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Archivio Settembre 2009

Progetti e sorprese

22 Settembre 2009 3 commenti

Il fatto che ieri fosse l’ultimo giorno d’estate, non è passato inosservato. Almeno per me. Avrei voluto correre all’indietro con le immagini più significative dei mesi passati, le tappe, le persone, qualche data.
Ma ieri sera non era cosa. Mi sentivo stanco. Ho iniziato una dormita pesante verso mezzanotte e stamattina la sveglia alle 9 è stata una mazzata. Sempre così: quando si prende la rincorsa è difficile fermarsi e il sonno non fa eccezione.

Dove sono le frasi ad effetto, i racconti scarni ed essenziali, quei passaggi che sono fiero di avere scritto? A volte non vengono. Così prendo tempo, mi dilungo correndo il sensibile rischio che questo foglio di word finisca, per quanto salvato, nel dimenticatoio.

Da oggi è autunno. Ufficialmente. Passi il ritorno in città, passi il lavoro, passi il casino di un traffico nevrotico e lento allo stesso tempo. Passi anche l’aver abbandonato il mare. Quello a cui non sono assolutamente pronto è il freddo. Si potrebbe scendere a patti e ottenere un clima mite tutto l’anno. Ma invece no. Nessun patto. Saranno sferzate di freddo la mattina quando vado in università, vestiti su vestiti, week end fuori Milano chiusi in scatole di latta a 4 ruote anziché in sella al mio trono bicilindrico.

Ci sono le promesse per l’anno nuovo, inalazioni di speranza. Se alla prossima primavera ne avrò portate avanti una su dieci, sarà un successo. Ma le promesse non servono a quello. Non sono cose che si faranno. Sono cose cui aggrapparsi. Più che cose, idee.

Oggi c’è da finire la sbobinatura dell’intervista dell’8 settembre e c’è da mandare qualche mail: alcune ufficiali, altre scanzonate. Bisogna sembrare simpatici ed efficienti allo stesso tempo.

Ritiro una nuova lettura dalla casa editrice.
“Secondo me è un buco nell’acqua”, mi dice C., oggi particolarmente di buon umore.
“C’è una possibilità su 100 che questo libro sia leggibile” (che tradotto vuol dire pubblicabile).
Ne scruto subito la mole. Fattibile in un paio di giorni. Bene. Mi viene da chiedere se prima o poi, dopo un anno che leggo libri, avrò il piacere di leggere qualcosa che finirà fra gli scaffali di una libreria. Tengo questa domanda per me, ringrazio e me ne vado.
Arrivo a casa dei miei. Qui la connessione vola e non ci sono limiti di tempo. L’ideale per monitorare tutte le mie attività.
Prima però ho bisogno di una rinfrescata. Mi chiudo in bagno e prendo una piccola rivista, abbinata a chissà quale giornale, che si chiama “viaggi”. Sul retro c’è la pubblicità di una compagnia di traghetti. Ci sono nuove tratte. Da Livorno, per esempio, si può andare a Barcellona. Penso di caricare la moto su uno dei loro traghetti e di sbarcare in Cataluna. Poi andare verso ovest e arrivare in Andalucia. Magari fermarmi ad Agua Amarga, paesino di poche case vicino ad Almeria, costruito intorno alla spiaggia.

Guardo fuori dalla finestrella del bagno. Fuori c’è ancora caldo. È il primo giorno di autunno. Forse se mi sbrigo posso ancora concedermi una settimana così.

Poi passo al mio mac. Arrivano date di riunioni e nuovi impegni. Cose da fare per almeno due settimane.  Ci sarà un riflusso di lavoro quando ormai sarà quasi inverno, me lo sento. Quando timidamente si inizierà a fantasticare sulla prossima estate per togliersi di dosso il grigio e il freddo.

Poi si vedrà. Sarà un misto di improvvisazione e ponderazione. Progetti e sorprese.

In fondo, come dice Meir Shalev,
“Gli uomini fanno progetti e gli dei sorridono”.



…e forse hanno sorriso anche quando ho scattato questa foto.
Estate, Capalbio. Passo davanti alla casa dove sono cresciuto, ormai abbandonata. Parcheggio la mia moto proprio davanti al cancello.
In questo posto ho imparato a guidare e a sognare di avere una moto. Pensavo che da grande ci sarei ritornato e che non avrei provato nostalgia, ma solo la gioia della continuità.
Sì, gli dei in quel momento, devono aver proprio sorriso.

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Deviazioni

16 Settembre 2009 Commenti chiusi

Facce tristi ieri sera quando, confrontandoci sul freddo sentito la scorsa notte abbiamo deciso, all’unanimità, mi mettere una coperta sopra le lenzuola.
Segno di una stagione che finisce e di un’altra che comincia.
Prima di sdraiarci sotto alla nuova coperta e dormire, c’era ancora tempo per guardare  le sintesi delle due partite di champions. La Juve ha pareggiato, il Milan ha vinto. Stasera tocca a noi e in ballo ci sono due biglietti per lo stadio, ma c’è in ballo anche il maltempo e uno stadio stracolmo. Per questo le quotazioni di chi, come me e Alberto, sono disposti a sfidare la pioggia per vedere Inter – Barcellona, sono recentemente salite.
Non fischierò Ibra, sarò indifferente. È un po’ come quando con una ragazza decidi di avere il rapporto libero (cosa che nella mia vita non è mai successa, e un motivo ci sarà): non ti puoi incazzare se lei va con un altro. Ibra non ha mai fatto dichiarazioni di amore e fedeltà alla causa nerazzurra. È andato quando ha voluto. Noi, al suo posto, abbiamo una squadra che gioca per due punte e un tot di centrocampisti avanzati a cui piace buttarla in rete. Direi meglio così.

Questa mattina il primo rumore che ho sentito è stato quello della porta di casa che si chiudeva. Due mandate e Luisa si è incamminata verso il lavoro.
Di lì a poco mi sono alzato. Ho acceso il caffè e il mac. Mentre buttavo giù la mia benzina nera, ho guardato la prima pagina di Repubblica.it.
Tiene banco il piduista a capo di questo paese. Il suo show da quel servo di Vespa deve essere stato pirotecnico. Cazzate a raffica, proprio come quando guardi i fuochi di artificio: un colpo dietro l’altro, sempre più fitti e sai che stanno per finire. Così le sue cazzate, le sue bugie, la sua idea di stato totalitario.
L’ho detto e lo ripeto: la tattica è quella di lasciarci senza argomentazioni. Questa estate disse di non avere scheletri nell’armadio. Quando ho sentito questa frase mi sono sbellicato, non c’era molto altro da ribattere. Ma che noi ci sbellichiamo, facciamo finta di niente, restiamo fermamente ancorati alla nostra superiorità, poco cambia: atteggiamenti previsti. Purtroppo non sarà il nostro disprezzo a buttarlo giù.

Boicottano “videocracy” perché “privo di contraddittorio”, come se in un film fosse importante. Poi però l’arena politica è violentata da trasmissioni prive di domande, dove le critiche non esistono.

Ho letto che ha dato a quelli del Pd dei comunisti (ma magari!).
Vespa, strisciando ai piedi della poltrona bianca, ha fatto timidamente presente che i comunisti non ci sono più.
Ma il piduista ha detto che non è vero, che D’Alema è uno stalinista.

Io disprezzo anche D’Alema: il mancato asilo politico ad Ochalan e il bombardamento sui Balcani quando era Presidente del Consiglio, sono stati due eventi emblematici per capire che lui non è uno dei nostri. Fine.

Però il riferimento allo stalinismo mi ha divertito. Sono sempre stato molto trotskysta  e per nulla stalinista.
Certo, quando si vedono certi personaggi, si possono anche mettere momentaneamente in discussione le proprie idee.
Solo per un momento, solo per un attimo.

Quell’attimo che serviva a Stalin per eliminare i nemici politici.

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Una mattina di settembre

9 Settembre 2009 Commenti chiusi

"Domattina spero di riuscire a dormire…almeno un po’"
Sempre la stessa storia. L’a instabilità emozionale a farmi perdere il sonno. Non lo perdo del tutto, ma riesco a risposare solo le ore sufficienti a non essere a pezzi la mattina dopo. Ma la mattina, quelle ore di dormita bellissime, soprattutto se infrasettimanali, quelle sono le prime ad essere tagliate.
Instabilità emozionale vuol dire che ci sono dei ricordi a molestarmi. Ricordi di questa estate, ricordi di una casa con gli amici e con un prato davanti. Un gatto stupendo che aspetta con aria fintamente distaccata un po’ di coccole. Un territorio da solcare, il mare da andare a trovare.
"Nostalgia" ha scritto Lelia commentando il post sull’estate. Ecco: E’ la nostalgia a farmi andare via le ore di sonno preferite.

Ieri mattina ho avuto il primo appuntamento lavorativo dell’anno. Mi ricordo che prima di ferragosto ho rivisto, sulla spiaggia di Capalbio, due vecchi amici, figli di amici dei miei. Non li vedevo da quando avevamo circa 12/13 anni. Ci siamo riconosciuti subito e ci siamo messi a chiaccherare di questi anni in riva al mare.
Si parlava anche del rientro. Andrea sarebbe tornato in Argentina, dove attualmente lavora, di lì a pochi giorni. Lisa, invece, aveva ancora un bel margine prima di tornare nella sua Firenze insieme a Milla, il suo labrador con la faccia di una che si gode la vita (confermato anche da un discreto sovrappeso)
"Io il prossimo impegno ce l’ho l’8 settembre", ho detto.
"Bhe bello. C’Ë ancora molto tempo"
Si è vero. C’era tempo. Ma poi quel tempo si è assottigliato e alla fine l’8 settembre è arrivato. Da ieri è anche passato.

Avevo un appuntamento in Assolombarda per una ricerca su come le piccole e medie imprese (che ormai chiamo solo Pmi) riescono ad accedere al credito. Inutile dire che non ne sapevo nulla e che la persona da intervistare era un pezzo grosso. Ho passato dei giorni a casa dei miei, dove la connessione fastweb va come un treno. Mi sono documentato, ho scaricato articoli, notizie, pareri. Su un tema così vasto la mia non era che una infarinatura, ma infilare la testa dentro ad un problema era un ottimo modo per combattere la mia instabilità emotiva.

Poi ieri, l’appuntamento. Da casa dei miei ho sequestrato una giacca blu.
"Vuoi anche la cravatta?" mi ha chiesto mia mamma.
"Ormai non la mette più nessuno", ha sentenziato mio padre scostando gli occhi dal suo nuovo libro "Omissis" che parla dell’11 settembre 2001.
Ieri sono entrato negli uffici di via Pantano. Sono stato accolto dalla segretaria. Giovane e gentile. Mi ha fatto accomodare in sala riunioni. "Il dottore arriva subito".
Il dottore è arrivato dopo un quarto d’ora ed ha esordito dicendo "ho chiesto alla mia segretaria più o meno che lei che et‡ avesse. Quando me l’ha detto mi sono finalmente tolto la cravatta".
L’intervista va bene. Tocchiamo tutti i punti della traccia. Torno a casa contento.
Ripenso a quando su una spiaggia parlavo dell’8 settembre: una data lontana, con ancora tanti altri giorni da godere. Strano il tempo.

Oggi ho dormito un po’ più del solito. Dopo la colazione mi sono rollato la solita sigaretta e mi sono messo a rivedere gli scatti di agosto.
Mi sono focalizzato su una foto in particolare. Guardandola, fissandola, ho rivissuto proprio la sensazione di quel momento.
Era un pomeriggio e io ero arrivato da poco. Ero ancora solo con i miei, nella grande casa con il prato davanti. Pomeriggio di calma estiva capalbiese. Ora del tramonto.
Salgo in moto e decido di andare verso il paese. Ma non lungo la via classica. Scelgo il Cannetello, una stradina che si arrampica da dietro e che prende Capalbio alle spalle.

Mi fermo su uno slargo sterrato. Spengo la moto, mi rollo una sigaretta e faccio qualche scatto.

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Immigrati

7 Settembre 2009 1 commento

Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, gli uni vicini agli altri. Quando riescono avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.

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Tra la via Aurelia e il West

3 Settembre 2009 4 commenti

Silenzio che arriva dal rumore delle mie emozioni. Troppe cose, troppi fatti. Sensazioni e radici piantate in terra. Capita a volte che le cose ti travolgano. E possono farlo tranquillamente, nella serenità di una sdraio su un prato sotto un cielo maremmano, su una spiaggia deserta dove ho finito “Furore” di Steinback o su un aereo che vola di notte sopra il cielo d’Egitto riportandoci a casa.
“Mi innamoravo di tutto” diceva De Andrè. Lui non c’è più, io ci sono ancora. Prova del fatto che sono vivo: sorrisi, lacrime e sensazioni forti.

Andiamo con ordine, o almeno ci proviamo.

L’ultima settimana di luglio è stata una delle peggiori, lavorativamente parlando. Non che ci siano stati fallimenti o incomprensioni, anzi: le cose sono andate bene. Solo che c’era un clima da triangolo rosso dell’ultimo chilometro. Tutti i corridori in piedi sui pedali, in scia di qualcuno, cercando un piazzamento, provando a scalare la classifica generale oppure difendendo la posizione acquisita limitando i danni.
Io in piedi sui pedali mi ci sono alzato eccome. Tanto che ho segnato sull’agenda ogni minima cosa da fare. Da cosa mettere nello zaino a quando e dove avevo gli appuntamenti per le ultime interviste prima dell’estate.
Poi, a fine giornata, più o meno intorno alle 7, io e Luisa iniziavamo a peregrinare tra varie agenzie di viaggi.
Richieste: “un posto di mare, un bell’albergo, voli ad un’ora decente, budget sui 500 euro”. Non è stato facile. Ne abbiamo cambiate tre, fino a quando non siamo finiti nell’agenzia vicino a piazza Buozzi (zona che per 10 mesi è stata il mio campo di battaglia quando facevo il servizio civile).
La proposta viene fuori. Ok, partiamo.
Volo da Milano Malpensa, scalo a Luxor e arrivo in nottata a Sharm El Sheik, Egitto.
Lì le cose sono andate bene. Siamo arrivati al nostro albergo, una struttura enorme proprio sul mare, nel cuore della notte africana. Un caldo appiccicoso e senza vento è stato il primo impatto. Poi una settimana in cui la nostra maggiore attività consisteva nel trascinarci dalla nostra stanza al mare. Bagni, tuffi dal pontile sulla barriera corallina, visione della stessa con maschera, pinne e boccaglio. Qualche apnea.
Luisa diceva che scendevo parecchio. A me non sembrava, ma ero a mio agio sott’acqua.
Poi il ritorno dopo 8 giorni e sette notti. Partenza intorno a mezzanotte. Arrivo all’alba a Malpensa. Una notte saltata, anche perché sul volo Eurofly che ci riportava a casa era impossibile dormire. Ho solo chiuso gli occhi, ma la mia mente è rimasta attiva.

Infiliamo la chiave nella toppa di casa nostra alle 7 e mezzo del mattino. Quando salto una notte sono preso da uno strano attivismo al sorgere del sole. Ho fatto colazione e ho accompagnato Luisa al lavoro. Poi, alle 9 e una manciata di minuti, ero al supermercato a fare la spesa. Deserto, praticamente.
Si era già ai primi di agosto. I miei nel frattempo avevano raggiunto Capalbio e volevano sapere quando sarei arrivato.

Milano d’agosto è uno spasso se ci capiti tra un viaggio e l’altro. Non era vuota come dicevano i telegiornali, intenti a spacciare ottimismo e notizie da “crisi ormai alle spalle”. Milano non era vuota: direi che c’era il giusto numero di persone. Parcheggi disponibili, nessuna coda in nessun posto. Silenzio per le strade.
Quando mi trovo in questa situazione, di arrivo e ripartenza, provo una sensazione di quasi affezione che mi porta a rimandare di qualche giorno il nuovo viaggio. So che ci vorrà un altro anno per rivedere così la mia città. Altri 12 mesi per provare quella sensazione di accessibilità che Milano non ha mai, nel resto dell’anno.
Però il richiamo della mia Capalbio era forte, molto.
Luisa aveva ancora qualche giorno di lavoro da scontare. Mi avrebbe raggiunto con un treno. Io e la V-Strom siamo partiti in un giorno di settimana e ci siamo fatti insieme quei 500 chilometri che da quando sono piccolo separano il purgatorio dal paradiso.

Capalbio e la bassa maremma sono per me un luogo dell’anima, prima che una località quasi al confine con il Lazio. Penso allo spiaggione durante l’inverno, quando la densità abitativa di un parcheggio o di un cinema sono da quasi record. Penso a quegli spazi, a quelle strade che conosco fin da bambino: qualcuna è stata asfaltata, altre sono rimaste bianche, mantenendo il loro fascino di natura, caldo e polvere.

Quando avevo 15 anni mia sorella ci raggiunse a Capalbio, come spesso faceva. Al telefono, prima che arrivasse, le chiesi se mi poteva portare il live di Guccini, “tra la via Emilia e il West”. Conoscevo Guccini praticamente solo di nome. Il verso che da’ il titolo all’album è contenuto nella canzone “Piccola Città”, un pezzo su Modena, città dove lui è nato ed ha vissuto parte della sua vita.

“Correva la fantasia
verso la prateria
fra la via Emilia e il West”.

Io a Capalbio avevo la via Aurelia, che da piccolo pronunciavo “l’aulelia”.
L’Aurelia incombeva: strada di fascino e di incidenti, limite tra la zona del mare e il west. Il mio west. Strade dritte e lunghe fra campi, qualche albero e distese assolate di grano. L’occhio spazia e la mente pure. In realtà  questo territorio si estende ad est, e non ad ovest. Ma il west non è una indicazione cardinale in questo caso. È un concetto, un’aria.

Così ho passato i miei giorni a Capalbio.  Con i miei e la mia moto. Poi è arrivata Luisa. Dopo ancora Lelia e Andrea. Poi sono ripartiti: Andrea per Pavia, Lelia per Roma. Ancora qualche giorno e anche Luisa sarebbe tornata a Milano. A me restavano ancora 4 giorni.

Quello che è successo questa estate verrà fuori prima o poi fra questi scritti. Quello che mi preme dire è che ho bevuto la mia benzina preferita: mare, sole, moto, campi coltivati, strade dritte e lunghe, amici, risate, qualche film, storie di animali e un gatto semiselvatico che per quei giorni ha deciso di farci compagnia.
Con Luisa lo abbiamo chiamato Margherita perché ogni volta che lo si accarezzava iniziava a fare le fusa e con le zampe anteriori faceva uno strano movimento alternato: come se impastasse.

“la chiamiamo Pizza?”
“…mmm…no. Chiamiamola Margherita”

Così Margherita è diventata il simbolo di questa vacanza, di questa estate.
Un animale socievole, ma sempre pronto a farsi i fatti suoi. Divertito dalla compagnia, ma amante della solitudine. Divoratore di prosciutto e mortadella (meglio se senza pistacchio) ma anche abilissima cacciatrice, capace di badare da sé alla propria sussistenza.

Quando penso a lei ripenso a tutto quello che è successo, a tutti i momenti di calma profonda, di nostalgia e di serenità.
In tutti questi anni alcune storie sono state stroncate da morti, partenze, litigi e scelte insensate.
Altre storie invece hanno attraversato 30 anni e sono arrivate fino a qui.
Storie di mare, di animali, di macchia mediterranea, caldo e polvere dei campi che si attacca ai cerchioni della moto.
Storie, in sostanza, a cui devo quello che sono.

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