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Archivio Ottobre 2009

Quando racconto una storia

29 Ottobre 2009 8 commenti

Quando racconto una storia mi devo trovare in quella situazione di tensione fra quello che vorrei dire e quel che vorrei scrivere. Devo avere qualche frase forte, qualche bella immagine. Devo avere, insomma, una specie di discorso già in testa.
Ci sono alcune storie che mi va di raccontare perché per me hanno un senso, altre hanno un senso per gli altri e io le racconto lo stesso. Ce ne sono altre ancora che sembrano contenere dentro di loro un dovere. Le mie parole non sono più totalmente mie, perché servono per raccontare qualcosa che si deve sapere. Uso quel che so fare perché un fatto sia conosciuto. Questo blog è solo la tessera di un mosaico. Una tessera sola e anche fra le più piccole, ma non importa. A volte il dovere va compiuto aldilà dei mezzi a disposizione.

Stefano Cucchi passeggia per un parco, a Roma, la notte fra il 15 e il 16 ottobre. Ha in tasca della marijuana e viene fermato. Arrestato e portato in caserma, dove passa la notte.  Nel frattempo casa sua viene perquisita. Risultato: nulla. Niente di niente.
Il giorno dopo, in tribunale c’è l’udienza di convalida. Presente, tra gli altri, il padre di Stefano. Nota sul viso del figlio lividi ed ematomi. Dopo l’udienza di convalida c’è il carcere di Regina Coeli. Passa un giorno. Dal carcere viene trasferito all’ospedale Sandro Pertini, reparto detentivo. "Dolori alla schiena" è la motivazione.
Dal 17 ottobre al 22, i  familiari di Stefano fanno di tutto per cercare di vedere il ragazzo. Capire come sta, capire perché ha quei segni sul volto. Ma non è possibile vederlo: così gli dicono all’ingresso dell’ospedale.
Il 22 ottobre viene comunicato il decesso di Stefano. I genitori possono vederlo solo da morto: un volto distrutto completamente tumefatto, un occhio rientrato nell’orbita, la mascella rotta. Ai consulenti di parte è stato proibito fotografare quel volto, quel corpo.
La sorella dice che era coperto da un lenzuolo e che quindi non ha potuto vedere il resto del corpo. Solo il volto era visibile. Il volto e i segni di violenza.

Ancora una storia di buio. C’è stato Aldo Bianzino, morto nell’ottobre del 2007 in circostanze molto molto simili. C’è stato anche Federico Aldrovandi, morto nel gennaio 2006: lui in carcere non ci è proprio arrivato. E’ stato pestato a morte dalla polizia al momento del fermo.

Le parole mancano, ma se ci mancano quelle hanno vinto loro.
Nell’Italia della crisiormaiallespalle, degli schermi piatti e del benessere a rate, succede questo. Fa fatica vederlo. Fa fatica pensare che dobbiamo confrontarci con una polizia che ammazza e con un sistema omertoso che copre. Fa fatica e fa paura pensare che basta varcare un confine sottilissimo, arbitrario, labile e diventi il bersaglio. Appiopperanno qualcosa alla tua vita per farti appartenere alla schiera di quelli che "tutto sommato se la sono andata a cercare". Così il sipario calerà e tutti si sentiranno a posto con la loro coscienza.

Quando racconto una storia cerco di andare al punto. Il punto è che un ragazzo di 31 anni è stato ammazzato di botte dalle divise.
Fine della storia.

Zygmunt

24 Ottobre 2009 1 commento

Sette e 20 di sabato mattina. Nella nostra camera si accende la luce del comodino di Luisa. Il termosifone borbotta, lei vuole guardare se per caso sta perdendo acqua e  gocciolando sul parquet. Io approfitto della luce per andare in bagno. Le finestre del bow-window, è come se fossero offuscate. Lo erano anche qualche ora prima, quando il pentolone con dentro i pizzoccheri stava bollendo e, di conseguenza, appannando i vetri. Quando vado in bagno la notte sono in uno stato di quasi sonnambulismo. Però un barlume di lucidità per intuire che non può essere che siano offuscati ancora dalla condensa, ce l’ho. Infatti non è condensa. È nebbia. Nebbia fittissima. Mentre in bagno faccio quello che devo fare, penso ai libri di Scerbanenco, ai “Ragazzi del Massacro” e a quella stessa nebbia che entrava negli uffici della questura, mentre l’ex medico Lamberti interrogava dei ragazzini colpevoli di avere massacrato la loro insegnante.

Torno a letto e mi riaddormento subito.
Questa Maria è particolare. Forte, ma si sente che non è naturale: al mio risveglio c’è un accenno di mal di testa. Con quella di Giorko non succede. Si vede che è un’altra cosa.

Adesso c’è il sole. Un sole freddo che filtra comunque, cercando di vincere una foschia diffusa. Luci da quasi inverno in questo sabato mattina. Se non altro siamo usciti dalla nebbia.

Uscire dalla nebbia: penso sia una tensione comune per l’essere umano. Almeno per quelli non ancora del tutto convinti che la nebbia sia una condizione di vita più che accettabile. A me la nebbia mette ansia e spero di non abituarmici mai.
Un contributo notevole a questo processo di diradamento della foschia, lo sta dando il libro di Bauman, “La solitudine del cittadino globale”. In poche parole il brillante sociologo cerca di capire cosa non va in questa nostra società post moderna. Cosa manca? Il tessuto sociale. La consapevolezza di essere cittadini, il dovere di interessarsi alla vita e agli accadimenti che riguardano la polis.
Il mondo è recentemente cambiato. Niente più blocchi contrapposti. Vince il mercato e il benessere, dicunt. Il mondo è un posto migliore, dunque. Ma allora “se la battaglia per la libertà è stata vinta, come si spiega che la capacità umana di immaginare un mondo migliore e di fare qualcosa per migliorarlo non è tra i trofei di quella vittoria? E ancora, che genere di libertà è quella che frustra l’immaginazione e tollera l’impotenza delle persone libere nelle questioni che le riguardano?”.

Mi trovo spesso a parlare con i miei amici di quel che non va, di un qualcosa di assolutamente chiaro nelle nostre teste ma, allo stesso tempo, di difficile definizione. Un senso di lontananza da ciò che è rappresentazione, identità nelle istanze, assenza di spazi di partecipazione. È tutto lontano, poco controllato. La politica si svolge altrove, noi la osserviamo, a tratti anche attentamente: ci scagliamo contro, abbiamo vagonate di argomentazioni, che però non escono dalla serata in compagnia e restano lì. Convinte della loro giustezza e impotenza.

Dietro ad ogni analisi ci deve essere un perché, altrimenti è inutile lamentarsi. I perché sono quasi sempre alla fine di territori complessi da attraversare. Ci sono motivi storici, economici, sociologici, politici, antropologici. Devi cercare il nodo giusto, comprendere quale fattore ha influito e perché.

Il mondo è cambiato, si diceva. Vince il mercato. Il consumo è il vero fattore unificante, quello che ci accomuna davvero tutti: in base a cosa consumi e a come lo consumi si capisce chi sei, quanto guadagni, che prospettive hai.
Le idee sono cosa vecchia. Lo so bene io che sono comunista. Dicono che le nostre idee sono state superate dal tempo e spesso a dirlo sono dei (ex) compagni. Posso anche essere d’accordo. Non pretendo che le mie idee possano attraversare indenni i secoli. Ma qui la questione è abbandonare un sistema di pensiero per abbracciare la semplificazione delle cose, il pensiero semplice, la politica del quotidiano, quella priva di punti di riferimento: senza grandi sogni, senza scelte nette, senza simboli, senza bandiere, senza contrapposizioni dure, sempre nel rispetto dell’avversario, anche se si tratta di qualcuno che vuole distruggere le regole che ci siamo dati perché certi orrori del passato non si ripetessero.

Io continuo a cercare di capire. Non penso che niente sia casuale. Come la scomparsa di ciò che è pubblico, tutto a vantaggio della individualizzazione. Al centro c’è il singolo. Troppo complessa da gestire  la collettività. Il singolo, l’individuo è il parametro di questa società finalmente libera, anche se “l’individualità privatizza denota, essenzialmente, la condizione di non libertà”.
Di conseguenza è la sfera privata ad essere al centro, non quella pubblica. Ed è tutto molto più innocuo. Ciò che è pubblico e che riguarda tutti resta nelle mani di pochi. Noi siamo troppo impegnati a lavorare su di noi, a cercare spazi come un passaggio televisivo, costi quello che costi. “Per un curioso capovolgimento, la sfera privata, che ha sempre rivendicato il proprio diritto alla segretezza, è stata ridefinita di punto in bianco come una sfera con diritto alla pubblicità. L’espropriazione ha assunto la forma della concessione. L’intrusione ha indossato la maschera dell’emancipazione”.

E tutti dietro.

In questo sabato mattina ormaiquasioradipranzo, cerco di uscire dalle nebbie. La testa va meglio. I termosifoni gorgogliano ma non lasciano tracce di acqua a terra.

Penso che mi butterò sul divano a leggere in attesa di trovare le forze per lavare e ingrassare la moto.

Ho bisogno di capire.
L’uomo è l’unico animale che ha la consapevolezza della propria morte. È per questo che ha sempre cercato qualcosa che gli sopravvivesse. La patria, la famiglia, la religione. Rimedi peggiori del male. Tutto parte dalla nostra mortalità e da come si reagisce a questo problema non da poco.

Accettare la mortalità significa non smettere di interrogarsi, di mettere in discussione tutti i giudizi e i verdetti, nonché le basi su cui poggiano i giudizi e le premesse che portano ai verdetti”.

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15 Ottobre 2009 2 commenti
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Falsari di stato

9 Ottobre 2009 2 commenti

Ieri sera ho tolto dal pavimento del box il sacchetto con la catena antifurto. Era prevista pioggia per questo venerdì e, di solito, quando piove, quel pavimento si bagna sempre un po’.
Poi sono arrivato a casa. Sapevo che questo venerdì sarebbe stato di computer e di pioggia.
Prima di dormire ho letto su Antonio Giuseppe Chichiarelli. Un falsario nella Roma degli anni ’70. La sua abilità nel riprodurre quadri di pittori importanti, gli ha consentito di vivere in modo agiato in un periodo in cui i falsi d’autore andavano molto. In molte case della borghesia romana c’erano  opere nate dalla sua mano che riproducevano quadri di De Chirico, Guttuso e altri. Ma Antonio Giuseppe, detto Tony, non aveva solo questa occupazione. Simpatizzava per le Br, ma allo stesso tempo frequentava la Banda della Magliana.
Durante il sequestro Moro c’è stato il comunicato numero 7: diceva che Moro era morto, si era suicidato. Il suo corpo era immerso nelle acque limacciose del lago della Duchessa. Comunicato falso. Le Br lo smentirono nel giro di 48 ore, diffondendo una foto di Moro che tiene in mano il giornale che parla della sua presunta morte. Non è ancora chiaro perché nacque quel falso comunicato. O meglio: l’intenzione non era poi così oscura. Molto probabilmente era una prova generale messa in atto dai servizi segreti, per testare l’effetto che la morte dello statista Dc avrebbe avuto sull’opinione pubblica. Lo Stato non trattava. Moro vivo, a quel punto, era un impiccio più che una vittoria.
La mano di Chichiarelli ha scritto quel falso comunicato. Per ordine di chi?
Continuerò la bella lettura de “Il falsario di Stato” e forse lo scoprirò.



Piove a sprazzi. Pioggia fitta intervallata da attimi di relativa quiete.
Io continuo ad aprire la posta elettronica, dribblo i messaggi di lavoro e mi concentro su quelli degli amici.
La tecnologia ha recentemente remato contro. Sms arrivati sul mio cellulare con un ritardo notevole, mi hanno fatto perdere un paio di appuntamenti a cui tenevo.

Sta di fatto che è ottobre. Temperature miti. Ieri quasi 25 gradi.
Ma io voglio che finisca. Che arrivi novembre con le “inquietanti nebbie”, dicembre con la frenesia consumistica e con la sua pausa di qualche giorno.
Passerò dal negozio di articoli per moto che ho recentemente scoperto in viale Tunisia. Ambiente spazioso, personale gentile, prezzi ragionevoli. Devo comprare una maglietta termica. La metti sotto la giacca e tiene il corpo ad una temperatura costante.

Ieri è stata una bella giornata. Il lodo Alfano è stato dichiarato incostituzionale. Il nano ha sbraitato come se fosse stata pronunciata una sentenza contro di lui.
Non pensavo che si potesse mettere in discussione, senza perifrasi, il concetto di separazione dei poteri.
Sono sempre stato di un pessimismo cosmico sulla nostra situazione politica. Fatta questa premessa, inizio a dire, timidamente, che forse la fine del tunnel è vicina. Sicuramente il tempo che abbiamo passato con il piduista di Arcore, è minore del tempo che ancora ci tocca passare con lui.
Attenzione: è un personaggio che quando sente mancare il terreno sotto i piedi, è ancora più pericoloso di quando ha il pieno potere.
Ma questo paese ha combattuto qualcuno che è stato anche peggio di lui. Ed ha vinto.
I piedi del dittatore rivolti verso il cielo, sono la nostra storia.
E forse anche la nostra speranza.