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Archivio Giugno 2007

un segno inequivocabile

30 Giugno 2007 7 commenti


oggi c’è aria di festa. nulla di esplicito, ma sento serenità intorno a me.
serenità e ottimismo. anche se quest’ultimo non è mai mancato.
è andata a finire che carlo finalmente ha sostituito il pezzo che attendeva da qualche anno. io non l’ho ancora visto con il suo pezzo nuovo, anche perchè, quando si cambia un pezzo, la trafila per riprendere normalmente la strada, è lunga. ma stando a quanto mi hanno detto non sembra avere voglia di perdere tempo.
“oggi era lui, negli occhi e nei gesti”, mi ha detto felice la mia mamma. e io felice con lei.
felice anche per me, perchè carlo è un pezzo indisctutibile della mia esistenza. una specie di guru, entusiasta e casinista. vorrei avere un po’ dello stile che ha lui, perchè quelli veramente forti, sono sempre quelli che non hanno nessuna presunzione di insegnarti nulla. capisci che basta passare del tempo con loro, anche se non sempre i discorsi ad un primo ascolto filano.

mi riscopro sereno e sollevato. questa storia del pezzo nuovo stava iniziando a logorarci, anche se nessuno ha perso la testa, nessuno ha dato segni di insofferenza. tutti hanno tenuto botta con il massimo stile.

per quanto riguarda quella che ormai è la mia unica attività, le cose procedono. la seconda guerra mondiale è scoppiata. il dittatore tedesco ha preso il sopravvento e aspetto con ansia che l’armata rossa lo castighi, anche se in realtà la russia di stalin era uno stato feroce, cinico e spietato come pochi altri. vabbè…ogni tanto è bello schierarsi senza se e senza ma, almeno nella prorpia testa che ronza nel silenzio della biblioteca.
sono giorni faticosi, anche se poi, notizie come quella di oggi, mi fanno capire che ne vale la pena, perchè ogni tanto la ruota gira.

vado a letto. mi guardo le prime scene di trincea di “orizzonti di gloria” (per restare in tema di guerre) come ultimo atto di questa giornata in cui la mia barba trascurata è cresciuta ancora un po’. me la farò il giorno prima dell’esame, oppure me la terrò, per fare la scena dell’ultratrentenne che elemosina un 18 pur di finire gli esami: quando ho la barba lunga mi danno sempre qualche anno di più di quelli che dimostro.

in ogni caso continuo a resistere,
oggi ho capito che ne vale la pena.

in fondo quella alle mie spalle è una bandiera di resistenza.

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sarà colpa di versailles?

28 Giugno 2007 1 commento

qui è un gran casino.
alcune immagini continuano a molestarmi e io cerco di fare finta di nulla.
lo studio continua e, in giornate come questa, pare un estremo atto di resistenza agli eventi che mi stanno attorno.

la seconda guerra mondiale sta per iniziare. fra 40 pagine prende il via uno dei conflitti più sanguinosi del secolo scorso. io non vedo l’ora che inizi, anche perchè, dopo, mi aspetta solo il periodo della ricostruzione, l’immancabile piano marshall e il riassetto del mondo nella logica dei due blocchi.
cerco di tenere sempre presente l’atimetrìa di questo esame: alcuni gran premi della montagna e alcuni pezzi in piano dove però è necessario tirare per arrivare entro il tempo stabilito.

il periodo fra le due guerre mondiali è un’altro grande casino.
perchè la germania nazista prende piede sempre di più e nessuno riesce a contrastarla, chi per un motivo, chi per l’altro. allora tocca riflettere (e partono, come se nulla fosse, un paio di centinaia di pagine) sull’equilibrio di versailles e la questione del riassetto, soprattutto europeo, dopo la prima guera mondiale. sanzioni troppo leggere per la germania? o troppo pesanti? tanto pesanti da creare un malcontento così forte e da permettere l’ascesa di un personaggio come hitler.

vabbè,
accendo un’altra sigaretta e continuo.

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approcci talebani

26 Giugno 2007 2 commenti

ragazzi, che dire?
sono sottissimo con lo studio. il manuale di storia dei trattai sembra una montagna da scalare. a quello devo aggiungere un manuale, un libro, un compendio, qualsiasi cosa che colmi le mie lacune nel periodo storico che va dal 1870 al 1914. “dal ’14 in poi sul manuale, fino alla rivolta d’ungheria del 1956 e alla crisi di suez”, mi ha detto la gentile professoressa.
la cosa divertente è che il manuale comincia con la fine della prima guerra mondiale e i relativi trattati.
la prima guerra mondiale inizia nel 1914.
quindi, se dovessi seguire pedissequamente le indicazioni della professoressa, la prima guerra mondiale resterebbe eclusa. a mia volta eslcudo che il primo conflitto mondiale resti escluso da questo programma d’esame così, per parare i colpi, sono andato su wikipedia e ho digitato “prima guerra mondiale”. sono uscite svariate pagine che ho stampato e unito con una graffetta. non so se sia sufficiente, ma di sicuro l’approccio di wikipedia è molto chiaro. alterna parti discorsive a sezioni schematiche dove vengono elencate su due colonne i due schieramenti che hanno preso parte al conflitto (con tanto di bandierina di fianco ad ogni stato: la mia memoria fotografica è aiutata molto da questo approccio).
questa mattina, alle 7 e 15, mi sono messo a guadare quelle pagine e a cercare di memorizzare il maggior numero di informaizoni possibile.

insomma sono giorni pesi. non sono quello che si dice un bravo studente e i miei trent’anni sono più chiari di qualsiasi argomentazione. però quelle poche volte che ho deciso di dare un esame l’ho affrontato in modo totale, esclusivo.
nessuna distrazione, quasi nessuna uscita (se non per emergenza sigarette), sveglia presto, giornata intera di studio e, dopo cena, un film rilassante e a letto presto. il mio approccio allo studio, quando decido di studiare, è molto talebano, termine che, oltre ad indicare qualcosa di integralista e intransigente, in arabo vuol dire proprio “studente”.

fra qualche giorno inizierò il reclutamento di quelli che coinvolgerò nel degenero alcolico e fumereccio che segue ogni esame.
tenetevi pronti.
voglio solo i migliori.

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la vittoria è un concetto che si afferma negli anni

25 Giugno 2007 2 commenti


vecchie situazioni in contesti nuovi.
questo è quello che provo.
prima, quando inziava il periodo di studio serio pre-esame, rinunciavo alle uscite, alle bevute, ai giri in vespa senza meta, alle alzate a pomeriggio inoltrato. dopo un paio di giorni a studiare mattina e sera, provavo nostalgia per quella vita e soprattutto provavo un senso di tristezza nel dover trascurare luisa.
adesso si ricomincia. già da oggi pomeriggio devo tornare al volo sui libri e starci per due settimane piene.
a cosa rinuncio adesso?
al lavoro, principalmente. tra marzo e aprile ho accumulato un numero di ore sufficiente a farmi stare a casa per due settimane.
il risultato è che non provo nostalgia, riesco a darmi un ritmo accettabile (di solito a letto tra le 11 e 30 e mezzanotte e sveglia tra le 7 e 30 e le 8) e sono praticamente sempre a casa.
ho la fortuna di avere una casa grande, dove è possibile cambiare più volte postazioni di studio. posso anche mettermi sul terrazzo a frescheggiare.
meglio che andare al lavoro, senza dubbio.

però, volendo proprio sviscerare la questione, quando preparo un esame mi ritrovo con paure e ansie che la mia mente ha ascritto ad un periodo remoto; ritrovarmele di fronte adesso è una sensazione fastidiosa, di ciclo che non si chiude.

eppure, paradossalmente, è proprio la voglia di chiudere che mi ha fatto imbarcare nuovamente nella questione universitaria.
onestamente ho vissuto gli ultimi mesi senza grandi soddisfazioni. così ho deciso di tornare a quel qualcosa lasciato incompiuto, giusto per avere il piacere di mantenere un impegno con me stesso, aldilà del pezzo di carta e del “dott” prima del nome.

sicuramente devo ringraziare tutte quelle persone che mi hanno sempre detto di continuare, di andare avanti. perchè le loro parole, anche se spesso ho dato l’idea di non ascoltarle, mi sono arirvate comunque.

un grazie particolare alla mia compagna, per quello che abbiamo combinato insieme fino ad ora, e per gli ultimi due giorni passati insieme, parentesi di normalità in una esistenza assurda.

come tributo alla nostra voglia di resistere con amore, forza, decisione e tenerezza, posto questa foto.

…se non ci fossi tu, non so quanta voglia avrei di andare fino in fondo.

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"noi vogliamo tanto bene alla polizia italiana…"

20 Giugno 2007 7 commenti

sono un po’ stordito.
ieri sera ho chiaccherato con alberto sul terrazzo e poi sono collassato nel letto. stamattina mi sono barcamenato tra bismark e la nascita dei movimenti socialisti in italia.

pausa.
apro la posta e trovo una mail di miki.
leggo, guardo il link e la foto.

riporto tutto quanto senza aggiungere altro.

“Ascoltatemi bene: non ce la faccio più a vivere in uno Stato come questo.
In cui un ragazzo di 18 anni, Federico Aldrovandi fermato da quattro poliziotti, picchiato, muore senza motivo. Dopo non si sa nulla, il ragazzo si è ucciso da solo. Il questore e il procuratore della Repubblica non muovono un dito. Due manganelli rotti per spezzare la sua vita. Calci in faccia a terra.
Le pattuglie che hanno fermato Federico erano composte da Monica Segatto, Paolo Forlani, Enzo Pontani, Luca Pollastri. Dove sono oggi? Prendono ancora lo stipendio? Quello che pagano i genitori di Federico, che gli paghiamo anche noi, per avere la loro protezione?
La verità non si sarebbe saputa se il ministro degli Interni Giuliano Amato non avesse incontrato il padre di Federico e visto le fotografie del corpo martoriato del figlio. Una settimana dopo il questore Elio Graziano viene trasferito.
Dei documenti sono stati contraffatti. I testimoni, perchè c?erano dei testimoni, hanno taciuto per paura, tranne una signora del Camerun. Onore a lei, signora.
Un appello alla Polizia: non permettete che ci siano altri Federico.”

C’è un blog da leggere
C’è un video da vedere

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cosa farai da grande, se non avrai successo?

18 Giugno 2007 4 commenti

sabato sera sono andato a letto molto tardi. domenica è stata l’unica giornata senza sveglia di tutta la settimana. quando so che non c’è la sveglia mi lascio andare e tiro le ore più tarde fino a che il mio fisico non regge più e casco dal sonno.
ieri sera avevo ancora in corpo e in testa un fuso orario da vacanza (mi basta un giorno, un giorno solo per abituarmici) e così non ho chiuso gli occhi fino alle 2 e 30.
sveglia alle 8 meno un quarto e sensazione di ossa rotte.

sto studiando per il mio prossimo esame. la storia dei trattati e delle politiche internazionali dal 1870 fino al 1956, con rivolta d’ungheria e crisi di suez. confrontato con politica economica è uno spasso, una vacanza.

sabato sera la pelle del viso scottava. abbiamo preso molto sole sul trebbia con i nostri amici. è stata una giornata bella. da come me l’aveva presentata leila al telefono il giorno prima, ho pensato che potesse valere la pena alzarsi presto.
sveglia alle 9 e 30, sabato mattina. appuntamento sulla statale che passa da opera e pieve emanuele.
arrivano leila e andrea, con dietro il pit che scalpita e lecca il vetro posteriore.
“te lo presento dopo, adesso è un po’ agitato”, mi dice andrea.

ci mettiamo in movmento e, dopo vari chilometri, strade bellissime, scambi di sms da una macchina all’altra e un temporale degno di questo nome, arriviamo sul trebbia, poco dopo bobbio.
c’è il sole, il pito scalpita ed è un essere veramente splendido: deciso, forte, armonioso e per nulla aggressivo. almeno non con noi. pare che non digerisca i suoi simili di sesso maschile, ma per tutta la giornata non ne incontriamo.

io e luisa facciamo un lungo bagno accompagnati dal pitosauro che ci gira intorno e mostra uno spiccato agonismo quando mi metto a nuotare di fianco a lui: si affanna per stare davanti e ogni tanto ci riesce.
l’acqua del trebbia è fredda è rigenerante.
esco, mi asciugo al vento e mi sento benissimo.

sono preso bene da questa giornata, da questa compagnia, da questo sole, da questo vento e da queste persone. mi sento a casa e non vorrei tornare.

invece il ritorno c’è sempre.
‘fanculo.

e mi tocca tornare a fare cose che non mi interessano, a convincermi che a questo punto non posso certo mollare l’università e quindi devo pure studiare.

certe volte mi chiedo cosa ne sarà di me. non lo faccio con angoscia, ma con viva curiosità, forse, a ben guardare, un po’ troppo fatalista per un sedicente rivoluzionario.

stamattina ho cercato qualche risposta in palestra. ho sudato in modo inverencondo dentro alla maglietta (sporca) della banda bassotti.
mentre correvo i miei 4 chilometri, ho avuto molti pensieri.
ho pensato al mio esame, alla giornata che ho di fronte, all’estate che incombe e a leila che oggi tornava a roma.
intanto i matrioska cantavano
“cosa farai da grande, se non avrai successo?
non l’ho capito mai.
cara vecchia amica,
piuttosto dimmi come stai”

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lungo

14 Giugno 2007 5 commenti

Più o meno mezzogiorno. Mezzogiorno di un giorno caldo e umido. Il cielo è di un colore indefinibile, anche per colpa degli occhiali da sole e della visuale ridotta del casco. Sono appena uscito da Pavia, in direzione Milano. Sto tornando a casa per mangiare con mia mamma e poi andarmene al lavoro

Questa mattina sono partito con pochissima voglia. Anzi: la scarsa voglia mi aveva già preso ieri sera. Ho raggiunto il letto verso le due di notte, abbastanza fatto e accaldato. Come mio solito non ho disfatto il letto; mi ci sono buttato sopra in boxer e maglietta. La sveglia è suonata alle 8 e mi ha strappato da qualcosa di bellissimo. Un sogno fatto di amici, mare, serenità. Non ricordo assolutamente nessun particolare, se non la bella sensazione interrotta.

Ho deciso di prendere la strada che costeggia la statale dei Giovi. All’andata avevo fretta, ma a ritorno no. Devo essere a Milano per un’ora che sia definibile “di pranzo”, ma non è nemmeno mezzogiorno e i chilometri da fare sono pochi.
Uscito da Pavia arrivo come un indemoniato sullo svincolo che immette sul tratto di statale Pavia – Milano. Prendo la corsia di accelerazione in pieno, gas aperto…del resto se si chiama così un motivo ci sarà.

Arrivo in cucina a torso nudo, bevo il caffè a torso nudo, vado in bagno a torso nudo. Mi infilo una maglietta relativamente pulita e intorno alle 9 e 15 sono in moto. Non ho voglia di andare a Pavia. E’ come se quella città con le sue vie e i suoi palazzi (alcuni molto belli, devo ammettere) fosse la realizzazione architettonica del mio fallimento. Trent’anni e ancora degli esami da dare, buio totale sulla tesi e lo stesso scazzo di quando ho iniziato. Quando arrivo a Pavia mi sale l’ansia. Quando riparto ho la sensazione di essermi lasciato alle spalle un problema. Assolutamente non risolto.

Sul primo tratto che va da Pavia alla Certosa vado abbastanza forte. Negli specchietti si fa vedere una mini, anche lei un po’ accanita. Mi fa i fari, io sorrido dentro al casco, scalo una marcia e apro tutto il gas. Supero un camion e la mini resta dietro.

Sono quadriennalista. Alcuni esami, specie quelli del terzo e del quarto anno, non ci sono più. Io, regolamento alla mano, ho il diritto di sostenere gli esami presenti nel mio piano di studi con il programma relativo all’anno in cui ho presentato il piano. Due giorni fa, con un giro di mail, ho cercato i responsabili degli insegnamenti. Oggi, botta di fortuna ricevono entrambi: stesso giorno e più o meno stessa ora. Parlo con il primo. Avevo un pessimo ricordo di questo professore. Oggi, per quanto non sia un esempio di simpatia e di cordialità, sembra molto più disponibile. Parliamo dell’esame, mi indica i testi, lo saluto e lo ringrazio.

E’ bellissimo sentire il proprio mezzo che accelera. Il motore vibra nella pancia, il sedere scivola indietro sulla sella e le gambe, riflesso inevitabile, si irrigidiscono e stringono sul serbatotio. Questo primo pezzo è tutto dritto. Un po’ una palla. E’ cosÏ fino a Milano. Non c’è nemmeno una curva. Negli ultimi metri prima della deviazione per la Certosa di Pavia mi chiedo che strada fare. Cerco di ripassare mentalmente tutti i passaggi della mia strada alternativa, che va dalla Certosa fino a Lacchiarella, dove finisce per ricongiungersi con la statale dei Giovi, poco prima di Rozzano.
Ma sì. Perchè no? Ci metterò un po’ di più ma infondo è divertente, c’è qualche curva e il traffico è scarsissimo.

La seconda professoressa arriva al ricevimento con qualche minuto di ritardo. La aspetto e sudo con la giacca “sparco” addosso, il casco in mano e lo zaino in spalla.
Arriva, mi fa accomodare e sembra avere inquadrato subito il problema.
“Dunque, lei ha il diritto di dare l’esame con il programma relativo al suo piano di studi. Quindi facciamo così: le indico questi testi. Se ha dei problemi mi scriva”
“Grazie professoressa. Devo mandarle una mail per dirle a quale sessione mi sono iscritto?”
“No, non si preoccupi. Me lo dice a voce. Io non sono molto brava a ricordare i nomi, ma le facce si.”
Sorride e mi tende la mano. La ringrazio ed esco a fumare la prima sigaretta della giornata.

Arrivo al semaforo superando la fila di macchine in attesa. Andando dritto si va a Milano. Andando a destra si va verso la Certosa passando per un lungo rettilineo alberato. In fondo, più o meno dove ci sono i parcheggi per i pulmann dei turisti, c’è una strada sulla sinistra. La prendo, arrivando in piega, con il motore che scende. Appena mi sembra di avere la giusta traiettoria, riapro il gas. Arrivo leggermene più lungo rispetto a dove mi ero figurato l’uscita, ma pace. Anzi: un po’ di brecciolino da alla mia uscita di curva una leggera imperfezione, con un che di grezzo e spettacolare.

Arrivo alla libreria universitaria. Cerco tre testi. Ne hanno solo uno. Se non altro scopro che gli altri due esistono, ci sono, nonostante risalgano a programmi d’esame di 5/6 anni fa. Li cercherò a Milano. Adesso mi preme solo andare in segreteria studenti, fare la mia coda per ritirare il mio statino.
Lo statino è un documento che rilascia la segreteria studenti. Sopra c’è stampato l’elenco completo dei propri esami con una “r” di fianco se devi ancora darlo, o una “s” in caso contrario, nel caso sia già stato sostenuto. Lo statino, in teoria, va presentato agli esami. Ha una validità e viene rilasciato solo se sono state pagate le tasse universitarie. Un professore, ad un esame, prima di procedere con le domande, controlla lo statino per capire se ha di fronte uno studente “a posto”.

Arrivo al primo paesino sparatissimo e poi freno di colpo per attraversarlo ai canonici 50 all’ora da centro abitato. Una decina di case e sono di nuovo in mezzo alla campagna. Una campagna piatta che non stuzzica particolarmente la mia fantasia, ma ha l’enorme vantaggio di presentarti numerosissime curve dalla visuale perfetta. Hai la possibilità di vedere se arriva qualcuno dall’altra parte e, in caso contrario, puoi sfruttare tutta la carreggiata e divertirti come un bambino a disegnare traiettorie.

Eccomi in segreteria. Il sistema è cambiato. Si prende un numero ad una macchina automatica proprio fuori dall’ingresso. Poi si aspetta pazientemente il proprio turno. Io sono 41 A. La lettera è attualmente al 35. Mi accendo una sigaretta e aspetto.

Prendo un paio di curve da paura. E’ bello quando hai tutto il tempo per pensare, scegliere, guardare attentamente dove andrai ad appoggiare le ruote. Poi ti butti in curva. La moto scende avvicinando il suo fianco all’asfalto. Ma lo senti che non può cadere. Lo senti che, anche se inclinata, è quanto di più solido ci possa essere. Penso al rumore del motore che sale in uscita e che si propaga nella piatta campagna intorno a Pavia.

Siamo al 40 A. Il ragazzo allo sportello prima di me ha i capelli timidamente alla moicana e una maglietta con scritto “maui”. Di fianco a me c’è la lettera 34 F. Non arriva nessuno. 34 F rimane qualche secondo acceso su un tabellone sospeso a mezz’aria e passa a 35 F con un beep sordo. La ragazza 35 F si fa avanti, ma appena si appoggia allo sportello arriva di corsa, trafelata, una ragazza dalle forme abbondanti stipate in un vestito che nasconde poco.
“Scusate scusate, mi ero distratta. Stavo chiaccherando con le mie amiche sedute lì. Scusatemi, sono una ragazza sbadata. Pensi che giorni fa….”
40 A diventa 41 A. Mi faccio avanti. Porgo il mio libretto e chiedo il nuovo statino. Dietro il vetro c’è una ragazza che avrà più o meno la mia età. Chissà se ha la laurea. E se non ce l’ha, chissà se le rode vedere tutti questi giovani destinati ad essere chiamati dottori.

C’è una curva particolarmente secca. La conosco. E’ alla fine di un breve rettilineo e va verso sinistra. Il mio lato preferito per curvare (pare che ogni motociclista ne abbia uno e pare anche che i destri prediligano il sinistro, mentre i mancini si trovino maggiormente a loro agio piegando a destra).
Percorro il breve rettilineo in pieno. Sono sui cento. Cerco con lo sguardo il punto dove pigiare sui freni e, poco più in là, quello dove iniziare a curvare.

Ringrazio la giovane impiegata e, ormai sudatissimo, mi riavvio verso la moto. Apro il bauletto e ci metto dentro il mio zaino. Chiudo tutta la giacca, mi infilo i guanti regalo di Filippo.

Freno bene e i punti scelti mi sembrano quelli giusti. La moto scende. Scende decisa e sicura. Inizio a cercare un punto, alla fine della curva, dove mettere le ruote e ridare gas.

Ho caldo, e prima di uscire da questo parcheggio proprio di fronte al palazzo della provincia, devo fare una manovra in retro per guadagnare la strada. Un piccolo van ha parcheggiato proprio dietro di me, lasciandomi lo spazio minimo per poter uscire. Eseguo la manovra e sudo.

Cerco il punto di uscita ma la mia attenzione viene catalizzata da un puntino in mezzo alla curva. Man mano che mi avvicino mi rendo conto che è un sasso. Un sasso di piccole dimensioni: a occhio e croce lo si potrebbe nascondere in un pugno.

Sono a pochi centimetri dal van e a pochissimi dal bauletto di uno scooter parcheggiato. La moto tende ad andare indietro per una lieve pendenza e così devo modulare il freno. Che palle. E soprattutto che caldo.

Andando così il sasso finisce dritto sotto le ruote. Ho paura che mi faccia saltare, facendomi perdere aderenza e facendomi perdere anche il giusto equilibro con la forza centrifuga. Non so bene che fare. Non provo paura ma non so bene che fare.

Ormai grondo sudore dentro al casco. La moto è quasi libera. Manca poco.

Decido di frenare. La mia splendida traiettoria si apre. Vado verso l’esterno. La ruota dietro blocca, ma anzichè fischiare fa un rumore sordo. Finisco sul terriccio a bordo curva, con la moto praticamente ferma. “Lungo!”, penso dentro di me “ma stavolta non è colpa mia”.

Finalmente sono uscito da pertugio. Moto libera. Posso partire.

Infilo una prima e ritorno sull’asfalto. Posso ripartire.

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questioni

12 Giugno 2007 9 commenti


fine giornata o quasi.

questa mattina mi sono attaccato al computer e ho cercato di capire la mia situazione universitaria. il mio essere fuori corso, unito alla strenua resistenza da quadriennalista, han fatto sì che alcuni esami presenti nel mio piano di studi non esistano più. almeno non con quella dicitura.
così, nelle prime ore della giornata, ho inviato mail a vari professori, ricevendo anche qualche risposta.

poi ho fissato il tagliando per la toyota. martedì mattina mi tocca portarla in viale ortles alle 9 e 15. viale ortles per me è molto meglio di viale jenner e comunque sia la nostra toyota ha bisogno di una controllata.

sono arrivato in ufficio ascoltando i negu gorriak e mi è salita la voglia di tornare negli euskadi. possibilmente in macchina.
io sono uno di quelli che da al viaggio fatto con il proprio mezzo un valore aggiunto. arrivare in treno o in aereo non è la stessa cosa.

staremo a vedere, così come staremo a guardare questo giugno che non decolla.
in alcuni momenti della giornata fa caldo. poi si alza il vento (come adesso) e la sera minaccia pioggia.

provo un senso di inadeguatezza più marcato del solito. non so esattamente perchè. più cresco più mi sembra di essere poco adatto a questo mondo.
il lato bello però, è che più cresco più mi trovo bene con le persone che provano questa stessa mia tensione.

questione di sinergie,
questione di essere compagni,
questione di essere ribelli a vita.

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dovrebbe essere così

12 Giugno 2007 2 commenti


sono intontito. ieri sera alle 11 e 30 ero a letto e qualche minuto dopo già dormivo.
il programma della giornata prevede(va) pavia: giro in segreteria, domande su noi studenti fuori corso e poi ritorno a casa.
dopo una telefonata alla segreteria studenti, viene fuori che il mercoledì la segreteria riceve su appuntamento.
su appuntamento?
sì, appuntamento. come dal medico, dal dentista, dal notaio.
ritelefono. chiedo come devo fare con gli esami che sono presenti nel mio piani di studi ma che non lo sono più sulla nuova guida studenti.
“deve contattare il docente titolare del corso d’esame che lei deve sostenere”
“grazie al cazzo” – penso dentro di me – ma se quell’esame non esiste più?”
cerco di spiegarmi con la voce roca e svogliata di prima mattina.
risultato: devo scrivere un paio di mail ai professori titolari dei corsi che sono più simili agli esami che devo sostenere io.
le mail le ho scritte, ma non e ho ancora inviate.
prima le invio a mio padre che conosce abbastanza bene il linguaggio; lui correggerà un paio di periodi, me le rimanderà e io le invierò.
spero rispondano in fretta, perchè il tempo stringe e questa sensazione da countdown (anche se non ancora “final”, come cantavano gli europe) mi mette ansia.

mattina di sole che va e che viene. c’è una cappa di umido e di caldo latente che ha una gran voglia di esplodere.
io puzzo di aglio da fare schifo. ieri sera non ho resistito e ho aggiunto vari spicchi al mio piatto di pomodori. adoro l’aglio. è un sapore forte, mediterraneo, deciso. per me le abbuffate di aglio coincidono quasi sempre con un periodo di beata solitudine.
mi ricordo mangiate di aglio quando mi chiudevo in casa a preparare gli esami o quando ero da solo al poggio di capalbio.

ho bisogno di portare a termine qualcosa. sennò l’ansia sale e mi blocca. e più sono bloccato più mi sale l’ansia e la spirale si autoalimenta.

appena ricevo direttive da mio padre sulle mail in questione, salgo in vespa e mi faccio un giro. da 10 anni è uno dei miei numerosi antistress.

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pronto per andare

9 Giugno 2007 8 commenti

9 e 47 di sabato mattina: occhi rossi, sguardo spento e comunicazione a gesti. poco importa, tanto so che appena salgo in moto mi sveglio.

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