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Archivio Novembre 2008

La prima sigaretta della giornata è venuta male

27 Novembre 2008 8 commenti

La prima sigaretta della giornata è venuta male. Peccato perché ne avevo voglia. Ad un certo punto si è sfilato il filtro. Cosa che irrita, ad essere sinceri. Sono quelli i momenti in cui rimpiango le camel: quello sfilaeaccendi facile. In fondo troppo facile  per non scadere nel pacchetto e qualcosa al giorno. E poi troppo brevi le camel. Non facevo in tempo a mettere in ordine i miei pensieri che erano già finite. La sigaretta confezionata non ti segue. Va per conto suo. Quando sono al computer, se non le sto dietro, lei brucia da sola e non aspetta di fare compagnia ai miei pensieri. Quelle rollate invece si spengono e non bruciano se non sei tu a farle bruciare.

Freddo lucido fuori. Un freddo che su di me ha una sola conseguenza. Fine del periodo della mototerapia. Risbocceremo tra qualche mese, con giacche e guanti ansiosi di fendere l’aria, di fare da parabrezza, di esporsi. Ma per il momento niente. E non è facile abituarsi a questo niente, sapete? Proprio per nulla.
Sono più grande adesso e, quando le cose non vanno,  mi chiudo in palestra a correre e ascoltare musica nuova (ma nessuna grande scoperta per ora). Sono più grande e mi trovo meglio a far passare il tempo così. Meglio della accoppiata canna + play station, che sì fa passar le giornate, ma le dipinge con tinte squallide, poco piacevoli. Il fatto è che il fumo è la chiave immediata, semplice. Rende interessante piccole cose, le fa sembrare ironiche, degne di ragionamenti, oppure comicamente assurde. Questo è un modo di affrontare le cose che mi piace, che mi interessa. Però ci vuole stile. Non mi riferisco ad una moraleggiante morigeratezza, penso piuttosto a ciò che può fare la mente da lucida. Negli anni ho capito che anche la lucidità ha il suo fascino.  Certi concetti non si possono spiegare: si affermano negli anni.

Poi ci sono le scelte, altro tormentone di questo tempo. Ma non ho voglia di parlarne nello specifico. Mi terrò sul vago, che è meglio per tutti. Si cercano grandi obiettivi, ma spesso la sensazione è quella di restare ai box a vita. Un po’ come la Ferrari F1 di riserva, che sta nel box, coccolata e messa a punto dai meccanici, sempre potenzialmente pronta per mordere l’asfalto, ma di fatto appoggiata sulle sue gomme ferme che non girano.

A volte mi pesa il fatto che questo blog sia conosciuto. Non mi riferisco ad una notorietà che di certo non possiede. Penso piuttosto a chi conosce me e conosce il blog. A volte avrei bisogno del totale anonimato, per me la sola garanzia di verità. Sono le radici della mia scrittura, quaderni e quaderni riempiti da quando ero ragazzino. E non c’è mai stata quella scena da film in cui si trova la persona giusta e le si dice “leggi questo…guarda che nessuno l’ha mai letto prima di te”. No. Le mie parole non sono mai state in attesa di condivisione, non hanno mai avuto la necessità di trovare un’anima gemella per essere complete. Non hanno nemmeno l’aspirazione di essere scoperte da qualcuno. Nascono da me e a me sono dirette.

Così in questa mattinata di sigarette rollate male, di filtri che si staccano e di una incazzatura che non trova le forze per manifestarsi, ritorno alla scrittura.  Dopo le parole che avevo dedicato a Peppo, mi sono trovato in un limbo in cui avrei voluto vedere quelle lettere accostate fermentare, diventare grandi. Lasciare il palco libero a Peppo e alla sua assenza che riempie questi giorni. Ma non va sempre così. Quando un amico ti lascia la vita può apparire come una condanna o come una opportunità. Io non ho ancora capito come l’ho presa. Ho ripreso a battere sui tasti perché è quello che so fare e perché non scrivo solo per mettere a registro punti di arrivo, ma anche per dare una forma alla realtà che mi viene incontro. È una tensione, una specie di equilibrio. Come mi metto a (de)scrivere un punto di arrivo la vita che scorre lo rende subito passato; raccontato bene, ma comunque passato. In questi casi mi metto a maneggiare quest’arma che mi ritrovo fra le mani da quando ero piccolo. E mi sento sicuro. Accosto le parole e le metto in formazione.
Solide sul passato, appuntite sul futuro.

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Ciao Peppo

20 Novembre 2008 2 commenti

Ciao Peppo,
me ne stavo qui al mio mac, passando un’altra giornata alla tastiera e a illuminare le mie paranoie sul futuro con la luce azzurrina dello schermo.
Stavo cercando di trovare l’ennesima complilation perfetta. Insieme all’ultimo brano scelto è arrivata la notizia che eri andato via e che non ci saresti più stato.
Non ho reagito. Ho chiesto come era successo. Braccia allargate in risposta.
Da quanto non ci vedevamo? Qualche anno? Sì, forse.
Ho preso fiato, ho cercato di capire che sensazioni stavo provando. Rollare una sigaretta mi avrebbe aiutato.
So che con mio padre eravate molto amici. Ragazzi, giovani universitari. Lui aveva detto a te che aveva perso la testa per mia mamma, che voleva lei.

Abbiamo passato del tempo insieme. Tempo estivo e qualche cena a casa dei miei.
A Capalbio ci prendevamo cura dei cani della zona e tu passavi ore a parlarci.
Qualche anno dopo, con il foglio rosa in tasca, avevi deciso che mi avresti insegnato a guidare. Io me la cavavo già bene. Però salire sulla tua citroen e guidare un po’ con te mi faceva bene. Ed ero rilassato.
Era facile passare del tempo con te. Mi mettevi allegria, ho riso molto con te.

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Ancora non sempre scrivo d’amore, ma sogno ancora

14 Novembre 2008 7 commenti

Non è che ci sia molto da dire oggi. C’è il sole, dopo che ieri e il giorno prima ancora, tanta acqua è venuta giù. Mercoledì il tempo ci ha ricordato che a Milano c’è anche la nebbia. Non più quella fitta e spaventevole della Milano di Scerbanenco, ma qualcosa di simile.
Ieri sera ho parcheggiato la toyota dietro l’hotel Principe di Savoia, ho spento il motore lasciando accesi i contatti, in modo tale da sentire un po’ della radiocronaca di Juve Genoa. Due a zero per i bianconeri mentre ascoltavo, con il Genoa che tentava di reagire e il suo pubblico che continuava a cantare. Tra quelle voci c’era anche quella di Albertocì. L’avevo visto poche ore prima. Non lo vedevo da molti mesi. Albertocì mi ha chiamato per dirmi che era in zona e se mi andava un caffè insieme. Un piacere rivedere un amico come lui. Ho ascoltato le sue parole che descrivevano la sua vita oggi, ho visto il suo gesticolare e i suoi cambi di argomenti, così simili ai miei. Calcio, politica, vita, musica, amici in comune, facce che non si vedono più da tempo. Un entusiasta Albertocì. Una di quelle persone cui vedi attraverso. Leale e surreale.
“Alle sei vado a Torino, a vedere il Genoa”
“Fategli il mazzo, mi raccomando”
Ha riso, prima di risalire sulla sua monovolume e andare via.

Scendo dalla macchina, mi incammino verso la stazione. Solito sottobosco disperato comune alle stazioni ferroviarie di tutto il mondo. Vedendo quel popolo arrangiato e multicolore, mi tornano alla mente alcune pagine dei “Dannati della terra” di Fanon. Lui è stato il primo a vedere nel sottoproletariato un soggetto potenzialmente rivoluzionario. La disciplina rivoluzionaria classica non considerava questo sottostrato di società capace di cambiamento. Ma Fanon ha colto qualcosa in più. Si è spinto un po’ oltre. Eretico. A me gli eretici sono sempre piaciuti.

Salgo le scale dalla parte di piazza IV Novembre. Faccio i gradini a due a due, ma un ginocchio inizia a farmi male. Meglio salire con più calma, tanto di tempo ce n’è.
Lelia arriva alle 22. Provenienza del treno, Napoli centrale. Alzo gli occhi sul tabellone degli arrivi. Sono le 10 meno pochi minuti e il binario ancora non è stato comunicato. Abbasso gli occhi e vedo divise, divise e ancora divise. Il retaggio dei miei anni caldi mi fa fare immediatamente una analisi della situazione: perché sono qui e che intenzioni hanno.

Sono qui perché  è in partenza il treno che ha portato i manifestanti alla manifestazione di oggi a Roma. Le intenzioni mi sembrano di puro controllo. Hanno i caschi che pendono dalle cinture, qualcuno ha lo scudo. Chiaccherano. Chissà se sanno della sentenza sui loro colleghi, quelli che la notte del 21 luglio 2001 hanno massacrato persone inermi nella scuola Diaz, a Genova durante il G8. Forse lo sanno, e ghignano della loro reiterata impunità. Forse non sanno nulla, nemmeno si pongono il problema.

Binario 9. Mi accendo una sigaretta rollata in precedenza. Aspiro mentre i fanali del treno compaiono in fondo al binario. Le porte si aprono, la gente scende, decine e decine di sigarette si accendono.
Eccola Lelia: Liberazione, Manifesto e la autobiografia di Ingrao sotto braccio.
“Ma che è qui? – mi chiede mentre mi bacia sulla guancia e con lo sguardo va oltre la mia spalla – chessò tutti ‘sti sbirri?”
“Partono per la manifestazione di domani” le dico mentre ricambio il bacio.

Saliamo in macchina e mi avvio verso casa di Andrea.
“Ah, ho sentito la coda di un radiogiornale in macchina”
“Sul processo di Genova?”
“Sì”
“E?”
“La solita porcata. Hanno condannato i pesci piccoli, hanno assolto i vertici”
“…”
“Non sono nemmeno solidali fra di loro. Che paghino i pivelli, anche se portano la loro stessa divisa”.

Amnesty International, noto covo di comunisti nipotini di Stalin, ha rubricato le violenze di Genova durante il G8 del 2001 come la più grande violazione di diritti umani dal dopoguerra ad oggi.
Non era un primato facile da raggiungere, ci voleva impegno per mandare in vacca una tradizione di diritti umani lunga 56 anni.
A noi questo primato: al governo Berlusconi e ai suoi complici nascosti nelle cabine elettorali.

Arriviamo sotto casa di Andrea. Andrea non c’è. “Arriva domani”, mi dice la mia amica.
Allora si sta in macchina a chiaccherare per qualche ora. Qualche sigaretta, qualche risata, intorno il silenzio della campagna che circonda Milano.

La nostra indignazione che non trova sfogo, questo senso di impotenza, il modo di giudicare che hanno molti nostri simili, basato tutto sul perbenismo e sullo stare chiusi in casa davanti al grande fratello.

Ci salutiamo sotto il cancelletto di casa di Andrea verso l’una e mezzo.
“Ci sentiamo domani, ok?”
“Ok. Abbracciami Andrea”.

Metto il muso bianco della toyota in direzione Milano. Carico un cd, un’altra compilation infinita di mp3.
Parte “Beast of Burden” dei Rolling Stone. Perfetta per questa notte e per questa strada dritta.
Poi, arriva l’intro di chitarra di “Marghera 2 novembre”, della Banda Bassotti. Una canzone carica di sdegno e risentimento. Il 2 novembre del 2001 è il giorno in cui si è chiuso il processo iniziato nel marzo del 1998 che vedeva imputate 28 persone tra amministratori e dirigenti di Montedison, Enimont ed Enichem. Le accuse erano strage, omicidio e lesioni plurime. Centocinquantasette morti tra gli operai del Petrolchimico di Marghera. Nessun Colpevole.
Diversa situazione, stessa dinamica.

“…I porci tutti assolti come sempre
Ridendo da chi servo ubbidisce
Stato incivile regna sovrano
Falso come suo solito
Vive nell’impunità vera
Dove si è sempre boia
E mai – dico mai condannati
Ancora non sempre scrivo d’amore
Ma sogno ancora
Sogno Fuoco
Fuoco e Fiamme”

Banda Bassotti, “Marghera 2 novembre”.

blob II

6 Novembre 2008 6 commenti

Quando andavo al liceo, la mia guerra era contro il mondo. Dalla mia parte avevo i Beatles. Non i Rancid, i Bad Religion, o i Rolling Stone. I Beatles.
Avevo un libriccino con alcuni dei loro testi, alcune illustrazioni psichedeliche e frasi. Dentro ci cercavo tutto quello che mi serviva per combattere la mia battaglia quotidiana e per trovare una sponda al mio essere, nemmenoadirlo, incompreso.
“Nowhere man” è una canzone scritta da Lennon, contenuta nell’album Yellow Submarine. In questo libriccino-breviario c’è una sua frase in cui spiega da dove gli era arrivato lo stimolo per questa canzone: era senza idee e aveva iniziato a pensare a sé stesso, seduto, senza idee. Un uomo che non ha punti di vista e che somiglia un po’ a chi lo osserva, dice il testo.
Questa faccenda ha alcuni aspetti del paradosso: saper scrivere anche della assenza di stimoli, mettere nero su bianco il fatto che non c’è nulla da mettere nero su bianco, è una questione che mi sta a cuore, perché va all’essenza della necessità di esprimersi.
Questa necessità non ha bisogno di gradi eventi, storie romantiche e cavalieri che combattono draghi. Questa necessità attraversa il comune, la noia, il normale fluire delle proprie giornate.
Io ci vado a rota con sta cosa, è più forte di me.

Allora succede di passare giornate come oggi. Il mio mac vaga tra offerte di lavoro, si aggrappa a msn, legge notizie di calcio, apre youtube.
E forse è proprio quest’ultimo a darmi, ultimamente, i maggiori stimoli.
Immagini frammentate, sprazzi di dialoghi, gioco di associazioni.
Ve la faccio breve, anzi brevissima.

Ecco qui il risultato.

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mi tengo ciò che ho

1 Novembre 2008 6 commenti

Sabato che sembra domenica. C’è stato un accenno di sole pochi minuti fa, quando mi sono alzato. Il tempo per connettere, trovare la forza per stare in piedi sulle mie gambe, farmi il caffè, leggere il giornale e il sole sembra già un ricordo.
Ho cercato subito una conferma sulla partita di oggi: è vero, l’Inter gioca alle 18. Me l’aveva detto Alberto giovedì sera, mentre casa sua era invasa dagli amici, stretti intorno a lui per il suo compleanno.
La pagina sportiva del Corriere apre con Mr. Mourinho, titolo “A muso duro”. Era prevedibile che lo Special One in Italia facesse notizia. Ma non è tutto merito suo. La stampa sportiva italiana, tranne qualche rara eccezione, è sostanzialmente feticista: si aggrappa a dettagli, pezzi di frasi, dichiarazioni tagliate e ricucite per creare un caso e sembra non poterne fare proprio a meno. Un personaggio che non usa gli stra-consumati “faremo bene”, “il campionato è ancora lungo”, “l’avversario è una grande squadra, ben organizzata”, ma che preferisce un linguaggio più aperto e diretto, è una pacchia per chi in questo paese scrive di calcio. Di dichiarazioni da sezionare e riproporre per alimentare la polemica, l’allenatore dell’Inter ne fornisce in continuazione.
Gli italiani non sono innamorati di calcio come pensavo, ma dello show tv. Si occupano di cose minuscole che nel calcio non significano niente”, ha dichiarato Mourinho il 28 settembre. Sono d’accordo, a patto di lasciare lo spazio adeguato alle eccezioni del caso.

Ma questa mattinata che sembra domenica è stata arricchita anche dalla lettura di Zygmunt Bauman, sociologo britannico con origini ebraico-polacche nato nel 1925 e tutt’ora attivo. Al centro della sua ricerca, l’uomo nella società moderna che non si ritrova più nei panni del lavoratore, ma piuttosto in quelli del consumatore. È il consumo il vero indicatore di inclusività sociale. La libertà sbandierata dai neoliberisti non è altro che uno smantellamento di ogni idea di bene comune. Da qui si arriva all’impotenza di agire collettivamente, lasciando indisturbati i centri del potere.
Se la battaglia per la libertà è stata vinta, come si spiega che la capacità umana di immaginare un mondo migliore e di fare qualcosa per migliorarlo non è tra i trofei di questa vittoria? E ancora, che genere di libertà è quella che frustra l’immaginazione e tollera l’impotenza delle persone libere nelle questioni che le riguardano?” (Bauman, “La solitudine del cittadino globale”).

Già. Che genere di libertà? Le nostre idee, per il momento relegate su poster e magliette, hanno avuto successo solo quando non c’era nulla da perdere. La cosa più semplice allora è stata cercare di dare a tutti qualcosa, anche di piccolo e simbolico, da tenersi stretto e da difendere dagli attacchi di chi, in nome del “rovesciamo tutto e ridistribuiamo”, voleva portarlo via. E se ho un televisore, un cellulare e una macchina, non mi va molto di mettere in discussione queste mie conquiste per avventurarmi in qualcosa di incerto i cui contorni sono sempre meno chiari. Preferisco tenermi ciò che ho, senza dover fare lo sforzo di immaginarmi qualcosa di diverso.

…e in fondo che cosa c’è di strano se Licio Gelli condurrà su Oden tv una trasmissione sulla recente storia italiana? Da chi farsela raccontare se non da uno che di bombe, stragi, trame occulte, sovvertimento della nostra Repubblica nata dal sacrificio partigiano, se ne occupa da anni?

Mi rollo la seconda sigaretta della giornata. Poi chiamo Lelia per sentire come butta dalle sue parti.

Ho bisogno di fare fronte alla mia solitudine da cittadino globale.

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