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Archivio Dicembre 2008

mi è bastata una moto e un blob

17 Dicembre 2008 7 commenti

Ieri sera ho fatto tardi guardando una puntata dei Chip’s. Quinta serie. Il telefilm ha la mia età: la prima serie è del ’77. Da piccolo lo guardavo spesso. E così faceva anche Emanuele. Poi l’estate, quando ci vedevamo a Capalbio, lui faceva Jon Baker, io Ponch. Avevamo le nostre bici e giravamo tra sterrati e campi, appaiati, uno di fianco all’altro. Emanuele ci teneva molto ad essere Jon, e non c’è mai stata nessuna polemica, perché a me fare Ponch stava bene.
Per anni ho creduto che le loro moto fossero delle Guzzi modello “California II”. Adesso, riguardando le puntate, vedo che sono, indiscutibilmente, delle Kawasaki.
Kawasaki 900 Police nelle prime due serie e 1000 Police nelle altre 4. Se non sbaglio in nessuna delle puntate né Jon né Ponch sparano un solo colpo di pistola. Al massimo, quando la situazione è proprio tesa, mettono la mano destra sul calcio della pistola ancora nella fondina.
Jon e Ponch sono buoni, corretti, allegri, sempre pronti verso i bisognosi, dediti al sacrificio, propensi ad aiutare i più deboli, talvolta acidi con i più ricchi.
A tratti mi dispiace avere perso quel candore con cui guardavo questo telefilm da piccolo. Oggi trovo difficile da digerire la quantità di propaganda presente nelle storie, ma all’epoca nemmeno ci facevo caso: trangugiavo la mia merenda e mi divertivo.
Era il mio punto di riferimento Chip’s, un gradino sopra a Supercar e Hazzard.
Ognuno ha avuto i suoi, a seconda dell’età e del sesso (credo). E poi questi telefilm hanno avuto una qualche influenza sulla nostra vita futura. Mia sorella ad esempio guardava sempre la Famiglia Bradford, storia di una famiglia di Sacramento (California) composta da 8 persone la cui trama si basava sulle vicissitudini dei figli e  sui rapporti fra di loro.
Mia sorella ha messo su famiglia per davvero: non sono ancora in otto, ma se continuano così presto ci arriveranno.
A me, formatomi con Jon e Ponch, è bastato comprare una moto per andare in pari con le mie aspirazioni di bambino.

Parlando di immagini del passato, si arriva a questo nuovo blob. Sinceramente non so bene cosa mi spinga a montarli: forse il formato “alla blob” mi consente di stare appresso ai miei slanci poco organizzati. Mi posso permettere salti temporali, concetti non del tutto espressi,  passaggi dalle molteplici interpretazioni. 

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Ode a Cambiasso e al distacco (quando serve)

15 Dicembre 2008 2 commenti

Questa sera, a controcampo, ci sono stati due momenti di gelo. Il primo, quando Maurizio Mosca ha detto, presente Esteban Cambiasso, che Adriano è un alcolizzato.
“Chiamiamole con i loro nomi le cose!”, ha sbottato cercando l’ovazione. Ma nessuno ha applaudito, è calato il gelo. Alberto Brandi, conduttore-cyborg con una scaletta pre-caricata in testa ecazzononsisgarra!, ha iniziato a sudare freddo. Ha rimediato con un sorriso di circostanza ricordando a Mosca che certe cose non si possono dire. Ha risposto Cambiasso, che oltre ad essere uno dei più forti centrocampisti mai visti (da me) nella storia dell’Inter, è anche uno che ha la testa: ha ricordato che c’è un comunicato ufficiale sul sito della squadra che parla di affaticamento e non di alcol.
In pochi ci credono, è ovvio, ma Esteban non poteva dire molto altro. Non poteva dire che Adriano è un ubriacone, che è sempre sfatto, che vedendo i suoi movimenti in campo (per Cambiasso: vedendo i suoi movimenti DAL campo) ci si interroga sulla sua intelligenza tattica. Non poteva dire niente di questo. Non so se lo pensi o meno, ma doveva fare la sua parte. E l’ha fatta con stile. Anche perché è riuscito, da una posizione non facile, a mandare questo messaggio: se non si crede ad un comunicato ufficiale di una squadra, allora si può dire qualsiasi cosa, ma senza prove.  Così ognuno ha il potere di amplificare qualunque voce che sente in giro e farla diventare verità. Io ci ho visto dentro anche una accusa a questo modo di parlare di calcio, basato principalmente sulla voglia di far polemica. Oltre all’argomentazione, Esteban, ha usato anche una oratoria decisa, convincente e spedita.
Poco dopo, e si arriva al secondo momento di gelo, Mosca ha rincarato la dose. Si parlava della difesa dell’Inter e l’uomo avvolto nel plaid color salmone, ha preso la parola per dire “…certo che anche Maicon!!”, facendo il gesto della bottiglia inclinata verso la bocca. Cambiasso non ha risposto, ma l’ha guardato serio, mentre fra il pubblico era sceso il silenzio e mentre il sistema operativo di Brandi ha rischiato il tilt, di quelli che non parte nemmeno task manager.  
Ho riso, perché questa storia di Maicon che beve l’ho sentita anche io da quelle che sono le risapute “fonti attendibili”, più spesso “certe”. Sono anche venute fuori delle battute non male con Alberto e Michele su questa debolezza del nostro colosso. Nessuno è intervenuto dicendo visto come gioca, può anche permettersi di bere.

…e insomma la serata è andata così, fra elucubrazioni trash- calcistiche e qualche sigaretta rollata particolarmente bene.
Cosa dovrei fare questa settimana? Anzitutto cercare di rientrare nel giro. Mandare mail, essere presente, magari anche stressare persone, ma riprendere a fare qualcosa. Io non sono bravo a prendere le persone per sfinimento, però pare sia una tattica che paga. Il fatto è che io, di norma, non ho tattiche di attacco. Ne ho di difesa, che poi, a seconda di come evolve la  faccenda, possono diventare di attacco, ma è difficile che faccia io il primo passo. Stavolta però sono io che ho bisogno di qualcosa e non sono nella condizione di avere territori da difendere…peccato perché quello mi viene bene. Non sto parlando di posizioni acquisite, ruoli prestigiosi (mai avuti) o di qualunque altra cosa abbia a che fare con lo status sociale. Sto parlando della salvaguardia della mia tranquillità. Quando lavoravo, i lettori più affezionati ricorderanno, ero bravo nel difendere la posizione acquisita. Quel lavoro nell’istituto di ricerca mi era più o meno piovuto dal cielo. Ho accettato, ho fatto quello che sono riuscito a fare, con impegno, qualche volta persino con dedizione, senza mai scendere sotto il minimo sindacale, di questo sono sicuro. Non ho calpestato nessuno, semplicemente perché non mi interessava, prima ancora di questioni etiche.  Avevo le mie cose, la mia nicchia, facevo il mio, non rompevo i coglioni e, in cambio, volevo che gli altri non li rompessero a me.  Lì qualche volta ho attaccato. Ma ho attaccato per difendermi, quelle poche volte che mi ci hanno costretto. È questa, in breve, la mia filosofia quando ho a che fare con persone al di fuori della mia crew: faccio quello che serve per essere irreprensibile e inattaccabile; a meno che non mi riguardi direttamente, evito il conflitto.
Qui invece è un’altra storia. Sono io che sto cercando un lavoro. Però sono disabituato a farmi notare, e, nella mia testa, anche farmi notare, essere presente per cercare di ottenere qualcosa, è un modo di attaccare per primi. E non lo so fare. Sto imparando. E molto dipende dalle persone.
Ad esempio F. è una persona con cui mi trovo bene. C’è qualcosa che continua a sfuggirmi in lui, ma del resto i nostri rapporti si possono riassumere in due pranzi e tre telefonate. Però F. fa un bel lavoro. Lavora per una casa editrice. Non posso dire quale, o forse non voglio dire quale…userò una di quelle frasi che utilizzano i concorrenti dei telequiz, quando il conduttore gli chiede che lavoro fa, lui dice che lavora per una casa automobilistica, il presentatore ricorda sorridendo che non si può dire quale, e il concorrente, inorgoglito, si limita a dire “una delle maggiori”.
Ecco, stavolta lo dico anche io: F. lavora per una delle maggiori.
Il problema delle “maggiori” è che entrarci non è semplice. Manco per il cazzo. E allora non sai se continuare a farle il filo e se va bene si svolta, o se concludere che si sta inseguendo una chimera e che ci tocca essere pragmatici.
Dipende dalle persone nel bene e nel male. E il male ho capito che è difficile da vedere. Per un motivo banale: nella vita normale, con le persone che si decide di frequentare, le cose sono semplici. Si sta bene insieme? Ok. Non si sta bene insieme? Non ci si vede più. Non c’è alcun interesse nel voler stare vicino ad una persona sgradevole. Inutile dire che negli ambienti di lavoro, tranne forse qualche rara eccezione, non è così. Lì gli interessi sono altri e la qualità di una persona non si giudica dall’empatia. È una banalità, lo so, e forse avrei dovuto fare mio questo concetto molto prima, quando mi ero reso conto che le mie potenzialità non si sono quasi mai espresse in un ambiente lavorativo.

In ogni caso niente panico.
I miei modelli di riferimento sono molti, e non sono tutti idealisti.
Dovrei riuscire ad essere un ibrido tra Cambiasso e Hunter Thompson: deciso, preparato, sicuro, coraggioso, consapevole delle proprie potenzialità, ma anche incline all’assurdo, a modi diversi di vedere le cose, vivendo ogni esperienza con il distacco necessario per poterla osservare dal di fuori, quando serve.
E in certi casi serve spesso.

Stella Rossa Milano

11 Dicembre 2008 4 commenti
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