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Archivio Ottobre 2008

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30 Ottobre 2008 4 commenti

E ci siamo. Pioggia, freddo, testa della classifica persa. Poco importa. In questo clima spariscono a volte anche le intuizioni, la voglia di creare. Milano bastona duro, ma questo l’ho già detto. E poi non posso lamentarmi di continuo della mia città. Non essendo un carcere, l’ultima parola spetta a me. Se resto dei motivi devo averli e forse vale la pena lavorare si quelli.

Ma il post di oggi non è su Milano. Si tratta piuttosto di poche righe per dire che sono passato (quasi definitivamente, per il momento) alle sigarette rollate e che finalmente ho messo insieme vari spezzoni che fino ad ora avevano trovato armonia solo nella mia testa.

Buona visione

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in viaggio con papà – milano

23 Ottobre 2008 11 commenti

Nella scala di sfumature del grigio, questa città si inserisce con l’invidiabile “grigio Milano”: un colore unico nel suo genere. Si ottiene mischiando smog, indifferenza e stronzaggine. Siccome siamo una città all’avanguardia, vivere qui è un’esperienza multi-sensoriale e anche l’olfatto è stimolato da un odore di concime che arriva direttamente dalle campagne intorno alla città.
Questo era il quadro ieri sera.

Cinque del pomeriggio.

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Ricordo Aldo Bianzino

14 Ottobre 2008 10 commenti

Capanne, frazione di Pietralunga, Umbria. Aldo aveva deciso di vivere lì. Colli, alberi, il rumore degli animali e del vento. E poi il suo lavoro se lo poteva portare dietro ovunque. Ce l’aveva nelle mani. Falegname. Anzi, ebanista. Era mite Aldo. Aveva una compagna, Roberta, e un figlio. Lì, insieme ai suoi amori e all’ebano da modellare c’era armonia. La sua armonia. Lì la vita era più adatta alla sua personalità.

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Bastano dieci giorni per sconvolgere il mondo

8 Ottobre 2008 4 commenti

Sono le 10 e apro gli occhi. “54” di Wu-Ming mi guarda appoggiato sulla poltrona rossa di fianco al letto. È finito. Sotto di lui pile di vestiti, apparentemente sporchi, ma di fatto puliti. C’è la mia maglia da calcio tutta rossa con, dietro, il numero 2 sotto al mio cognome. Appartiene al tempo in cui l’idolo era lo zio Bergomi: maglia nerazzurra come seconda pelle, palle in tribuna, pilastro della difesa. Avevamo ordinato 11 maglie per la nostra squadra. Ci si trovava il sabato al parco Forlanini.

Sono le 10. Se mi sbrigo alle 11 riesco ad essere in palestra. Non mi cambio la maglietta, tanto devo inzupparla di sudore. Colazione, lavata di denti e faccia, zaino pronto. Eccomi in palestra. Ne ho assolutamente bisogno. Ieri è stata una di quelle giornate da dimenticare. Non che sia successo nulla di irreparabile, ma lo scazzo mi ha accompagnato per tutto il giorno, facendosi più inteso nel pomeriggio. Fortuna che poi, dopo una cena con i miei e la mamma del mio amico Eddi in visita a Milano, sono volato da Alberto. C’era anche Leo e sono stato un po’ in famigghia.

Inizio con dieci minuti di corsa. Per scaldarmi. Scendono le prime gocce di sudore. Catarsi. Poi addominali, spalle, braccia e di nuovo corsa. Venti minuti e qualcosa. Completamente coperto di sudore. Scendo dal tappeto per correre, mi vado a sedere su una panca e distendo le gambe. Grondante e contento.

Passo da casa, accendo il pc. Cinque mail non lette. Si parla del calcetto di domani sera e di lavoro. La scheda di lettura che ho scritto è piaciuta. Se ne prevedono altre in futuro. Il calcetto è organizzato. Manca solo la prenotazione e se ne occupa Miki.

Cosa altro si può fare se non navigare a vista? Mi sta bene. Certo è una tensione, una specie di benessere non assicurato che per il momento dipende dai contatti e dai frutti che porteranno. Ci sono giorni buoni, altri in cui pare non succeda nulla. Questi ultimi a tratti mi accasciano, ma non devo prendermela. Devo piuttosto andare a cercare il mio ottimismo, che, da quando sono nato, si è nascosto sempre talmente bene da farmi dubitare della sua esistenza. Però pare esserci, anche se non ho ben capito in che rapporto sta con la serenità. Vanno di pari passo, uno implica l’altro e, se sì, quale dei due viene prima? Forse non è importante.

Su un cambiamento se ne innesca un altro. Così racconta John Reed, parlando della rivoluzione d’ottobre. “Da una rivoluzione politica è nata una rivoluzione sociale”.
Reed, l’unico non sovietico sepolto al Cremlino. Radicale statunitense, giornalista, nato nel 1887 da una buona famiglia di Portland, Oregon. Da giovane studia ad Harvard. Testa calda, contestatore, mai al suo posto. “Passerà. Crescendo gli passerà…e poi il giovane è brillante”, spiegano i professori. John Reed cresce, ma non gli passa. Scrive  in continuazione, si appassiona alle lotte di chi è sfruttato e rivendica il proprio posto nel mondo come un diritto inalienabile. Nel 1914 è in Messico, durante quella strana rivoluzione in cui non si capisce bene chi ha vinto e chi ha perso. Reed lo spiega e scrive il libro “Messico insorto”. Continua a scrivere e a viaggiare. Nel 1917 parte per la Russia e arriva a Pietrogrado. L’uomo giusto al posto giusto. Le cose stanno cambiando e Reed continua a scrivere. “I 10 giorni che sconvolsero il mondo” è il suo reportage sulla rivoluzione d’ottobre. Scritto da dentro, partecipe degli eventi: parte in causa certo, schierato senza tentennamenti. Sono convinto che sia stata proprio  questa sua passione la vera autrice di uno dei più bei libri su quell’anno e su quei fatti.

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