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Archivio Luglio 2006

no frontiere

31 Luglio 2006 1 commento


Si riparte e arriva la frontiera. Nemmeno un po? di polizia. Se l?anno scorso qualcosa di simile ad una dogana, quantomeno come struttura, c?era, quest?anno nemmeno l?ombra. Si va via diretti e si attraversa senza intoppi la linea immaginaria all?altezza del cartello azzurro con la scritta ?france? a caratteri bianchi, tutta circondata da stelle gialle.
Inizia il calvario delle barriere su questo tratto di autostrada francese. Ogni tot chilometri ce n?è una dove si paga una cifra che oscilla tra uno e due euro. Una vera rottura di palle, soprattutto in moto. Ogni volta tocca fermarsi, aprire il casco, aprire qualche tasca e tirare fuori i soldi. Poi richiudere e ripetere l?operazione alla prossima barriera. Per fortuna se ne occupa Luisa dal posto di dietro, facendoci guadagnare un sacco di tempo.
Cambiano i colori dei cartelli, cambiano le linee della segnaletica orizzontale e di quella verticale. Predomina il blu, anziché il verde, a indicare le autostrade, a indicare quei tratti di strada ?avec péage?. Curve e controcurve, si sale e si scende. In genere le strade francesi seguono di più il territorio. Ci sono molti meno viadotti e, nelle salite più ripide, viene aggiunta una corsia a destra per i veicoli più lenti. Una buona idea, anche perché i viadotti a me danno ansia, sia perché soffro di vertigini, sia perché sono sempre soggetti a sventagliate spesso violente e improvvise.
Arrivano Monaco, Nizza e Cannes. Mi ricordo che l?anno scorso abbiamo passato una serata a Cannes e io mi ero tolto la soddisfazione di percorrere la Croisette con la mia Kawasaki.

Altra pausa, altro pieno di benzina e altra sosta prolungata all?ombra di un pino marittimo. Luisa sparisce dentro l?enorme autogrill ed esce con una bottiglia ghiacciata di acqua ?Vittel? e una bottiglia di coca.
?Non manca molto. Ci siamo quasi?
?sì. Cioè insomma?non entriamo nel trip che siamo arrivati. Ancora un po? dobbiamo stare in sella.?
Ripartiamo. Superata la costa azzurra il traffico diminuisce, fino quasi a sparire. Pochissime macchine, nessun camion (è sabato) e tre corsie a disposizione. Unico inconveniente il caldo. Siamo nelle ore più calde e l?aria che ci arriva addosso è bollente. La sento su quella piccola porzione di collo tra il casco e la giacca, l?unica parte scoperta ed esposta che ho. Sento anche il caldo che viene su dal motore e che avvolge le mie gambe. Ripenso a questo inverno, quando questa stessa sensazione era quasi piacevole.
Direzione Aix-en-Provence. Qui l?autostrada si dirama. Una parte scende giù verso la costa, verso Tolone e Aubagne, l?altra prosegue nell?entroterra, più o meno parallela alla costa direzione Salon de Provence. Durante la nostra sosta sotto al pino marittimo, ho chiesto a Luisa quale sarebbe stata la nostra direzione e la nostra uscita.
?seguiamo la a8, direzione Aix-en-Provence. Poi usciamo a Salon de Provence?.
?uscita numero??
?uscita numero?.uscita numero?vediamo un po??.tredici!. uscita 13?
Apro la borsa da serbatoio, tiro fuori una penna e un fogliettino, uno strano fogliettino verde, che non so da dove arrivi. Appoggio il foglietto sulla plastica trasparente della borsa e scrivo ?a8 aix en provence uscita 13?, e lo infilo tra la cartina e la plastica.

Spingo abbastanza la mia er-5. Mi accorgo che la sesta marcia è ottima ma, in due a moto carica, non è l?ideale per sorpassi in velocità. Aggirandosi tra i 100 e i 140 all?ora la 4° e la 5° marcia vanno benissimo per levarsi di mezzo qualcuno quando serve.

Cartello dopo cartello, chilometro dopo chilometro, arriva la nostra uscita. Mi sento un po? svuotato, ma anche molto felice e soddisfatto. Un casello a fare da confine. Adesso c?è ancora qualche decina di chilometri da fare sulle statali, seguire le indicazioni per Istres e poi seguire le indicazioni che i nostri ospiti ci hanno inviato via mail. Seguirle e tradurle, perché ovviamente sono in francese. Il più è fatto. Apro il casco modulare e mi sento felice.

??Appoggio il foglietto sulla plastica trasparente della borsa e scrivo ?a8 aix en provence uscita 13?, e lo infilo tra la cartina e la plastica?

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quasi come valentino

31 Luglio 2006 1 commento


Il giorno prima avevo aperto ?google earth? ed avevo seguito tutta la strada che avremmo fatto. L?avevo seguita in soggettiva, girando la terra in modo da avere la costa sulla sinistra e la meta dritta davanti a me. Era stato bello. Vedere la strada che farai su una cartina (virtuale, in questo caso) è un modo per calarti nel tuo viaggio. Io ho sempre fatto così. Finchè hai la cartina davanti, sei una specie di semidio. Vedi dall?alto tutto il tracciato, lo segui con il dito e ti sono ben chiare tutte le possibile alternative. Poi succede che scendi dal trono e le strade, le montagne, gli scollinamenti prendono la loro dimensione reale e tu sei un puntino, un nulla che si sposta su quelle linee di diverso colore che, il giorno prima, il dito percorreva senza difficoltà. Ci sei dentro, non c?è più nulla di virtuale.

La sveglia ci tira giù dal letto. Il mio stato di dormiveglia mi aiuta ad alzarmi senza tante storie. Colazione forte, abbondante, poi bagno, una sigaretta e ci sono. Mi sembra che Luisa sia molto più provata di me da questa alzata e non è un buon segno. Di solito quello stravolto quando suona la sveglia sono io. Le chiedo come sta. ?bene bene?. Tira via. Non mi sembra molto convinta.
Alle 8 e qualcosa siamo al box. Ci vestiamo e accendo la moto. Arrivo in piazzale Famagosta al volo, in giro non c?è nessuno. Prendo la Milano Genova abbastanza allegramente. Poi la deviazione per la riviera di ponente, A26 verso Novi Ligure. Il piano, più o meno, è di fare una pausa ogni 100 chilometri: è una distanza abbastanza lunga da darti la sensazione di andare avanti, ma allo stesso tempo non massacrante.
Solo che siamo appena partiti, stiamo bene e così ne faccio 160 prima della sosta. Vicino ad Ovada le solite code. Nulla di simile a quell?armageddon che, nel ponte del 2 giugno, ci ha visti prigionieri di quel tratto per quasi 9 ore. Ma qui c?è sempre casino. Infilo la corsia d?emergenza insieme ad altre 3 o 4 moto e ci portiamo avanti. Dopo Ovada e le relative code, la strada ci sbatte in faccia il mare all?altezza di Arenzano. L?autostrada gira verso destra (o verso sinistra, per chi ha bisogno della Genova Livorno) e segue la costa. Mare a sinistra e strada a strapiombo sugli scogli. ?Proprio come quando ieri guardavo ?google earth? ? penso.
Arriva Savona, Loano, Albenga, Alassio e il relativo muretto. Ad un autogrill all?altezza di Arma di Taggia facciamo una pausa. Ci sgranchiamo un po?, ci chiniamo cercando di distendere la schiena (un po? tipo la posizione di Valentino Rossi, prima di salire in moto..e mi viene da ridere) e addentiamo qualcosa da mangiare. Abbiamo delle barrette ai cereali, molto zuccherose e abbastanza buone. Si riparte dopo una ventina di minuti. ?alla prossima sosta saremo in Francia?.

??Ad un autogrill all?altezza di Arma di Taggia facciamo una pausa?

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anzitutto una alzataccia

31 Luglio 2006 Commenti chiusi


Giornata di venerdì 21 luglio. Fa un caldo asfissiante qui a Milano.
?l?unico modo per evitarne un po? è partire presto. Molto presto?. I miei amici non ci credevano, eppure l?ho pensata proprio così. ?mi sa che ci tocca una sveglia alle 7, per evitare di squagliarci dentro alle giacche e ai caschi?.
Luisa, molto più avvezza di me alle alzatacce, non fa una piega. Io mi pento della mia proposta nel momento in cui la faccio, ma so che è l?unico modo per affrontare la giornata di sabato 22 luglio.
Al lavoro giornata che si trascina. Se per tutta la settimana avevo la testa altrove, il venerdì pre-partenza non mantengo nemmeno una facciata di professionalità. Lavoro, ma dentro di me è tutto uno scuotersi e accavallarsi di voglia e paura. Esco dall?ufficio e vado a casa. Sul letto nello studio di mio padre ho messo un ordine le cose da portarmi dietro e, di fianco, il bauletto. Nella divisione dei bagagli a me tocca il bauletto e la borsa da serbatoio. A Luisa le due laterali. Vado a prenderla al lavoro, e andiamo a casa mia. Stasera dorme da me, così domattina guadagnamo tempo. Lei vorrebbe chiudere e montare le borse prima di cena, ma io ho un calo di zuccheri e per affrontare le operazioni di montaggio, devo mangiare. Così, dopo cena, siamo al box. Incastriamo il bauletto (pesantissimo) nel suo supporto, chiudo la cerniera della borsa da serbatoio e, con l?aiuto fondamentale di Luisa, monto le borse laterali. La moto è pronta. La parcheggio dentro al box di sbieco e ce ne andiamo a letto. Lasciamo lì anche caschi, giacche e paraschiena.
Passiamo la serata sul terrazzo, sfumacchiando, ma la serata è strana. C?è tensione, qualche battuta e un po? di entusiasmo soffocato dalla consapevolezza che la giornata successiva sarà molto pesante. Io cerco di non pensarci, di far andare la mia mente su altre cose e più o meno ci riesco. Poco dopo la mezzanotte siamo stesi nel letto. Entro in un dormiveglia pesante in attesa della sveglia.

??Sul letto nello studio di mio padre ho messo un ordine le cose da portarmi dietro e, di fianco, il bauletto??

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più che una foto, un manifesto

31 Luglio 2006 Commenti chiusi


Non è per nulla facile cercare di mettere ordine nell?anarchia totale delle sensazioni provate in questa settimana. Non ho preso appunti sulle giornate, perché, in fondo, ricostruirle dettagliatamente non mi interessa più di tanto. Ho le foto che mi aiutano in quello. 500 e rotti scatti a ricordare ogni meta, ogni posto visto.
Penso che mi dedicherò ad una ricostruzione assolutamente casuale, mettendo insieme quello che mi viene in mente momento per momento.

Siamo tornati sabato, cioè l?altroieri. Sveglia, colazione, vestiti, guide e libri dentro le borse, giacche, paraschiena e caschi addosso, e via. Prima di accendere due parole con Pascal.
Pascal è il proprietario della casa dove siamo stati. Io e Luisa ci eravamo convinti, attraverso internet, che quello potesse essere un posto adatto a noi. Una casa. Una piccola casa in mezzo ai pini, con tanto di cucina, bagno, salottino e mobilia provenzale.
Più vicino ai 50 che ai 40, fisico asciuttissimo e nervoso, sempre a torso nudo, sempre sorridente, Pascal compariva per risolvere problemi e scambiare qualche battuta, fino a rivelarsi poi un vero compagno, sempre molto disponibile.

Poi mi ricordo un sacco di sole e asfalto, asfalto e sole. Qualche coda nei pressi di Marsiglia. Una bmw che si accosta a noi, in coda ad uno dei tanti caselli francesi, ci saluta, e ci fa notare che una cinghia delle borse laterali penzola pericolosamente. Poi mi ricordo l?aria di Milano sempre più vicina, riferimenti sempre più precisi, fino al portone di casa mia. Mi ricordo la voglia mia e di Luisa di stringerci, di stare vicini il più possibile?

Mi ricordo tanto, tantissimo. Appena arrivati a casa riversiamo tutte le foto sulla mia periferica. C?è n?è una che mi colpisce e che decido di eleggere a nuovo desktop del mio computer. L?abbiamo scattata su una strada che ci riportava, da nord, verso Istres, dopo una giornata passata tra Arles e la spiaggia dell?Espiguette, in Camargue. Una giornata da 200 e passa chilometri, affrontati in maglietta, pantaloncini corti e costumi bagnati nel bauletto.
Mi ricordo perfettamente il momento dello scatto. Mi ero fermato per fumare una sigaretta, per riprendermi un po? e per farci forza ?chemancapoco?.

Più che una foto, un manifesto.

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tornato

30 Luglio 2006 4 commenti


tornati. dopo 1864 kilometri percorsi e 515 foto scattate.
tornati più convinti di prima che andarsene, ogni tanto, faccia riprendere la giusta distanza.
quello che mi sono portato dietro è un insieme di luoghi, tramonti, grigliate, parole urlate da casco a casco, odori, spiagge e discorsi politici biascicati in francese.
giusto il tempo di rimettere a posto le idee, di scaricare tutte le foto, di rimettere a posto i vestiti lerci stipati nelle borse della moto.
domani sarà la solita storia, ma con tutto quello che ho assimilato in questa sola settimana sarà diverso. una settimana a riscattare un anno di noia, di ripetitività e di gente che non capisce.

a prestissimo,
grazie a tutti quelli che han scritto qualcosa qui,
grazie a tutti quelli che, mentre smadonnavo tra moscerini e caldo, ci han rivolto il loro pensiero.

è solo l’inizio.

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l’acceleratore è quello a destra

22 Luglio 2006 6 commenti

eccoci. borse montate, la mota riposa in garage, con la ruota di dietro a mezz’aria.
domani mattina alle 7 sveglia e via.
onestamente non vedo l’ora di arrivare e lo so che così facendo mi perdo il bello dello spostamento (e potrei parlarne con ulz). il fatto è che domani più che un viaggio è un trasferimento. portiamo i nostri libri, le nostre cose, i nostri umori, per una settimana via di qui.

grazie a tutti quelli che in questi giorni mi hanno augurato buon viaggio.
grazie a lelia, a ulz, alla strega salem
grazie agli amici di sempre che mi porto sempre dietro.

come mi ha detto una persona a cui tengo molto mentre stavamo parlando di moto, vita e viaggi “bisogna sempre tenere presente cosa fare quando si vogliono accelerare le cose. bisogna sempre tenere presente che l’acceleratore è quello a destra”

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police on my back

20 Luglio 2006 3 commenti


fa caldo, e dal terrazzo di fianco arriva l’odore estivo della carbonella per una grigliata. odore evocativo del clima estate.
a meno 2 dalla partenza, inevitabilmente si inzia a fare il countdown. sono più che altro le cose da fare, a importelo. pensi che domani farai quello, domall’altro farai quell’altro, e inizi a capire se i giorni ti bastano. che poi c’è poco da preparare. io ho intenzione di partire con l’essenziale, luisa altrettanto. è più che altro un rituale che ti fa prendere dimestichezza con l’idea che te ne stai per andare.
il fatto più assurdo e inspiegabile è che io me ne sto quasi tutto il giorno in ufficio ad occuparmi di che mi interessano molto relativamente. quello che veramente mi prende devo relegarlo al tempo libero. per quanto banale, questa considerazione certi giorni mi fa abbastanza incazzare.
un giorno di viaggio mi ha sempre arricchito maggiormente di una giornata di lavoro e quindi, quando la mia parte più selvaggia prende il sopravvento, mi chiedo cosa sto facendo.
ulz dice che andrà tutto bene perchè “ho il viaggio dentro”. lo ringrazio per questo. diciamo che cerco di capire lo spirito con cui uno parte, perchè il viaggio mi interessa molto legato al concetto di movimento e, quindi, di vita. tutto questo mal si sposa con la mia pigrizia, ma in fondo è anche dal tentativo di far convivere il più pacificamente possibile due aspetti di sè che si impara qualcosa.
è dalla contaminazione che nasce il bello.
proprio come in questo pezzo che mi sta tenendo compagnia in questi giorni. è una unione di asian dub foundation e zebda che insieme fanno una cover dei clash, “police on my back”.

penso che ci sarà un altro komunicato prima della partenza.
in ogni caso vi abbraccio ad uno ad uno.

Riferimenti: asian dub foundation + zebda – "Police on my back"

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ansie, partenze e lucertole incazzate

17 Luglio 2006 4 commenti


Un po? confuso, ma del resto è normale.
È tutto un turbinio di idee, progetti, soluzioni per fare stare tutto il necessario nel minor spazio possibile. A dirla tutta è anche un incalzare della tensione. Una tensione sanissima, che adoro, ma comunque una tensione. Ogni anno, da quando abbiamo la moto, abbiamo messo in piedi progetti sempre un po? più ambiziosi rispetto all?anno precedente. Qualche meta un po? più lontana di quella dell?anno prima, qualche centinaio di chilometri in più e ogni anno a chiedermi ?ce la farò??, ?sarò in grado di guidare la moto con lucidità fino alla meta??.
Per quanto sia in sella alla mia Kawa da, ormai, 3 estati, sono ancora molto deferente nei suoi confronti. Certe volte è lei che porta me, ed è sbagliatissimo e sconsigliato, soprattutto durante lunghe tratte autostradali. Ma capita anche che sia io a portare lei e il fatto che capiti sempre più spesso, mi rincuora.

Estate scorsa, ultimo giorno di vacanza. Ci siamo svegliati che era quasi mezzogiorno, nel capannone adiacente a casa di Carlo, in maremma. Il capannone è uno dei posti più affascinanti dove io abbia mai dormito: mi sveglio e la mia prima occhiata è alla moto, parcheggiata a pochi metri dal mio letto.
Facciamo una abbondante colazione guardando le colline maremmane con la torre di Capalbio paese che svetta in lontananza. Ci laviamo, ci vestiamo, prepariamo i bagagli e li montiamo sulla moto. Faccio scorrere la pesante porta in metallo per fare uscire la moto dal capannone, e appena la apro noto che, in uno dei fori tra i due strati di lamiera pesante, c?è incastrata una lucertola. È incazzata nera, perché l?apertura della porta le ha tolto l?appoggio. Forse stava passando dalla porta alla struttura e noi, aprendo, l?abbiamo lasciata penzoloni con metà corpo dentro e metà fuori. Luisa e Carlo si mettono all?opera per liberarla. La lucertola non collabora, anzi ci vede come nemici. Proviamo a farle mordere un panno e poi tirare. Nulla, dopo un po? molla la presa. Proviamo a darle un appoggio per tirarla fuori, ma non riesce a fare forza. Proviamo a tirarla ma abbiamo paura di farle male. Lei intanto sta perdendo le forze e non sembra avere più voglia di lottare. Ci accorgiamo che si sta gonfiando, forse per il caldo e lo sforzo e se si gonfia diventa impossibile farla uscire. Le buttiamo un po? di acqua addosso, e non sembra gradire, ma un po? si sveglia. Io inizio a camminare avanti e indietro nervosamente: non posso partire con una lucertola sulla coscienza. Non posso proprio.
Mentre sono lì a lamentarmi, sento che Luisa inizia a dire ?sì sì, brava, dai!? e Carlo alza le mani in segno di vittoria. Faccio un balzo verso di loro e vedo che la lucertola è tutta fuori dal quel buco e Luisa la sta appoggiando a terra tenendola su un panno. Appena tocca terra si da ad una fuga forsennata, andandosi ad infilare tra due pietre del muretto poco lontano. Tutti e tre osserviamo compiaciuti la sua fuga e Luisa, rimettendo a posto il panno, dice: ?poteva almeno voltarsi è dirci grazie? poi ride e aggiunge ?mi sembra un ottimo presagio?.
Ci mettiamo le giacche, Carlo ci fa una foto (che a quasi un anno di distanza non ho ancora visto) e noi lo abbracciamo per i giorni passati insieme.
Il viaggio, da Capalbio a Milano, lo abbiamo divorato. Ero in una simbiosi perfetta con la mia moto, la facevo correre più del solito perché la sentivo tutta sotto di me. Livorno è arrivata quasi subito, così come indolore è stato il tratto da Livorno fino a La Spezia. Mi sono divertito sulla Cisa anche se, scendendo dopo il valico, avevamo iniziato ad intuire quello ci stava aspettando. Cerate e visiere chiuse per affrontare gli ultimi 100 chilometri, da Parma a Milano, tutti sotto la pioggia.
Un viaggio fantastico, una soddisfazione e una adrenalina che non mi hanno fatto addormentare prima delle 4 del mattino.
Sarà stata l?immagine di quella lucertola incazzosa che correva verso la sua ritrovata libertà, sarà stata l?energia accumulata in una settimana a Capalbio, saran stati i discorsi con Luisa nell?interfono, ma quel viaggio me lo ricordo ancora come uno dei più belli, nonostante fosse un rientro a Milano di fine estate.
Spero di ritrovare quella formula, per salire in moto sabato mattina a far ricominciare la magia.

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fate i bravi

13 Luglio 2006 2 commenti


mattinataccia che va ad aggiungersi ad una lunga, lunghissima serie di alzate storte.
al lavoro un carico immenso e ripetitivo di mansioni, che però ho preso di petto con lo spirito del “prima si finisce, meglio è”.
sono costantemente a pezzi, non mi faccio più la barba, non mi rapo più la testa da giorni. a pezzi anche perchè spesso, a fine giornata, vado in palestra a sudare. mentre corro, mentre faccio i miei esercizi, stacco la testa. una parte di me conta il numero di ripetizioni, l’altra si perde nelle cose che dovrei fare, in come le dovrei fare e sorpattutto come potrei metterci del mio. molto spesso non arrivo a nessuna conclusione e allora mi fisso sui due schermi al plasma che hanno piazzato di fronte ai tappeti per correre, oppure mi concentro sul sudore che esce. quando sudo mi sembra una catarsi. ogni goccia mi sembra una incazzatura, un problema, una fissazione che se ne va, che viene bruciata ed espulsa.

torno spesso all’essenza delle cose, a rimanere vivo, a fare quello che serve per sopravvivere e a non avere rotture di coglioni. sopravvivere in questa esistenza umana e cittadina, non vuole dire procacciarsi il cibo con agguati e inseguimenti. non vuole neanche dire stare attenti ad un predatore più grosso di te. però animali siamo e animali restiamo, e questa città è la nostra giungla, con tanto di predatori e agguati.
io, da lupo, marco il mio territorio, mi ritrovo con i miei simili, ma amo anche stare da solo. amo la mia compagna e ne ho una sola. attacco solo se ho un motivo valido per farlo e se l’avversario è alla mia portata, altrimenti batto in ritirata cercando di organizzarmi meglio.
in fondo non c’è nulla di virtuoso. c’è la sopravvivenza, c’è l’autoconservazione.
è difficile trovare un animale che attacchi senza motivo e così sono io.
il fatto è che sono particolarmente stressato e per me un buon motivo può anche essere una rottura di coglioni in più.
perciò,
fate i bravi,
non fateci incazzare.

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We can be heroes, come James Worthy

10 Luglio 2006 3 commenti

Ho addosso quella dose di sonno che non è sufficiente a fare stare bene, ma basta a dare lo slancio per dormire 12 ore filate. Così non è stato, ovviamente.
Ieri sera ultimo capitolo del mondiale di calcio 2006. l?Italia ha vinto e sono contento. Certo, tra i miei amici che mi abbracciavano dopo il rigore decisivo di Grosso, ero un pesce fuor d?acqua.
Non ho avuto entusiasmo dall?inizio e non ce l?ho avuto alla fine. Detto questo la finale non l?avrei persa per nulla al mondo, qualsiasi squadra fosse scesa in campo.
Il mondiale è un pezzo di storia, che non riguarda esclusivamente lo sport. È bello vedere i festeggiamenti, i colori che scendono nelle strade, le facce, gli atteggiamenti. Ogni nazione che festeggia lo fa con il suo stile, con i suoi rituali e ieri ho avuto la fortuna di vedere con i miei occhi come festeggia l?Italia.
Il punto è che ieri sera non erano i miei colori, quelli che sventolavano. Ho provato simpatia e piacere nel vedere tutta quella gente urlante, ma la gioia per una vittoria calcistica è un’altra cosa per me.

L?anno sta finendo, tra due settimane si tolgono le tende e io e Luisa ci stiamo organizzando. Poco prima della pausa pranzo mi sono chiuso in un ufficio quasi sempre vuoto e ho chiamato il centro di assistenza Aprilia (e Kawasaki) dietro casa mia.

?Ciao, quando ti posso portare la moto per un tagliando??
?Che moto è?
?Una Kawasaki er-5 rossa?
?Ah, sei il ragazzo della Kawasaki! Tutto bene??
?Sì sì grazie?e tu??
?Abbastanza sì. Senti, me la ricordo la tua moto, se non hai fatto migliaia di chilometri da quando me l?hai portata, secondo me è tutto a posto. Possiamo giusto controllare la pressione delle gomme e dare una occhiata generale?
?Ok. Quando te la porto??
?Quando vuoi?non c?è problema?
?Grazie mille?
?A te, ciao?

Così tra qualche giorno metterò la mia kawa nelle sue mani, perché anche lei deve essere pronta a togliere le tende.
Domenica ho giocato a fare il giornalista: ho deciso di collaborare con un giornale, giusto per vedere se reggo due anni in modo tale da diventare pubblicista.
Il capo redattore mi ha scritto una mail dicendo:
?Ciao Tommaso,
ti metto subito all?opera. Ti mando il comunicato stampa del Flippaut 2006. L?articolo al massimo entro il 19. ok??
Ok. Ho ancora dieci giorni, ma prima del prossimo week end vorrei aver finito.

Insomma ci si prova. Ci si prova a starci dentro, perché forse è solo standoci dentro che ci si può permettere di uscirne fuori.

Starci dentro per me vuole dire essere onesti con se stessi, usare qualsiasi tipo di esperienza per arricchirsi, per assaggiare un altro po? di mondo e digerirlo. Voglio essere una persona affidabile, quando mi prendo un impegno, e una persona credibile quando non ne prendo.
Voglio andare all?essenza delle cose e di me stesso, perché adesso è essenziale.
?Non si capisce mai se stai tornando da un concerto ad un centro sociale, o stai andando al lavoro? mi ha detto Luisa qualche sera fa, con il sorriso sulle labbra. Spero di continuare così, perché in fondo entrambe le cose fanno parte della vita e io sono me stesso in entrambe le situazioni.

Così stamattina, sudato e sfatto, ho messo i miei pantaloni a ¾ e la maglietta dei Public Enemy.
?Fai bene a vestirti così, finchè puoi? mi ha detto un mio collega? e sinceramente non ho capito cosa volesse dire. Gli ho solo sorriso dietro gli occhiali scuri e ho buttato giù il mio caffè, pensando dentro di me, che una delucidazione, in fondo, non mi interessava.

Continuo così perché così me la sento.

?we can be heroes come James Worthy,
or we can be cazzoni, in pantaloni corti?

una foto del Palacucco in festa, come omaggio a tutto quello che ci ha dato in questo mese mondiale.

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