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Archivio Aprile 2008

Dove i sogni restano tali

29 Aprile 2008 3 commenti

In palestra hanno incrementato le macchine per sudare. I tappeti per correre sono aumentati, talmente fitti che per raggiungere quelli più lontani non si può non passare sugli altri. Poi un fiorire macchine per fare step (che credo voglia dire “gradino”) molto amate dalle ragazze e qualcos’altro di nuovo che non sono riuscito ad identificare.
Stamattina ho sudato come io so fare. Maglietta scura e fradicia, fronte che gocciola. Ne avevo bisogno perché oltre alle tossine butto fuori anche le frustrazioni, le cose che non vanno. Sputo fuori tutti i sorrisi forzisti accumulati in questi giorni, la faccia poco intelligente di Alemanno che governerà Roma e la mia hermana Leila, le delusioni, le paure, questa voglia di rivolta che non mi lascia stare. Sudare fa bene. È una catarsi. La fatica da un senso alla sconfitta, anche se solo per pochi minuti.

Ieri sera è arrivato Andrea, qui a casa mia. Sono passati secoli dall’ultima volta che ci siamo visti qui.
“é tutto diverso!” ha esordito.
Strano, perché pur avendo ragione, i cambiamenti in casa mia sono molto recenti, cose di un paio di settimane fa. Fosse arrivato due settimane fa avrebbe detto “è tutto uguale” e probabilmente il tempo passato avrebbe avuto un altro peso, altre caratteristiche.
Insieme ad Andrea, Giorgio e Ruggero avevamo messo insieme il Bomb the Bass. Un sound system casalingo, con poca potenza di fuoco ma tanta voglia di mettere musica. Mi sono divertito finché sono stato dei loro. Poi ho iniziato a viverla come un peso, qualcosa che facevo storcendo il naso e sbuffando, e mi sono chiamato fuori. Loro hanno continuato e hanno aggredito sempre più locali, hanno organizzato feste di volta in volta più impegnative affrontando anche l’aspetto merchandise.
Sono andato a trovarli qualche volta come semplice ascoltatore e ho sentito sempre una gran bella musica.
Da qui si arriva alla cassettina che trovate qui a sinistra.
Dobbiamo fare una playlist da mettere in rete. Le hai sentite le nostre? Quelle sul nostro sito?”
“Sì molto belle”

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25 aprile

24 Aprile 2008 6 commenti

questo post, e questo blog, aderiscono all’iniziativa 25 aprile, 250 bloggers

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Tessera 1816 – Un’ altra pantomima

21 Aprile 2008 7 commenti

Il vento doveva girare. Perché altrimenti non avrei potuto aprire la finestra. La pioggia batteva sul vetro, io fumavo imperterrito e l’aria non si cambiava.
Aprile per modo di dire, aprile che la pioggia bagna noi e il nostro umore.
È difficile vivere un aprile così.
L’arma più efficace della banda di criminali che per i prossimi 5 anni vorrebbe governare questo paese è l’argomentazione agghiacciante. Berlusconi dice che ha combattuto contro i mezzi di comunicazione, i mass media che hanno tramato contro di lui. “Praticamente tutti o quasi”.
Una puttanata del genere non ha bisogno di replica, pensano i compagni. Invece è proprio lì che, secondo me, Berlusconi vince. Perché tutto è stato progettato e messo in atto per fare vincere il pensiero semplice, la mistificazione. Una Italia che non legge e che guarda canale 5 ci crede.
Crede fermamente che in questo paese non se ne possa più dei comunisti, che mettono a rischio, con ogni atto, con ogni gesto, la nostra libertà.
Strano. Perché sono stati proprio i comunisti a liberare questo paese. La Resistenza era formata in gran parte da aderenti al PCI, l’unico partito che, durante il ventennio, è riuscito a mantenersi in vita rendendo la propria struttura clandestina, mentre tutti gli altri partiti si sono sciolti. Normale che, dopo l’8 settembre 1943, il partito comunista fosse quello più pronto a combattere la guerra partigiana: erano in tanti, uniti e organizzati. Un sacrificio nel nome dell’unico patriottismo che riconosco e che rispetto.
Nel corso della storia dell’Italia repubblicana il PCI ha sempre dimostrato una fedeltà totale alle Istituzioni. Una fedeltà così forte da scontentare molti suoi militanti, che invece volevano un rovesciamento dello stato di cose presenti e che vivevano questa lealtà come un appiattimento insopportabile.
Il Pci ha dovuto chiudere la porta, soprattutto negli anni caldi. Doveva a tutti i costi dimostrare di essere un partito che non avrebbe mai sovvertito le istituzioni democratiche.  Durante il sequestro Moro Berlinguer è stato uno dei più duri sostenitori della linea della fermezza: nessuna trattativa con le Br, nessun riconoscimento politico. Poco dopo, il 7 aprile 1979, i comunisti in parlamento votarono, insieme ai partiti di governo, un provvedimento che autorizzava l’arresto di chiunque fosse in odore di terrorismo e sovversione. Circa 700 compagni finirono dentro: alcuni per qualche notte, altri per molto di più.

Mentre accadeva tutto questo, Berlusconi, gettava le basi del potere. E, contrariamente al Pci, per lui non era assolutamente un problema il sovvertimento delle istituzioni, tanto che aderì alla loggia massonica P2, e mise nel suo portafoglio la tessera numero 1816 che gli rese la vita più facile. Come palazzinaro riuscì ad avere credito dalla BNL e dal Monte dei Paschi, entrambi gli istituti controllati dalla P2. Tirati su i palazzi, non ebbe problemi nemmeno per piazzarli. Ferruccio De Lorenzo, sottosegretario liberale in un governo Andreotti, nonché padre del futuro ministro della sanità Francesco De Lorenzo e “fratello massone”, acquistò in qualità di presidente dell’Enpam (l’Ente nazionale previdenza e assistenza dei medici italiani) vari immobili costruiti dal cavaliere fra cui decine di appartamenti a Milano 2.
Così Berlusconi si fece grande, aderendo ad una organizzazione illegale e antidemocratica.
Oggi nessuno glielo ricorda, forse perché nessuno se lo ricorda.
Eppure basterebbe così poco.
Basterebbe leggersi quali erano gli obiettivi della loggia di Licio Gelli per capire che, chi trama, non sono i comunisti e che il progetto massonico è ancora in vita e procede senza tentennamenti verso il suo compimento.

dissolvere la Rai in nome della libertà d’antenna [...] Punto chiave è l’immediata costituzione della tv via cavo da impiantare a catena in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del Paese

E’ questo il vero sintomo del nostro disfacimento. Un popolo che non ricorda non vigila.
Sono tutti tranquilli e sereni, convinti di sapere come va il mondo perché hanno visto il tg5 e sicuri di sapere che aria tira nel paese perché hanno passato il pomeriggio in strada per negozi.
Noi, dall’altra parte, incapaci di fare venire fuori la verità, di raccontare le cose come stanno.
Guardiamo la messinscena increduli, spesso persino divertiti.

un’altra pantomima di un paese ormai al tracollo,
mentre pippa cocaina con il crocefisso al collo

Colle Der Fomento

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fuori

17 Aprile 2008 3 commenti

Foglio bianco e cursore che lampeggia. Fiamma dello zippo che si avvicina al cilindro di tabacco per la prima boccata della giornata. Fuori piove. Giusto ieri il sole è comparso, scaldando un po’ questa faccenda e dandomi la possibilità di tirare fuori la vespa.

Le parole hanno viaggiato via internet, via messenger, mail e blog. Persino il mio neonato canale tommihsl su youtube è stato bersaglio di saluti e speranze rosse.
In questi giorni varie volte mi è capitato di mettere in ordine le idee. O almeno di provarci. Per farlo avrei dovuto almeno individuare l’umore dominante, la sensazione principale dopo la chiusura dei seggi. Non è facile fare ordine fra gli scaffali della mia ideologia. Forse, la sensazione preponderante, è stata quella di sempre: perdere senza aver partecipato, senza averci creduto. Poche speranze fin dall’inizio e una delusione grande alla fine.
Il mio voto è stato svogliato e blandamente ideologico. Sinistra arcobaleno alla camera e al senato. Fine. Senza crederci, senza riflettere. Nessun pentimento, nemmeno adesso. Veltroni, fin dalle prime battute, si è posizionato aldilà della mia frontiera di voto. Razionalmente, analiticamente e senza cuore, posso anche apprezzare la sua operazione. Una scelta difficile e coraggiosa che osservo come dato di fatto, ma senza partecipazione.

Il risultato è stata una sentenza, con tanto di martello che batte sul tavolo e che dice: niente più a sinistra del partito democratico in parlamento. Nessun appello, processo secco.
Se non sbaglio, ventennio a parte, è dal 1924 che le forze comuniste sono presenti nel parlamento italiano (se qualcuno ha un dato più preciso al riguardo è il benvenuto).  Tutto questo attribuisce al risultato elettorale l’aggettivo “storico”: un aggettivo senza nessuna connotazione, barbaramente reale.

Osservando, ascoltando e trascrivendo tutto quello che è stato detto e scritto su queste elezioni (lavoro che mi tocca per la tesi) la parola “semplificazione” è comparsa spesso. Si parla di semplificazione perchè finalmente l’elettorato si è accentrato, si va verso due partiti e verso un sano sistema bipolare. Si semplifica, perchè altrimenti il mondo è troppo complicato. Ci sono troppe forze, troppe tendenze e sfumature che urge cancellare in nome della governabilità e della normalizzazione.
Gli obiettivi sono perfettamente in linea con questa tendenza: governare il più facilmente possibile. Punto. Perchè le anime di questo paese sono troppe e allora è meglio creare due grandi insiemi. Una volta dentro ad uno dei due tocca rinunciare a qualcosa, se non addirittura dimenticarsi alcune istanze, anche se giuste e sacrosante. Bisogna governare senza tanti problemi e sull’altare della governabilità si sacrifica ogni cosa.

Da un punto di vista gestionale il ragionamento fila. Anzi: è l’unica cosa da fare. Ma così il risultato elettorale non è più uno specchio dentro al quale vedere, seppur con qualche approssimazione, le varie anime del paese. Non serve più avere un quadro complesso per poter capire come gli italiani cambiano idee e umori. Il risultato elettorale è solo la legittimazione per governare il condominio Italia.

Chi dice di no è vecchio, non ha capito come va il mondo ed è pregato di guardarsi lo splendore dei sistemi bipolari compiuti. In Inghilterra ad esempio un bandito come Blair, di fatto la sinistra, ha portato il suo paese in una guerra di aggressione esclusivamente per motivi economici: chissà cosa sarebbe successo se avesse governato la destra…probabilmente la stessa cosa.
Oppure negli Usa, dove la rappresentatività della democrazia è, numericamente, una faccenda che riguarda una elite e se qualcuno prova a far nascere una alternativa, come Nader qualche anno fa, vene mediaticamente linciato.
Questo è il nuovo, i nostri modelli e le nostre aspirazioni. Chi è fuori è fuori dalla storia. Dicunt.

Io appartengo ad una retroguardia con aspirazioni di avanguardia, ma  ormai  priva di qualsiasi ponte con il parlamento.
C’è una massa di idee, sogni, progetti di società a lunga scadenza (del resto oggi funzionano molto meglio le idee take-away), riflessioni e bandiere che resteranno fuori.
Fuori io ci sono stato spesso. La mia esperienza con l’autonomia è nata dal rifiuto delle sezioni di partito dove grandi ideali dovevano scendere a compromesso (e fin qui nulla di strano) con una realtà contingente, fino a svuotarsi delle loro caratteristiche precipue e trasformarsi in mera arte amministrativa (e qui a me non stava più bene).
Fuori ci sono stato spesso e mi sono anche trovato bene. Per molti anni non ho sentito alcuna necessità di rappresentanza.
Poi gli anni sono passati, io ho iniziato a fare giri sempre più larghi intorno a quel mondo e mi sono ritrovato a pensare che forse, pur con tutte le critiche e le cautele del caso, un rostro agganciato al parlamento era necessario.
Sono tornato al voto con l’unico intento di rafforzare le forze comuniste in parlamento, perchè la loro presenza nelle istituzioni era importante, anche se spesso non decisiva.

Oggi questa idea non ha più domicilio. Si torna fuori, e non per scelta. Si torna a dover organizzare tutto quanto nel nostro confuso e splendente giardino. Pieno di gente, di idee, cani bellissimi, scazzi, borse di tela a tracolla e scarponi per prendere a calci i fasci.
Poi ci sono le voci di corridoio a fare da cornice a questa situazione, un classico: l’ultima che mi è arrivata è che la digos ha tirato fuori vecchie carte, vecchie foto e segnalazioni, allarmati dal fatto che una massa di facinorosi, privi di referenti parlamentari, si stanno probabilmente oganizzando a modo loro.
Se così fosse io ho la mia voce in capitolo.
La prima scheda di segnalazione con il mio nome sopra è datata 1993. Avevo 16 anni quando, in macchina con altri diretti verso il concentramento per una manifestazione del Leoncavallo, tre macchine nere bloccarono il nostro mini corteo formato da due auto e un camioncino. Arrivarono come nei film sbarrandoci la strada, mettendosi di traverso e scendendo con i mitra ad altezza uomo. I nostri documenti sparirono per una mezz’ora, durante la quale uomini duri senza macchia e senza paura, insultarono virilmente dei ragazzini spaventati.
Altre scene del genere arrivarono qualche mese dopo, e quasi mi offesi che non fosse più la digos ad occuparsi di me. Compilarono schede di segnalazione i carabinieri, la guardia di finanza e poi dei comunissimi poliziotti di pattuglia.

Io sono anche disposto a tornare dentro a questo tipo di dinamiche, mi sta bene. Ma non aggratis e soprattutto voglio evitare la ridicola gara a chi ha collezionato più fermi senza uno straccio di progettualità.
Non rientro se i motivi per i quali sono uscito sono ancora lì, vivi e vegeti, intenti a sopravvivere alimentandosi di autocommiserazione e ribellione fine a se stessa.

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Questo senso di equilibrio

12 Aprile 2008 5 commenti

Mi viene voglia di uscire, guardare il cielo e dire “basta!”.
Oggi la pioggia sembra avere dato una tregua. Ma i segni si vedono chiari. Chiazze di umidità sui marciapiedi, la terra nei vasi sul mio terrazzo umida e scura.
“È azzardata oggi la moto secondo te?”
“Secondo me sì”.
Non si trattava di prendere la moto per un percorso cittadino. Si trattava di montare il bauletto e andare verso il lago. In effetti oggi non piove ma il tempo è incerto. Allora fra poco si sale in macchina e si va verso il lago.
Ospitalità della famigghia di Alberto e Michele.

Passo i giorni davanti al mac, cerco articoli, interviste, opinioni: il tutto confluirà nella mia tesi. È passato molto tempo dall’ultima volta in cui ho seguito una campagna elettorale. Molto tempo fa era la passione a guidarmi. Oggi è la tesi. Però, nonostante l’approccio diverso, ho ritrovato un’eco piccola  piccola di quando seguivo i dibattiti perché ci credevo.
Altri tempi.
Se ripenso al ’94 mi viene in mente la mia bici rossa carica di volantini e di compagni portati sulla canna.
Una sera accompagnai a casa Chicca. Capelli lunghi e tratti indiani, o almeno così a me piaceva pensare. Chicca la compagna di cui non conoscevo il cognome e che osservavo senza essere visto durante le assemblee. Per tutto il percorso verso casa sua sentii il suo profumo che mi arrivava addosso. L’avrei accompagnata ovunque, ma non abitava oltre piazza Salgari.

Adesso è diverso. Molto diverso. Le parole d’ordine non le riconosco più e a 31 anni sono già pieno di ricordi.
Resta la convinzione di appartenere ad una famiglia allargata che esiste ancora ma non sa ritrovarsi.
A 17 anni mi sentivo sconfitto. Il piduista aveva vinto e tutta la nostra superiorità cancellata dai sorrisi lucidi e dalle veline.

Ma io sono ancora convinto che siamo i migliori. Perché la parola “compagno” per me non smette di avere significato e non smette nemmeno di implicare la sensazione forte di appartenenza.

Forse siamo troppi complessi, miriamo sempre alto, sogniamo e non ci diamo pace finché tutto non è a posto.
Sarà che, come dice Luca, “manipoliamo sogni sull’orlo di un precipizio” e abbiamo bisogno di un senso di equilibrio che non conosce deleghe.
Sempre in bilico tra il resistere e il proporre.

 

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imprevista e spontanea

7 Aprile 2008 7 commenti

A volte succedono cose strane. Io non so se un’emozione sia per forza imprevista e spontanea. Empiricamente, basandomi sulla mia esperienza, direi di sì.

Sky fa i capricci. Non è proprio sky. È il decoder di fastweb. A volte non c’è segnale, se non dopo decine di minuti di attesa. Poco male in genere, un disastro di ansia e sigarette fumate quando gioca l’Inter. Soprattutto in un momento come questo, in cui è dovere di ogni buon interista stare vicino alla squadra. Crederci e non pensare a quello che poteva essere, alla rincorsa della coppa con le orecchie, a glorie internazionali. Un problema alla volta, il tempo per recriminare non manca mai, perciò posticipiamolo.
Ieri ho visto la partita senza intoppi, anche perché il decoder era quello di Luisa che gentilmente si è offerta di farmi vedere la partita.
Davanti Crespo e SuperMario Balotelli: il primo costantemente in fuorigioco, il secondo sereno e spensierato come può esserlo un 17enne che gioca a calcio.
A centrocampo Dejan ormai irrimediabilmente l’ombra di se stesso, Cambiasso tornato in forma, Viera scalpitante e il Capitano, come sempre un esempio.
Dietro, ahimè, Burdisso centrale con “Tyson” Rivas (faccia cattiva e baricentro basso, fra qualche anno sarà un ottimo difensore) con Maicon e Maxwell esterni.
Non riesco a capire bene che partita sia, non me ne faccio un’idea. Cerco nei numeri una interpretazione, come ad esempio Julio Cesar impegnato solo un paio di volte con tiri fiacchi. Evidentemente la difesa regge.
Zanetti nasconde la palla a Doni che non riesce a vederla: nemmeno il mago Leo sarebbe capace di far sparire un oggetto così facilmente.
Al ventesimo si esulta. Angolo battuto da SuperMario, Vieira inzucca saltando su Coppola. Rivedendo alla moviola lo stacco del francese, non sarebbe stato sbagliato se il gol fosse stato annullato per fallo in attacco. Guardando meglio però ho avuto l’impressione che l’atalantino si abbassasse a fare da “ponte”. Poco importa. Gol.
La sicurezza arriva al 29° del secondo tempo: rinvio di Julio Cesar, pallone che arriva a Cambiasso, poi a Dejan e poi a Balotelli che, in linea con i difensori atalantini, si invola a rete, scarta il portiere e segna. Due a zero. Roma a meno 4 da noi.

È tempo di prepararsi, stampare il percorso per Nova Milanese e andare a sentire il IV Stato, gruppo del mio amico Patrizio con Peppo alla chitarra.
I IV Stato suonano alla festa della sinistra arcobaleno.
“Iniziamo alle 5”, mi aveva detto Patrizio il giorno prima al telefono.
“Vedo di fare il prima possibile – gli ho risposto – c’è l’Inter e non posso perderla, perchè già settimana scorsa…”
“Non ti preoccupare: quando arrivi arrivi”.

Io guido, Luisa guarda la strada: i fogli ancora caldi di stampante con le indicazioni di viamichelin.it ci guidano fino a destinazione. Villa Crosti Colombo, via Garibaldi, Nova Milanese.
Le 5 sono passate da una ventina di minuti, ma i IV Stato sono al soundcheck.
Li avevo sentiti l’ultima volta a Seregno, in un circolo arci. Concerto acustico. Qui invece è tutto elettrico: due chitarre (Peppo e Patrizio), batteria e basso. Suonano davvero bene, precisi, quadrati e potenti. Non fosse per il freddo portato da un venticello tutt’altro che primaverile, si starebbe davvero bene.
Il concerto finisce. Salutano e, alla spicciolata, scendono dal palco. Peppo è ancora su. Non accenna a scendere. Sistema qualcosa sulla sua chitarra che è ancora amplificata. Si guarda intorno e via.
Parte con l’Internazionale.
Io non so se un’emozione sia per forza imprevista e spontanea, ma quelle note mi colgono di sorpresa. Da quanto non sentivo quel pezzo? Parecchio. Troppo.
Tutt’intorno ci sono silenzi e sorrisi. Ho i brividi, qualche pugno si alza in quel vento troppo freddo per essere aprile.

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È la diegesi che manca

4 Aprile 2008 2 commenti

L’occhio un po’ mi si chiude ed è sicuramente di un colore rossastro. Gli occhi sono cerchiati da occhiaie e la pelle è martoriata. È mattina, semplicemente. Per me va tutto a rilento. Parlare in modo chiaro è una operazione impossibile fino a che non passa almeno un’ora dal risveglio. È colpa della pressione bassa, unita ad un amore viscerale per il letto ed il sonno.
Qualche giorno fa, a tavola, davanti ad un ottimo piatto di pasta al tartufo, il discorso è andato sulle “cose per cui vale la pena vivere”, come faceva “Cuore”  in ultima pagina.



Io, pur mentre gustavo un piatto davvero notevole, ho anteposto senza tentennamenti una buona dormita ad una buona mangiata: mia mamma mi ha subito dato ragione, mentre qualcun altro ha storto il naso.
Questione di priorità, come sempre.

Aprile ha un fascino tutt’altro che discreto: è un insieme di colori, odori, luce e aria diversa. Una bellezza da contemplare e, per i più audaci, da conquistare.
In aprile è nata la mia mamma e se penso alla sua storia, alle sue scelte, alla sua coerenza, è inevitabile che mi senta chiamato in causa. Perché alcune decisioni non solo hanno un effetto diretto, il classico causa – effetto, ma ti segnano anche nei momenti di riflessione e ogni scelta diventa un esempio.

ho avuto con il latte buoni insegnamenti
e l’educazione più profonda, gli esempi
portato in spalla a ogni manifestazione
in mezzo a libri, amore e mai un’ora a religione

(“Ribelli a Vita” – Assalti Frontali)

In questa mattinata che introduce al week-end ripasso mentalmente tutto quello che devo fare: l’ultimo esame e la tesi sono in cima alla piramide delle priorità. A seguire una serie di attività collaterali che godono comunque di un discreto livello di importanza.
Il lavoro di traduzione con Ale è finito. È stato faticoso a tratti, ma avere l’occasione di passare un po’ di tempo con lui mi ha fatto molto piacere. Un compagno come Ale meriterebbe un post a parte (se non addirittura un blog a parte), ma qui mi limiterò a “brevi cenni” (come mi scrive spesso il mio relatore quando gli mando scalette di tesi che partono per la tangente).

Ale è apparso sulla porta dell’Istituto Pascoli, in via Carlo Poerio a Milano. Anno 1993. L’istituto Pascoli era una scuola privata dove si recuperavano gli anni persi al liceo. Io, reduce da due bocciature di fila al liceo scientifico Leonardo da Vinci, mi ritrovavo in quella mini classe composta da 7 persone, a fare primo e secondo anno insieme. Situazione pesante, perché venivo da un liceo con circa 900 studenti: assemblee, manifestazioni, occupazioni e il mio ruolo di rappresentante di classe che vivevo come una missione da svolgere senza compromessi.
L’istituto Pascoli era minimo e i miei 6 compagni di classe erano quanto di più lontano ci potesse essere dal mio modo di pensare: un paio di fasci, un discotecaro convinto, il resto lega nord.
Ale una mattina è apparso sulla porta di quella disgraziata aula. Per me era una delle tante facce viste alle assemblee, in prima fila alle manifestazioni, uno di noi insomma.
Da quel giorno la mia vita al Pascoli è cambiata. Avevo trovato un alleato a scuola e un amico fuori.
Ale ha una intelligenza mai doma, il gusto per la battuta, per il ridicolo e per l’autoironia. Difficilmente ho trovato qualcuno con cui spiegarsi risulti così facile. Storia di storie in comune, dove una parola sola richiama un concetto intero.

Ora vorrei mettere a registro altro. Ho una naturale attitudine a concepire la mia attività di astrazione, oltre che tramite la scrittura, anche attraverso le immagini e la musica. Nella mia testa ragiono per immagini, e mi piacerebbe molto riuscire a rendere una piccola parte delle mie elucubrazioni attraverso dei filmati.
Intanto, per far vedere a me stesso che non resto con le mani in mano, mi sono iscritto a youtube e il mio canale si chiama “TommiHSL”.
Ho iniziato ad accumulare materiale: filmati casalinghi, video scaricati dal tubo, esternazioni registrate in webcam, foto e citazioni varie.
C’è un file sul mio desktop che si chiama “idee” e l’intento, per adesso rispettato, è di trascrivere qualunque cosa si affacci nella mia testa. Ho raccolto una decina di spunti: alcuni, riletti il giorno dopo, mi sono sembrati buoni.
Ma per fare questo forse vale anche la pena stare a sentire chi dell’arte della trasposizione di idee in video, ne ha fatto una ragione di vita.
Qualche giorno fa, assorto nella lettura di “Ti racconto un film” di Roberto Escobar ed Emilio Cozzi, mi sono imbattuto nel concetto di diegesi. La parola fa scena, ma il concetto è abbastanza semplice.
La diegesi si riferisce “non solo a quanto esplicitato dal racconto, ma anche a quegli elementi che si può supporre esistano nel mondo evocato”. Si vede una scena e, aldilà di quanto è rappresentato e osservato, ci sono una serie di altre situazioni che, a seconda del contesto, diamo per scontato.
Probabilmente, aggiungo io, la diegesi esiste quando una scena viene costruita in modo tale che gli elementi in scena siano evocativi del contesto nel quale la scena avviene. Un qualcosa di completo che, attraverso la sua completezza, richiama qualcos’altro di complementare e necessario.
Sarei curioso di conoscere quale diegesi si cela dietro ai miei scritti. Vorrei chiedere agli autori del libro (o a chiunque sia in grado di rispondermi) se la diegesi può essere involontaria e accidentale; se il contesto cioè si può svelare anche senza il preciso intento dell’autore.

In questo caso sarebbe davvero utile raccontare qualcosa con il fine di scoprire il proprio contesto.

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pierpaolo

3 Aprile 2008 2 commenti

non sono molto sveglio.

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