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Archivio Giugno 2008

Come fiori regalati a maggio e restituiti in novembre

30 Giugno 2008 5 commenti

Adesso le parole le scelgo io. Non sono più da soppesare, scegliere, accostare con cura. Ero anche stanco di limare la mia ideologia e quello in cui credo…anche se penso venga fuori comunque.

Sto parlando dei giorni appena trascorsi: articoli, scrittura, files salvati, inviati, compressi, consigli in giro. Dovevo dare una svolta e inseguire il miraggio della laurea il 16 luglio. Ancora non è detto. Ancora ci si può provare. La situazione è la seguente. Le stringate 15 pagine scritte fino ad una settimana fa erano a tratti ben strutturate, ma contenevano anche elementi da sviluppare, idee buone, idee scontate, pochi riferimenti. Allora mi sono messo davanti al pc e quello per una settimana buona è stato il mio orizzonte. Intanto gocce di sudore correvano sulla fronte, sui fianchi, contrastate da docce frequenti ma dall’effetto ridotto. Palliativi. Questo non mi importava più di tanto. Anzi: il sudore e la fatica di una stanza riscaldata dal sole, erano una prova tangibile del mio impegno.
In un giorno della scorsa settimana, ho mandato al professore il punto due della tesi. Non che fosse pronto per la discussione, ma aveva assunto una forma presentabile.  Nessuna risposta. Allora ho continuato il lavoro: ho reso più presentabile il punto due, e mi sono dedicato al punto tre.
Quando inizio a scrivere in un contesto nuovo ho sempre qualche istante di esitazione. Cerco il codice comunicativo, adattando le parole e i concetti che mi vengono in mente ad uno stile più professionale ed esportabile. Cerco di scrivere in modo che chiunque si accosti alle mie parole, possa capire, senza sforzo, quello di cui sto parlando. Poi trovo l’equilibrio e vado via abbastanza sicuro.
Ho messo insieme svariate decine di pagine in questi giorni. L’ultimo e più faticoso sforzo è stato  ieri, domenica. Inizio alle 8 del mattino, chiusura alle 6 di sera, con invio del file al professore. Oggi ho letto la sua risposta. Mi aspetta domani mattina alle 10 per parlarne. Nella mail non ha scritto né “bene” né “male”, ma solo, “va bene domani mattina alle 10?”. Va bene.

Oggi lavorerò sulle conclusioni. Ho scritto poche righe conclusive, ma l’idea di fondo mi è chiara. Non ho potuto scrivere proprio tutto quello che penso, e cioè che in un paese “normale”, come gli esponenti di questo centro-centro-sinistra amano definire l’Italia, un personaggio come l’imprenditore di Arcore dovrebbe essere in galera. Punto. Il fatto che sia a piede libero e che per molti rappresenti  un modello è la dimostrazione di come l’Italia dei veleni e della p2 non solo sia ancora viva e vegeta con il fermo intento di portare a compimento il loro programma, ma sia riuscita anche a liberarsi di quel sentimento diffuso di condanna verso chi trama alle spalle delle istituzioni democratiche. Un vero e proprio fardello, retaggio di un paese democratico e antifascista, dal quale per fortuna siamo quasi riusciti a liberarci.

Prima di scrivere le conclusioni della tesi però volevo  passare da qui, a dire la mia e a salutare amici e compagni. Anzitutto il passaggio di un Leprotto  mi ha dato quel piacere che solo le visite inaspettate posso dare. Sono addolorato che, fra il materiale perso nell’incendio che si è scatenato nel disco rigido del mac, ci fossero anche i filmati delle prove dei Leprotti. Avevo filmato tutto quanto, ma non mi decidevo a montare il materiale, fino al giorno in cui ho perso tutto. Restando in argomento mac un abbraccio va alla mia compagna di vita Luisa, che venerdì sera si è adoperata per farmi recuperare il maggior numero possibile di dati sparsi in giro fra ipod, dischi esterni, chiavette varie. Il suo sforzo è stato encomiabile, così come la sua preparazione in materia.
Adesso ho di nuovo il mio mac nero per le mani e piano piano sta riassumendo le sembianze di come era prima del “crash”.
Mi sono fatto dare anche l’hard disk bruciato. È in un sacchettino di carta argentata che, sulle prime, mi ha ricordato i sacchi mortuari. Parallelismo macabro, ma mi succede spesso che certi paragoni sorprendano me per primo, come se la mente che li partorisce fosse qualcosa di estraneo.

Si tratta di giorni difficili da decifrare. Forse la serenità è una sensazione sì estranea che si stenta a riconoscerla, quando c’è. Mi interrogo come sempre su me stesso, ma, per quanto mi sforzi, non trovo motivi di ansia. Ho sempre schierato torme di soldati per combattere i miei spettri. Soldati valorosi, splendidi nelle loro armature lucenti. Soldati spesso votati al sacrificio estremo contro paranoie invincibili.
Oggi quelle armate sentono profumo di vittoria, ma faticano ad abituarsi all’idea che la guerra stia per finire.

Eppure pare che le cose stiano andando proprio così.

Torno ai miei appunti, ai miei libri  e ai miei giornali  ordinatamente sparpagliati sul letto, sul pavimento e sul tavolo di casa mia.  

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“se se la sente (dovrà lavorare intensamente) sì”

25 Giugno 2008 6 commenti

mattina di caldo. il sudore precede il risveglio. il ventilatore piantato sulla schiena per tutta la notte crea qualche dolore che forse passerà con un po’ di palestra.

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quale momento migliore

23 Giugno 2008 5 commenti

 

Bene bene. Ci voleva una notte così per mettere ordine e ricominciare a pontificare.

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recupero dati importantissimo

11 Giugno 2008 7 commenti

 

Io non sono di quelli che credono che gli eventi accadano perché c’è un motivo. Non penso al destino, non penso che il fato abbia un raziocinio. Le cose accadono. Punto. Volendo si può imparare qualcosa, cogliendo l’imprevisto per imparare a gestirlo. Fare fruttare una situazione potenzialmente devastante per avere un bagaglio di esperienza ancora più grande. Non penso che nessuno mi stia mettendo alla prova, ma piuttosto cerco di coglierne il lato educativo.. Sta a me, chiaramente.

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N.C.S.

5 Giugno 2008 8 commenti

Il mal di testa mi ha tenuto compagnia al risveglio. È una cosa che non sopporto, anche perché ne risente la vista, la sensibilità alla luce (già molto alta la mattina)…fortuna che di luce ce n’è poca. Piove. Da qualche minuto piove a scrosci violenti: durano qualche minuto, poi tutto sembra acquietarsi, poi tutto ricomincia. Questo clima è una cornice ideale per il mio umore. Sono ormai arrivato al quel livello in cui mi crogiolo nella prospettiva del fallimento. Dopo il forfait all’esame di statistica il 27 del mese scorso, mi sono preso una piccola pausa, facendola coincidere con il ponte del 2 giugno. Mi ha fatto bene, anche se speravo che i suoi effetti positivi si protraessero anche oltre i giorni passati fuori città. Invece nulla. Martedì mattina, si apre il libro di statistica e il mostro si libera di nuovo: esce dalle pagine e inizia ad aleggiare nella stanza, stendendo una patina su tutto e rendendo ogni cosa opaca. I momenti di pausa hanno sempre un retrogusto angoscioso. Sai che il mostro è lì che ti aspetta. Puoi rimandare, ma prima o poi devi affrontarlo.

Qualche minuto fa.
Mi scrivo le formule, estraggo “n” eseguendo semplici passaggi algebrici di liceale memoria. Controllo se ho scritto le formule giuste. Sì. Le applico. Il risultato non torna. Riguardo tutto e mi sembra giusto. Continua a non tornare. Mi alzo, mi accendo una sigaretta, faccio una boccata e l’appoggio nel portacenere. Poi prendo fiato e assesto 4 pugni in sequenza contro il muro. La mano, dopo qualche minuto, inizia a farmi male. Prendere a pugni un fantasma è la cosa più inutile che ci sia. Così alla rabbia si unisce la stupidità. E si sta ancora peggio.

Non ho fame. Ho il sapore delle camel fumate dal mio risveglio fino a qui. Arranco. Ad ogni difficoltà rispondo con una pausa, un giro su internet, uno spezzone di film, qualche pagina di un libro.
Sento il peso delle cose da fare, del tempo gestito male (come sempre), della tesi da scrivere.

Questa volta non so se ce la faccio. Ho qualcosa che mi molesta e tollero sempre meno che, quest’ultimo passaggio prima della laurea, non sia vissuto con serenità e sicurezza. Pare il contrario. Pare che tutti i fantasmi accumulati in questi anni si siano dati appuntamento ora, qui. Forse sanno che potrebbe essere la loro ultima occasione per darmi fastidio, e così ce la mettono tutta.

Lascio le frasi classiche (“ormai ci sei”, “un ultimo sforzo”, “ci siamo passati tutti”) a chi non ha capito.
Io resto con questi spettri e con questa battaglia impari: evitare a tutti i costi di imparare a convivere con loro.

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