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Archivio Agosto 2008

giornata normale e calda

29 Agosto 2008 4 commenti

 

Una giornata normale. Calda, questo sì. Nelle prime ore della mattinata ho cambiato stanza e letto, andando dall’altra parte della casa, dove il sole non batte, per continuare a dormire. Apro gli occhi e dopo poco li poso sull’orologio. Le 3 e 15. Possibile?  No. Ho letto male. Sono le 11 e un quarto. Prima di alzarmi mi intrattengo con un po’ di pensieri. Non lo faccio spesso, anzi: non credo di averlo mai fatto. Se non era l’angoscia a tirarmi giù dal letto, mi cullavo in sogni di viaggi, avventure, moto nuove e amici. Sarà forse l’università finita a darmi questa leggerezza e questa attitudine alla riflessione. Prima era tutto posticipato. "Quando sarà finita" era il suffisso ad ogni progetto. Adesso è finita. Cerco di mettere a tacere la parte di me che ha bisogno di alibi per non mettersi in gioco. Ma ultimamente ho troppe cose dentro di me. Si sono sedimentate informazioni, immagini e parole di chi si è saputo esprimere molto meglio di me. Non copio, prendo spunto. Il sentirsi incompleto è qualcosa che non conosco più. Ma non sono rose e fiori. Uno spettro ti abbandona e io avevo imparato a conviverci. Provare nostalgia sarebbe assurdo e contraddittorio, ma mi sia concesso un po’ di senso di vuoto. E di paura, anche.

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Abbiamo grandi piani

22 Agosto 2008 Commenti chiusi

Si sventola un po’ oggi. Ieri sera faceva caldo. Arrivati in casa, l’odore degli zampironi mischiato a quello del fumo era immobile nella stanza. Ho aperto tutte le finestre.
Un’altra sigaretta che forse tiene giù il catarro di un raffreddore a ferragosto.

Il giorno di ferragosto io e Luisa abbiamo rimesso piede a Milano. Volo RyanAir di ritorno, aereo sporchissimo, gente che cacciava urletti per i due o tre lievi vuoti d’aria in fase di discesa. A terra un tempo schifoso. Acqua e meno di 20 gradi. Arrivavamo da Siviglia, dove il termometro stazionava intorno ai 40. Scazzo, un po’ di tristezza e raffreddore.

Tutto era cominciato 3 settimane prima. Volo volareweb da Malpensa a Malaga per ricevere tutto l’affetto di Devin e Tania. Il giorno dopo abbiamo abbandonato il nostro letto verso le 2 del pomeriggio, abbiamo ritirato la macchina e, in serata, via verso Granada. 3 giorni a Granada. Splendida città. Il quartiere arabo soprattutto. Vie strette, teloni tirati per proteggersi al caldo, kefie di tutti i colori.
“Il Marocco me lo immagino così”
“Andiamoci allora. Ci organizziamo. Appena riesco a comprarmi un’enduro ce lo facciamo in moto”
“Non d’estate però”
“E’ escluso”

Il caldo è stato uno dei protagonisti di questa vacanza. Qualche giorno fa ho scritto, in preda al sacro fuoco della descrizione:

“…Ho già scritto qualcosa su Cordoba, sì sì, ne sono sicuro. L’imponenza della Mezquita (credo si scriva così…o almeno così si pronuncia) è stata una botta ogni volta che, varcata la soglia dell’hotel (quella soglia che divide chi respira agevolmente da chi, in affanno, gocciola sudore e smadonna ad ogni salita) ce la si trovava davanti. Muri piatti e imponenti, forma quadrata, incisioni in arabo su porte e decorazioni.
Granada era decisamente più bella. Più città. Più cose da vedere. Ma Cordoba…non so. Cordoba è stata più emozionante. E più calda.”

Il caldo sì. Mi sono affidato quasi ciecamente ai metodi di chi con il caldo convive quotidianamente. Facce magrebine segnate dal calore, ma sostanzialmente serene. Cosa fanno loro per il caldo? Bevono thè caldo, si coprono la testa e poi non sembrano farci caso. Okkay, lo faccio anche io. Bevo thè caldo e mi copro la testa. Poi faccio finta di nulla. Sto grondando? Ok, pace. Prendiamone atto. Se non pensi ad una cosa, poi non la senti più.

Dopo Cordoba è stata la volta della costa. Algeciras.

“Una mattina ho premuto il tasto – 1 dell’ascensore e sono arrivato al parcheggio. Ho acceso la Seat Ibiza grigio metallizzato e con il suo rombo turbodiesel sono arrivato davanti all’entrata dell’hotel a prendere Luisa che mi aspettava con i bagagli.
Aria condizionata e via verso la costa. Destinazione Algeciras. Per arrivarci abbiamo dovuto scendere fino a Malaga e poi costeggiare il mare.
Algeciras è un porto. Non molto di più. Un porto all’ennesima potenza. Se Livorno ha  quell’aria portuale selvaggia, affascinante e a tratti poco raccomandabile, Algeciras è Livorno al cubo. Come mai siamo finiti lì? Beh, anzitutto la sua posizione per noi era strategica. Vicini a Tarifa, il punto più a sud dell’Europa, vicini alle spiagge e pronti per cominciare la seconda parte della nostra vacanza: più mare che città da visitare.
Poi c’era questo albergo prenotato per tre notti. Il Reina Cristina, che grazie a booking.com, era venuto via ad un prezzo più che accettabile. Un albergo nel mezzo di un parco, credo l’unico parco di Algeciras.”

Qui abbiamo passato giorni tranquilli. Siamo andati a vedere il mare di Tarifa: spiaggia spazzata dal vento, ma con delle onde fantastiche, forti, delineate, con una spinta che ti porta fino a riva.

Da lì siamo risaliti verso nord, costeggiando il mare.
Spiaggia El Palmar. Uno spettacolo. Ci hanno raggiunto lì anche Devin e Tania e per quattro giorni “ci siamo sentiti come in famiglia”.

“Non devi sforzarti se non ti viene da scrivere”.
Ho sempre apprezzato chi è in grado di scrivere anche della sua mancanza di ispirazione.
Il fatto è che le cose sono andate troppo veloci. C’è stato questo viaggio, c’è stata la musica che ho ascoltato e i libri che ho letto. Io ho cercato di stare dietro a tutto, ma la mia mente si è persa qualcosa. Per molti giorni ho deciso di andare con la corrente e di non registrare nulla nella mia testa. È rimasta qualche nota del nuovo album degli Assalti Frontali associata ad un paesaggio, ad un angolo di città.
È rimasta la bella sensazione di stare in mezzo a gente che ti vuole bene: Devin e Tania, le mail degli amici, la telefonata di Filippo e Cristina da Montreal, Alberto che torna e riabbraccia Rachele.

L’armonia è difficile da rendere. Quando le parti si incastrano bene, quando le cose scivolano senza attrito la mia mente va oltre. Cerca nuove connessioni, cerca di mangiarsi una fetta ancora più grande di mondo. Prende il benessere e ci lavora sopra; ci aggiunge qualcosa, per non dover stare zitta in contemplazione
E il benessere vallo a raccontare se sei capace. Il melenso è una minaccia costante, le parole a favore di qualcuno o di qualcosa sono più difficili da scegliere rispetto all’invettiva.
A tutto questo si aggiunga che c’è qualcosa che non mi è chiaro. Qualcosa di latente che tranquillamente aspetto che si sveli.

“Non puoi raccontare tutto. La tua mente va troppo veloce, e le connessioni le vedi solo tu”

Qualcosa va lasciato fuori per forza. Perché se mi metto a raccontarlo, allora devo connetterlo con qualcos’altro e spesso succede che l’amalgama diventi il punto centrale. Il ritmo cala, l’obiettivo si sfuoca.
Ma cosa lascio fuori?
Il sole impietoso dell’Andalucia, i miei che mi chiamano dalla Puglia per dirmi che va tutto bene, che stanno bene, la spiaggia del Palmar con il bar dei surfisti e la connessione ad internet via satellite, la chiacchere con Luisa mentre a piedi giravamo per le strade agghiaccianti di Punta Umbrìa (una Rimini ma con un mare bellissimo), le onde dell’atlantico, il mio coltellino svizzero che stappa bottiglie di birra e taglia il queso andaluso, le case bianche e basse, l’hostal matriarcale gestito da sole donne, le dormite, la faccia di Devin appena alzato al pomeriggio, il sole che mi arrostisce mentre, steso sula tavola, aspetto l’onda giusta, la Seat che corre su una strada bianca, zozza da fare schifo con il condizionatore a palla, il nostro amico Giorgio incontrato per caso uscendo da un bar a Siviglia, la ricostruzione delle tre caravelle e l’inizio di un genocidio, i platos combinados con patatine, calamari e birra, il raduno di harleysti a Gibilterra, Cadice circondata dal mare, l’autostrada per Granada di notte con i Rolling Stone in sottofondo, la kefia nerazzurra comprata al suk, la voce di Militant A che mi sveglia la mattina, la cartina dell’Andalucia spiegazzata, le sigarette con scritto “fumar puede matar”, l’alba a Siviglia il giorno della partenza.

C’è una frase nel cd degli Assalti che mi sono ripetuto varie volte in questi giorni.
L’ho detta a Devin e mi ha risposto “la vedo esattamente così”.

“Abbiamo grandi piani e family allargate
siamo dei fratelli che ne han fatte tante
lo sai che puoi appoggiarti su ste spalle da gigante”

“è come respirare” – Un’intesa perfetta – Assalti Frontali

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