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Archivio Dicembre 2006

?quando ci voleva, per fare il mestiere, anche un po? di vocazione.

29 Dicembre 2006 3 commenti


Domani si parte. Il freddo a Milano non molla, non da tregua.
Ieri sera, da Cristina e Filippo, abbiamo mangiato in abbondanza e solo quando mi sono alzato da tavola per avviarmi verso casa, mi sono reso conto che avevo anche bevuto parecchio. Filippo, seduto di fronte a me, con prontezza mi ha costantemente riempito il bicchiere di un rosso buonissimo, e io ho apprezzato e tracannato.
Poi Cristina ci ha fatto vedere la sua nuova giacca ?spidi? per la moto e a me è salita la voglia di prendere e andare da qualche parte insieme a loro.
Così ho pensato alla primavera, a gennaio che per me è sempre stato un mese anticamera: un freddo infame, ma anche uno degli ultimi.

In ufficio c?è un discreto scazzo, e io non me la sento di andare in controtendenza. Sono scazzato anche io. Scazzato e preoccupato. Non so quanta voglia ho di restare qui, di continuare a fare un lavoro che mi riesce discretamente, che faccio senza entusiasmo, assolutamente refrattario agli stimoli.
?
?Dovresti imparare a usare bene excel?
?Excel mi sta sulle palle?
?E? uno strumento di lavoro?
?Sì, ma cerco sempre di acquisire competenze spendibili nella mia vita. Mi cimento in cose che hanno una connessione con altro, con quello che faccio fuori di qui. In fondo è normale: cerco l?arricchimento anche tramite il lavoro, ma una competenza che serve solo qui è un po? come un binario morto. Il lavoro deve essere un tramite per la Vita, quella con la ?v? maiuscola. Sennò va a finire che entro in una spirale autoreferenziale, che inizia e finisce con una riproduzione in calare dell?esistente.?
??eh??
?non fa nulla?andiamo a mangiare, va??.
?
Sono orfano di un modo di pensare più grande, di una struttura di pensiero rivoluzionaria ai giorni nostri. La nostra più grande sconfitta è l?assoggettamento acritico a questi parametri di consumo, di vita, di mancanza totale di spazi per poter coltivare noi stessi. Credo che questo sistema capitalista sia molto evoluto: anziché stroncare movimenti le cui idee portavano critiche al sistema, ha fatto in modo che l?esigenza di una riflessione (e quindi di un movimento) non ci fosse.
Così, se tempo fa l?impiegato, l?operaio, il militare di leva, si facevano il mazzo sapendo però di essere parte di qualcosa di più grande che li avrebbe emancipati valorizzando le singole aspirazioni e capacità di ognuno, adesso si fanno il mazzo e basta. Punto. Marx diceva che le idee dominanti sono quelle della classe dominante. Penso sia sacrosanto. L?accusa di pigrizia e la genuflessione devota all?altare del lavoro, sembra prevenire ogni dubbio. Ogni malessere ed insoddisfazione è annullata in un sano pomeriggio di shopping, in 4 risate con gli splendidi film di natale, in un qualcosa pubblicizzato e comprato a rate.
?
Torno dalla pausa pranzo con una piadina vegetariana nello stomaco.
Ancora questo pomeriggio e poi via.
Ho bisogno di riflettere e di accendermi, perché per il momento non c?è nulla che bruci.

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breve comunicato di mezza mattina

28 Dicembre 2006 4 commenti

Questo computer fa abbastanza schifo. Ieri mi sono fatto un cd che ho chiamato ?chissà?. La tracklist è molto ma molto varia. Spesso mi capita di costruire dei cd intorno ad una o due canzoni. In questo caso, perno di tutto, è stata la cover di ?Police On My Back? dei Clash, eseguita dagli Asian Dub Foundation insieme agli Zebda. Un pezzo fortissimo, un momento live da mettere a registro.
Per il resto ho scartabellato nella mia amatissima Lacie, la periferica (regalo di Luisa) che contiene tutti i miei files musicali (oltre agli scritti e ai films).
Stamattina, arrivando in ufficio, me la sono ascoltata. Poi, per non scaricare le pile del walkman, ho cercato di far girare il cd su questo computer, ma lo sportellino non si apre.
Ok. Me la metto via. Tocca sopportare queste due giornate, poi sabato mattina accenderò la macchina e me ne andrò.
Il cambio dell?orizzonte, dell?aria che respiro, dei ritmi e degli spazi è un bisogno fisico. Poi ci possono essere schiere di esseri semplici che parlano di pigrizia, vizio e privilegio, ma il problema non è mio. Non questo, almeno.
La fuga mi resta in testa come soluzione possibile a molti dei miei mali, ed è un segno concreto che sono ancora vivo. Il confine tra omologato e disadattato è labile. Spesso mi ritrovo sul quel baratro e mi accorgo di come il rifiuto debba sempre essere creativo, per potersi concretizzare e non risultare come un problema in più.
La creatività spesso mi manca. Ultimamente non riesco ad innervare le mie attività, con un qualcosa di mio. Peccato, perché è proprio questo processo che distingue lo stile dall?ordinario.
Sono ordinario. Ultimamente in modo estremo, e per quanto io sia affascinato dagli estremismi, questa volta preferirei estremizzare altro.

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Educazione anarchica

22 Dicembre 2006 9 commenti


A volte, stando a casa con la febbre, succede che uno si mette a guardare vecchie foto o vecchi diari. Ne ho preso uno datato primavera 1997 e mi sono messo a leggere.
Il 18 maggio di quell?anno, mi misi a ricopiare su una pagina del diario la testimonianza di un uomo cresciuto nella Spagna degli anni ?30, raccontata nel libro ?Camminando? di Pino Cacucci.

?Mia madre era una contadina analfabeta, ma seppe allevarci senza alcun tabù sessuale. Prova a immaginare una comunità agricola sprofondata nella più dura miseria, dove però si discutevano questioni come la gelosia, il rapporto di coppia, il diritto della donna a scegliersi un compagno e anche di abortire. Nelle campagne esistevano già consultori anarchici dove si spiegavano i metodi contraccettivi e si praticava l?aborto. Nella nostra educazione libertaria veniva sviluppato un sentimento di rifiuto verso la prostituzione unito alla comprensione per le donne vittime di tale sfruttamento.
Noi ragazzi non avevamo certo bisogno del postribolo per avere le prime esperienze sessuali. Basti pensare che d?estate ci mandavano in vacanza nei campeggi liberi, sulle spiagge a una quarantina di chilometri da Barcellona. Eravamo poveri, ma i sindacati anarchici riuscivano ugualmente a garantire questo genere di cose. Nei campeggi ci ritrovavamo in quattro o cinquemila giovani, tra i quali moltissime ragazze adolescenti. I genitori non ci raccomandavano di dormire separati, ma semmai ci spiegavano quali conseguenze poteva comportare l?amore senza precauzioni.
Ti rendi conto? Questa era la nostra Spagna negli anni ?30?e quella di Franco ci avrebbe riportato indietro di un secolo.?

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di solito ho da far cose più serie, costruir su macerie o mantenermi vivo

20 Dicembre 2006 7 commenti


febbre. febbre e naso chiuso, ormai è un dato di fatto.
le giornate scorrono abbastanza lente, anche se un film, piazzato al momento giusto della giornata, può aiutare e di molto.

mi sento strano, e non solo per le mie condizioni fisiche.
è un po’ di tempo che sto facendo tutto male, o comunque al minimo sindacale. ho intenzione di sospendermi dal giornale per un bel po’, di fare il minor numero di danni possibili in ufficio e di lasciare quel poco di testa che mi rimane sullo studio.

ho bisogno di allontanarmi per potermi riavvicinare con più gusto e con più forza. adesso mi verrebbe voglia di chiudere tutto, ma so che qualcosa di buono si può ancora salvare.
la distanza, la fuga, può aiutarmi a farmi capire meglio tante cose.

ieri stavo facendo le mie inalazioni di eucaliptolo e dato che è una operazione molto utile contro la mia sinusite, ma altrettanto noiosa, ho messo sullo stereo in cucina, “guccini live collection”.
sono cresciuto con le sue canzoni e la quantità di testi che mi sono rimasti nella memoria, credo non sia comparabile con nessun altro artista.
era parecchio che non lo ascoltavo e mi sono accorto che il mio amore per francesco guccini è sempre lo stesso…
allora ho pensato di dare il titolo a questo post, con una frase dell’avvelenata, quella che in questo momento mi rappresenta di più.

chiudo il comunicato con questa foto della curva del livorno. sono interista sì, ma il mio amore per livorno, per la sua squadra e per la sua tifoseria è grande…
…una curva così è capace di emozionarmi, anche se non sono i miei colori (calcistici) a svetolare.

“UNA LUNGA NOTTE STA PER SCOMPARIRE…ALL’ORIZZONTE IL NOSTRO SOL DELL’AVVENIRE”

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la dedizione di dejan e il dopobarba di mio zio

16 Dicembre 2006 8 commenti


ieri sera abbiamo festeggiato. luisa aveva finito il suo tour de force di prove d’esame (3 giorni, 8 ore l’una) e siamo andati al papagaio a bere insieme.
il papagaio altro non è se non il covo degli sbronzi, sede naturale delle vicissitudini alcoliche di klem e agu raccontate nel sito www.covodeglisbronzi.it.
ci sediamo e ci facciamo portare due rum lisci di havana invecchiato. a metà del primo giro appare il vecchio kiaro. non lo vedevo da molto tempo, ma l’ho sempre considerato uno tra i miei amici più cari.
si siede con noi e gli altri 3 giri passano con brindisi a luisa, complimenti, prospettive per il futuro, e poco entusiasmo per questo modo di vivere.

riaccompagno luisa a casa, evidentemente provata dall’alcol, ma altrettanto evidentemente contenta e spensierata.

arrivo a destinazione nel mio letto. se spengo la luce un po’ la stanza gira, ma tutto sommato è una rotazione accettabile, che non mi impedisce di addormentarmi profondamente. forse troppo.

mi sveglio di colpo e sono convinto che sia tempo di prepararsi il caffè e di mettersi in movimento. e la cosa mi terrorizza, perchè ho un mal di testa fortissimo che sovrasta qualsiasi pensiero. ci metto un po’ a rendermi conto che non è mattina: la strada così silenziosa e il buio totale oltre la persiana mi fan capire che è ancora notte fonda. mi riaddormento concentrandomi sul sonno, perchè un mal di testa così, se lo stai a sentire, è capace di tenerti sveglio.

riapro gli occhi e sono le 10. decido di restare a letto ancora una mezz’ora, anche se ormai possibilità di riaddormentarmi non ne ho, e anche se fosse sarebbe rischioso, visto che, comunque, alle 14 devo essere in ufficio.

mi alzo e mi trascino fino in cucina. mentre scaldo la caffettiera da sei sfoglio il giornale: appena cerco di concentrarmi su un titolo, il mal di testa torna prepotente e dopo un po’ di tentativi mi accorgo che non posso andare molto più in là delle foto. faccio uno sforzo per l’articolo che riporta le dichiarazioni di stankovic: se fosse per lui, rimarrebbe nerazzurro a vita.

l’energia e la grinta di dejan mi danno la forza per arrivare fino al bagno, dove resto rinchiuso quasi 40 minuti.

ogni spostamento fa aumentare il mal di testa. ogni pensiero, ogni cosa che so che dovrò fare oggi, mi causano fitte alle tempie.

devo uscire da questa situazione. maledico l’alcol e penso con amore alla ganja, che, quando è buona, di postumi non ne lascia: se ne va in silenzio mentre dormi, lasciandoti solo il bel ricordo.

decido che devo uscirne, altrimenti 4 ore abbondanti in ufficio in queste condizioni potrebbero essere una tortura.

mi lavo i denti con cura, sciacquo con il colluttorio prima e dopo.
mi spalmo sulla faccia qualche ditata di crema grumosa e passo il pennello da barba sotto l’acqua bollente. inizio una lunga e lenta opera di spennellamento per fare montare la schiuma da barba. poi con il raosoio passo piano piano sulla faccia, fino a che non è assolutamente liscia.
sciacquo bene e mi verso sulle mani il dopobarba. non lo uso spesso, ma è una operazione che mi piace molto. del mio dopobarba se ne occupa mio zio.
è quello che usa lui e da qualche anno mi rifornisce con regolarità di bottigliette di questo liquido ambrato e profumato. per me è un odore molto evocativo: mi ricorda lui, casa sua, le sue apparizioni improvvise a casa nostra e il suo modo di fare.
mi fa sempre piacere sentire quell’odore e mi fa ancora più piacere poterlo avere anche io.

mi asciugo il viso liscio e profumato.
va meglio. mi sento debole ma va meglio.

il mal di testa è quasi del tutto scomparso. io tiro l’ora di uscire da casa, leggendo meglio l’articolo su stankovic.
barcollo, ma se non altro riesco a pensare e a dire anche qualcosa di quasi-intelligente, in uno scambio di battute su un problema con due miei colleghi in ufficio.

giornata in cui mi sono dovuto difendere e rimettere insieme i cocci.

sono convinto che la dedizione di dejan e il dopobarba di mio zio, mi abbiano rimesso in piedi.

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…io con i miei fratelli, per legittima difesa – living colour seconda parte

15 Dicembre 2006 1 commento

Troviamo via Stalingrado senza troppe difficoltà.
?Che bello: le vie hanno sti nomi, i panzerotti sono buoni, le persone sono gentili e la stazione sembra una fabbrica di gnocca?.
?sì…vero. Però fa più freddo che a Milano?

Troviamo anche l?Estragon, che altro non è se non un hangar in mezzo ad una spianata di nulla, ancora più misteriosa vista con il buio. Siamo entrambi presi bene dalla situazione. Ci si fuma una sigaretta fuori e si entra.
Il concerto inzia alle 10 e 30 e si presenta subito per quello che è: due ore e mezzo di virtuosismi, canzoni stravolte, assoli, il tutto eseguito splendidamente.
La base di batteria non sembra quasi mai in 4/4, e sentirla è uno spettacolo. Suonano quasi tutti i pezzi di ?Vivid? e di ?Time?s Up?. Vernon Reid alla chitarra sembra un Morello di colore, e fa dei numeri incredibili. Ma quello che mi affascina di più è Doug Wimbish, il bassista. Oltre ad avere qualcosa di Ronaldinho, suona lo strumento con una disinvoltura invidiabile. Alterna due bassi: un classico 4 corde ad uno a cinque, o forse sei. Con la pedaliera fa uscire dal suo strumento suoni da chitarra elettrica, si lancia in assoli e virtuosismi, e quelle treccine lunghe unite alla scioltezza con cui fa scivolare le dita sul manico, mi fanno ricordare il grande Jaco Pastorius.
Il pubblico apprezza e durante i lunghi intermezzi strumentali, siamo tutti con gli occhi incollati sul palco. Ci sono brani che durano anche 10 minuti, che rivisitano una canzone in stile hard, reggae, funk, e, ovviamente, rock. Alla faccia dei passaggi radiofonici con i ritornelli che ?entrano? non più tardi di un minuto.
I Living Color sul palco fanno il cazzo che vogliono?e se lo possono permettere.

Il concerto finisce, le orecchie mi fischiano e la morsa del freddo appena fuori è una mazzata sulle parti di pelle lasciate scoperte.
Risaliamo sulla lancia e, dopo un tentativo sbagliato, riprendiamo la Milano ? Bologna verso nord.

Non c?è anima viva. Le macchine sono pochissime, i camion qualcuno in più. Ce ne sono moltissimi fermi nelle aree di servizio e di sosta: tende tirate sul parabrezza e qualche ora di sonno prima di ripartire.

Per ogni sigaretta che ci concediamo, la fessura di finestrino aperta fa entrare un gelo incredibile. Mi fisso sul pezzo di strada illuminato dai fari e mi sembra di vedere dei solchi più scuri sul manto stradale.
?secondo me è brina. Stai attento? dico ad Alberto, che risponde con un ?tranquillo? e mi sembra padrone della situazione.
?
?io ho bisogno di staccare?ma non vorrei che venisse preso come un vizio, o un vezzo?scusa l?allitterazione?
?condivido?
?guarda che occhiaie! D?estate divento un marocchino, occhio sveglio e anche i denti mi sembrano più bianchi. Vabbene il lavoro, l?impegno e tutto, però cazzo: mi devo per forza ridurre così??
?assolutamente. Io avevo pensato ad un paio di settimane, da solo, da qualche parte. Possibilmente al caldo?.
?via da Milano, assolutamente. Il più spesso possibile. Non che io ci creda, ma tutto quel casino, secondo me, catalizza una serie di negatività?
?io a Milano non stacco. Anche se non ho nulla da fare non mi rilasso?
?..dillo a me. Figurati che io?”
la nostra conversazione viene interrotta da un camion spargisale che ci butta addosso una ondata di sale ad altezza sportello.
?cazzo è stato??
?uno spargisale?mi è successo anche quando sono andato a Capalbio l?inverno scorso? [per chi avesse voglia, è raccontato sul mio blog: fughe-un viaggio ?30/12/05 ? partenza?].
?ah?allora era proprio brina quella?.

La Milano Bologna scorre senza nessun riferimento, se non i pannelli rettangolari, bianchi e verdi, del chilometraggio.
Maciniamo chilometri e devo dire che questo pezzo non mi è mai sembrato così breve.
?Saremo a Milano verso le 3?3 e qualcosa?, dice Alberto, una mano sul volante, l?altra sul cambio.
Avrei voglia di dormire, ma non sono mai riuscito a dormire in macchina. Alberto si infila in un agip, strapieno di camion fermi: sono ovunque. Appena apriamo la portiera, ci arriva la ventata di freddo. Un omino con il giubbotto ?agip? esce dal gabbiotto e si avvia verso di noi.
?quanto??
?20, grazie?
Mentre lui versa la benzina io e il mio amico cominciamo a fare i conti:
?allora venti del biglietto che ti dovevo??
?sì ma hai pagato anche da mangiare, dunque quindi??
?per i biglietti a posto, ti devo tre euro?
??sì vabbè..?
?pago io la benzina, così dovremmo essere pari??
?così non paghi troppo tu??
?no..non mi pare?
?
?se poi date 20 euro a me, io sono a posto?, ci dice l?omino agip che ne frattempo aveva finito di fare rifornimento e stava ascoltando i nostri discorsi saltando da un piede all?altro per il freddo.

Ripartiamo e i calcoli di Alberto sull’orario di arrivo sarebbero giusti, se non fosse che una nebbia fittissima inzia ad addensarsi a tre chilometri dalla barriera di Melegnano e ci abbandona solo dopo essere entrati in città a piazzale Corvetto.
Ci salutiamo sotto casa mia. Io ho in mente solo il mio letto, il piumone e lasciarmi andare. Un attimo prima di addormentarmi sento che ho ancora qualche riff nelle orecchie, tra un fischio e l?altro.
Ma ne è valsa la pena.
Per la compagnia, per il concerto, per la serata che è stata bellissima.

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chico non ce n’è, non puoi beccare i cani sciolti ? living colour prima parte

14 Dicembre 2006 2 commenti

Ho messo piede in casa alle 4 di stamattina. Solo dopo essermi steso sotto al piumone, mi sono accorto di quanto freddo avessi incamerato, soprattutto nelle gambe, sulle ginocchia e ai piedi.

Ieri sono uscito dal lavoro alle 5.
Un mio collega, vedendomi rinchiuso nella mia giacca “sparco”, con tanto di guanti e casco in mano, mi ha chiesto “vai via?”
“no – volevo rispondergli – è che mi piace stare in ufficio con il casco in mano”.
gli ho detto semplicemente “sì”, e me ne sono andato.
Alle 6 meno qualcosa mi ha citofonato Alberto e ci siamo messi in marcia per Bologna.
La lancia di Alberto mi ha accolto con un cd di Morricone e il solito casino di fogli, custodie di cd, una sedia piegata sul sedile posteriore e un numero imprecisato di diabolik sparsi dovunque.

Partiamo e il pezzo di tangenziale prima di arrivare alla barriera di Melegnano è un casino di macchine, qualche maxiscooter e moltissimi camion.
?
?A Melegnano si era trasferita mia cugina?con il suo ..marito, compagno?bho??
?Cazzo, allegria!?
?No, guarda che Melegnano non è poi così brutta?è mia cugina che rende triste qualsiasi posto?
?Certo che tu hai dei personaggi in famiglia!?
??sì guarda?lasciamo stare?.
?
Mi rilasso fumando qualche sigaretta e sbucciando quei pochi mandarini che mi sono portato dietro, passandone degli spicchi ad Alberto che guida.

Si parla di cinema, dell?ultimo di Ken Loach (?..io alla scena della tortura sono stato male? ? ?così pesante?? ? ?no è che avevo fumato ed ero in paranoia per loro?), di musica, di gnocca, di libri e di scrittura.
All?altezza di Parma suona il mio cellulare. È Luisa, che mi racconta il suo secondo e penultimo giorni di esame: ?un posto di fascisti?il capo commissione è una di quelle persone che appena hanno un briciolo di potere lo usano a cazzo. Frustrati?.

Arriviamo a Bologna in un paio di ore. Ale aveva spiegato ad Alberto come fare per arrivare diretti all?Estragon, ma sono le 8 di sera passate da poco, abbiamo fame e così andiamo verso il centro città. Ogni volta che mi trovo a Bologna, non so come, ma finisco sempre nei pressi della stazione. È come se ci fosse una forza centripeta che mi porta sempre lì.
?In fondo la stazione va bene. Da qui è semplice prendere via Stalingrado?almeno così mi pare di ricordare dalla cartina che ho visto su internet?
?..certo che?cazzo?dire vado in via Stalingrado fa figo?
?eh sì?vuoi che cerchiamo qualcosa da mangiare in via Gramsci??

Buttiamo giù un certo numero di panzerotti in una focacceria proprio davanti alla stazione. Il tipo dietro il bancone è gentilissimo e ci spiega bene la strada per arrivare al locale. Dietro di lui immagini di Gilles Villeneuve, della Ferrari numero 27 e pubblicità anni ?80 della coca-cola.

Torniamo alla macchina parcheggiata nel piazzale della stazione. Io mi fumo una sigaretta, Alberto è al telefono. Dalla stazione escono giovani. Un flusso regolare. Ragazzi, ma soprattutto ragazze. È un fiorire di stivali su gonne corte, capelli biondi selvaggi, capelli neri liscissimi, camminate decise, aggressive, camminate timide, occhi chiari, occhi scuri, gambe lunghe e ragazzine con i rasta?
Insomma, un bel vedere.
Il mio cellulare ha una vibrazione singola: è arrivato un messaggio di Filippo, che sta seguendo a distanza la nostra trasferta notturna:
?stasera niente lavoro, niente donne, niente case. Un solo grido: spacca!?. Lo leggo ad Alberto che si fa una risata prima di infilarsi in macchina.

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once again

12 Dicembre 2006 6 commenti


Le foglie secche che cadono dimostrano come questo inverno sia in ritardo: il segno dell?autunno è ancora evidente.
Giornataccia, anche se è iniziata da nemmeno tre ore. Mi trovo privo di stimoli e sono in quella spirale in cui continuo a rimandare sempre tutto, come se la risorsa tempo fosse infinita: molto spesso rimandare è un bene, ma è un?arma che va usata con attenzione e sicuramente non bisogna abusarne.
I programmi per la giornata non sono elettrizzanti: in ufficio alle due, riunione del giornale alle 19, serata tranquilla e post cena con libro e tanta tranquillità.
Domani sarà una giornata abbastanza convulsa. C?è da andare a Bologna, a vedere il concerto dei Living Colour. Ma domani è anche il giorno dello sciopero generale selvaggio e noi contiamo di uscire da Milano e prendere la A1 proprio nel momento peggiore.
L?idea di andare a vedere questo concerto è venuta ad Alberto, verso settembre. Io ero da poco tornato dalle vacanze e la voglia di fare, vedere, andare era ancora molto forte. Poi mi sarei sentito ?vecchio? a dire di no. Così ho accettato: ?ma sì, Alberto: vengo. ?Fanculo!?.
Era una proposta che, una decina di anni fa avrei accettato senza tentennamenti e quel ?fanculo? voleva dimostrare che gli anni non avevano intaccato lo spirito da pronti-via. In effetti il mio spirito è sempre quello e mi inalbero quando le partenze sono costellate da preoccupazioni lavorative e da ansie da prestazione.

Così domani pomeriggio si parte per Bologna, si vede il concerto, e si torna a Milano in nottata. Tutto qui. Mi sono organizzato la settimana in modo tale da potermi permettere di dormire giovedì mattina: nessun impegno, nessuna ansia.

Ho bisogno di salire in macchina e andare. Anche se solo per una serata. Spostarsi per me ha ancora un significato importante, come se le paranoie da vita quotidiana avessero anche una collocazione fisica, come se aleggiassero sul cielo di questa città. Andandomene me ne libero. E rimando il problema.

La prima parte della giornata sta per finire. Spero di riuscire a mettere insieme un pranzo leggero, perché tutto il piccante di ieri sera ha colpito il mio stomaco, che adesso vorrebbe qualcosa di tranquillo.
Poi in moto fino all?ufficio, riunione alle 2 e 30 (la solita rottura di palle in cui non ho nulla da dire, ma inizio a fantasticare di viaggi in moto e di onde da prendere con il surf), qualche telefonata per fissare appuntamenti con gli intervistati e poi di nuovo in moto fino a via Volturno. Lì, alle 19, riunione della redazione cultura.
?
Dopodiché sarà un’altra giornata da archiviare insieme a tutte le altre, nella eterna attesa di un angolo da svoltare, di qualcosa che cambi.

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un sanissimo proposito

9 Dicembre 2006 5 commenti

i giorni se ne vanno via. moderatamente veloci. una velocità costante, di quelle che ti fanno macinare chilometri senza accorgersene.
solita angoscia che penso di combattere con la consueta indifferenza.
la settimana arriva, dopodomani sarà di nuovo fra le palle.
ci saranno da contattare le persone da intervistare per questa indagine che sto seguendo al lavoro. 2 operatori del settore e due studenti a rischio dispersione. per quanto riguarda i primi due, non ci dovrebbero essere grandi problemi, se non che uno dei due sta a monza.
“vai con il treno e ti rimborsiamo”, mi ha detto giorni fa una dell’amministrazione, dall’abbigliamento sempre sull’orlo del sado-fetish.
“in treno nemmeno morto. odio i treni. anche freud odiava i treni, lo sapevi?”
“..ehm..no. ma se non vai in treno non ti possiamo rimborsare”
“non è un problema”, pezzenti!, ho aggiunto nella mia testa.

ma su questa esistenza premono anche altre forze.
al giornale ho mandato un pezzo ieri, di corsa, oltre i limiti della scandenza. ho avuto un blocco di scrittura, almeno per quanto riguarda quella su commissione. il mio articolo è stato un coacervo di frasi fatte, frutto della voglia di finire a tutti i costi.
a volte capita di fare le cose al minimo.
così come al minimo sto passando queste giornate. c’è il giro di boa della fine dell’anno, ma conto di arrivarci più o meno per inerzia, in scia a qualcuno che va più forte di me.

ci sono volte in cui l’indifferenza è una manna, e la mia scarsa attitudine all’arrivismo gioca a favore.
vivo di riconoscimenti improvvisi, assolutamente gratuiti. un amico che sai che ha parlato bene di te, sapere che ci sono persone per le quali sei importante, una curva presa bene in moto (magari sotto la pioggia di questi giorni), un goal alla play station allo scadere, un viaggio progettato e portato a termine, uno sconosicuto che si ferma sul tuo blog e ti fa sapere che ti ha letto con piacere.
questo ha senso.
essere più o meno presente ai tuoi impegni a volte non ne ha. lo fai perchè lo fanno tutti, ma il fatto è che molto spesso sento cose dentro di me che giustificano ogni ritardo, ogni risposta non data. è più forte di me.
“sei un selvaggio” mi dice a volte mio padre, e io mi inorgoglisco.
mi sento selvaggio quando riconosco le persone dall’odore, quando arrivo alla fine di un viaggio in moto sporco e felice, quando ne ne frego della sabbia nelle scarpe e delle magliette bucate, quando mi rotolo sull’erba di capalbio insieme a zagor e nichi, mostrando i denti e dando vita a match di lotta animalesca e giocosa.

il mio quasi trentennale fardello di inadeguatezza a questa vita, continua a disturbarmi. c’è poco da fare.

continuo a vedere intorno a me prototipi usciti dalle famiglie del “mulino bianco”, gente che esce di casa la mattina con il sorriso sulle labbra e fa tutto quello che un buon suddito dovrebbe fare.
ottimo per loro, e lo dico senza nessuna polemica. perché la sudditanza è solo una questione di scelta. il fatto è che io scelgo sempre di sottomettermi a qualcosa che non si può fare, che non si può avere. quello che mi brucia dentro è sempre così poco accessibile e così tanto discutibile da farmi vivere un uno stato di malcelata rinuncia.
?
l?attività rivoluzionaria più importante e più difficile è dentro se stessi. devo continuare a conquistare spazi e a lavorare sul difficile equilibrio tra credibilità e assenza di legami, ben attento a non mischiare il mezzo con il fine.

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(Su) Il Sipario

5 Dicembre 2006 4 commenti

Milano avvolta dalla nebbia. Almeno così pare, mentre me ne sto al caldo di camera mia ascoltando i Living Colour e rimandando il momento in cui scrivere l?articolo che mi spetta.
Ero strasicuro che l?articolo avesse scadenza il 7 dicembre, invece è da fare per il nove. Apparentemente una buona notizia, ma visto che ultimamente la mia tendenza è quella di cazzeggiare più del dovuto, la boccata di ossigeno di due giorni in più potrebbe rivelarsi un arma a doppio taglio.
Il fatto che questa settimana abbia due giorni di vacanza mi ha colto di sorpresa. Non avevo realizzato che fossimo già a santamabrogio. Non ho una idea chiara su quel che farò in questi giorni. Le opzioni potenziali sono svariate.
In primo luogo mio padre vuole sistemare la ?questione libri? in casa. Questo vuol dire libreria nuova x me mentre la mia attuale libreria dovrebbe andare in ufficio. Poi potrei andare in giro a prendere quei 4 regali di natale che DEVO fare, ma solo l?idea mi stressa: fare a pugni per entrare in un negozio, avere le idee già chiare prima di uscire di casa e tirarsi la kefia fin sul naso, per non sentire la puzza di capitalismo, non è una situazione che mi piace.

Ieri ho finito ?gli Invisibili?, di Nanni Balestrini. Una mattinata di nebbia, di scazzo e con i Living Colour a palla, non è il momento ideale per riuscire a rendere l?idea di quanto quel libro mi abbia dato. È un pezzo della nostra storia, racconto senza punteggiatura alcuna della sinistra antagonista in Italia, l?unica ?zona? politica capace di andare oltre, immaginando un assalto al cielo. Tutte quelle parole una dietro l?altra mi hanno fatto sentire a casa, mi hanno immerso in storie compagne di cui ho sempre bisogno. Rivolte, occupazioni, arresti, fratellanza. Il tutto in silenzio. Il tutto mentre la politica ufficiale si occupava del mantenimento dello stato di cose presenti.

Ieri mattina, prima di uscire di casa, ho messo nel mio zaino ?il Sipario? di Milan Kundera. Sapevo benissimo che durante la mia giornata non avrei trovato un solo momento per iniziarlo, ma non mi importava. Certe volte mi porto dietro un libro per entrarci in confidenza, per abituarmi alla sua forma e fantasticare sul suo contenuto.
Kundera è stata una mia grande passione. Ho letto ?l?Insostenibile Leggerezza dell?Essere? perché sentivo spesso citare questo titolo come fosse una frase dai molti significati sottesi. Ero curioso e, una volta finito il suo libro più famoso, ho letto tutto il resto. Ricordo con grande affetto ?Amori Ridicoli?, per la semplicità con cui vengono raccontate piccole storie di amori più o meno fortunati, ma probabilmente il mio preferito resta ?Lo Scherzo?. È una critica molto efficace a tutte le sovrastrutture del regime socialista. Una cartolina mandata per scherzo, con una frase giudicata ?controrivoluzionaria? dallo stato socialista Ceco, scatena una serie di eventi che mettono in luce tutta la pochezza politica di quel tipo di organizzazione.
?Il Sipario?, invece, è un libro che si occupa del romanzo: una specie di saggio su questa ?arte autonoma? di raccontare. I capitoli sono brevi e mettono a confronto le narrazioni di Cervantes, Fielding, Diderot, Joyce, Broch.
Tra i primi capitoli ce n?è uno che si chiama ?alla ricerca del tempo presente? e il secondo capoverso contiene una riflessione che mi ha colpito.
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Ero nel letto, sotto il piumone e saranno state all?incirca le due di notte, ma alzarmi per trovare una matita e sottolineare questo passaggio, era assolutamente indispensabile.

?Il narratore, per definizione, racconta ciò che è accaduto. Ma ogni piccolo avvenimento, non appena diventa il passato, perde concretezza e assume contorni indistinti. La narrazione è un ricordo, quindi un riassunto, una semplificazione, un?astrazione. Il vero volto della vita, della prosa della vita, si trova solo nel tempo presente. Ma come raccontare gli avvenimenti passati e restituire loro il tempo presente che hanno perduto? L?arte del romanzo ha trovato la risposta: presentando il passato attraverso scene. La scena, anche se raccontata al passato grammaticale, è, ontologicamente, il presente: noi la vediamo e la sentiamo; si svolge davanti a noi, qui e ora?.

?Il Sipario? ? Milan Kundera

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