Archivio

Archivio Maggio 2008

Josè

28 Maggio 2008 6 commenti

Ieri mattina ho avuto modo di testare come, la nausea, ancora un volta sia la compagna più fedele di certe mie alzate mattutine. La sera prima dovevo rilassarmi in vista dell’esame di statistica. Ho pensato di vedere un film, anche se il mio cervello non aveva molta voglia di attivarsi per vedere un film. L’attivazione mentale che un film richiede è spesso una fatica che vince sulla voglia di vedere una pellicola nuova. Però non ricordo volte in cui, battuta la fatica dell’attivazione, ho pensato, dopo la scritta “fine”, che fosse stata una fatica vana. Allora ho preso “cinque pezzi facili”, regia di Bob Rafelson e attore protagonista un giovane Jack Nicholson che negli  anni a venire, siamo nel 1970, dirà che questo è il film di cui va più orgoglioso.



Ma questo titolo, anche se in una serata pre-esame  si tende ad avere il vuoto in testa, ha acceso nella mia testa un collegamento, una connessione. Sono alle prese con un libro che sto (e mi sta) divorando: “Anni 70” di Howard Sounes.



Sono colpito dalla capacità di raccontare di questo 40enne. Quando mia mamma me l’ha regalato, ho pensato che un libro così necessitasse di attenzione, mente lucida, memoria pronta e qualche appunto. Invece no. Gli episodi si susseguono, si intersecano, se ne sviluppano di nuovi e altri ritornano. Non c’è altro da fare che leggerlo, con la mente leggera e la curiosità per quel decennio. Si passa dalla musica all’architettura (e non pensavo che mi sarei facilmente appassionato anche a quest’ultimo argomento), dalla pittura ai libri e, ovviamente, ai film. Ed è proprio il primo capitolo che parla di “5 pezzi facili”, film dell’anno zero di quel decennio. Il capitolo che lo riguarda si intitola “Tutto promette bene…”. Andando avanti nella lettura, passando dalla metamorfosi di David Bowie in Ziggy Stardust ai costi e alle vicissitudini per l’edificazione delle Twin Towers di New York e dell’Opera House a Sydney (lo sapevate che l’architetto Utzon non ha mai visto di persona l’Opera House, la sua creatura, terminata?), si capisce il perché di un titolo così. Soprattutto nel cinema il decennio ’70 è stata una transizione dalle problematiche anni ’60 all’edonismo senza scopi degli anni ’80. Film come “Lo Squalo” di Spielberg è stato il capostipite dei film con il buon finale, i sorrisi, il bene che trionfa e gli spettatori che vanno a casa contenti. Prove generali del piattume 80. Ed è molto significativo che “Lo Squalo”, sia uscito nel ’75, a metà del decennio, proprio a rimarcare questo cambio di registro.
Come dice lo stesso Sounes :”nel 1975 [Spielberg] non fu particolarmente apprezzato dagli altri registi e dagli appassionati di cinema per quel film che veniva considerato piuttosto un prodotto di intrattenimento di massa che vera arte. [...] Ma i produttori di Hollywood a quel punto guardavano agli incassi stupefacenti dello Squalo e vedevano il futuro nei grandi blockbuster per l’estate, da lanciare con massicce campagne pubblicitarie ad effetto”. Era finito il tempo “di un cinema realistico e a basso costo che parlava di persone vere e che aveva finali ambigui se non tragici”.
Ma questi passaggi di Sounes sono a circa metà del libro. All’inizio si parla di “5 pezzi facili” e per questo, “Tutto promette bene…”.

Ricordavo di avere letto il primo capitolo ma non mi ricordavo i contenuti. Allora ieri sera mi sono fatto forza e, facendomi strada tra formule della viarianza, grafici a barre sovrapposte e scarti quadratici medi, ho fatto ordine nella mia testa e ho riletto il primo capitolo. Chiuso il libro ho messo il dvd…e la mia dedizione alla causa della comprensione ha dovuto superare un’altra prova visto che, acceso il lettore, non si vedeva una mazza e ho dovuto armeggiare con le prese scart per una decina di minuti. Ancora più fiero di me mi sono steso sul divano a vedere “5 pezzi facili”.

Il motivo del titolo lo si capisce più o meno a metà film. Robert Eroica Dupea – Jack Nicholson viene da una famiglia di musicisti e “5 pezzi facili” è il titolo di un eserciziario per pianoforte. Robert lavora  come operaio in un campo petrolifero. È fidanzato con Rayette – Karen  Black, ma il loro rapporto fa acqua da tutte le parti. Lei sembra non accorgersene, perché in fondo è contenta di quella vita, del bowling la sera con gli amici e delle smancerie a fine giornata bevendo birra. Robert no. È ovvio fin dall’inizio. La sopporta, ma spesso esplode. Esplode alla sua voce stridula, esplode quando lei lo disturba con i suoi baci e le sue carezze. Rayette è davvero una ragazza fastidiosa: è un monumento innalzato al vivere facile senza la complessità dei problemi, effimera e stupida. E poi Rayette non si rende conto che al suo amato Robert qualcosa rode dentro. C’è un demone che si agita nei suoi occhi e che vorrebbe fare piazza pulita di quella vita squallida e ripetitiva, assolutamente secondo i canoni dell’epoca.  
L’insofferenza per le regole, per il quieto vivere, per la miseria della vita quotidiana: tutti temi che arrivano dagli anni ’60 appena finiti, ma che, come spesso succede, vengono elaborati qualche tempo dopo e “5 pezzi facili”, a quanto ho capito, è un capostipite. Sounes nel suo libro parla spesso dei finali delle pellicole come vero indice della complessità di un film e infatti la pellicola di Rafelson finisce in modo ambiguo. Robert scappa. Sono fermi ad una stazione di servizio, Rayette lo infastidisce chiedendogli più volte se è sicuro di non volere nulla da mangiare e, all’ennesimo rifiuto, sparisce dentro al bar. Robert va in bagno e quando esce si trova davanti un camion che trasporta legna diretto verso nord. Chiede un passaggio all’autista, ci sale sopra e sparisce. Fine.
Robert è un bastardo, certo: non si lascia la proria donna sola così. Ma quell’ultimo gesto di fuga e rifiuto totale, compiuto senza lacrime né rabbia ma con inevitabile rassegnazione, sta a significare che la vita a volte è complessa e che spesso si prendono scelte che possono essere viste da più punti di vista, con conclusioni diametralmente opposte. Robert, in fondo, non aveva scelta.

Il film finisce. Io vado a letto. Leggo e poi spengo la luce. Il sonno non arriva subito e mi ritrovo in uno stato confusionale di sogni misti a realtà, finché il suono della sveglia non mi ricorda impietosamente che è cominciata la giornata dell’esame.
Faccio colazione, combatto contro la nausea. Mi avvio verso la moto e combatto contro la nausea. Sotto la giacca “sparco” ho optato per una maglietta grigia a maniche lunghe. Dopo averla infilata mi viene in mente che, proprio con quella maglietta, ho affrontato la commissione di maturità. Forse porta bene.
Arrivo a Pavia. Trovo l’aula. Siamo tantissimi. Fuori è il solito spettacolo di sigarette aspirate e occhi gonfi, fogli e fogliettini evidenziati e la domanda reiterata all’infinito che rimbalza da un angolo all’altro del cortile: “scusa, è qui che c’è l’esame di statistica?”.
Entriamo. Ci sistemiamo. Fa caldo dentro l’aula. Siamo pigiati e seduti su file di sedie dal pianale reclinabile e, davanti a noi, un tavolinetto a scomparsa tipo quello degli aerei. Calcolando lo spazio del foglio protocollo, del foglio con il testo d’esame, delle 4 tabelle con le distribuzioni, lo spazio scarseggia. Soprattutto per me che, quando devo studiare qualcosa, occupo tutta la superficie piana che ho a disposizione. Mi serve per fare ordine nella testa. Inizio a stare stretto. Troppo stretto. La maglietta a maniche lunghe non fa traspirare e così, oltre alla dose di ansia, ci si mette anche la fronte sudata e l’impressione di puzzare come una bestia.
Riesco a risolvere qualche esercizio. Poi faccio i conti di quanti punti posso avere accumulato nella migliore delle ipotesi. Mi attesto tra i 13 e i 15. Troppo poco per buttarmi e rischiare il salto d’appello.
Avvicino la titolare della cattedra, una ragazza più o meno della mia età molto carina e disponibile, che per l’occasione ha sfoggiato un vestitino nero che ne esalta le forme. Non so perché ma penso che  la sua immagine, molto più svestita, albergherà senza dubbio nei personalissimi sogni ad occhi aperti di questa armata di ventenni ai primi approcci con l’università. Rido dentro di me mentre si dirige verso la mia mano alzata.
mi scusi, c’è un tempo massimo per decidere di ritirarsi?
Mi guarda stupita. “no, certo che no” – mi risponde sorridendo – “può deciderlo anche alla fine”.
grazie
prego”.
I tempi sono cambiati. Quando facevo gli scritti a scienze politiche qui a Milano, il tempo per ritirarsi e non dover saltare l’appello in caso di bocciatura, era una specie di catenaccio. Esame di due ore? Nei primi 45 minuti avevi la possibilità di consegnare, ma, scaduto il tempo, erano cazzi tuoi. Se avevi lasciato in bianco venivi bocciato e per ridarlo dovevi aspettare due appelli. Invece qui tutto sereno. Sereno sì, ma resta il fatto che mi son ritirato e i miei sogni di avere finito gli esami infranti. Ci penso tanto dentro al casco, mentre torno verso casa. Per qualche minuto mi sento a pezzi. Sconfitto. E forse ancora di più mi pesano le telefonate degli amici che mi chiamano nel pomeriggio. Mi spiace ragazzi, stavolta non è andata. Ma i miei amici sono i miei amici e ogni telefonata per sapere come è andata si trasforma in un invito, in una serata da passare insieme il più presto possibile.
La mia mamma mi abbraccia, mio papà mi dice “hai fatto la cosa giusta”.
Come diceva Spike Lee?
Sì, esatto”.

Il pomeriggio lo passo con un po’ di ganja in corpo e sky davanti a me.
Poi inizia la serata. Vedo Luisa che mi abbraccia e mi bacia. Ma la nostra serata è turbata da una serie di sms e telefonate sul mio cellulare. Questa volta non è l’esito dell’esame il motivo della chiamata (anche perché nel giro di qualche ora quasi tutti hanno saputo), ma è la panchina della nostra Inter a tenere banco.
Emanuele mi scrive messaggi infuocati, Alberto mi parla per mezz’ora. Hanno mandato via Mancini. Arriverà José Mourinho.
Sono dispiaciuto. E incazzato. Abbiamo vinto lo scudetto, abbiamo una squadra fortissima (al netto degli infortuni). Quando è che ce la godiamo?? Quando è che parliamo della nostra squadra in termini trionfalistici dopo avere tanto sofferto?? Nemmeno quest’anno a quanto pare.
Non mi sono mai appassionato allo stile di Mancini. I primi tempi faceva delle sostituzioni imbarazzanti, dimostrando di non essere in grado di capire un partita durante il suo svolgimento. Se le cose andavano diversamente da come lui aveva previsto, era il panico. Poi, piano piano, mi ha dato l’idea di essere cresciuto. Mancini ha portato gioco e risultati e, sbarazzatomi dell’idea che un allenatore che ci fa vincere mi deve stare anche simpatico, i miei sentimenti nei suoi confronti iniziavano ad essere di stima e gratitudine.
Quello che mi ha più colpito è stato il clima pesante che ha avvolto la squadra fin dalla sera della vittoria dello scudetto. La sbornia è durata pochissimo, anzi: non è nemmeno iniziata. Nel giro di poche ore siamo tornati al solito clima da Inter.  Voci, smentite, tensioni. Il classico scenario di qualche anno fa, quando la stagione finiva annegata nella delusione per non avere vinto nulla.  Probabilmente in quel contesto quel clima era anche comprensibile. Ma adesso abbiamo vinto: perché siamo ancora in questa situazione??
Forse le cose si sono irrimediabilmente incrinate la sera dell’11 marzo di quest’anno. L’Inter è stata eliminata dal Liverpool, negli ottavi di Coppa Campioni. Fin qui nulla di strano. Ma quella sera il clima fu ancora più cupo perché il Mancho comunicò in conferenza stampa che quella sarebbe stata la sua ultima partita con l’Inter. Che avesse sbagliato momento per una dichiarazione del genere è fuori discussione. Aggiungere casino a casino non è mai una buona idea quando si parla di Inter, ma, a quanto pare, è una delle attività che ci riesce meglio. Forse è questo che Moratti non gli ha perdonato.
Arriverà Mourinho, pare certo. Documentandomi su Wikipedia, il sito lo associa già alla società nerazzurra per la prossima stagione. Il tecnico portoghese è senza dubbio persona capace, ma non è sulle sue qualità che questiono. È piuttosto sullo stile. Non ha mai fatto nulla per rendersi simpatico, anzi: pare che la stronzaggine sia una delle sue caratteristiche precipue, unite ad un ego spropositato.
Quando si presentò alla guida del Chelsea, nel 2004, era reduce dall’impresa di aver fatto vincere la Champions League al Porto. Un risultato davvero sorprendente, così come le sue prime dichiarazioni in Inghilterra : “Per favore, non chiamatemi arrogante, ma io sono campione d’Europa e penso di essere speciale". Aggiungendo poi : “Se avessi voluto un lavoro facile sarei rimasto al Porto, con una bella poltrona blu, la Coppa dei Campioni, Dio e dopo di lui io”.
Io, negli anni, fra voci più o meno attendibili, mi sono fatto una idea della società Inter. A quanto ho capito è un posto molto disorganizzato, dove non si capisce chi fa cosa e il leader maximo non ha il polso necessario a raddrizzare la situazione. Moratti ha tanti altri pregi, ma evidentemente non ha abbastanza pelo sullo stomaco per affrontare una banda di ragazzi viziati e multimilionari. È in questo contesto che l’arrivo del portoghese mi mette ansia. Chiederà la luna, farà uscite imbarazzanti e non avrà nessuno sopra di lui a fargli capire chi è che comanda. Poi i rapporti si deterioreranno, Moratti non lo sopporterà più e tra un anno, nella migliore delle ipotesi due, saremo punto e a capo. Con l’aggravante che in quel momento avremo con ogni probabilità, una squadra dai nomi altisonanti (pare che arrivino alla corte di Josè, Lampard, Deco e Drogba) ma dall’età non più verdissima e con uno scarso attaccamento alla maglia. Invece Mancini aveva scovato gente giovanissima  che stava iniziando a promettere bene: oltre a SuperMario, anche Pelè, Rivas, Jimenez erano nomi sui quali fare un investimento che probabilmente avrebbe portato ad avere ottimi giocatori con un buon livello di attaccamento ai colori…scusate ma per me è importante.

Non so come andrà e mi sforzo di essere fiducioso e ottimista. Ma il tarlo di tornare ai vecchi tempi con zero vittorie all’attivo e un posto inamovibile sul banco degli imputati non mi va.
Ricominciare tutto da capo.
Ho già provato questa sensazione ieri all’esame e, vi assicuro, non è bello.

P.s.
La voglia di costruire il video sulla nostra vittoria, mi sta piano piano abbandonando. Anche questo mi fa incazzare.

Un comunicato fra i tanti

23 Maggio 2008 5 commenti

Non va.
Mi viene in mente William  Shatner in “L’aereo più pazzo del mondo – 2” quando, aspettando l’atterraggio di fortuna della navicella spaziale danneggiata, davanti al continuo moltiplicarsi di problemi e cose che potrebbero andare male, esordisce dicendo “qui va tutto a puttane”.

Prosegui la lettura…

Categorie:Argomenti vari Tag:

zanna arcobaleno

19 Maggio 2008 9 commenti

solo la pioggia ieri ha fermato i miei caroselli in vespa con la maglia di zanetti addosso.

Prosegui la lettura…

Categorie:Argomenti vari Tag:

…non lo sai

16 Maggio 2008 6 commenti

Ieri sera ero seduto sul letto. Stavo giocando alla play e il mio dubbio più grande era se giocare con un 4-4-2 (due centrocampisti centrali e due ali) o un 4-3-3 (con due punte e una mezza punta davanti).
Momento sereno. La giornata era finita e mi sentivo abbastanza bene. La porta finestra era aperta, spalancata sul terrazzo senza luci. Dietro l’ulivo mi è sembrato di vedere qualcosa: un movimento, la percezione confusa e distinta che ci fosse qualcosa a mezz’aria. Ho guardato meglio e ho fissato quel punto senza timore. Ho avuto la sensazione di scrutare qualcosa che non capivo ma che non mi faceva paura. Ho guardato con curiosità e ho pensato che quel qualcosa nel buio fosse contento della mia curiosità al posto della paura. Reazione strana la mia. Di solito mi intesisco quando sento qualcosa di non chiaro e indistinto.
Ho guardato il buio per un po’. Poi non ci ho più pensato e ho continuato a giocare.

Da qualche tempo ce l’ho con te. Non mi appari più in sogno e non provo più quella sensazione di leggera sospensione quando mi sveglio.
“Lo so che ci sei, ma ogni tanto fatti vedere”
Ci ho pensato anche ieri sera, prima di addormentarmi.
Stanotte sei arrivata.

C’era il sole e io uscivo sul terrazzo. Proprio lì sotto all’ulivo, seduta su quella sedia di vimini che tenevi al mare, c’eri tu.  Eri seduta un po’ di sbieco, come facevi spesso. Avevi un libro in una mano, e appena mi hai visto lo hai chiuso, lasciandoci dentro l’indice per non perdere il segno.
Non ci siamo detti nulla. Mi hai sorriso come facevi sempre: gli occhi, la fronte, tutto di te sorrideva.

Ti ho vista sotto al sole con alle spalle quell’ulivo che tu amavi tanto. L’ulivo forte e solare come te, con le radici piantate a fondo nella terra toscana. Spesso ci portavi un ramoscello dicendo che ci avrebbe protetto e che avrebbe portato la pace.

È difficile la vita senza te, nonna. Cerco di capire cosa darei per abbracciarti ancora, per raccontarti quello che sto facendo, ma l’impossibile non ha prezzo.
Allora mi tengo quel sorriso silenzioso e ripenso alle parole di una canzone che Luisa mi sussurra spesso.

“quanto ti ho amato e quanto ti amo non lo sai
e non lo sai perché non te l’ho detto mai
ma anche se resto in silenzio
tu lo capisci da te

Prosegui la lettura…

Categorie:Argomenti vari Tag:

ingestibile

15 Maggio 2008 2 commenti

Basta. Non ce la faccio più. La statistica oggi mi ha stancato. Volevo fare un ultimo esercizio, ma quegli infami del libro hanno usato come esempio dei numeri ingestibili. È proprio così che ho chiuso l’esercizio, scrivendoci sopra con un evidenziatore “ingestibile”. Si parla del numero di dipendenti delle poste in vari paesi europei e bisogna scoprire se c’è una relazione con il traffico postale in quegli stessi paesi. Capire cioè se il numero di dipendenti delle poste è in qualche rapporto con le buste e i pacchi consegnati. Ci sono delle formule per farlo, ma spesso devi moltiplicare la variabile indipendente (a quanto ho capito il numero di dipendenti) con la variabile dipendente (per esclusione dico che è il traffico postale). E sono numeri della madonna.
Quando ho capito che avrei avuto a che fare con cifre esorbitanti mi sono reso conto che le colonne che avevo preparato erano troppo piccole per la trascrizione di quei numeri. Mi sono fermato un secondo a pensare. Poi ho esordito con la frase epica “vuoi la guerra, la avrai!”. Ho cambiato foglio e ho fatto delle colonne enormi. Poco da fare. La guerra l’ha vinta lui, almeno per oggi. Quindi, forse, è solo una battaglia.
Forse quei dati sono da arrotondare. Io li ho divisi per mille, convinto che sarebbe stato tutto più semplice e che poi, alla fine, avrei moltiplicato tutto per mille. Ma già in fase di conti, la calcolatrice mi ha fatto capire che c’erano troppi numeri, anche per il suo display…“ti do i primi, per il resto ti arrangi”. Aspetto di vedere mio padre, visto che lui e la statistica sono una cosa sola o quasi.
In questi giorni faccio le mie pause cadenzate da sporadiche visioni del Giro d’Italia. Amo il ciclismo, anche se negli ultimi anni, nonostante i miei sforzi, non conosco praticamente nessuno dei corridori, tolti i vari DiLuca, Savoldelli, Bettini (che è anche facile da riconoscere: ha la maglia iridata di campione del mondo).
Il ciclismo è una bella metafora e a me lo sport serve anche a questo. Parlo spesso di calcio e anche qui mi diletto in allegorie tra quello sport e la vita. Ma con il ciclismo viene decisamente meglio. Anzitutto perché spesso si è da soli nel compiere le proprie imprese. C’è una squadra, ma se si decide di alzarsi sui pedali e andare in fuga, può capitare di ritrovarsi da soli, oppure con persone di altre squadre, ma la collaborazione in questo caso è tutt’altro che certa.
Come fa un ciclista che la mattina sale in sella sapendo che ci resterà 4 o 5 ore e che dovrà percorrere varie centinaia di chilometri? C’è il rischio di impazzire e di non cominciare nemmeno. Mi è successo lo stesso quando ho comprato il tomo per l’esame di diritto privato. E ho capito una cosa: volta per volta, pagina per pagina, senza alzare lo sguardo dal manubrio. Concentrarsi sul contingente e dare il meglio sul singolo chilometro. Pensare a tutto quello che resta ancora  da fare da percorrere può essere l’anticamera dell’abbandono.  

Ingestibile. Così ho bollato l’ultimo esercizio di questa giornata, e così a volte mi sento anche io.

Vado alla conclusione e mando un abbraccio a Leila che oggi compie gli anni. In questi casi si fanno gli auguri. E io cosa auguro alla mia amica? Tante cose, difficili da riassumere.
Le auguro serenità e forse pecco di egoismo. Il fatto è che quando la mia crew sta bene, sto bene anche io.

altrimenti diventa tutto ingestibile.

Prosegui la lettura…

Categorie:Argomenti vari Tag:

Consumo il mio vizio

13 Maggio 2008 5 commenti

…così come mi viene. Non ho una particolare attitudine a giudicare. Anzi. Mi estraneo volentieri. Quello che trovo assolutamente indecoroso è il trincerarsi dietro ciò che è permesso, nascondersi nelle piaghe del socialmente accettato.
Io consumo il mio vizio di foglie a 7 punte. Ho quello, oltre al tabacco, alla dipendenza da internet, dai libri e dalla visione di film di ogni genere (da Selen a Kurosawa).
È stato deciso che il mio vizio no, non va bene. Altri sì, questo no. Posso bere alcolici, passare la serata ad una sala bingo, in un punto snai, posso farmi prestare i soldi da una finanziaria che tiene il tasso di interesse costantemente al di sotto dell’usura dello 0,01, non di più. Posso strafarmi di valium, ansiolitici, red bull e sonniferi.
Ho il mio vizio e a 31 anni devo ancora stare in ballo con l’antisgamo: linguaggi cifrati, occhio lungo per la polizia, contatti con personaggi di cui farei volentieri a meno. Ma questo è. Anziché il camice di un farmacista, devo incontrare il pusher in una zona buia (questo almeno fino a qualche anno fa).

Penso di essere in grado di autovalutarmi. Il mio vizio sicuramente non fa bene alla salute e può causare anche un appagamento fittizio: la giornata passa sicuramente meglio se in corpo gira un po’ di fumo.
Anche la tendenza, quando si è sotto effetto, a ridimensionare può essere pericolosa. Come gran parte delle cose, bisogna saperla usare. Un joint alla fine di una giornata faticosa e frustrante, può essere il giusto modo per rilassare i nervi e sciogliere il nodo che si porta dentro: quando lavoravo, è stato un bene per certi miei colleghi che avessi questo vizio, perché altrimenti, istintivamente, li avrei aspettati sotto casa (e pensare che molti di loro sono pure contrari alla legalizzazione: che incoerenza). Però ridimensionare non va sempre bene, anzi: spesso diventa una assenza giustificata davanti ai propri doveri e, esagerando esagerando, anche davanti ai proprio piaceri. Bisogna trovare l’equilibrio, come in ogni cosa.
Sono altrettanto consapevole di come io sia un essere socialmente inserito, onesto, e tendenzialmente disponibile verso il mio prossimo (anche se dipende un po’ dagli orari). Insomma un buon cittadino. E da buon cittadino evito accuratamente quelle altre dipendenze che invece considero pericolose. Ho, ad esempio, una spiccata attitudine alla velocità, in macchina e in moto. Adoro correre, ma non lo faccio. Non ho il diritto di esporre altre persone ad un rischio che io ho deciso di assumermi e siccome, tolti i circuiti, non si guida mai da soli, ne faccio a meno.

È la solita tendenza a dividere il bene dal male a priori, senza una esperienza che giustifichi la scelta. Non parlo di esperienza di fatto, perché a molte conclusioni sono arrivato senza la prova empirica.
In vita mia non ho mai fatto uso di cocaina, ad esempio. Non ho avuto bisogno di provarla per prendere questa decisione. Mi è bastato parlarne liberamente con chi ne fa uso, chi ne conosce le implicazioni, fisiche e psicologiche.
Gli argomenti proibiti generano mostri. Creano quella morbosa curiosità che si sazia solo attraverso l’esperienza diretta e spesso questo passo viene vissuto come l’ultimo di un percorso di avvicinamento, ma è allo stesso tempo il primo verso un allontanamento dalla propria vita.
La non conoscenza è il vero danno.

è un po’ come l’orgoglio gay
hai mai sentito?
Sono quello che sono
e non voglio essere giudicato
perché cosa mi aggrada praticare nel privato,
sono cazzi miei su cui non ti ho mai interrogato

Ganja Smokas” – Al Mukawama -

conflitto

4 Maggio 2008 7 commenti

Sono giorni nervosi questi. Non so esattamente perché. Vorrei poter ascrivere tutto alla tesi da fare, a statisticaultimoesame da studiare e alla solita frase “questa volta non posso sbagliare”. Vorrei poter dire che sono queste le cose che mi innervosiscono e che creano sproporzione fra quel che succede e le mie reazioni. Ma non penso che tutto si esaurisca lì, in un tomo da studiare e in fogli da riempire. C’è qualcosa in più.
L’insoddisfazione spinge ma perché spinga qualcosa di buono ha bisogno del giusto dosaggio: se è troppa va a finire che colora tutto con il suo grigio e allora ogni cosa vale l’altra, i problemi diventano compagni abituali di giornate vuote e ogni sigaretta accesa testimonia la mancanza di volontà.

Io ho sempre pesato che alla base di tutto ci sia il conflitto. Il conflitto è il motore della Storia, la lotta di classe, ma è anche la dinamica più abituale nelle vite di tutti i giorni. Riconoscerlo come comune denominatore nello svolgimento di ogni cosa, da’ coscienza. Pensare che non ci sia è fuorviante e i conti, così, non torneranno mai.
Il rapporto conflittuale permea ogni cosa. Non siamo uguali, non ancora. Poco importa che i messaggi  spacciati da schermi piatti ci accomunino nel desiderio, sviluppino una somiglianza interclassista nel volere tutti le stesse cose. Ma è solo facciata. Il malessere che si annida in noi è dovuto alla irriducibilità della contrapposizione che per forza di cose è presente in ogni società divisa in classi. Divisione che a volte può apparire sfumata, i cui contorni possono sembrare labili e valicabili, e può essere molto molto vantaggioso, sul breve periodo, pensare e convincersi che si stia andando verso una normalizzazione in cui ci vorremo tutti bene.
Soddisfazione di poco. Va via come è arrivata, in un lampo. Perché c’è sempre quel qualcosa a rodere dentro, a fare sembrare ogni cosa caduca e strettamente legata al prossimo acquisto, alla prossima rateizzazione.
Inseguire questa dinamica, sentirsi perfettamente inseriti in questo stato di cose, non potrà mai essere un progetto armonioso. Sarà sempre un modo per scacciare l’ansia e il turbamento che chiederanno continuamente qualcosa in più: più anestetici per non dover pagare alla propria coscienza il prezzo di uno snaturamento.
È dipendenza, assuefazione e sottomissione.
La politica resta lontana. Affare di pochi che, dentro a palazzi dorati e stanze inavvicinabili, di fatto decidono i nostri destini. Mettono a punto l’equilibrio artificiale che sta alla base della nostra quotidianità, decidono i bisogni e i modi per soddisfarli. Ti raccontano che puoi avere tutto e che così facendo potrai assaggiare anche tu un pezzo di successo, vero indicatore di inclusione sociale.
Muoversi su quei binari, accettare questo gioco vuol dire giustificare questo sistema. Poco importa quello che si farà una volta dentro, perché è già tutto previsto.
Siamo previsti anche noi: comunisti, anarchici, autonomi, facinorosi e sovversivi. Facciamo la parte del nemico, di quelli che non ne vogliono sapere e che vengono additati come coloro i quali non hanno capito che cosa è il vero benessere, ma che nonostante tutto, in questo gioco e con queste regole, rendono ancora più umano questo sistema che li sopporta e li tollera. Magnanimo.

Bisogna reagire, ma io sono convinto che la strada sia spesso già segnata, o quantomeno molto invitante. Me ne sono accorto nelle mie frequentazioni della sinistra antagonista, quella che occupa invece di affittare, quella che si difende con i denti, anziché chiedere il permesso. Ma anche in questo contesto fatto di conflitto molto acutizzato, ho visto molti scivoloni, secondo me di natura politica.
La contrapposizione deve essere totale e senza compromessi, ma deve indirizzarsi correttamente. Troppe volte ho visto ridursi tutto ad un contrasto di facciata: il mondo fuori di qui è patinato, lucido, incravattato e profumato? Allora noi siamo grezzi, affastellatori, sporchi e vestiti come capita.
Contrapporsi (troppo spesso esclusivamente) a questo aspetto è il modo migliore per recitare una parte già scritta in ogni dettaglio.
Non è possibile che non siamo capaci di sottolineare la nostra diversità vestendo panni lindi e stirati. Non posso credere che la nostra identità svanisca se decidiamo di contrapporci in modo ordinato e  curato.

Abbiamo la possibilità concreta di rovesciare tutto e di vedere un mondo che ci piace di più. Ma c’è anche l’eventualità di percorrere il sentiero già scritto, dove non muoveremo mai passi veramente liberi.

Scegliere, che ci crediate o no, sta a noi.

Categorie:Argomenti vari Tag: