’ di acqua per lavare tutto, togliere i segni. Magari lava via anche qualcosa di importante, qualcosa che sarebbe meglio se fosse restato. Ma si invoca l’acqua comunque.

Sicuramente questo periodo mi ha portato via qualcosa, non c’è dubbio. Qualcuno si preoccupa per questo: gli anni passano e si perdono attitudini, abitudini e, qualche volta, anche persone. Però se si fa attenzione gli anni portano anche qualcosa. È comunque uno scambio. A volte non è equo, però è sempre uno scambio. Può andare bene o andare male e poi io nelle trattative non sono mai stato bravo.

Ah, amo febbraio perché è un mese prodromico. Annuncia il tiepido che diventerà caldo, la luce che aumenterà. Gli amici iniziano a pensare all’estate, chiedono cosa pensi di fare, buttano giù progetti che servono più che altro a stare meglio adesso. Però è un bel gioco. Io ci sto, e la sera prima di dormire penso a tutto questo e mi addormento contento.

Fra non molto mi devo preparare. Oggi è giornata di amarcord. Appuntamento alle 3 sul ponte viola che attraversa viale Forlanini all’altezza dell’omonimo parco. Al tempo del liceo non c’era nemmeno da dirselo. “Alle 3 al forlazza”. Si usciva dal liceo, si andava a casa oppure si mangiava una pizza tutti insieme. Poi via, con la 73 o in bici, fino a quel ponte. Più o meno con qualunque tempo, in ogni stagione i nostri sabato pomeriggio passavano lì.

Non ho molta voglia di cercare le parole per dire come mai quel rituale è stato pian piano abbandonato. Non saprei nemmeno dire se è stata una cosa immediata o graduale. Non me lo ricordo.

È solo un altro scambio, di quelli che propone il tempo. Il margine di trattativa è sempre abbastanza ridotto.

Ma tanto a me le trattative non sono mai venute bene.

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