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Archivio Marzo 2008

diamonds

28 Marzo 2008 4 commenti

Altra camel. Questa è l’ultima. Cazzo se è l’ultima.
La finestra è aperta, i colori fuori sembrano belli, ma questo freddino sui piedi infilati male dentro due espadrillas nere, mi fa capire che ancora non ci siamo.
Mi alzo e cerco di fare il punto della situazione. Ci sono svariate cose lasciate a metà: quel genere di cose che necessitano di un ultimo sforzo per essere complete. Ma mi conosco e mi temo. A quota 31 ancora sbaglio i conti su me stesso. Ogni autovalutazione viene fuorviata dalla paura e per compensarla faccio stime sempre per eccesso. Fallimentari. Mi aggrappo alla scrittura, forse l’unica cosa che so fare: indipendentemente dai successi, tutti più o meno casalinghi, mi da soddisfazione. Così mi ostino.

In questa mattinata di freddo primaverile le cose da fare si affastellano. C’è la tesi da scrivere, statistica da studiare, il wirless da installare (costa, ad ogni tentativo, una discreta dose di madonne), il programma per convertire i filmati da trovare. Poi c’è da montare il video degli Allegri Leprotti, il cui storyboard ipotetico mi molesta negli attimi prima di addormentarmi.
A disturbare le già incerte frequenze del mio cervello, ci sono le idee: dispersive e contraddittorie, tendono a sovrapporsi, a litigare fra loro, ad accoppiarsi senza generare prole. Copulano per il gusto di farlo, ‘ste viziose. Mica ci pensano al futuro.
Io potrei anche essere d’accordo con loro, ma ciò che gli ripeto spesso è: prima concludiamo qualcosa, mettiamo in cassaforte qualche risultato, e poi ci si diverte. Nulla.
Continuano a rinfacciami che si sono sbattute recentemente, che sono state buone, e che adesso devono sfogarsi.

“Abbiamo già conseguito dei buoni risultati”
“Non basta”
“Arrivista! Non ci meriti.”

Ieri sera ho accompagnato papà alla stazione. Pioveva. Per un attimo ho avuto un corto circuito in testa e ho pensato, seriamente, che fosse autunno, che un altra primavera/estate se ne fosse andata e che io me l’ero persa perché disperso chissàdove.
Stavo per chiedere a mio padre “…e la tesi come è andata? Mi sono laureato poi? C’era tanta gente?”.
Il corto circuito è rientrato e sono tornato in me.
Ho portato il papà fino al confine con la stazione centrale, lasciandolo in quel limbo dove viaggiatori e dannati della terra incrociano il passo.
Sotto la pioggia sono tornato verso casa. Avevo il cd di Ben Harper, “Diamonds on the Inside”. La traccia 3 è la canzone che da il nome all’album. Splendido pezzo, che si apre con un un intro di chitarra che spiana la strada all’attacco vero e proprio. La canzone gira serena, tranquilla, accordi dolci e semplici. E poi il solito discorso di abbinare musica e parole. In questo caso Ben Harper, o chi per lui, ha quadrato il cerchio.
Il video è la perfetta interpretazione della musica.
Piove, la giornata non è un granché. Ben se ne sta sotto alla tettoia della sua casa, semplice, spartana, dove ha tutto quello che gli serve: la chitarra per suonare, un fornello per il caffè.
Poi però, pioggia o non pioggia, Ben parte: lega il surf sul tetto della macchina, si copre con giacca e capello, e attraversa la campagna fradicia diretto al mare.
L’intro che ha aperto la canzone continua a ripetersi, mentre lui arriva al mare e, cappello di lana colorata ben calzato in testa, trova i suoi amici seduti in contemplazione del mare, coperto dal cielo scuro, che però adesso non butta più acqua.
Indicano il mare, i punti dove si frangono le onde. Sembra che ricordino i giorni in cui hanno “surfato”, e le immagini parlano come in un flash back.
Il cielo è sempre più chiaro, c’è un arcobaleno mozzafiato ed entrano nel flash back, o meglio: quelle che erano immagini di cose passate, diventano presenti. Sono tutti in acqua a prendere le onde con la tavola. Adesso c’è il sole. Deciso.
Non piove più.

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il vizio e il rispetto

23 Marzo 2008 9 commenti

Il tg1 dell’una e mezzo ha aperto con un servizio sul papa, facendoci sentire, per filo e per segno, cosa dice il capo di uno stato straniero difeso da guardie svizzere. Non male come attacco, specie se la notizia successiva è la formula uno. Questo succede nel mondo: papa e formula uno. Il resto sono dettagli.
Cerco di non sfociare nel qualunquismo, ma ogniqualvolta seguo un tiggì mi viene in mente il motivo per cui la visione avviene così di rado.
È pasqua e, come ogni pasqua, benedico la mia famiglia che non ha nessun rituale: nessun pranzo stracciacoglioni, nessuna cena, nessun obbligo.
In questi giorni Milano è stupenda. Vuota e disponibile.
Venerdì sera io e Luisa siamo andati al cinema. Il cinema Apollo, dove proiettavano “Vogliamo anche le rose”, film documentario di Alina Marazzi, è in pieno centro. Corso Vittorio Emanuele, galleria de Cristoforis. Zona bandita, soprattutto di venerdì.
Arriviamo in piazza San Babila in moto, parcheggiamo di fronte a fiorucci (a quanto mi ha detto Daniele, la mia Kawasaki, che prima era sua, nel lontano ’97 è stata esposta proprio nella vetrina di fiorucci).
C’è pochissima gente, anzi: è quasi un deserto. Stupendo. Anche in sala, pochissime persone.
Il film è un documentario sulla condizione della donna in Italia. Un ritratto che attraversa gli anni e le zone di questo nostro bel paese.
Io ho sempre molte difficoltà a valutare un documentario. Se vedo un film mi viene abbastanza spontaneo giudicarne la trama, l’equilibrio fra i personaggi. Il documentario mi disorienta. Posso solo dire che vale la pena vederlo, per ricordare alcune cose e soprattutto per non dimenticare la giovane età di alcune conquiste. Il delitto d’onore, ad esempio, che spesso nei nostri discorsi viene menzionato come qualcosa di lontano, eponimo di arretratezza e di un mondo assurdo che non esiste più, è stato cancellato nel 1980: una conquista che non ha nemmeno 30 anni.

Questi giorni sono lenti. Ricordano il natale. Io faccio tardi la sera, passando il tempo su internet, su vecchi film e libri nuovi. E ogni tanto la tastiera mi chiama.
Mi chiama perché dovrei raccontare qualcosa: immediato, profondo, ironico. A me la scelta. Basta far scorrere le dite sulla tastiera a dare del lavoro al cursore che lampeggia ansioso.

A pasqua e a natale mi danno fastidio gli auguri. So bene che molta gente coglie l’occasione per augurare qualcosa, indipendentemente dalla fede. Però provo fastidio ugualmente.
Ripenso agli anni passati, quando ero piccolo e andavo alle elementari. Si parla spesso di egemonia della sinistra nelle scuole e in molti ambienti educativi. Io, in questa domenica di pasqua vi racconto questa storia.

Ho iniziato le elementari alla scuola statale di via Corridoni, a Milano. All’epoca vivevamo lì vicino e così sono stato iscritto in quella scuola. Anno 1983.
Si parlava spesso di Gesù in classe, c’era la preghiera prima di mangiare e prima di uscire. Io le preghiere non le sapevo, non le avevo mai sentite. Così, in quei momenti, mentre tutti i miei compagni stavano con le mani giunte sul banco e il capo chino a mormorare, io mi guardavo in giro. Quelle parole le conoscevano tutti a memoria, tranne me. Nessun dramma, anzi: mi piaceva osservare quel momento così buffo da una posizione privilegiata. Ogni tanto la maestra mi chiedeva perché non dicevo la preghiera.
“Non la so”, rispondevo serenamente senza il minimo senso di colpa.
I miei genitori mi avevano già insegnato molte cose e io ascoltavo loro per capire cosa è importante e cosa no.
Una volta chiesi a mia mamma se era grave non sapere le preghiere a scuola.
“No: chi vuole le impara, chi non vuole no”, fu la sua risposta seguita da un sorriso.
Mi sentivo a posto. Mentre gli altri mormoravano parole strane rivolte a sconosciuti, io guardavo fuori dalla finestra, gustandomi quel momento di pace durante il quale nessuno faceva casino.

Sono durato poco in quella scuola, perché pochi mesi dopo, gennaio 84, ci siamo trasferiti. Stessa zona, ma scuola diversa.
Qui non c’erano le preghiere. Però molte altre cose erano date per scontate. Che i ragazzi andassero a catechismo era la norma (ci ho messo anni per capire cosa volesse dire catechismo: ma, istintivamente, non mi sembrava una cosa bella), che le famiglie si vedessero la domenica a messa pure.
Io come al solito ero sereno. Intorno alla terza elementare affermavo con tranquillità che non credevo in dio e la cosa più affascinante era vedere le reazioni dei miei compagni di scuola. Era qualcosa di dirompente, di incredibile. Sgranavano gli occhi increduli di come si potesse affrontare la vita senza un così prezioso alleato, nei confronti del quale però, nemmeno loro sembravano avere le idee molto chiare.
A quei tempi mio papà lavorava a Trento. Stava via tre o quattro giorni la settimana, e a me mancava tantissimo. Spesso piangevo e mia mamma si prodigava per consolarmi, anche se solo ora mi rendo conto che sicuramente mancava tanto anche a lei.
“Mamma, perché papà è sempre via?”
“Perché lavora a Trento, ma vedrai che appena potrà lavorerà a Milano. Anche per lui è difficile stare lontano, però lo fa per noi, per farci vivere sereni”
Nemmeno a farlo apposta, qualche giorno dopo, la maestra se ne uscì con questo discorsetto.
“Io non dico che bisogna per forza credere…però, quando la sera vi trovate davanti al vostro piatto di pasta, un pensiero, un ringraziamento a Gesù per quel piatto dovreste farlo. Basta anche solo dire grazie”, e guardò verso il soffitto lercio dell’aula con aria di profonda devozione.
Io non dissi nulla, ma nella testa mi si fece chiaro un pensiero: il mio papà è lontano, mi manca, io manco a lui e anche a mia mamma manca. È lontano perché deve lavorare e non può farne a meno. Lavora anche per me, per darmi tutto quello che ho. Perché devo ringraziare una persona che non conosco al posto suo?

Le maestre non sopportavano e soprattutto non concepivano come io potessi vivere senza fede e così hanno cercato le loro motivazioni: “sei un bambino viziato. Molto viziato”.
Registrai la frase, ci pensai su, tornai a casa e la dissi ai miei.
“Tu non sei viziato. Sei rispettato”
Il giorno dopo a scuola riferii: “non sono viziato maestra. Sono rispettato”.
“E tu credi che i tuoi compagni non lo siano?”
“Non lo so. Io so solo che sono rispettato e non viziato”.

Da quella uscita in poi mi ricordo che mi lasciarono perdere e per me era sempre un discorso a parte quando si parlava di dio, di religione e di catechismo. Non mi sono mai sentito escluso, perché ogni volta che il discorso andava su quegli argomenti, l’atmosfera si faceva cupa, gli sguardi bassi e si respirava un’aria che non mi piaceva. Io ero molto contento di non appartenere a quel circo e il fatto che su una classe di 20 bambini, fossi l’unico a non credere, dava alla mia posizione qualcosa di affascinante.

Io non credo che in questo paese ci sia un indottrinamento comunista fin dai primi giorni di scuola. Anzi, per quello che mi ricordo gli standard educativi erano quelli dell’italiano medio: a messa la domenica, l’importanza di mettere via qualcosa, unito ad un certo patriottismo, destinato ad infrangersi nelle menti di media intelligenza, non appena si viene a conoscenza della storia di questo bel paese.

Io spero che tutti questi bambini colorati che vedo uscire oggi da quella che era la mia scuola, portino qualcosa di diverso: che bambini e bambine romene, algerine, indiane, generino qualcosa di diverso, inconsueto e difforme.

Una bella speranza.

Una data importante, fra maghi e leprotti allegri

21 Marzo 2008 6 commenti

Ventuno marzo. Inizio di primavera. Mi ricordo che, più di un decennio fa, scrissi una lettera alla mia fidanzata di allora, preso dall’entusiasmo dell’inizio di primavera. Le raccontai dello slancio che la primavera mi dava e poi mi dilungai dicendole che, attraverso una canna, mi vennero pensieri tipicamente primaverili su di lei. Non apprezzò molto, ma a ripensarci adesso sono state poche le volte, soprattutto in quel periodo della mia vita, in cui scrivevo dando importanza al destinatario. Scrivevo principalmente per me e il suo mancato entusiasmo non mi deluse più di tanto.

Siamo arrivati al 21 marzo. Ho sognato spesso questa data mentre tornavo infreddolito da casa di Alberto, in sella alla mia vespa, oppure a piedi, cercando nelle playlist dell’ipod un po’ di calore.
“Quante cose farò, quanti spazi si apriranno e diverranno disponibili. Andrò in moto e organizzerò week end”.
Sì, tutto più o meno così. Se non fosse che in questi giorni fa fresco, a tratti ancora freddo. Ieri sera mi sono protetto con due maglioni più la giacca imbottita. La corazza ha retto all’impatto con il freddo notturno della mia città, ma c’era una gran voglia di togliersi tutto quanto e sentire il sole sulla pelle.

Siamo arrivati al 21 marzo e non senza fatica. In questi giorni ho qualcosa che mi molesta, che non mi lascia stare. Provo un misto di soddisfazione e leggerezza, ma, come sostiene Kundera, la leggerezza spesso può risultare insostenibile. Giornate come fogli bianchi che non mi decido a riempire.

Chi invece non è rimasto a guardare è il mio amico Leo che da una manciata di ore ha caricato sul tubo un video con le sue magie.

Da Leo c’è molto da imparare. Lui si muove su un crinale molto insidioso, quello che separa il carisma dalla spocchia, la naturale attitudine a tenere banco dalla naturale antipatia di chi è sempre al centro dell’attenzione. Ma le insidie del caso molestano gli altri. Non lui.
Perché Leo è capace di tenere tutti attaccati alle sue parole, ai gesti delle sue mani, alle corde della sua chitarra come fosse la cosa più normale. Poi scende dal palco, si rolla una sigaretta (con la bandiera) e ti ascolta, silenzioso e discreto. La semplice immediatezza di chi non ha nulla da dimostrare.

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Donna cultura 2 – la risposta ad un blog via mail

18 Marzo 2008 3 commenti

Luisa non può guardare internet. O meglio: non può usarlo per qualsiasi slancio personale. Almeno per ora.

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Donna cultura

15 Marzo 2008 4 commenti

Il rapporto con la cultura, con il sapere e di conseguenza con il mondo che ci circonda, fa la differenza. Come in tutti i rapporti ci possono essere sfumature di odio, di conflitto, di amore o di indifferenza. Penso che la sfumatura che conta di più, l’aspetto veramente discriminante nel modo di approcciarsi al sapere, sia la reciprocità.
Quando ero piccolo mi ritrovavo stordito e impressionato dalle cose che bisognava sapere. Con gli anni sono arrivato alla conclusione più semplice e appacificante: non è possibile sapere tutto, goditi quello che sai e continua a imparare divertendoti. Ma posso capire che la sensazione di avere davanti un lavoro infinito possa risultare disarmante e che ognuno, di fronte a questo spazio sconfinato sempre in movimento, reagisca in modo scomposto. In questo senso, una delle dinamiche più classiche che ho avuto modo di osservare è quella di limitare l’infinito, di mettere paletti e stabilire gerarchie: le cose che so sono quelle veramente importanti, il resto è nozionismo e cultura irrilevante. Atteggiamento più che comprensibile di chi ha intenzione di fermarsi in questo viaggio; perché è stanco, non ne può più di sentirsi piovere addosso nomi di autori, registi, filosofi e critici. Ci si ferma e si pensa di possedere il necessario per essere una persona di cultura.
Un mio conoscente (che tanto non leggerà mai questo blog e che comunque non si riconoscerebbe assolutamente in questo ritratto) è esattamente così. Lui possiede la vera cultura, i film importanti, i filosofi che contano. Il resto è irrilevante. Esempio di esercizio culturale senza reciprocità, perché la cultura è un organismo destinato a perire se non ha la possibilità di contaminarsi, recepire, digerire (per quanto possibile), assimilare e ricominciare il gioco forte del suo imbastardimento.
Io lo posso capire: lui e tutti quelli come lui. Perché, vedete, l’esercizio del sapere può essere una fatica immane se l’approccio è di tipo esclusivo. Sembra di corteggiare una bella ragazza, dalle infinite qualità. Sai che una vita non ti basterà per scoprire tutte le sue meraviglie e, nel frattempo, continui a incontrare persone che magnificano le doti della ragazza che vorresti solo per te. Allora ti incazzi e pensi che solo tu la conosci davvero e che quello che dicono gli altri sono tutte falsità di persone che non la conoscono a fondo, perlopiù invidiose del tuo rapporto esclusivo con lei.
Puttanate, nel vero senso della parola, perché il sapere è condivisione. È un possesso egualitario e comunista, forse l’unico ambito in cui le nostre idee di comunanza si applicano senza complicazioni.

Io ci ho messo parecchio a trovare il giusto rapporto con questa ragazza, ma adesso io e lei ci intendiamo a meraviglia e se ogni giorno mi mostra un lato nuovo di sé, un aspetto che in molti già conoscono, io non commetto l’errore di ingelosirmi, ma, come un amante perverso, voglio sapere tutto quanto c’è da sapere sui suoi trascorsi e sul suo presente.
Non la conoscerò mai fino in fondo, ma questa è l’essenza del mio amore per lei.

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o resti una vittima….

13 Marzo 2008 4 commenti

Così pare. Il Mancho resta, Zenga non arriva. I Rage Against the Machine invece arriveranno, ma non ad allenare l’Inter,  né a scrivere il prossimo inno nerazzurro, anche se ne avremmo proprio bisogno: vi immaginate un pezzo come “Bombtrack” sparato a palla prima di ogni partita?
I Rage arriveranno in Italia, a suonare: 14 giugno allo stadio di Modena. Luisa è stata la prima a scoprire l’evento e l’ha comunicato alla comitiva. Il primo a scattare è stato Alberto, a caccia dei biglietti. Lui, grazie ad amicizie di un certo rilievo negli ambienti ticketone, è riuscito, nel giro di una giornata, a portarne a casa 5.

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Orizzonti di gloria

12 Marzo 2008 8 commenti

Risaliamo in moto, ci rimettiamo i caschi e perdiamo un buon venti minuti a cercare di farci strada in mezzo al traffico impazzito intorno allo stadio. Pedoni, bicilette, scooter, moto e macchine. Un mare di macchine. Qualcuna suona, ma si sente che è una suonata isterica, di gente che vuole abbandonare l’area di San Siro il più velocemente possibile. Allontanarsi dal luogo della disfatta, per cercare di lasciare lì anche i pensieri cattivi, la delusione di 80 mila persone. Niente di più lontano dal casino festoso, quello che vorresti non avesse fine e che ti tenesse legato ad una serata gloriosa. Niente di tutto questo.
Io e Alberto siamo usciti intorno all’80°. Abbiamo percorso con passo svelto lo spazio tra la tribuna e il campo. Uno degli ultimi sguardi posati sul campo, prima di imboccare l’uscita piantonata dagli stewart in giacca fosforescente, registra una difesa palla di Capitan Zanetti. Difende palla con il corpo e con le gambe; cerca di girarsi verso la porta avversaria: ci riesce e passa un pallone lungo per Stankovic che non aggancia e la sfera finisce in fallo laterale. Mi sembra di scorgere una profonda amarezza in quel viso da eterno 20enne, ma non posso farci nulla. Abbandono la mia squadra e la lascio sola a gestire gli ultimi minuti di una partita amara. Provo quasi un senso di colpa, forse non sono un tifoso come si deve. Mi accendo una sigaretta e penso che la mia squadra troppe volte ha abbandonato me, lasciandomi con questo insopportabile senso di impotenza. Mi dispiace ragazzi, ma noi ce ne andiamo.

La formazione è quello che è. Samuel e Cordoba hanno finito la stagione, Materazzi non può giocare per quel cartellino rosso preso all’andata. Mancini para i colpi schierando una difesa quasi obbligata. Il mastino Rivas difensore centrale insieme a Chivu (grande giocatore, ottimo piede e senso della posizione, ma reduce da un infortunio e non al massimo della forma). A destra il colosso Maicon e a sinistra Burdisso. Questa è la difesa; questi sono i 4 uomini che devono sventare gli attacchi di Torres e Gerrard, in una partita in cui prendere un gol equivale ad essere eliminati.

Lo stadio è una bolgia infernale. Io e Alberto riusciamo a comunicare solo alzando la voce.

L’idea di venire a vedere questa partita è nata durante il nostro week end al lago. Da buoni interisti non ci si faceva nessuna illusione.
“Crederci è peggio”, “Non mi aspetto nulla”, “Preferisco così, guarda…”, e così via.
Poi l’idea di essere presenti ci ha comunque acchiappato: stadio pieno, coreografie, clima caldo.
“Vabbene, andiamoci. Ma giusto per vedere un po’ come butta, nessuna illusione”.

Errore. Perché poi, una volta parcheggiata la moto nel solito vicolo e iniziato il rituale dell’avvicinamento allo stadio, l’ansia è cresciuta. I cori, le urla, le tribune strapiene. Una piccola parte della mia testa ha iniziato a dire “ma sai che forse forse…”.
Non sono più riuscito a zittire quella piccola parte. Soprattutto quando ho visto la mia squadra giocare non in modo eccelso, ma cercando comunque una via, un pertugio, una falla nella difesa del Liverpool .
Ad 8 minuti dall’inizio, Cruz tira in porta da fuori area. Il tutto succede dalla parte opposta del campo rispetto a dove siamo seduti. Vedo solo il destro di Cruz colpire la palla e la mano di Reina che mette in calcio d’angolo.
Al 13° è Ibra che ci prova su punizione. Palla alta.
Al 17° ci prova anche Stankovic, palla fuori.

Bestemmio fra me e me, ma quella piccola parte trova coraggio e inizia ad unirsi a tutte le altre piccole parti presenti allo stadio. La curva canta in coro sempre più forte.
Ma noi siamo l’Inter, la squadra che quando conta, quando serve, perde la testa. E al 25° ce lo ricorda Babel, che si trova a tu per tu con Julio Cesar, senza che la nostra raffazzonata difesa ci potesse fare nulla. Julio esce, va incontro a Babel e gli porta via la palla con i piedi, anticipandolo.
Al 30° ci ripetiamo. È Cruz a ripetersi. Viene pescato benissimo dal piede di Ibra e tenta di nuovo il tiro di destro. Un diagonale preciso, un colpo di biliardo, ma la palla sfiora il palo alla sinistra di Reina ed esce. Tutto lo stadio si mette le mani in testa. Qualcuno aspetta qualche minuto prima di ricominciare a seguire la partita, perché quest’altra illusione va smaltita. Nel nostro settore inizia a serpeggiare una voce inquietante ma assolutamente interista: “raga, stasera non entra”.
Cerca di smentirci il Capitano che prende palla, protegge, accelera, scarta e porta avanti la squadra. Ci mette il cuore, il fisico, l’esperienza, ma è come un generale senza esercito.
Mancini, proprio di fronte a noi, sbraita. Dice a Cruz di coprire quando gli inglesi si fanno sotto, cazzia Vieira che deve scalare in marcatura quando il Liverpool riparte per dare una mano ad una difesa che fa quello che può; parla con il Capitano che gli risponde con un impercettibile segno di assenso e subito si prodiga per trasmettere le indicazioni ai compagni.

Finisce il primo tempo. Fumo una sigaretta e mi guardo intorno. Inizio ad avere paura di una cosa che sapevo sarebbe successa. E mi ero ripromesso di non averne.

Quinto minuto della ripresa. Eccoci. Siamo l’Inter. Burdisso entra scomposto su Lucas Leiva. L’arbitro fischia, si avvicina e inizia a frugare tra i cartellini. Il padre di famiglia di fianco a me dice “Ciao Burdisso”. Mi giro verso di lui: “ma perchè? È già ammonito Burdisso?”
“Sì”.
Io e il padre di famiglia restiamo per un secondo a fissarci negli occhi. È finita.
Burdisso si becca il secondo giallo. Siamo in 10 contro una squadra che ha già due gol di vantaggio.
La curva canta ancora più forte. Non ho capito se c’è qualcosa che mi affascina o che, al contrario, mi disturba in questo costante ed ottuso modo di sostenere sempre la squadra. Il fatto che un giocatore si faccia espellere per doppia ammonizione in una partita così, lo trovo indecoroso. Aldilà della giustezza della sanzione (non ho avuto modo di vedere successivamente se il fallo fosse o no da giallo), il fallo c’era. Questa è una totale mancanza di professionalità e forse uno dei problemi principali di questa squadra. È in questi casi che distingui un buon giocatore da un professionista. Il secondo è in grado di valutare la potenziale pericolosità di alcuni interventi e, soprattutto, ha ben presente quali potrebbero essere le conseguenze.
È il solito problema della testa. Se manca manca.
Anche Ibra mi ha profondamente deluso. Perché non me ne frega un cazzo che mi faccia gol di tacco in campionato contro la Reggina (dico per dire), che mostri tutta la sua abilità nel nascondere la palla contro squadre da seconda colonna della classifica. È stasera che si deve vedere il Campione. È qui che conta. Quel pallone uscito di poco, al 12° del secondo tempo, è stato l’ultimo ricordo lucido che ho della serata, ancora prima del gol di Torres: lì la partita per me era finita.

Passano i minuti, tra me e Alberto nemmeno una parola. Solo qualche sguardo.
Il pensiero di abbandonare lo stadio e la nostra squadra inizia ad essere prima una idea, poi una esigenza. Mi spiace, ma stavolta eravate voi che dovevate dare qualcosa a noi.

Risaliamo in moto e per qualche minuto restiamo bloccati dalla fiumana di gente che ha lasciato anzitempo lo stadio. In un suv di fronte a noi, c’è Cassano, aggrappato al cellulare.

Michele ci accoglie a casa sua. Lui non ci ha creduto nemmeno un attimo, ed è rimasto a casa, relativamente tranquillo.
Alberto accende il televideo e leggiamo la notizia dell’abbandono di Mancini. Il Mancho se ne va.
La cosa mi fa paura, molta. Come prima cosa mi chiedo perché ha scelto questa serata per dare l’annuncio. È la classica benzina sul fuoco, la notizia che fa casino in mezzo al casino. Tra l’altro la nostra situazione in campionato non è rosea. Siamo primi, ma la Roma è a 6 punti e dimostra di essere una squadra in forma, fresca e pimpante.
Il Mancho se ne va. Non ho mai provato grande simpatia personale per lui, ma l’ho sempre stimato come professionista. Lui ha dato una forma alla mia squadra che, prima del suo arrivo, era allo sbando. Ha dato gioco, schemi, credibilità. Evidentemente ha anche saputo gestire uno spogliatoio – jungla come quello nerazzurro, pieno di prime donne che la dirigenza Moratti non ha mai saputo gestire.
A casa di Michele iniziano a volare parole e ipotesi sul successore.
“Io dico Benitez..sembra anche un compagno”
“Secondo me è Mourinho”
“A me Mourinho sta sulle palle. È odioso. Ma in fondo chi se ne frega: se riesce a tenere per i coglioni  lo spogliatoio e vince, mi va bene anche lui”.
“Raga qui il pericolo vero è Zenga”
“Ma no, figurati”
“Tu scherzi, ma è da un po’ che dice che il suo sogno è allenare l’Inter”
“Se arriva Zenga va tutto a puttane”
“…poi magari torna anche Adriano, a quel punto….”
“Torna Adriano e compriamo Cassano. Gestiti da Zenga. Un incubo. Tanto vale trasferire le sedute di allenamento direttamente al privè dell’Hollywood”.

Ho paura. Ho molta paura per il futuro della mia squadra. Non ho voglia di tornare in quel marasma di qualche anno fa: giocatori assenti, acquisti insensati, gioco latitante, sempre sulle prime pagine per qualche casino o qualche dichiarazione-sparata. Non mi va.

Mi va la gloria, mi va di vedere le immagini a colori di trionfi europei e di poter avere dei ricordi miei.

Mi va la gloria, qui e adesso. Averla all’orizzonte non ci basta più.

Nessi

10 Marzo 2008 4 commenti

Certe volte avrei bisogno del totale anonimato. Sono felice che questo blog sia un punto di incontro tra persone che conosco, che mi conoscono. Ma la mia passione per la scrittura ha sempre avuto, più o meno latente, una tendenza alla sparata, all’invettiva, allo sragionamento incoerente e violento. Ho riempito quaderni di ogni forma e formato con parole spesso dure, riparando alcuni sgarri con parole feroci. Qui non posso. Forse non posso più. Molto spesso noto che la mia scrittura, qui, scende a compromessi, riducendo la mia passione per l’assoluto, per il tutto o niente.
Se mi lasciassi andare totalmente avrei dei problemi anzitutto con la digos, poi con qualche soggetto pubblico che mi accuserebbe di diffamazione e, infine, raffredderei di certo alcuni rapporti personali.
Senza fraintendimenti però: non ho nessuna questione in sospeso con i miei amici, anzi. Sono spesso loro a tirarmi fuori dalle paludi mentali in cui talvolta affondo. Ma questo non vuol dire, non è il punto.
Il punto è piuttosto che una mente ottusamente idealista ed estremista come la mia, ha sempre qualcosa da ridire e la scoperta, in tenera età, di spazi di scrittura assolutamente liberi e e privi di auto censura, è stato uno splendido modo per dire quello che pensavo di tutti.

La mia latitanza dal blog mi ha fatto riflettere, anche in questo senso. Ultimamente mi è mancata la spontaneità nel raccontare gli accadimenti, che di certo nell’ultimo periodo non sono mancati.

Ieri sera ho avuto una specie di illuminazione. Forse quest’ultimo termine è un po’ esagerato. Meglio parlare di comunione di problemi.
Ho approcciato “Prateria”, di William Least Heat-Moon. Il percorso attraverso il quale sono arrivato a lui e alla sua scrittura, è stata la citazione, in un libro, del suo “Strade Blu”. Nel 1978, il professor Moon, lasciato dalla moglie e in difficoltà con il proprio personalissimo senso della vita, sale su un furgoncino battezzato “Ghost Dancing” e inizia a girare gli Stati Uniti lungo le strade blu. Le strade blu sono le strade secondarie, segnate in blu sulle cartine stradali. È solo sulle strade blu che Moon può ritrovare un senso. Nessuno viaggia più su quelle strade: c’è solo traffico locale e gente con storie da raccontare. Ricordo molto bene la sensazione che ho provato leggendo quelle pagine. Ero in viaggio con lui sul Ghost Dancing, e mi sono fermato insieme a lui ad ascoltare tutte quelle storie, semplici, talvolta scontate. Quel libro è un viaggio e, proprio come in un viaggio, si percepiscono i momenti di entusiasmo per un nonnulla, momenti di stanca e altri sospesi a guardare il monotono succedersi del paesaggio fuori dal finestrino.
Il secondo libro si chiama “Prateria” (il terzo, ancora non in mio possesso di intitola “Nikawa”). In questo secondo tomo, Moon cerca di applicare il suo sguardo nel descrivere qualcosa di apparentemente impossibile. Le praterie al centro del suo paese. Come si fa a scrivere 700 pagine raccontando un paesaggio tutto uguale e che, proprio per questo, è lontano da desideri turistici e che non ha, apparentemente, nulla da offrire? Ancora non lo so. Ho iniziato a leggere soltanto ieri sera.
Ma nelle prime pagine ho trovato qualcosa di interessante al riguardo.

“Per anni i forestieri hanno considerato questa prateria desolata, spoglia e monotona, una terra più nuda di qualunque altra o quasi [...] Spero che le dimensioni ridotte di questa contea mi consentano di vederci più chiaro. [...] Per trenta mesi, e forse più, sono venuto qui a più riprese e ho trovato molte cose da raccontare, ma fino alla settimana scorsa, non avevo ancora scoperto come raccontarle. Le mie indagini e le mie ricerche, come le mie giornate, erano piuttosto frammentarie e ogni forma imposta le rendeva contorte; benché cercassi la fedeltà ogni volta che iniziavo a mettere insieme le cose, invece di ricavarne un racconto, ottenevo una distorsione, e quando riportavo accuratamente un dettaglio non riuscivo a collegarlo al successivo senza elucubrare una teoria. Erano i nessi che mi sfuggivano. Per collegare i diversi  particolari cercavo un fatto o una immagine e non una tesi. Infine mi sono posto questa domanda: devo limitarmi a raccogliere qua e là alcuni elementi come si fa con i sassi di un torrente, lasciando che formino da soli un proprio disegno? Voglio davvero perseguire la realtà del caso fortuito? Risposta: sì, ma solo se questo lavoro dà vita ad un paesaggio animato, a uno scenario che si srotoli come un dipinto cinese o come un disegno tracciato su una pelle di bisonte in cui l’inizio e la fine di un evento, secondo la concezione degli Indiani d’America, siano contemporaneamente presenti. La mia speranze era quella di ottenere almeno una carta topografica di parole che si srotolasse centimetro per centimetro rivelando un percorso di molte miglia”.

Ho le stesse speranze di Moon e, momentaneamente, gli gli stessi problemi con i nessi.
Il nesso come rapporto e connessione tra gli eventi.
Molte volte ho aperto documenti iniziando a scrivere, ma, poco dopo, ho chiuso senza concludere perché l’assenza di legami tra una idea e l’altra mi atterriva. Inoltre ho sempre avuto una latente sensazione di responsabilità: quando scrivo qualcosa deve avere dei requisiti di presentabilità e se i fatti raccontati proprio non trovano un legame, allora l’estro deve venire in soccorso per amalgamare tutto.
Turbe mental-descrittive. Nulla più.
La risposta più semplice e banale è che il nesso si trova nella propria vita. Se passo una giornata in cui le idee si affastellano, in cui la sola osservazione mi porta alla astrazione, va bene così. La soluzione è sotto gli occhi. Sforzarsi di trovare i collegamenti è un lavoro superfluo. Perché, immagino, se si sanno raccontare le cose così come stanno, standoci dentro fino al collo, senza equidistanza e con una naturale tendenza alla partgianeria, il nesso viene da sé.
Penso si tratti di qualcosa di implicito nel modo di raccontare.
E di più: una verifica del proprio modo di essere.

¿Entiendes?

2 Marzo 2008 4 commenti

“…ma nei prossimi giorni le temperature scenderanno e, su alcune zone, vi saranno rovesci. Solo un assaggio di primavera”.

Le parole mi sono venute in mente incamminandomi stamattina verso le 2 del pomeriggio (prima mattinata) verso la palestra.

“Cosa stai facendo? Dove stai andando? Sicuro?”

No, per niente sicuro di chiudermi in palestra con una giornata così. Già appena messo fuori il piede dal portone, il clima mi ha sorpreso. Giacca e cappello quasi inutili. Gente in maniche di camicia e qualche pallone da calcio sottobraccio.

“Torna indietro, cambia giacca e sali in moto. Subito”.

Ci è voluto un po’ per convincermi. In fondo ero sveglio da poco e in quei momenti tendo a non stuzzicare la mia testa con decisioni diverse dal solito. Sveglia, palestra, doccia, partite.
Quasi all’altezza di piazza 5 giornate torno indietro. Un vero e proprio dietrofront. Mi metto la giacca da moto e vado verso il garage. Eccomi pronto. Una sosta a fare il pieno vicino a via Ripamonti e poi via verso Opera, Pieve Emanuele, la solita strada per il passo del Penice.
In giro le moto sembrano essersi svegliate. È tutto un fiorire e sfrecciare di cbr, hornet, bmw, transalp, monster, suzuki sv. Giacche colorate e qualche ragazza aggrappata dietro. A me manca un po’ Luisa. Però poi penso che non avendola dietro posso strattonare, staccare, sperimentare e far sobbalzare la ma kawa, senza preoccuparmi del suo fondoschiena.
Incrociando altri bikers, tutti nei pressi della striscia bianca in mezzo alla strada intenti a superare le macchine in marcia, è tutto un salutarsi e sfanalare. Che bello. Mi sento un bambino, un grande, uno che sa guidare la moto e uno alle prime armi. Respiro forte quest’aria che non sentivo da un anno. A tratti rallento. Marcia alta e un filo di gas. Mi godo il panorama, le montagne alle mie spalle e quelle che vedo all’orizzonte, sempre più vicine. A tratti invece spingo. Sono nulla in confronto agli altri, ma qualche bella traiettoria la disegno anche io e mi sembra di sentire la gomma dietro che si scalda.

Inizia la salita. Mancano 20 km al passo. Nei tratti in ombra sento freddo: sono partito solo con una felpa di cotone sotto alla giacca. Mi fermo sul ciglio della strada. Accendo una sigaretta e il cellulare. Nessuno mi ha cercato. Aspiro e guardo la strada. Sono propprio fra due curve. Una a destra a salire, una a sinistra a scendere. Il rombo delle moto che arrivano lo si sente da lontano. Arrivano tutti sfrecciando, qualcuno saluta. Non mi interessa sapere chi c’è dentro a quei caschi, mi piace solo pensare che stiamo condividendo tutti la stessa cosa.

È tempo di tornare. Faccio la strada a ritroso, che, chissà perché, sembra sempre più breve.
Ho respirato un po’ di aria nuova, diversa. Ho sentito il caldo e il sole per la prima volta. È come se sentissi il frusciare dei fiori che germogliano. Una sensazione che mette a dura prova la mia capacità di descrivere.

Ero felice. Io e la mia moto. Insieme per qualche ora senza rendere conto a nessuno a goderci un primo sole. Un sole diverso.

Sensazione difficile da descrivere.
Va capita e basta.