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Archivio Settembre 2007

torno a casa e mi metto a scrivere

30 Settembre 2007 3 commenti

un’altra versione

25 Settembre 2007 4 commenti

 

Un tempo avevo l’abitudine di sottolineare i libri che leggevo. Non sottolineavo i passaggi importanti, ma quelle frasi, quei periodi, a sé stanti. Ricercavo l’universalità in poche parole, cercando di trovare dei punti di riferimento.

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…che vuoi dire?

21 Settembre 2007 5 commenti

In questi giorni sto fumando troppo. Se ieri si trattava di raccontare la terza sigaretta della giornata, oggi, allargando il quadro, dovrei raccontare di pacchetti di camel blu che partono quotidianamente.
Dovrei riprendere a correre, per avere la misura del male che mi fanno e diminuire la quantità.
Oppure dovrei tornare a fumare solo canne. Sarebbe la cosa migliore. Un paio di cannoni a fine giornata per andare in culo a tutto quanto.

Ieri non è stata una grande giornata. Per paura di viverne un’altra, storta fin dall’inizio, oggi ho deciso di cancellare questo pericolo almeno per la prima parte della giornata, alzandomi a mezzogiorno.
Sfogliando il corriere mentre facevo colazione (con biscotti scozzesi – credo – strapieni di burro) ho visto che la Goggi ha scazzato con Mike Buongiorno alla prima puntata di Miss Italia, che Capitan Zanetti canterà nel prossimo disco di Mina, che la borsa più o meno è stabile e che Massimo Moratti non è contento della squadra che non è nemmeno lontanamente all’altezza delle prestazioni canore del Capitano.

Ieri non è stata una grande giornata, ma, nonostante questo ho avuto l’occasione di osservare un sacco di buone vibrazioni, intorno a me. Non ho potuto farle mie, perchè non era una grande giornata, ma le ho comunque osservate.

Mattinata in ufficio. Questo già lo sapevate. Riunione plenaria. Ho S. davanti a me che, nonostante tutto, trova il tempo per sorridermi.
Vado a casa. Mia mamma, come sempre, si occupa di fare mangiare tutti quanti. Primo turno di pranzo: lei e Carlo. Secondo turno, io e mio padre. Quest’ultimo mi propone un giro alla fnac nel pomeriggio. Ci sto. Mi va di andare con lui. Una volta dentro va all’ultimo piano e fa scorta di libri chiedendomi se c’è qualcosa che voglio comprare (e che avrebbe pagato lui, con il piacere di comprarmi qualcosa).
Io sono al mio secondo giorno consecutivo alla fnac. Non ce la faccio più a schivare persone, dare la caccia ai commessi, vagare tra un piano e l’altro, osservare frotte di adolescenti che passano il loro pomeriggio a provare la playstation 3.
“Ma non volevi prendere un manuale per il mac? Non volevi vedere le telecamere?”
Grazie papà. Grazie davvero, ma devo uscire di qui. Al più presto.
Carichiamo i libri nel bauletto della moto e torniamo a casa.

Mangio con mio padre e mia madre. Sono di umore pessimo, ma non voglio farlo pesare. Cerco di essere comunque gentile, ma vedo che il mio malumore aleggia nell’aria. Sparecchiamo e io, prima di uscire e andare da Alberto, mi guardo un pezzo di “Fight Club”. Tyler Durden pontifica. Il suo Fight Club si sta trasformando in un piccolo esercito privato, dalle finalità oscure ma dalle premesse chiarissime.
“Quanto sai di te se non ti sei mai battuto?”
Questa frase continua a girarmi in testa da quando ho visto questo film. Quando è l’ultima volta che mi sono battuto? E per cosa? Non me lo ricordo, e prima di vedere questo film pensavo che questa mia dimenticanza fosse un bene.
Mentre guardo il film carico il mio ipod e lo aggiorno con una nuova playlist che ho chiamato “un po’ viaggio un po’ no” e con il grandissimo album del Bad Religion, “New America”.
Mentre cammino verso casa di Alberto voglio ascoltare “A world without a melody” (questo con i manga sembra essere l’unico video di questa caznone presente), uno dei brani più belli dell’album.
Esco di casa ed entro in ascensore. Seleziono l’artista, seleziono l’album e la canzone. Il display si illumina ma la canzone non parte. Smanetto, schiaccio tutto prima con una logica e poi a caso. Nulla. Nel frattempo sono fuori dal mio portone. Decido di dargli un po’ di tempo per risettarsi e uscire da questa crisi.
“Qui ci vuole una sigaretta”. Prendo il pacchetto e inizio a cercare l’accendino. Non c’è. Non c’è fuoco.
Inizio a sentire che sto perdendo il controllo. Ma devo restare calmo. Questi sono piccoli inconvenienti. Fastidiosi, ma piccole cose.
Mi incammino verso casa di Alberto. Cerco Luisa sul cellulare. Non risponde.

Suono alla porta del mio amico chiedendomi “perchè sono qui? Perchè portare il malumore anche da lui?”

Poco dopo arriva anche Leo. Alberto ci espone subito il suo problema lavorativo. Entro domani deve scrivere poche righe da abbinare ad un libro in uscita. Ma tutto quello che si poteva dire è già stato detto sulla quarta di copertina e nei comunicati stampa. Serve altro. Di breve, chiaro e possibilmente accattivante.
Io e Leo ci mettiamo a tirare fuori idee. Poi saltano fuori carta e penna e ci mettiamo a scrivere.
Sono contento di aiutare il mio amico. Quello che abbiamo scritto gli piace. Questo mi fa ancora più contento.
Va un po’ meglio perchè se non sono riuscito a fare nulla per migliorare il mio umore, oggi, avere dato una mano ad Alberto mi è servito comunque.

Mi chiama Luisa. Sento la sua voce e penso alla canzone “Alleati” degli Assalti Frontali.

“..quando sento la tua voce nel buio
più c’è guerra e più tu sei capace
di costruire la nostra unione
aldilà delle apparenze, le convenienze e le parole
mi sei vicina e sei vera”

La serata continua con un buonissimo vino e tante chiacchere. Scopro che Leo è un fan di Frankie Hi NRG e che è un altro come me che apprezza la comunicazione immediata del rap nostrano.

L’una meno un quarto arriva in fretta. Torno a casa senza l’ipod, ancora bloccato su quel pezzo dei Bad Religion.
Mi metto al computer. Il mio post di ieri è stato scelto dalla redazione di tiscali e sono pieno di commenti da blogger che non conoscevo. Faccio un giro sulle loro pagine: alcune sono molto belle e curate.
Vado sul blog del mio amico Luciano. Consiglio a tutti una lettura del suo blog, ma, soprattutto, una visione del corto che ha realizzato  con l’aiuto di amici validi e creativi.
Vi consiglio di vederlo, primo perchè è ben fatto (bella l’idea e bello il montaggio) secondo perchè dura meno di 10 minuti,  terzo perchè avrete la possibilità di vedere in faccia il genio che mi ha fatto passare politica economica con 25.

Prima di dormire voglio rivedere “La proprietà non è più un furto” di Elio Petri. Dopo circa mezz’ora di visione la radiocuffia si scarica. La metto in carica e spengo il computer.
Oggi con la tecnologia meglio chiudere.

Meglio chiudere anche con questa giornata, penso prima di addormentarmi. Inutile insistere.
Domani si riproporrà tutto pari pari, però forse avrò un umore migliore, più positività o forse solo una dose maggiore di indifferenza.

È più o meno l’ultimo pensiero di ogni giornata.
In attesa che qualcosa, dentro di me, cambi.
Definitivamente.

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3 sigarette

20 Settembre 2007 13 commenti
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milano

17 Settembre 2007 3 commenti

Forse ci voleva la fine del mio racconto sul viaggio di questa estate per farmi pensare di essere tornato. Oltre a questo, oggi, mi sono buttato nel rituale della partita a San Siro, Inter Catania.
Sono stati questi due fattori insieme a farmi capire che sono di nuovo a casa, senza tuttavia capire se è una cosa bella e buona, o brutta e cattiva.
Non so se sia un bene o un male, ma questa incertezza di vedute me la tengo stretta, perchè ho paura di realizzare che fra circa un mese le giornate non dureranno niente, scorrazzare in moto e in vespa sarà sempre più difficile, e, oltre a tutto questo, mi toccherà anche riprendere in mano i libri per quello che, i miei fans, definiscono senz’ombra di dubbio, il mio rush finale universitario.
Io traccheggio, come direbbe Giorgio Lauro in una telecronaca di Bar Sport. Traccheggio allegramente, senza ansie e senza angoscie, convinto che, al momento giusto, saprò dare il meglio di me.
Perchè il rientro è qualcosa da metabolizzare. Lanciare la mia Toyota lungo le strade attorno al deserto di Tabernas e cercare parcheggio fra gli stakanovisti dell’happy hour sono due cose molto diverse. Uscire di casa in costume da bagno, occhiali e asciugamano, mangiare bocadillos ai calamari per pranzo (cioè verso le 4) è una cosa diversa rispetto ad uscire di casa la mattina, buttarsi con la mia Kawa nel traffico, stare attento a non venire travolto dall’isteria e dalla fretta che sembra possedere tutti gli uomini e le donne che ruotano attorno a questa città.
Insomma ho bisogno di tempo. Arrivare piano piano alle consapevolezze.

“Milano è un città che sta per esplodere”. Se ne parlava sabato sera con Luisa, Filippo e Cristina.
Loro raccontavano alcuni episodi di isteria assortita nei quali si erano imbattuti, facendo cose normalissime: un aperitivo, una spesa, la ricerca di una borsa da calcio.
Io purtroppo non avevo episodi “freschi” da raccontare al riguardo. Però capivo esattamente a cosa stessero alludendo.

I miei genitori mi hanno sempre raccontato di come, per loro, fosse importante che io crescessi a Milano. Fino agli anni ’90, mio padre lavorava a Trento. Faceva il pendolare settimanale, prendeva un treno il lunedì mattina alle 5 e qualcosa e, se andava bene, tornava il giovedì dopo cena.
Chiaro era molto più semplice andare a vivere tutti quanti a Trento.

“A Trento saresti stato il figlio del professore. Per tutti. Conoscendoti non ti sarebbe piaciuto”.
Avevi ragione papà. Su questo nessun dubbio.

Forse Milano è una scuola di vita. Se impari a sopravvivere qui, a trovare i tuoi spazi, allora sei attrezzato. Però resti anche morbosamente attaccato ad un posto dove imparare a vivere ti è costato talmente tanto da non avere intenzioni (serie) di andarsene.

Così ieri ho avuto un assaggio di Milano. Ho visto uno dei suoi molteplici aspetti. Lo stadio.
Alberto mi aveva procurato due biglietti per il primo anello rosso.
Qui si segue la partita, ma per molti quei 22 giocatori in campo, sono un corollario, non il vero motivo per cui si è lì.
Le ragazze sfoggiano vestiti corti, trucchi pesanti e ricercati, top che mettono in risalto le loro forme. La maggior parte di loro si annoia terribilmente, ma tant’è: questo è uno dei tanti salotti di Milano.
I ragazzi sembrano posare più volte lo sguardo sul campo rispetto alle loro fidanzate, ma i loro jeans D&G appositamente sdruciti parlano abbastanza chiaro.
Ma qui bisogna apparire. Fine.

Inizio ad essere a corto di aggettivi per descrivere questa città.

Milano era un insieme di aspettative, sogni, ambizioni, nemmeno tanto tempo fa. Si veniva dalla Calabria, dalla Puglia, dalla Sicilia e dalla Campania. Il nome della mia città doveva risuonare come eponimo di emancipazione e di vita nuova, alle orecchie di chi lasciava il proprio paese per venire qui.
Poi cosa è successo?
Non lo so di preciso.
Qualcuno si è arricchito, qualcuno ha trovato un life style decisamente austero, ma comunque un salto in avanti rispetto a dove veniva. Qualcuno non si è mai inserito ed è rimasto con l’intenzione di tornare al proprio paese, proprio come Rocco – Alain Delon in “Rocco e i suoi fratelli”, capolavoro di Visconti, datato 1960.
Forse è successo che la dedizione al lavoro si è confusa con l’attitudine a farcela in ogni caso, con ogni mezzo. Il concetto di produttività ha soppiantato quello di etica e di lavoro come emancipazione, affidando esclusivamente al buon cuore di qualche industriale facoltoso e democratico il rispetto di alcune condizioni minime di lavoro.
Concordo pienamente con Edoardo Sanguineti, poeta militante, che durante un’intervista, dietro al suo sorriso imperturbabile e profondo e armato della sua incrollabile fede comunista, ha sottolineato come l’attenzione collettiva, indotta dai mezzi di comunicazione, si sia spostata dal lavoratore al consumatore. Il soggetto dominante è il consumatore che deve riuscire a permettersi determinati oggetti, determinate vacanze e una lunga serie di ammennicoli, indicatori unici del suo reale inserimento. Siamo tutti fratelli che aspirano alle vacanze in Costa Smeralda con qualche puntatina al Billionarie. Ci riconosciamo dalle firme sui vestiti, dai pomeriggi dedicati allo shopping e siamo assolutamente convinti che la qualità si paga: c’è poco d fare.
Così diventa difficile parlare di etica, di rispetto, di attenzione e salvaguardia della propria comunità.

Milano mi sembra questo. La concreta affermazione del capitalismo, che ha stravinto e che ci ha dimostrato tutta la validità dell’assioma marxista secondo il quale, le idee dominanti sono quelle della classe dominante.

Bentornati.

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punto della situazione 6

15 Settembre 2007 2 commenti

Oggi che si fa?
Bisogna assolutamente fare qualcosa. Vedere, osservare, perché altrimenti il pensiero del rientro si fa troppo pressante. Allo stesso tempo non voglio distruggermi di camminate e di birre. Mi aspettano mille e rotti chilometri fra meno di 24 ore. Voglio essere fresco.
“Casa Batllò”. Può andare.
Passeig de Gràcia, civico 43.
Joseph Batlló decide di affidare a Gaudì la ristrutturazione della sua palazzina.
Onestamente nei panni di Batllò non so se sarei rimasto soddisfatto del lavoro. Certo è che una casa così, nei primi del ‘900, non ce l’aveva nessuno.

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Punto della situazione 5 e probabile conclusione (c’è altro da dire)

12 Settembre 2007 2 commenti
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punto della situazione 4

7 Settembre 2007 5 commenti

Ci metto proprio poco a lasciarmi andare.
Quando visito una città sono molto preso. Le mie preoccupazioni sono trovare l’albergo (e in questo Luisa è fondamentale), trovare da mangiare senza spendere un patrimonio, vedere le cose più belle della città in cui mi trovo e combattere il mio mal di piedi, un classico di quando cammino tanto. Quindi mi barcameno fra queste cose, i giorni passati in città sono intensi e mi liberano da tutti i pensieri della vita di tutti i giorni.
Poi c’è un altro tipo di vacanza. Quella in cui mi piazzo. Di solito succede quando affittiamo una casa per un periodo di almeno una settimana.
Allora trasferisco i miei ritmi altrove.

Ad Agua Amarga è stato così. Quasi due settimane vissute con la pancia.
Mi ricordo i bambini che facevano casino nella nostra calle, il bagno senza la luce e l’odore del bar all’angolo. Poi lo splendore di svegliarmi con Luisa di fianco, andare a dormire insieme, stendersi  al sole e dividere le cuffie dell’ipod.
Poi le canne rollate in casa e fumate in spiaggia, i discorsi sulla politica, sul mondo, su come la globalizzazione sia ormai un concetto devastante di conformità dei modelli. In tv, al pomeriggio, c’era “Espana Directo”, copia esatta della “Vita in diretta”. Poi l’inserto “Yo Dona”, identico come impaginazione, foto, articoli frivoli al nostro “Io donna”. Stesso discorso per il GQ spagnolo, non fosse per una bella intervista a Tarantino che vuole girare il prossimo film nel deserto di Tabernas, folgorato dallo Spaghetti Western.
A fare la differenza sembrano essere solo le persone e le loro abitudini.
Una sera siamo andati a Carboneras. Un buon cd e l’aria del deserto che entrava dal finestrino ci hanno accompagnato fino al lungomare. Erano quasi le due di notte e le famiglie continuavano imperterrite ad andare avanti e indietro con bambini al seguito. Un sogno per il Tommaso bambino, inquieto soprattutto la notte.
Poi l’abitudine, nei bar e nei pub, di buttare tutto per terra. Sigarette e tovaglioli te li ritrovi sotto le suole in continuazione. Eppure, nonostante questa attitudine, le città e i paesi spagnoli sono puliti. Vissuti, senza dubbio. Ma non ho mai avuto la sensazione di stare in mezzo allo sporco.



L’idea della partenza da Agua Amarga mi ha colto un po’ impreparato. Ho provato uno strano senso di ansia. Luisa ha preso in mano la situazione. Si è infilata in un internet point e ha iniziato la ricerca di un albergo a Barcellona. Lei quando ci si mette è un treno. E ci si mette spesso, la mia amata.
Mentre Luisa navigava, io ho cercato di fare ordine tra le mie emozioni.
Mi ero inselvatichito molto. Non troppo, perchè per quanto mi riguarda non è mai troppo. Però avevo fatto una buona scorta di mare, sale sulla pelle, camminate a piedi nudi, giornate passate interamente in costume. Quello che ci vuole per liberare la mia essenza di selvaggio. Perchè a Milano, per quanto ci sia nato, sono sempre un po’ spaesato. Mi sento un po’ come quegli animali esotici portati in uno zoo. Alla fine sopravvivono e più o meno si adattano, ma la loro natura sarebbe quella di sbranare tutti quelli che vanno lì ad osservarli e di riprendere di corsa la strada verso il caldo.
Sarei rimasto a fare quella vita ancora per molto tempo, ma il riavvicinamento iniziava ad essere necessario e, per quanto mi riguardava, ero abbastanza carico per affrontarlo senza drammi.

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punto della situazione 3

7 Settembre 2007 Commenti chiusi

Oggi tira vento. Un vento che sposta la macchina. Noi decidiamo di andare verso sud. Cabo de Gata.
La costa è selvaggia, brulla, soleggiata e ventilata. Il mare è mosso, però in alcune cale non arriva, e dall’alto si vede la linea del vento che, una volta rottasi sul promontorio, delinea il mare calmo da quello agitato.
 


Quello che mi impressiona, in questa zona, è la natura. Sembra tutto più deciso. Il mare, il vento, il sole che ti picchia in testa. È tutto più intenso.
Una sera, poco prima che Alberto partisse, abbiamo anche avuto la fortuna (se così si può dire) di vedere la pioggia ad Agua Amarga.
“Qui non piove mai”, avevo sentito dire. La guida diceva che cadono 10 cm (o forse 20, non ricordo) di acqua l’anno. Certo. È un deserto. Invece una sera le stelle sono scomparse, la luce dei lampi ha attraversato il cielo e dopo poco è arrivata anche la pioggia. Una pioggia intensa, fittissima. Gocce grandissime che hanno iniziato a battere sui tetti, sulle macchine, sulle strade piene di sabbia. È stato evidente fin da subito come qui nulla sia pensato per la pioggia. L’acqua ha iniziato a scorrere verso la piazza principale del paese, allagandola.
“E’ proprio una concezione diversa delle case – ha detto Luisa – guarda: non c’è nemmeno un accenno di tettoia sporgente sopra alle finestre”.
Infatti la pioggia è entrata nella nostra camera da letto al piano di sopra creando una pozza intorno ai nostri bagagli appoggiati per terra.

Dopo la pioggia, nei giorni successivi, il cielo è rimasto scuro e il mare si è ingrossato. Grandi onde hanno iniziato a fare indietreggiare la spiaggia, portando sassi sulla battigia.
Il maltempo è durato 4 giorni. Non si poteva stare in spiaggia. Anzitutto perchè la striscia di arena si era ridotta sensibilmente. Poi perchè il vento, ancora forte, alzava la sabbia che sferzava caviglie e ginocchia. Fastidiosissimo. Quasi doloroso, a tratti.



Sono stai giorni non facili, perchè qui, o fai vita di mare oppure non c’è molto altro da fare.
Un giorno io e Luisa abbiamo preso la macchina e ci siamo avviati verso nord sul litorale. Un giro molto bello, con la strada che ora costeggiava il mare in burrasca (rovesciando acqua di mare sul parabrezza), ora si inerpicava sui promontori, esposta ad un vento violentissimo.
Per fortuna mi sono portato dietro il mio mac con qualche film. Così finalmente siamo riusciti a vedere “Il ladro di orchidee”. È il secondo film di Spike Jonze, dopo “Essere John Malkovich”.
Forse qualcuno si ricorderà il video dei Weezer “Buddy Holly”, magistralmente ambientato nel bar di  “Happy Days”, oppure lo splendido “Sabotage” dei Beastie Boys, uno dei miei videoclip preferiti in assoluto. Ecco. Spike Jonze è il regista di queste pietre miliari nell’arte di accostare musica e immagini. Solo due lungometraggi. “Essere John Malkovich” e “Il ladro di orchidee”.
Il film ci piace. È originale senza essere astruso, la costruzione della trama è un continuo sovrapporsi di storie ed eventi passati che spiegano quelli presenti. Nicolas Cage interpreta due volte se stesso, nel ruolo di suo fratello gemello, nonché alter ego.

Per tutti i 4 giorni di maltempo andiamo a letto con la viva speranza che il giorno dopo siano il sole e il caldo a svegliarci.
Poi, una mattina quasi pomeriggio, il sole.
Riprendiamo la vita di sempre. Spiaggia, mare, onde, fritti misti e serenità.

I giorni intanto passano. Io non voglio pensare al ritorno. Mi mette ansia. Però è il caso di organizzare quantomeno un riavvicinamento all’Italia. Da qui a Milano sono 1700 chilometri. Sono un buon guidatore sulle lunghe distanze e se per qualche giorno l’idea di fare questa tirata non mi sembra assurda, dopo un po’ la accantono. Meglio metterci una tappa in mezzo. Meglio se in una città mai vista.
Come ad esempio, Barcellona.

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punto della situazione 2

6 Settembre 2007 3 commenti

Questa volta il desajuno a 12 euro non ci frega. In stanza c’è un aggeggio che scalda l’acqua per fare il caffè. Ci procuriamo brioches, plum cake e succo di frutta che mettiamo nel frigo bar. Per la colazione siamo autosufficienti.

Il secondo giorno iniziamo il nostro giro dal Mercado Central per poi ributtarci a piedi versi il centro.
Risbuchiamo nella piazza della paella la sera prima e ce la godiamo con la luce.
Valencia mi affascina. È una città viva, piena di gente, ognuno sembra avere il suo spazio. Dai giovani skater, ai ragazzi che pattinano, dalle famiglie con tanto di bambini al seguito fino alle ore più impensabili, ai giovani all’acchiappo. Quest’ultima categoria è rappresentata splendidamente dai nostri connazionali. Vanno in giro a gruppi, abbastanza numerosi, imprecano e si insultano ad alta voce per poi puntare le prede avvicinandole con grandi sorrisi. Un po’ mi vergogno. Non che me ne freghi nulla del patriottismo, però essere associato a certa gente un po’ mi infastidisce. C’è da dire che io e Luisa siamo due turisti modello, parliamo a bassa voce, non abbiamo cellulari dietro, e non facciamo casino nei locali.

In ogni caso plaza de la Virgen è spettacolare. E ce ne rendiamo conto soprattutto la sera perchè, dopo una doccia e una spesa essenziale (che comprende anche una rivista di moto e una di calcio), decidiamo di tornare lì per cenare.
Sono le nove e mezzo.
“Dai, magari non c’è nemmeno tanto casino”.
A dire la verità di casino ce n’è molto, ma ai tavoli si sta ancora chiudendo il rituale dell’aperitivo.
Ci sediamo, proprio di fronte alla chiesa. Arriva il cameriere cui chiediamo si es posibile comer.
Sembra un po’ imbarazzato. Dice che se non è un problema ci mette una ventina di minuti ad approntare una cena. Cenare alle 9 e trenta a Valencia è un po’ da trentini.
Aspettiamo i nostri piatti bevendo Cerveza

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