così

6 Giugno 2016 Nessun commento

Buttiamo giù due idee. Tanto poi alla fine non si salva e si butta tutto.

Anzitutto: piove. Non in questo preciso momento in cui scrivo, ma piove in questo periodo. Per vari giorni c’è stata l’ora della pioggia. Solitamente verso sera, prima di cena. Una pioggia fitta, imponente, decisa, affascinante. Una pioggia da film, di quelle che non hanno nulla da invidiare ad alcune scene di “Seven”, de “L’impero dei lupi”, di “Suburra”.

Solo che poi la temperatura si abbassa, ti tocca metterti le calze e a volte stare pure con la finestra chiusa. Inaccettabile, ai primi di giugno.

Altra idea: penso che in questo paese manchi decisamente la figura dell’intellettuale. Non una singola persona nello specifico, ma che manchino proprio intellettuali di riferimento. Non perché l’intellettuale in sé e per sé abbia ragione, ma perché, mettendo al centro l’intelletto, obbliga in ogni caso a confrontarsi con lui. Obbliga a ragionare su un altro piano, per accettare o confutare le sue tesi. È una cosa che fa bene, in ogni caso. A me pare che un dibattito che possa definirsi tale non ci sia, se non in ambiti molto ristretti e, per forza di cose, autoreferenziali. Quello cui assisto è un surrogato di dibattito politico. A volte nemmeno quello. Le argomentazioni si basano su le leggi non votate, sugli emendamenti presentati. Nessuno possiede una statura politica, nessuno è in grado di fare un ragionamento su un sistema di idee, di pensiero. Su una ideologia.

Se poi siano gli intellettuali a mancare o se invece ci sono ma non vengono presi in considerazione non saprei. “Probabilmente tutte e due le cose”, avrebbe detto papà.

Terza idea, collegata alla seconda: ieri ero al seggio e, dopo qualche ora, ero arrivato alla conclusione che tutti gli scrutatori fossero non dico di sinistra (eccezion fatta per il presidente: fra compagni ci vuole poco a riconoscersi), ma quantomeno non proprio beceraggine allo stato puro.

Presenti oltre a me e al presidente una ragazza vicina ai 30 dallo sguardo sveglio, una signora oltre i 50 molto ben tenuta, una piccola sarda oltre i 40, un giovane di 18 anni mio omonimo.

Con il giovane ho parlato poco – avevamo i turni alternati – ma da quel poco ne ho avuto molto: sveglio, arguto, una boccata d’aria fresca pensando al futuro. Anche con la sarda avevo i turni alternati e, a parte qualche luogo comune sui sardi che sonodiffidentimapoitiapronoilcuore, ho capito che non avevo molto a che spartire. I miei turni me li sono fatti con la ragazza sveglia e con la 50enne. La ragazza era una di sinistra, con un’etica forte, una che faceva molte cose. Più pratica che teoria in lei, ma non posso dire che fosse un difetto. La 50enne, leghista. Di quelli che si danno una parvenza di civiltà, perché comunque sono persone per bene e dire che sei razzista non sta bene, così come non sta bene dire che gli immigrati che annegano in mare se la sono cercata. Forse questa tipologia di leghista è persino peggio di quella ruspante, perché è un tripudio di ipocrisie. Ho provato a farle capire che le sue “teorie” facevano acqua da tutte le parti. Sbagliavo, perché un ragionamento che fili non è riconosciuto come valore. Più che altro non ci sono gli strumenti per riconoscere qualcosa che fili. Lì è un attimo arrivare agli hotel 5 stelle per i migranti e la strada buia e fredda (e piovosa) per gli italiani. Loro lo sanno come stanno le cose e tu sei solo un parolaio. Resterebbe l’eliminazione fisica, ma è contro la mia etica. Per fortuna loro.

Quarta idea, che va di seguito direi: il mio dialogo con la leghista è iniziato quando Luisa mi ha scritto della morte di Bonanno. Lì si sono scoperte le carte, quando ho detto che non gioivo della sua morte, così come non gioisco della morte di nessuno. Avrei preferito vedere Bonanno in galera per istigazione all’odio razziale e per condotta incompatibile con il vivere associato (quest’ultimo reato andrebbe introdotto, se possibile). Non penso che la morte in questi casi sia una soluzione.

Forse sto andando troppo in là per uno scritto nemmeno da salvare.

E poi è tardi. Devo fare la spesa e altri sbattimenti assortiti

Lascio una canzone, anzi due. La prima è di Muddy Waters, “I want to be loved (hard again)”. Forse sto invecchiando e mi inizia a piacere il blues.

La seconda è “Tps” dei 99Posse. È un acronimo: il tempo, le parole e il suono, che poi è il titolo del loro nuovo album

“o si vince tutti o nessuno”

Esattamente così.

 

 

 

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…in questi giorni

23 Maggio 2016 Nessun commento

Manco ci si prova più. E più passa il tempo più le cose succedono. Io mi sento come uno di quegli studenti che segue la lezione ma non prende appunti. Tanto sono bravo, mi ricordo tutto, penso. Invece non è vero. Per ricordare ricordo anche: certo, mi sfugge qualche nome, qualche cognome, qualche data, ma non è solo per quello che dovrei continuare a prendere appunti, ad usare lo scartafaccio. Una connessione fra due fatti, fulminea e chiara, resta nitida per poco se non viene messa a registro. Se non scrivi le cose si appannano e non serve ammorbare chi ti sta intorno con ragionamenti fiume.

Mi sento circondato. Sì un po’ mi ci sento. Una melassa indistinta avvolge lo spazio pubblico, il discorso politico: in questa melma a volte i pensieri vanno a morire. La mole di cose da dire, da smontare, si fa sempre più grande e i miei strumenti vengono messi alla prova. Indifferenza o ribellismo autoreferenziale a volte sono gli unici sbocchi, in ogni caso una sconfitta.

Forse anche per quello ho scritto poco, anzi pochissimo. Mi sono messo a leggere gli scritti di chi resta sul pezzo, di chi sa tenere la barra nella posizione giusta (a sinistra) senza confondersi, capace di mettere ogni tassello al suo posto.

Questa mattina mi sentivo il lunedì addosso. Svegliato delicatamente da uno scroscio di pioggia, avrei voluto alzarmi e guardare quello spettacolo primaverile, ma il mio corpo era ancora troppo pesante e la mia mente aveva voglia di immaginare una spiaggia deserta illuminata da un sole caldo. Quindi sono rimasto sotto le coperte ancora un po’.

“Quasi quasi la cosa migliore è restarsene a letto”, cantava Gaber in “Pressione Bassa”. Quanto ho ascoltato quel brano. Rende perfettamente l’idea di alcuni risvegli, di quando le cose che hai da fare premono e di quel meccanismo che ti fa rimandare ancora tutto quanto. E’ come puntare di nuovo tutto su un numero che sai già che non uscirà. Come Harvey Keitel ne “Il cattivo tenente” che, circondato da strozzini e allibratori, rilancia sempre puntando tutto il suo debito sulla prossima corsa. E (attenzione: spoiler!) finisce malissimo.

Ci sono dei doveri. A volte ci sono. Quelli nei confronti del lavoro me li gioco diversamente da quelli che riguardano il dovere di fare la tua parte come cittadino. E come compagno. “Compagno cittadino, fratello partigiano”.

Ci sono entrambi in questa storia. Il compagno cittadino solitamente prende mazzate, perché organizza scioperi e contestazioni. Corriere e Repubblica non lo raccontano – e se lo fanno il taglio è quello dell’ordine pubblico ancora una volta faticosamente ripristinato – ma bisogna andare indietro di parecchi anni per vedere una repressione di questa portata.

Il fratello partigiano è stato invece, da poche ore, diviso fra quello “vero” e quello “non vero”. Si è permessa di fare questa distinzione la ministra Boschi, la annunciatrice del governo, quella che con i suoi boccoli biondi e l’aria da maestrina, annuncia le peggio porcherie. È tutto in nome del progresso, di un treno che va avanti, che deve andare avanti, se lo fermi a parole sei un gufo, se lo fermi con i fatti carne da manganello e lacrimogeno.

Siccome l’Anpi si è dichiarata contraria alla riforma costituzionale, e sul parere dell’Anpi (almeno per il momento) non ci si può proprio passare sopra, la soluzione è stata dividere fra quei partigiani che, singolarmente, si sono espressi a favore della riforma da quelli – evidentemente maggioritari, visto che la loro opinione coincide con quella di tutta l’associazione – contrari. I “veri” sono i primi. Di conseguenza i “falsi” sono gli altri. Dividi e comanda.

 

Gli scrosci di pioggia non ci sono più. Fuori c’è maggio. Proprio maggio: limpido e invitante.

 

“Compagno cittadino

fratello partigiano

teniamoci per mano

in questi giorni tristi”

 

 

 

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25 Marzo 2016 Nessun commento

Ieri 200 km in moto. Freddo, alla fine.A dire il vero faceva freddo già dopo la prima mezz’ora, ma sui piedi e sulle gambe è sempre più sopportabile. Il giorno prima 5 km di corsa. Risultato, ieri sera ero stracciato, ma toccava andare a Seregno a suonare con gli altri. Mancava la voce femminile, ma il resto della band c’era. Non andavo da parecchio a Seregno, alla sala prove. Ultimamente ci troviamo sempre a Milano per le prove, con somma gioia dei 3/5 del gruppo.

Certi rituali sono duri a morire, specie se fanno piacere. Post prove ci siamo messi a chiacchierare. Pat ci ha fatto vedere un video: un palestinese, a Hebron, ha ferito un militare israeliano. Il palestinese è steso a terra, gli hanno sparato. Ma non è ancora morto. Muoveva la testa lentamente a destra e a sinistra. Nel frattempo, intorno a lui e alla sua agonia, c’era un gran tramenare di ambulanze, paramedici e una barella per il militare israeliano. Tutti i presenti sulla scena ignoravano il ferito a terra, occupandosi del militare colpito che, cosciente e seduto sulla barella, veniva caricato sull’ambulanza. Nel frattempo, da un gruppetto di militari presenti sulla scena, parte un colpo che centra la testa del palestinese rantolante, finendolo.

Il video è stato messo in rete ed ha iniziato a girare, a diffondersi. Le autorità militari israeliane hanno comunicato che il militare che ha sparato è stato arrestato e sarà punito.

Mentre me ne stavo sul divano, tornato da Seregno, aspettando l’ispirazione giusta per andarmene a letto, provavo un senso di inquietudine. Non ho realizzato subito a cosa fosse dovuta. Vagolando con lo sguardo sulla libreria di fronte al divano, il mio occhio è andato sui dvd di “the Walking Dead”, serie americana che racconta, in un numero ingente di episodi, la sopravvivenza di un gruppo di persone in un mondo infestato da zombie.

È stato terrificante fare quel collegamento, ma direi che mi è arrivato addosso come una rivelazione: in quante scene di quella serie televisiva un gruppo di vivi parla tra loro, risolve un problema, discute mentre a terra c’è qualche zombie rantolante ma ancora non morto? Tante e tutte si concludono con qualcuno dei vivi che spara alla testa allo zombie, per finirlo, per togliere quel rantolio di fondo.

Ho visto la stessa cosa, la stessa dinamica. Molto probabilmente quel militare verrà punito. Molto probabilmente alcuni israeliani sono indignati da quanto successo. Sicuramente però, quanto successo e filmato, non è stato un episodio sporadico, unico nel suo genere. L’indifferenza che circonda le sorti del morente, già prima che lo finissero, è la dimostrazione di una prassi operativa. Nessuno tenta di fermare il militare che sta prendendo la mira per il colpo definitivo, nessuno, dopo lo sparo, si gira a vedere cosa è successo.

Inevitabilmente tutti quei tweet e re-tweet di “antifa jerusalem” (account twitter che consiglio vivamente) che parlavano di violenze gratuite e indiscriminate ai check-point, mi sono apparsi come assolutamente reali, o quantomeno tutti realistici.

Questa storia servirà un po’ di indignazione mainstream, con il colpevole punito e “l’unica democrazia del medio oriente” ancora in grado di spacciare la sua narrazione super tossica su quanto siano evoluti.

Ma il colpevole non verrà punito e non mi riferisco al ragazzo militare che ha freddato l’uomo a terra. Il colpevole è altrove, è in questa situazione inaccettabile, in questa ipocrisia istituzionalizzata che non disdegna di strumentalizzare 6 milioni di morti per giustificare un altro genocidio. Il ragazzo che ha materialmente sparato e ucciso, è una vittima a sua volta, è un esecutore. Il mandante è altrove ed è nascosto anche nei nostri discorsi, quando non ricordiamo mai che lo stato di Israele è nato da un sopruso e che la sua esistenza si basa sulla perpetrazione di questo sopruso.

Mi guardavo i polpastrelli della mano sinistra per vedere lo stato dei calli, mentre Pat ci vomitava addosso tutto il suo sdegno per questa situazione. Era rabbioso e lo capivo.

Non era d’accordo con me su una cosa e cioè che in Israele ci siano persone che la pensano come noi. Non persone che vagamente condannano gli eccessi di una occupazione militare (posto che possa esistere una occupazione militare senza eccessi), ma cittadini a cui fa schifo quanto a noi quello che sta succedendo. Lui pensava di no. Io di sì. Credo che vedere lo stato di Israele come un monolite mono-opinione sia ingiusto, quantomeno fino a prova contraria. Credo che non pensare come possibili forme di pensiero alternative solo perché entro i confini di uno Stato, ci accomuni, come ragionamento, al carnefice, che vede la popolazione occupata come un tutt’uno senza alcun diritto, feccia senza distinzioni. Io non la voglio pensare così, non mi voglio arrendere al fatto che uno Stato riesca a raggiungere un livello di controllo totale delle menti, tale per cui un’ingiustizia venga accettata unanimemente senza discutere.

Sicuramente il livello di uniformità di pensiero è notevole e basta fare due chiacchiere con chi, per un motivo o per l’altro, ha a che fare con Israele, per vedere come certi schemi saltino, certi principi vengano abbandonati e le deroghe all’oggettività siano la norma. Indiscutibilmente un bel modello per chi deve governare fondando la sua autorità sull’accettazione di una violenza: forse è per questo che Israele ha così tanti partner internazionali (che per molto meno in altri casi, hanno invaso e bombardato senza pietà). Su questo Pat ha ragione.

Io però non riesco a togliermi dalla testa l’idea che una buona parte della propaganda filo israeliana lavori proprio su questo, sull’immagine di uno Stato e di una società senza voci critiche, che vengono messe a tacere o ignorate. Per quanto riconosca assolutamente un tasso di pensiero unico fuori dalla norma – incredibilmente alto – è contrario alle mie idee prendermela con una popolazione intera, indiscriminatamente. Se faccio così, quale è la differenza fra me e loro? Tutto il mio odio va verso i governi, va verso i rappresentanti di quegli interessi e di quei capitali che li sostengono. Lì sì, vorrei vederli annientati.

La rabbia non è un buon viatico per il letto, ma è tardi e se la mia testa andrebbe volentieri avanti, il mio corpo chiede riposo.

Chiudo gli occhi nel buio, ma qualcosa continua a molestarmi come quando da bambino vedevo dei film dell’orrore.

 

 

 

 

#BrusselsAttacks

23 Marzo 2016 Nessun commento

ho provato con twitter, ma i 140 mi andavano stretti.

dopo una serata fra amici guardando “di martedì” (trasmissione che non avevo mai visto e che ho trovato ignobile), ma soprattutto chiacchierando tra di noi, mi sono venute in mente un sacco di cose. talmente tante che spesso hanno ostruito l’uscita ad un pensiero di senso compiuto. era strano, perché fra le mille idee, a tratti tutto mi pareva chiaro e assolutamente intelligibile. pedalando per tornare a casa, nella seconda nottata di questa fresca primavera, ho smaltito la cena e le cazzate sentite in tv.

era tutto assolutamente declinato in senso difensivo, sicuritario. le immagini dei presunti terroristi, le contromisure poliziesche, le testimonianze di chi ha sentito i boati. trovavo questo aspetto della vicenda assolutamente marginale, degno semmai di un approfondimento tecnico per chi ha voglia di ascoltarlo. era cronaca, nel senso deteriore del termine. quella cronaca che vuole farci appassionare ai delitti passionali, alla scomparsa di una ragazzina, alle varie franzoni. dare la notizia è un conto, farne oggetto di dibattito un altro. quale partecipazione posso esercitare nei confronti  di eventi come questi? nessuna. posso parteggiare per questo o quel personaggio, ma resto in ogni caso spettatore. nessuno sbocco

ecco, mi è sembrato che questa strage fosse raccontata nello stesso modo, con lo stesso intento (a)partecipativo.

ho una parte dalla quale schierarmi, questo mi è chiaro. ma non sono le parti decise voi, le divisioni non sono quelle. e non è nemmeno vero che in mezzo non c’è niente. basta pensare fuori da questo schema imposto.

per quanto mi riguarda la linea di demarcazione è tra chi fa le guerre e chi le subisce. fra chi sfrutta e chi è sfruttato. questa è l’unica ed oggettiva linea di demarcazione possibile. al di fuori trovo solo nazionalismi imposti, appartenenze arbitrarie che dovrebbero farmi odiare uno nella mia stessa condizione e schierarmi dalla parte di chi mi opprime ma sta al di qua di un confine. confine su cui, peraltro, nessuno mi ha chiesto un parere.

questo è quanto

 

ottanta

27 Gennaio 2016 2 commenti

È il ticchettio rassicurante di una tastiera, sono dei pensieri buttati alla rinfusa su un foglio, un misto di idee, riflessioni, letture e fumetti. È la voglia di raccontare quanto è bravo un autore, quanto è bello un libro, quanto un’idea, un collegamento, mi abbia aperto la mente. Metto tutto insieme e inevitabilmente lo scarico si ottura di parole che non scendono: non riesco a districare la matassa e finisce che scrivo solo una minima parte di quello che ho in testa.

Ho in testa il freddo. Più che in testa nel corpo. Un accompagnamento costante e anche un po’ irritante. Bisognerebbe non irrigidirsi, non fare muro ma cercare di entrare in sintonia o quantomeno non provare a resistergli. Penso a Mauro Corona, alla sua maglietta senza maniche con cui va in giro anche in alta montagna. Ammiro la sua sintonia con l’ambiente. Io, quando fa freddo come in questi giorni, ho bisogno, più o meno una volta al giorno, di un momento di tregua, di un momento in cui posso togliermi tutti gli strati di dosso e stare al caldo (che normalmente vuol dire doccia bollente quotidiana).

Sabato siamo stati in giro, in centro, cosa che non facevo da parecchi anni. Il pretesto era la manifestazione per i diritti civili in piazza della Scala. Tanta gente, tante facce, alcune stra conosciute. Poi le nuove leve dei ragazzini, quelle che diventeranno le facce conosciute dei prossimi anni.

Ho avuto un po’ la sensazione di rivendicare l’ovvio, lo scontato. Mi chiedo su quale fronte possa sentirmi minacciato se le possibilità di unione e tutela che ho io vengono estese anche ad altri. Mi interrogo sulla fragilità di certe identità che hanno bisogno dell’esclusiva per potersi realizzare a pieno.

Scontato, sì, ma la piazza era piena. Non si sentiva granché degli interventi, ma l’importante era stare lì, esserci.

Milano non è cambiata molto da quando, ragazzino, prendevo il tram e andavo verso il centro il sabato pomeriggio. Rituale quasi d’obbligo, prime boccate di libertà. Io mi sono stufato in fretta di quel vai e vieni senza scopo, preferendo presto altri lidi, quasi per principio lontani dal centro: la lontananza era garanzia di non omologazione. Il centro di Milano al sabato però – al netto delle nuove aree pedonali, degli arredi urbani, dei negozi con temperature tropicali all’interno – mi sembra sempre lo stesso. Tanta gente con la voglia di essere lì, perché lì, non fosse altro per la concentrazione di persone, qualcosa accade.

In un pomeriggio infrasettimanale vuoto che stava virando al noioso, sono andato a camminare per la città con mia mamma. Anni fa, tra piazza del Carmine e piazza Cairoli c’era parecchio del nostro mondo. Mia nonna viveva proprio a metà fra le due piazze e mio zio aveva un bello studio davanti alla chiesa del Carmine. Per un motivo o per l’altro bazzicavamo spesso la zona.

Quel pomeriggio camminavamo per Brera. Mi passavano per la testa molte cose. Una in particolare. Qualche settimana fa, vagando per youtube, ho trovato un video a cui ero molto affezionato. Lo trasmettevano la notte, su una tv privata. Era un video anni ’80 su Milano. L’intento era promozionale e Milano veniva raccontata come una città dalle infinite possibilità: affari, arte, alta società, laghi e montagne vicine per svagarsi. Ero piccolo e restare sveglio da solo in sala a vedere la tv la notte era una primordiale forma di ribellione. Prendevo anche confidenza con il tempo dilatato della notte, tempo che, con gli anni, avrei fatto mio in vari modi. Quel video andava a rotazione, rassicurante nel suo scorrere sempre uguale. Raccontava una Milano appena finita, quella del boom ’80. Una Milano indigesta, iniqua, con tutta una sovrastruttura di idee e parole d’ordine insopportabile. In quelle notti però non contava il contenuto. Contava il fatto che stava raccontando qualcosa che avevo appena finito di vedere. Ritrovare e rivedere quel video mi ha fatto un effetto strano ma piacevole. Soprattutto mi ha spinto ad una riflessione. Rivedendo la rappresentazione di quegli anni, qualcosa dentro di me la associava ad un contesto rassicurante. Non erano quegli anni in particolare, ma semplicemente il fatto che in quegli anni io ero un bambino e quella era la mia realtà. C’erano mamma e papà giovani, c’era la nonna sempre arzilla, c’erano i 3 mesi all’anno in maremma, c’era la scuola, che odiavo, ma che tutto sommato andava. Era la mia infanzia, o preadolescenza. E quello era il mio contesto. Poco dopo, all’incirca un lustro, la politica è entrata nella mia vita prepotentemente. Gli anni ’80? Un’epoca da dimenticare. Anzi: da additare come qualcosa da non ripetere, la causa di molti mali, morali e politici. Il mio giudizio, sebbene meglio circostanziato, resta questo, anche ora. Quello che è emerso è una sensazione assolutamente personale e soggettiva. Quegli anni erano la mia cuccia, si viveva il tempo come risorsa infinita, non c’erano problemi e se ci fossero stati i miei super genitori li avrebbero risolti con il sorriso sulle labbra. Bello pensarla così.

Ero assorto in queste elucubrazioni che stavo gettando alla rinfusa addosso a mia mamma, mentre camminavamo per Brera.

E’ il passaggio dal tempo ciclico a quello lineare”

…eh?…”

Il passaggio dal tempo ciclico a quello lineare, ti dico. C’è una fase della vita in cui pensi che le cose si susseguano ciclicamente all’infinito. Sì, ti rendi conto che stai crescendo, ma quella percezione ti resta per parecchio. Sembra tutto immobile, ciclico e rassicurante”

e poi?”

beh poi – sorriso della mamma – poi capisci che invece diventa lineare”

già” (espressione perplessa e preoccupata del figlio)

ma guarda che mica è una tragedia – sorriso rassicurante della mamma – è solo che cambia quella percezione”

C’è una maga che fa le carte. Anzi, due. Amore, soldi, salute.

…mica è una tragedia….”

già…voglio fartelo vedere quel video”

volentieri”

non è nulla di che, è solo che per me significa qualcosa. Non lo avrei mai detto”

non ti preoccupare”

 

 

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Mettici che è lunedì

18 Gennaio 2016 3 commenti

 

Ieri sera era da mettersi ben coperti a guardare le stelle: il fatto che si vedessero qui, nel cielo di Milano, aveva qualcosa di straordinario. Sono rare le stelle a Milano, almeno quelle non rinchiuse nel planetario. Tanto rare quanto la voglia di fare qualcosa di lunedì. Qualcosa di diverso rispetto al trascinarsi al lavoro, posticipare le cose da fare su google calendar, ripromettersi di approfondire qualcosa che invece, molto probabilmente, resterà in superficie.

C’è il sole, anche oggi, e forse stasera ancora stelle. Credo che ne dovremo passare ancora molte prima di poter respirare aria buona sotto ad un sole tiepido, anche se ieri quel sole a tratti caldo, quell’aria pulita e splendente mi ha inevitabilmente fatto fare un balzo in avanti. La razionalità a volte si ritrova disarmata rispetto a certi istinti che parlano di caldo, di pochi vestiti addosso e di giornate lunghe.

Nella testa frullano immagini di zombie ammazzati e nozioni di un libro su Salvini e le nuove destre: ieri sera ho letto fino a che non mi si sono chiusi gli occhi. A volte quello che leggo diventa materiale onirico, altre volte resta in un angolo della mia testa fino a che un qualcosa, il giorno dopo, non lo ritira fuori. Gli stimoli che richiamano un concetto sono intorno a me; sono un po’ come i centimetri che il coach D’Amato invita a cercare in ogni momento della partita.

 

Continuo a perdermi, con una scientificità del tutto involontaria, qualunque presentazione, incontro, dibattito, sui prossimi candidati a sindaco per Milano. E sì che il tema si sta facendo caldo. Tre candidati: una è diretta espressione della amministrazione uscente, un altro calato dall’alto ed espressione della alta borghesia che si dice incolore, pronta a risolvere problemi, ma che, visto l’ambiente da cui viene e gli incarichi precedentemente svolti, penso che virerà a destra, infine l’ultimo candidato direi a metà fra i due. Voci danno per certo l’accordo tra questo terzo candidato e quello dell’alta borghesia: il terzo si toglierà di scena lanciando la volata agli interessi forti emanazione del governo. Io ho smesso di credere alle voci, perché spesso sono prive di fonti, ammesso di non ritenere un “lo sanno tutti” una fonte attendibile. Più che informazioni sono tattiche di cooptazione, che non hanno come priorità il diffondere controinformazione, ma sondare il perimetro della cerchia.

Prevedo una primavera di discussioni su questo.

Mia mamma mi ha detto che questa mattina ha ritirato in casa un calzino ghiacciato. Ore del primo mattino, le più fredde. Quelle in cui Milano si sveglia; quelle in cui, se sei fortunato, stai ancora dormendo e inizi a sentire, mischiato ai tuoi sogni, il rumore dell’ascensore che porta le persone al piano terra e da lì verso la loro giornata. 

Oggi sono fortunato. Non devo uscire troppo tardi. C’è tempo per fare le cose con calma: sarò uno degli ultimi ad uscire di casa.

Metto in ordine le mie cose, rispondo a qualche mail. Svogliato. E’ lunedì e penso che il lavoro che faccio non mi piace.

Prima di uscire rileggo alcune sottolineature al libro che sto leggendo, “La politica della ruspa”, di Valerio Renzi (consigliatissimo)

“Non basta affibbiare ad un programma politico un giudizio morale per disinnescarlo”

Assolutamente d’accordo. Penso non valga solo per i programmi politici sgraditi

Mettici, poi,  che oggi è lunedì

 

 

letterariamente

7 Gennaio 2016 Nessun commento

Quell’aria di festa sta finendo, è agli sgoccioli. A me dispiace perché si perde quella calma olimpica che parte dalle strade semi deserte e sembra invadere anche casa. Tutto ovattato, avanzi in frigo, qualche amico da vedere la sera senza l’ansia della sveglia il giorno dopo. Tenuta casalinga con maglione pesante e pantaloni della tuta, spola tra tavolo e divano, libri nuovi tutti molto invitanti.

Dopo anni di affastellamenti e di 3-4 libri iniziati contemporaneamente, ultimamente sto tornando alla regola dell’uno per volta. Devo finire “Rojava Calling” che è un piacere da leggere: una carovana di compagni è stata per molto tempo in Kurdistan, ha bazzicato la frontiera turco – siriana, ha osservato, ascoltato, aiutato, si è emozionata, ha condiviso. Il libro non ha un autore, ma è un racconto corale attraverso un “noi” collettivo che osserva con molti occhi e riporta tutto ad una visione d’insieme. Penso che dopo potrei buttarmi su “I Buoni”, di Luca Rastello. Il libro, a quanto ho capito, appartiene ad una di quelle forme di narrazione ibrida che mescola il saggio, il racconto e fors’anche il romanzo. Da questo punto di vista ho apprezzato moltissimo “PCSP – Piccola Contro Storia Popolare” di Alberto Prunetti. Il libro racconta storie di resistenze e ribellioni in maremma, da prima del fascismo fino al post liberazione. L’intento dell’autore è quello di ridare vita a storie, personaggi e vicende emblematiche di quella zona e di quei periodi. Prunetti ha spulciato archivi, note della questura, ascoltato voci e vicende per restituire il tutto in una forma di narrazione assolutamente fruibile, molto distante dal mero resoconto di archivio. Per sua stessa ammissione ad alcune storie è stata aggiunta un po’ di fantasia che non ne snatura la sostanza, ma le rende solo un po’ più scorrevoli ed apprezzabili.

In mezzo a tutto questo sono il felice possessore di una copia di “Nuova rivista letteraria”: fondata dal compianto compagno Stefano Tassinari, e nata come “Letteraria”, è un semestrale di letteratura sociale. Questo numero è dedicato al tema della ri-nazionalizzazione delle masse da parte delle nuove destre, quali sono i miti fondanti e attraverso quali meccanismi fanno breccia sulle persone. E’ una rivista che consiglio vivamente, apre la mente, obbliga ad una riflessione. Per quanto mi riguarda è materiale preziosissimo. Mi capita di alternalo alle mie letture, come ieri sera. Ho letto l’articolo di Massarelli, “Da ‘Prima gli italiani’ a ‘Prima i poveri’”. Cito testualmente il sottotitolo: “esperienze di solidarietà e di lotta per il diritto all’abitare, antidoti contro il veleno della priorità nazionale, tentativo delle destre di disinnescare lo scontro di classe favorendo conflitti interetnici”. Il punto è esattamente questo, per come la vedo io. Allontanare l’attenzione dal vero problema e cioè che una classe ne opprime un’altra. Per mantenere questa oppressione siamo bombardati da messaggi di ogni tipo che ci spingono a vedere un nemico dove non c’è. A mio avviso è una impostazione che viene da lontano, più o meno da quando ci hanno detto che le ideologie sono cose vecchie, che c’è una nuova frontiera della politica e che lo “statalismo” è un male assoluto (se non ricordo male il Bossi prima maniera è stato uno degli alfieri della lotta allo statalismo: probabile che lui non sapeva cosa stesse dicendo, ma lo hanno comunque istruito bene).

In questo scenario le destre che berciano contro la globalizzazione e contro il neoliberismo, sono assolutamente strutturali. Non si oppongono a nulla di quanto già esiste. Viste le premesse gridare “prima gli italiani!” è assolutamente in linea con l’esistente, perché nega l’esistenza di un conflitto che si basa su altre discriminanti che non sono quelle vaghe, inventate, assolutamente prive di fondamento che afferiscono a razza, etnia, cultura comune, tradizione. L’articolo racconta di alcune lotte per la casa che ci sono state a Bologna, e che hanno visto, fra gli altri, l’autore dell’articolo presente sul campo; lotte che, di fronte ad una esigenza reale e di fronte ad un nemico comune, hanno ignorato differenze di provenienza, religioni, lingue e tradizioni (storia raccontata – magistralmente – anche in “Roma meticcia” degli Assalti Frontali). Ed è esattamente qui che si inserisce la politica delle nuove destre e il loro tentativo di “ri nazionalizzazione delle masse”. Dividono le vittime di uno stesso meccanismo inserendo nel discorso discriminanti irrilevanti, create ad arte, che sembrano parlare al buon senso (mi occupo prima di chi mi è vicino), ma che in realtà non scalfiscono l’esistente, perché il reale interesse è nel lasciare tutto come sta. Anche nell’invocare una privatizzazione che porti all’efficienza del servizio – restando in ambito emergenza abitativa e in ambito “soluzioni care alle destre” – Massarelli scrive che “nell’insistenza a presentare un piano di privatizzazione soprattutto dell’edilizia residenziale pubblica come panacea di tutti i mali, si annida quel segno che fa dell’ipotesi reazionaria del “prima i francesi!” [in questo passaggio si riferisce alla destra della Le Pen] uno strumento al servizio del neo liberismo e non come vorrebbero fare credere i suoi accoliti e predicatori di ieri e di oggi una efficace strategia di uscita dalla crisi economica contro i poteri delle banche e delle famigerate lobby di speculatori”.

Aggiungo qualcosa di mio dicendo che questi discorsi non vanno tanto indirizzati agli elettori di Savini e della Le Pen. Penso che questi movimenti abbiano un impatto più simbolico che effettivamente elettorale (tra l’altro la Lega di Salvini millanta una forza che in realtà non si è mai confrontata con una elezione nazionale vera e propria: io, da quando è fra i coglioni, ho solo visto Salvini parlare a 4 gatti protetto dalla polizia in tutte le piazze in cui è andato) . Credo che si tratti di un discorso più ampio, che ci pone di fronte alle molteplici forme che può assumere la reazione, che chiama a raccolta tutte le nostre intelligenze, i nostri scambi di informazioni, che mette alla prova i nostri strumenti. A tal proposito mi preme dire che uno strumento come l’antifascismo, corre un doppio rischio. Uno risaputo e scontato e cioè che venga messo in soffitta perché “non serve più”: viviamo in una società libera che ha saputo andare oltre. Niente passo dell’oca sotto casa, niente deportazioni su carri piombati, quindi basta, fine, non serve. Fin qui nulla di nuovo. Il secondo rischio, a mio avviso più inquietante, viene da chi usa – e talvolta celebra anche – l’antifascismo come una appartenenza di fatto, come una cosa che sta in una teca, pulita e curata, pronta per essere tirata fuori il 25 aprile o quando si va a Casa Cervi. Diventa quindi sostanzialmente una occasione sociale, di incontro, perdendo così la sua natura e il suo valore di strumento atto, attraverso nuove declinazioni, a riconoscere e combattere nuovi autoritarismi. L’errore più grave a mio avviso – e qui metto insieme entrambi i rischi che l’antifascismo corre oggi – è pensare che quel tipo di esperienza e di opposizione, serva solo a combattere un autoritarismo che risponde ai canoni di divise, stivali, mitra e discriminazioni apertamente razziali. Oggi, quindi, risulterebbe inutile, da questo punto di vista. Mi è capitato di parlare con compagni che non si perdono un 25 aprile in porta Venezia, ma alla fine trovano che quelli della Val Susa abbiano rotto i coglioni, assolutamente incapaci di vedere quale tipo di repressione e di persecuzioni stanno subendo quelle popolazioni per non voler rimanere schiacciati da un modello, più che da un tunnel inutile. Lo stesso è accaduto parlando della lotta dei facchini bolognesi, di quelli del No Muos in Sicilia, dei comitati per la casa a Bologna e a Roma, degli scontri fuori dalla Leopolda ai primi di maggio (episodio che definirei la quadratura del cerchio).

Come dicevo l’aria di festa sta finendo. Ieri ho fatto una lunga passeggiata per la città e ogni tanto mi fermavo per condividere, via messaggi con mia mamma, il mio ingenuo ottimismo per un’aria nuova che nascondeva, lontano lontano, dei primordi di primavera.

 

Via San Vittore a fine pomeriggio. Un’aria che a me è parsa diversa

giornata

16 Dicembre 2015 Nessun commento

8:15

Mi agito nel letto, ma ormai ci siamo. Io e la mia compagna ci siamo rigirati nel letto, cercando posizioni per dormire meglio, ma la sveglia era nell’aria. Lei si è alzata prima di me. Io forse mi sono riaddormentato. Non so. Mi viene a svegliare che sono le 8:20. Mi alzo e accendo la caffettiera, “saggiamente pronta dalla sera prima” (auto cit.). Una delle tendenze di twitter questa mattina è #cossutta. Il compagno Cossutta ci ha lasciato ieri. Non l’ho mai amato. Ma quando muore un compagno la famiglia tende a riunirsi.

8:45

Dal bagno arriva la radio che Luisa ha acceso. Radiopopolare racconta, io un pochino sento. Farfuglio, finisco il caffè e mi fumo la prima sigaretta della giornata. I Wu Ming non si sono ancora scaldati, nessun tweet ancora. Un solo retweet: la Mondadori ha consigliato qualcosa di “non scontato e scritto benissimo su #grandeguerra”, “come cavalli che dormono in piedi” di Rumiz e “cent’anni a nordest” di Wu Ming 1.

Lo specchio riflette una faccia stanca e vagamente perplessa. Oggi toccherà starci dentro per qualcosa come 14 ore. Ripasso dalla camera da letto per vestirmi. Vedo il letto disfatto, invitante come tutti i letti disfatti e ancora un po’ tiepidi. Penso: domani mi ci rigiro quanto voglio, visto che dovrò lavorare nel tardo pomeriggio.

C’è tempo ancora per qualche tiro di sigaretta. Mando ai miei soci del gruppo una possibile scaletta per la registrazione di domani. Due ore in sala prove, registrazione in presa diretta su chiavetta con la possibilità di sistemare le tracce successivamente. Ci serve un cd da portare nei locali per proporci.

9:15

Prima di infilarmi i guanti e di salire in bici chiamo la mamma. Sta bene, lei è sempre stata più mattiniera di me e la voce le esce meglio, più chiara. Ricordo quando vivevamo insieme, ricordo il vibrare dei vetri della porta di camera mia quando entrava per svegliarmi e dirmi che il caffè era pronto. Non sentirò mai più quel rumore, il che è un bene. Si può tendere a scivolare nella nostalgia che ogni “mai più” implica, ma ad essere sincero quel rumore l’ho sempre odiato. Quindi bene così.

9:30

Arrivo in ufficio. Oggi interviste singole fino al primo pomeriggio, poi un focus group nel pomeriggio sullo stesso argomento (supermercati) e, verso l’ora di cena e oltre, due focus su una compagnia di energia elettrica. Non male, se penso che uscirò di qui fra le 10:30 e le 11 di questa sera.

Mi sistemo alla mia postazione. Mi sono portato dietro il mio mac, perché il pc che abbiamo in dotazione è impresentabile. Non mi metto ancora al lavoro. Riapro twitter: trovo un altro retweet dei Wu Ming. Qualcuno sta facendo girare una propaganda inquietante su Putin. Ci sono tre foto, una datata 1920, una 1941 e l’ultima 2015. Tre foto di una persona, vestita da soldato in trincea nei primi due casi, che assomiglia incredibilmente a lui (nell’ultima è proprio lui). Effetto propagandistico: Putin è una creatura mitica, sempre esistita, “onnipotente e immortale”. Un potere come quello di Putin non può fare a meno di questo tipo di mitopoiesi. Non escludo che qualcuno ci creda.

10:30

Vedo la macchinetta del caffè di fronte a me. In questo spazio tutto a vetri lo sguardo vaga. La vedo, ma una rampa di scale ci divide. Seguo l’hastag #cossutta e la mia mente torna al ’92, mi pare. Mia sorella mi aveva messo in contatto con alcuni suoi amici di Rifondazione che prontamente mi hanno portato ad un incontro, presso il palazzetto dello sport a Sesto San Giovanni, fra i vari segretari comunisti d’Europa. Posso vantarmi del fatto che, nonostante la mia giovane età, quel dirigente comunista così preciso e dall’aria rigorosa, non mi piaceva. Intravedevo troppa ortodossia. La sua figura richiamava ad una iconografia che già mi sembrava lontana. La voglia di comunismo che avevo non era molto ben rappresentata da lui. Lo ascoltai ugualmente e imparai molto da quell’incontro. Lì comprai la mia prima foto del Che, quella classica, che ancora conservo. Tornai a casa con i mezzi, raccontai tutto ai miei genitori, a cena. Mio padre, dopo avermi ascoltato disse: “ok, bene, non dimentichiamoci però che Cossutta è stato uno di quelli che negli anni caldi chiedeva l’intervento della polizia contro gli studenti”. Infatti. Mi chiedevo che senso avesse essere ortodossi e filosovietici – intendo come linea politica reale, non tanto come fascinazione suggestiva- in un paese come l’Italia che, al di là delle cazzate sulla paura dell’invasione da parte della Armata Rossa, mai e poi mai sarebbe finito nella sfera di influenza sovietica, in primo luogo per mancanza di volontà in questo senso proprio dei sovietici. Per quanto pieno di limiti ed eccessivamente istituzionale, ho trovato l’Eurocomunismo di Berlinguer una proposta politica decisamente più realistica, se non altro perché non passava sopra ad una contraddizione macroscopica come se nulla fosse. Si poneva il problema, come si dice.

11:30

Prime interviste andate. Sono diventato bravo a capire l’età ad occhio. In reception c’è un gran viavai, a me tocca recuperare gli intervistati prima che vengano inghiottiti dal casino e finiscano da tutt’altra parte, in questo enorme edificio. Di loro conosco nome e data di nascita. Quando è quasi ora del loro arrivo, mi apposto vicino alla reception e scruto il cortile. Se sto aspettando una ragazza sui 30 anni, ad esempio, non è difficile riconoscerla: il passo dell’intervistato che arriva qui solitamente è incerto – molto diverso da chi varca questa soglia tutte le mattine: scazzato o incazzato che sia, il dipendente, o l’habitué come me, ha un altro passo – e questo, unito ad una stima sempre più precisa dell’età, mi fa andare quasi a colpo sicuro.

Individuo quella giusta, la porto alla sua intervista. Poi mando un messaggio ad Andrea: lavoriamo nello stesso posto e suoniamo nello stesso gruppo. Lui batteria, io chitarra. “Sizza?” –doppia spunta blu e “…andrea sta scrivendo…” – “scendo”, risponde.

Parliamo dei regali di natale, di quanto i Beatles abbiano ispirato tutta la musica – buona – che sentiamo oggi. Alcuni personaggi che lavorano qui li ho scoperti con il tempo. Più o meno da quando ho iniziato a lavorare ho capito che non bisogna farsi prendere dal tema “amicizia” sul lavoro. “Non ci sono amici sul lavoro”, mi sono spesso ripetuto e non perché “business is business” e altre frasi fatte. Non ci sono amici perché, per come la vedo io, quello che differenzia una frequentazione fra amici e una fra colleghi è il motivo per cui ci si vede. La ripetitività di un lavoro, ogni giorno stesse persone e stesse facce, può indurre a pensare che, condividendo la stessa declinazione di una condanna, quelli con cui si va più d’accordo diventino amici. Errore. L’amico trova del tempo per stare con te, così come io faccio con lui. Il nostro tempo insieme è frutto di una scelta: vedo un amico e faccio quello, sto con un amico e rinuncio, volentieri, a fare altro. In un contesto lavorativo si sovrappongono troppe cose. Ben vengano quelli svegli con cui puoi parlare di cinema, libri, calcio, politica mentre bevi un caffè, ma non mi sono mai fatto prendere dall’illusione che quella fosse amicizia. Il che non esclude categoricamente che possano nascere amicizie, ma, per come la vedo io, sicuramente hanno una genesi molto più lunga e travagliata, perché si devono affrancare da un contesto costrittivo e ripetitivo quale quello del lavoro e sfociare in un contesto totalmente spontaneo quale il tempo con gli amici.

 

12:30

Amici. Ultimamente ne ho più bisogno del solito. Sono fortunato perché ne ho molti. Mi piace passare del tempo con Giorgio. Con lui ci si capisce bene. Qualche giorno fa ci siamo sentiti per telefono. Due parole su quando vederci

“oh, ma hai visto sta storia che della area expo non sanno che farsene ora? e chi l’avrebbe detto eh?”

“era quello che abbiamo provato a dire il primo maggio, ma l’estetica della violenza ha avuto la meglio. ragazzi vestiti di nero, fumo acre, tutto plumbeo. anche la giornata ha aiutato, se ricordi non c’era il sole, era tutto grigio. tutto già visto, già scritto”

“assolutamente”

“che poi noi secondo me corriamo un doppio rischio: da un lato ci hanno sempre sputtanato con questo sistema. mandare in vacca un corteo non è assolutamente difficile, basta qualche infiltrato al posto giusto e loro questa parte l’hanno studiata bene. aggiungici che io non vedo un servizio d’ordine ben fatto dalla metà degli anni ’90”

“sì, così si apre una prateria”

“sì. ormai basta sempre meno per screditare un qualunque movimento. mettici che non abbiamo servizio d’ordine, mettici che la violenza è completamente uscita dal dibattito per diventare un totem che riunisce tutti nel suo rifiuto. solo alcune violenze però”

“io non ho mai sentito inveire contro un banchiere come si inveisce contro un rom, e direi che il primo influenza la mia vita molto più del secondo”

“infatti. anni e anni per fare riconoscere pavlovianamente solo un tipo di violenza, quella che viene dal basso, quella evidente. che poi, se vogliamo dirla tutta, fa un numero di danni infinitamente inferiore rispetto alla violenza delle politiche salva banche, quelle che precarizzano il lavoro, quelle che ti mettono di fronte al ricatto: cedi diritti se vuoi sopravvivere”

“ma c’è anche dell’altro mi dicevi”

“secondo me sì. tenuto buono quello che abbiamo detto fino ad ora e tenuto buono anche che un fatto raramente ha una sola spiegazione, secondo me c’è anche una parte di manifestanti non infiltrata, spontanea, che sceglie la violenza scientemente. chiaro, per certi versi fa sempre il gioco di chi scredita, ma la sua origine penso sia diversa. penso provenga da valutazioni politiche”

“sì, che poi possiamo condividere o meno, ma è un’altra genesi”

“esatto. mi pare stupido non pensare che una società violenta come la nostra, che applica una violenza strisciante, senza epifenomeni chiaramente visibili e identificabili ma che impregna svariate relazioni di tutti i giorni, non possa generare altra violenza, più visibile e più identificabile, ma è un effetto inevitabile”.

“leggevo qualcosa sul ’77, non ricordo cosa, e ho avuto come l’impressione che qualunque forma di protesta non convenzionale o non prevista dalla sinistra istituzionale, anziché essere studiata, veniva bollata come attività di provocatori ed infiltrati”

“sì devo avere letto anche io qualcosa del genere…”

“forse Derive Approdi!”

“probabile sì. è assolutamente necessario distinguere: un conto è criticare una strategia politica perché si è cercato di capirla…”

“…e magari criticarla con un discorso un po’ più di ampio respiro, rispetto al rifugio nel decoro…”

“assolutamente. un altro conto è bollarla come estranea alle dinamiche sociali, attribuirla ad una volontà superiore che la usa a suo piacimento. così non ci si capirà mai una mazza di niente”

“infatti se ci fai caso proprio il ’77, e quello che lo ha generato, muoveva, ad esempio, da una critica feroce alla società dei consumi, attribuendole un potere coercitivo e di controllo decisamente superiore ad una dittatura”

“così è stato infatti. mentre il pci cercava di capire quanto spazio ci fosse per una politica sempre più istituzionale, intorno succedevano delle cose che hanno ignorato”

“e oggi tutti in coda per il nuovo iphone, come se fosse una cosa normale”

13:30

Provo una sensazione profondamente sgradevole quando qualcuno oggi si indigna perché dell’area expo, ora, non sanno che farsene. Qualcuno aveva sollevato il problema molto tempo fa, ma l’euforia obnubilava ogni ragionamento e anche una domanda così banale, cadeva nel vuoto. Non dà soddisfazione dire “l’avevamo detto”. Proprio per nulla.

14

Si è presentata una signora per una intervista. Non la avevo in lista. Con un paio di telefonate, e con il giusto supporto, abbiamo risolto la questione. Questo piccolo imprevisto mi ha costretto a salire al secondo piano, dove ci sono gli uffici, caldissimi. Qui sotto invece, dove sto io e dove ci sono le sale focus, fa freddo. Io mi chiudo nel mio ufficietto con una stufetta elettrica. Qualcuno ha provato a chiedermi se poteva prenderla. “Non funziona” ho risposto e la stufetta è rimasta qui a farmi caldo.

Fra poco il lavoro si intensificherà. Forse arriverà una assistente, che personalmente non sopporto. È forza lavoro, per carità, e molte cose gliele delego. Il fatto è che proprio non mi ci trovo.

15

Il casino si intensifica. Adesso iniziano i gruppi. Seguire delle interviste individuali è abbastanza semplice. Uno via l’altro. Catering praticamente inesistente. Con i gruppi invece è diverso. Arrivano 8/9 persone, 4/5 clienti che si guardano il gruppo da dietro lo specchio tipo interrogatorio della polizia. Mi incasino facile, nonostante abbia una discreta esperienza. Stacco la mente appena posso. Provo a pensare di essere sulla spiaggia di Capalbio, ma certe cose vanno fatte bene: devo pensare alla sensazione dei piedi nella sabbia calda, sempre più umida man mano che mi avvicino alla battigia. Devo pensare al rumore del vento nelle orecchie, a quel nulla intorno di cui mi riempio. Mica facile. Oggi non fa molto freddo a Milano, ma è pur sempre dicembre, a ridosso di natale: uno dei periodi peggiori, perché insieme al freddo ho i brividi anche per questa epica fiera del nulla. Sabato, anziché starmene spaparanzato sul divano, ho aspettato per circa 30 minuti un commesso del mediaword per avere info su un pc. Improvvisamente mi sono reso conto che stavo buttando via il tempo, che quello che stavo facendo non aveva alcun senso. Se devo buttare via tempo vorrei essere io a decidere come.

16

Inciampo in una trave del parquet messa male. Bestemmio, poi mi guardo intorno e non mi ha sentito nessuno. Qui dove lavoro – arredamento sfigazzuolo tra l’etnico e il cazzone – ad agosto si è allagato tutto. Acquazzone estivo e l’acqua ha iniziato a filtrare da un lucernario. Io non c’ero. Proprio il giorno in cui è successo, io stavo partendo con Luisa in macchina direzione Ascoli Piceno. Non proprio Ascoli Piceno, lì vicino. Un mio amico è andato a vivere lì e ci ha ospitato per la nostra prima notte della gloriosa estate 2015. Da lì il giorno dopo siamo andati a Foggia, poi Salento, poi la scoperta della Basilicata e di Matera. Cilento e maremma ultime tappe. Ho trovato significativo che, il giorno della partenza, quando ti lasci tutto indietro e non ne vuoi sapere più nulla, il posto dove di solito lavori si allaghi.

Come diceva Jules Bonnot, “dopo di noi, il diluvio”

17:30

Fumo una sigaretta in cortile. Ascolto in cuffia “Corduroy” dei Pearl Jam. Cammino nell’androne, arrivo fino alla strada, lungo il passo carrabile. C’è vita fuori. Aspiro. Rientro. Mi tolgo il giaccone. Conto approssimativo delle ore ancora da fare. Troppe. Meglio non pensarci. Mi messaggio con Luisa, mi dice di tenere duro, io dico lo stesso a lei.

19

Reception chiusa, portone chiuso: a quest’ora il traffico dell’ufficio è in uscita. A me manca ancora un po’. Cerco di non esagerare con le sigarette, né con le porcate da mangiare. C’è un servizio di catering che porta delle cose, ma sembra sempre che abbiano svuotato il bancone dell’aperitivo. Vanno per la maggiore i panini al latte con dentro formaggio  e affettato (buoni, ma, dopo anni, non ne posso più), poi pizza tagliata a fette, focaccia, se dice bene olive ascolane, bocconcini di pollo fritto, pezzi di frittata a cubetti. Macedonia, pinzimonio e qualche paninetto vegetariano in quota salutisti. Mangi, sì, ma l’effetto è lo stesso di quando mangiavo all’aperitivo: non sei sazio ma non hai nemmeno fame. Penso nasca come cibo che accompagna una o più bevute e per questo non ha una sua identità. Un tempo andavo spesso a prendere l’aperitivo. Era un pretesto molto comodo per fare due chiacchiere con un amico che non vedi da un po’, di quelli con cui proprio non riesci a beccarti quanto vorresti. Poi la mia sempre più scarsa resistenza all’alcol e una dieta un po’ più attenta, mi hanno fatto praticamente smettere.

20

Questo lavoro a volte ha dei tempi morti micidiali. In alcuni momenti corri e ti sbatti, in altri vaghi su youtube cercando qualcosa che ti intrattenga. Spesso mi guardo i vari “how to play”, video che ti spiegano per filo e per segno – chi più chi meno – a suonare alcuni brani alla chitarra. Non avendo la chitarra sottomano quando sono al lavoro, non posso provare, ma mi faccio una idea del livello del difficoltà. Un ragazzo che lavora qui qualche giorno fa mi ha suggerito di guardare i video di tal Federico Frusciante. Il cognome evoca musica e varie storie annesse, compreso un rapimento da parte degli alieni, ma il ragazzo in questione non c’entra nulla con tutto questo. È un livornese che gestisce una videoteca nella sua città, ma non per questo è diventato celebre sul tubo. È un critico cinematografico, anche se un po’ sui generis. I suoi video raramente durano meno di mezz’ora, attestandosi come durata media sull’ora e qualcosa. Ho iniziato, su consiglio del ragazzo che lavora qui, vedendo una lunga presentazione del cinema zombie e, come naturale conseguenza, del cinema di Romero. Mi piace il suo modo di ragionare, il suo passare da un linguaggio colloquialmente livornese ad una terminologia tipica di chi capisce e ama il cinema. Notevole anche il suo monologo sul cinema di Monicelli, pretesto importante per parlare del cinema italiano di oggi. L’idea di fondo, cercando di riassumere al meglio un’ora di monologo molto divertente e condivisibile, è che il cinema di Monicelli raccontava la realtà, creava personaggi solo apparentemente divertenti e scanzonati, in realtà si portavano appresso molte brutture di questo mondo, di questa società. Era un cinema che non edulcorava nulla, andava dritto per dritto, come messaggio. Questo cinema, preso come pietra miliare (posizione che mi trova del tutto d’accordo), viene messo a confronto con i vari cinepanettoni, con De Sica (figlio, ovviamente) che tratta “ammerda” il filippino o lo straniero di turno, con una trama che narra una arrampicata sociale, con un cinema che, sostanzialmente, racconta una realtà che non c’è ma che, nelle intenzioni di chi fa il film, si fa credere che ci sia.

21:30

Forse tra un’ora sono fuori. Ormai in ufficio non c’è più nessuno, solo gli intervistati, io, la ragazza che lavora con me e un esercito di uomini delle pulizie pronti ad entrare in azione non appena avremo sgomberato il campo.

Sono stanco, di una stanchezza che si mischia con l’inerzia e che fa andare avanti. Ho un accavallamento di nervi sul collo che sono sicuro sia frutto di ore ed ore passate al computer. La ragazza con cui lavoro nei momenti di ozio non stacca gli occhi dal suo smartphone. Non posso biasimarla, visto che io sto passando da un video all’altro su youtube. Quando sto spegnendo la testa per stanchezza inizio a guardare video di aerei che atterrano, di V Strom che fanno off road spinto, Ken Block che derapa, oppure l’attacco di “Jumpin Jack Flash” dei Rolling Stone nel film “Shine a Light”, uno dei più fighi attacchi della storia del rock. Ci ho messo un po’ a capire come facesse il vecchio Keith a suonarla così. Alla fine, anche grazie ad un paio di video esplicativi, ho capito che ha la chitarra accordata in sol, ha un capotasto al terzo tasto e…cakkio, ancora non suona uguale. Cos’hai fatto, vecchio rockettaro bollito, per farla suonare così? Guardo meglio il video. Il vecchio Keith ha tolto una corda, ha tolto il mi basso, così con la pennata arriva diretta sul la, che poi è accordato a sol. Sei un genio. Io però la corda non la tolgo Keith, perché non ho 7 – 8 chitarre da suonare, ognuna con qualcosa di diverso dall’altra.

22:45

Sono sul portone dell’ufficio. Ho il sedere sul sellino, mi sto infilando i guanti e scambio le ultime battute con la mia collega che deve sorbirsi ancora una mezz’oretta di lavoro. Lei aspira dalla sua sigaretta mentre ci salutiamo.

Pedalo fino a casa e intanto sento al telefono mia mamma che è rintanata in casa a ripararsi dal freddo, fiera di avere rifiutato di andare a vedere un film che non le interessava; al telefono ridiamo pensando al bellissimo monologo di Gaber “cosa mi sono perso”.

23:15 – Tana

Sono sul divano a provare dei riff con la chitarra elettrica non amplificata. Televisione a basso volume sintonizzata sul nulla.

Battaglia vinta.

Ripongo le mie armi, pronte per il giorno dopo

 

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6 Dicembre 2015 Nessun commento

Ieri leggevo che un abitante di Al Raqqa, in Siria, quando si alza e scruta il cielo, spera nel brutto tempo. Non perché vuole che salti una gita, un’uscita di cui non ha voglia, un pranzo palloso con i suoceri fuori porta. No. Spera nel cattivo tempo, nelle nuvole che coprono il cielo, perché così, forse, bombarderanno di meno. Anche se il brutto tempo non mette al riparo dalle esecuzioni sommarie per mano del Daesh, che ormai controlla interi territori dello stato siriano, se non altro elimini una variabile. Di morte.

Qui a Milano il traffico piano piano aumenta. La gente inizia lentamente a mettersi in coda, a comprare dei regali, a sfruttare le pause pranzo o i week end. Bisognerà iniziare a calcolare bene percorsi e orari, prima di mettersi in viaggio in città. Se poi piove, se fa brutto tempo, ancora peggio. Si spera nel bel tempo, che esca un po’ di sole a scaldare qualche ora.

Ieri, mentre la città si svuotava per il ponte, i parcheggi liberi aumentavano a vista d’occhio e  Milano veniva invasa da un piacevole senso di quiete, la polizia turca, durante una operazione a Istanbul,  uccideva la 19enne Dilan Kortak. I dettagli non sono chiari, ma il padre è convinto: è stata giustiziata in quanto attivista curda.

Senti improvvisamente un rumore lontano, che cresce velocemente, diventa rombo nel giro di pochi istanti. È un rumore assordante, che esclude tutto il resto. Se sei in una parte del mondo quel rumore sa di protezione, di potenza tutta volta a schiacciare un nemico. Se sei dall’altra parte del mondo quel rumore potrebbe essere l’ultima cosa che senti. Puoi morire con quell’ultimo ricordo di vita terrena: un boato che risucchia tutto.

Questi discorsi restano fuori, però. Fuori da un dibattito civile e democratico su come salvare il nostro life stile (che, proprio in questi giorni dell’anno, si prepara a dare il peggio di sé). “Attacchiamo”, “difendiamoci”, “facciamo favori alle società che vendono armi che ci guadagniamo tut…”, no questo magari non lo diciamo.

Macerie che cadono, polvere che si solleva, braccia, gambe, pezzi di corpi sotto le macerie. Questo scenario non può essere rappresentato. Bisogna dire – e fare dire – che le bombe cadono in testa a personaggi vestiti di nero, dai visi coperti e armati di tutto punto. Personaggi che odiamo con tutto il nostro cuore: sono feccia, attentano alle nostre vite, alle nostre abitudini, alle nostre code natalizie.

Perché sono lì? Che ci fanno? Da dove sono usciti? Come hanno fatto, e come si sono permessi, di ammazzare gente a caso a Parigi?

Te lo hanno anche detto da dove sono usciti, perché sono lì, quale logica li ha armati. Si fa fatica comunque a chiamarla logica, visto che, se vale il principio che i nemici dei nemici sono amici, allora perché ora non appoggiare la lotta curda, l’esperienza del Rojava? Loro combattono il Daesh.

Ingenuità. L’occidente non può tollerare che qualcuno del posto si inventi soluzioni, modelli di sviluppo e cooperazione. Quell’area deve rimanere instabile, altrimenti come giustificare continui interventi per accaparrarsi risorse? I curdi combattenti del Rojava hanno scelto un modello di vita comunitario, risorse in comune, libertà di culto, convivenza pacifica tra diverse etnie e credi. Il vero pericolo è che questo sistema prenda piede, che se ne conoscano i vantaggi, le armonie e la determinazione di chi lo sta difendendo. Meglio non raccontarlo, non parlarne. Una idea di società migliore è decisamente più pericolosa di un gruppo di assassini vestiti di nero che, è vero, ammazza persone come se nulla fosse, ma tutto sommato spaccia un modello di nemico perfetto. Non ha volto, veste di nero, è intriso di una estetica della violenza di stampo occidentale, che trova continua pubblicità sui vostri tg.

Altre storie, invece, un volto ce l’hanno.

Dilan Kortak, 19 anni, curda

Coda a Cormano

27 Settembre 2015 Nessun commento

 

Difficile fare una playlist senza i Beatles. È un po’ come cucinare senza il sale. Però su Spotify i Beatles non ci sono: se ho ben capito hanno una esclusiva itunes. Giusto qualche cover e alcuni pezzi eseguiti dai Beatles ma non di loro produzione. Per carità, l’offerta è talmente ampia che si riesce comunque a mettere insieme ottima musica. Certo a volte piazzare una loro armonia, un riff o anche semplicemente un coro a due voci, di quelli che, dal vivo, facevano strillare ancora di più le ragazzine, ci starebbe bene.

Ho iniziato a buttare dentro brani il 9 settembre e ho cominciato con gli Area, International Popular Group. Se nella vita è importante sapere rompere gli schemi, gli Area sono la colonna sonora ideale. Le battute non cadono quasi mai dove te le aspetti. È tutto storto, quasi sempre lontano dai classici quattro quarti. Ho iniziato a metterli in sottofondo e, per quanto siano molto strumentali, la mia attenzione era sempre rapita da quelle strutture. Magari stavo scrivendo, stavo rispondendo ad una mail: viene normale, sovrappensiero, “picchiettare un indù in latta su una scatola di thè”. Solo che poi il dito che picchiettava restava sospeso, aspettandosi un battere che non arrivava. Ho smesso di scrivere e ho dato tutta l’attenzione possibile a quel sottofondo. Ne ho capito qualcuno (tipo il riff della seconda parte de “La mela di Odessa”, anche se ancora con molte incertezze), molti altri mi sono ancora oscuri (come la spettacolare “DanzAnello”).

Che invidia per chi suona così. Chissà se Ares Tavolazzi, il bassista, si annoiava mentre suonava nella band di Guccini durante i suoi concerti: passare dall’incalzante “Disforisma urbano” alla splendida ma assolutamente quadrata “Autogrill” o “Canzone per un’amica”, deve essere un bel salto.

Nella mia playlist  ho messo dentro anche la Dave Matthews Band, gruppo che ascolto sempre troppo poco e che deve sicuramente qualcosa alle battute saltate, a quei giri che non riesci a canticchiare subito dopo averli ascoltati. Poi Led Zeppelin – odore di casa –,  Artic Monkeys, Los Fastidios e Banda Bassotti, per avere sempre chiaro per cosa stiamo lottando. Ma anche Betagarri per tirare su il morale, Ratm, “Don’t tear me up” – forse l’unico brano da solista di Mick Jagger che mi piace – e il grazioso pezzo, firmato da Rita Marcotulli, “Basilicata on my mind”. L’ho sentito mentre guardavo “Basilicata coast to coast”, film di Rocco Papaleo: l’avevo già visto, ma rivederlo dopo essere stato in Basilicata, mi ha dato un piacere più sottile.

Interno giorno tendente al grigio.

Mi metto a scrivere. Non so bene dove andare a parare, ma mi butto. Esce un misto fra una prosa e un qualcosa che vorrebbe essere in rima. Con il nostro gruppo abbiamo sempre bisogno di brani nuovi, anche solo accennati. Solo che io non sono capace. Posso dire la mia su un pezzo più o meno strutturato, aggiungo qualcosa, do’ i miei suggerimenti. Questa volta invece ci volevo provare e mi sono messo a scrivere. L’ispirazione? Il cartello luminoso sulla Milano – Bergamo: normalmente, appena imboccata da viale Certosa, recita quasi sempre “Coda a Cormano”. Capita spesso che, andando a raggiungere i miei soci a Seregno, quello sia uno degli ultimi sbattimenti della giornata: restare in coda prima di poter arrivare alla sala prove, imbracciare la chitarra, accendere l’ampli e chiudere la porta della sala.

Rileggo il mio sconclusionato testo. Non è venuto male. Racconta qualcosa di mio, il che è un buon punto di partenza. Luisa sistema il ritornello. Funziona e lo salviamo. Ora ci incrociamo per casa canticchiandolo.

Per le strofe, vedremo.

 

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