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Archivio Dicembre 2009

Giornali addosso

22 Dicembre 2009 4 commenti

Mi ricordo che il Marcovaldo di Calvino uscì apposta per vedere la neve. Vedere che aspetto avevano le cose e portarsi dietro la sua famiglia. Marcovaldo. Presi quel libro perché mi piaceva il nome: aveva qualcosa di eroico, buono, leale. Poi invece lessi di una persona struggente nella sua ingenuità e candore. E comunque, secondo la vecchia regola per valutare una persona ("Se al mondo ci fossero più persone come lui, il mondo migliorerebbe o peggiorerebbe?"), di Marcovaldo ce ne vorrebbero di più.

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henry

4 Dicembre 2009 1 commento

Quando il tabacco sta per finire, restano solo dei frammenti molto piccoli. Assolutamente fumabili, ma con il grande difetto di andarsene ovunque. Sul parquet per esempio, che con il suo color legno chiaro li mimetizza perfettamente. Non solo. Quando rolli una sigaretta con i suddetti rimasugli, non bisogna mai inclinare la sigaretta verso il basso. I frammenti di tabacco cadono e la sigaretta, praticamente, si svuota. L’unica è accenderla, perché, una volta accesa, è come se la fiamma cauterizzasse l’emorragia e il tabacco non esce più.
Fuori piove. Non fitto ma costante. Io mi trovo senza nessuna rete a scrocco disponibile e con un’ora di navigazione giornaliera su una chiavetta vodafone.
Ho fatto pulizia, mi sono rapato la testa e la faccia. Aspetto che il bagno asciughi dopo la doccia e poi lo pulirò.
Non c’è molto altro da dire. Ho nostalgia della moto, che adesso, pulita, lucidata, ingrassata e con i contatti staccati, riposa nel box dei miei. La ruota posteriore è sospesa a mezz’aria, come se le mancasse la strada sotto. Manca a lei come manca a me. Ma non c’è molto da fare per questo. Bisogna aspettare. Quella spanna fra il battistrada e il suolo è la distanza fra quello che vorrei fare e quello che faccio.
Una volta lessi in un bacio perugina una frase della Lessing “l’attesa del piacere è essa stessa piacere”. Avrò avuto circa 12 anni, tempo dei primi baci e dei primi confusi struggimenti. Ci riflettei su. Per un po’ la capii, la feci mia. Quando però mi accorsi che tutto si tramutava in attesa e che dovevo pure farmelo piacere, iniziai a prendere le distanze da quella filosofia.
Molto meglio il giorno per giorno: così convinsi me stesso. Quello che trovi lungo la strada fallo tuo, quello che non trovi non assillarti a cercarlo.
Più o meno funziona ancora così. Anche se rimangono alcuni appuntamenti per i quali mantengo una certa aspettativa e, conseguentemente, un certo piacere.
Ieri sera ho fatto tardi e stamattina pure. C’era da andare a pagare l’affitto e io ero quasi pronto. Ma poi mi è squillato il cellulare e Luisa mi ha detto che i nostri padroni di casa stavano per partire e che dell’affitto se ne sarebbe riparlato dopo il ponte.
Bene così, dunque. Oggi pare proprio che non debba uscire.
Sarà una giornata casalinga, fermo nella mia intenzione di fare almeno un paio di cose utili.
Come ad esempio attaccare un nuovo libro, visto che Miller l’ho finito ieri.
Voglio procurarmi a breve i due “tropici”, perché c’è qualcosa in lui che mi ha fatto venire voglia di leggere altre sue parole.
“Incubo ad aria condizionata” intanto ronza ancora nella mia testa con le frasi sottolineate, la sua voglia di contestare e di stare ad ascoltare le storie che nascono sul ciglio della strada.
Resta anche qualche episodio della sua vita letto su internet e un paio di foto del vecchio Henry di accompagnamento.

“L’egoismo individuale cristallizzato nelle leggi delle nazioni ha distrutto democrazie e repubbliche ed è il padre delle monarchie e del dispotismo. L’egoismo incontrollato è un fuoco divoratore che rode come un cancro gli organi vitali dei governi, portando con sé corruzione, pregiudizi, vanità e una razza deforme, mal nutrita e anemica.
Come dobbiamo affrontare questa crisi? Come devono affrontare questa crisi le genti del mondo?”

Forse prendendo tempo, Henry, e distendendosi un po’ con una partita di ping pong. Come fai tu con la tua rilassante amica.

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198 all’ora a Cascina Gobba

1 Dicembre 2009 10 commenti

“La prossima sigaretta me la fumo a casa, davanti al pc”. Mi ero ripromesso questo mentre ero seduto su una poltroncina (a gruppi di tre, unite una all’altra) nell’atrio della posta centrale di Cordusio, a Milano.
Mentre cazzeggiavo a casa dei miei con il nuovissimo mac di papà, mi ero quasi dimenticato che c’era una raccomandata da spedire.
Odio le code. Nessuno le ama, credo, però io le odio proprio. In particolare odio le code per mangiare. Quando mi trovo in situazioni in cui c’è un buffet, e la gente si accalca senza pietà, solitamente digiuno.
Spengo il nuovo mac del papà, saluto la mamma e risalgo in vespa. L’ho parcheggiata davanti al ristorante giapponese sotto casa dei miei, un posto di stronzi per stronzi.
Ventidue marzo e poi via Marcona. Lì c’è un ufficio postale aperto anche il pomeriggio. Ci ero stato circa un anno fa, quando, nella mia nullafacenza post laurea e pre-lavoro, un bel pomeriggio avevo deciso che avrei fatto il passaporto. “Non si sa mai” mi ero detto. Quella volta la ragazza dietro al vetro aveva voglia di chiaccherare, anche perché lei lo aveva fatto poco prima e conosceva ogni risvolto della trafila. “Dove andrai?”, mi chiese. “Usa”, avevo buttato lì. Poi negli Usa non ci sono stato e il passaporto mi è servito giusto questa estate a Sharm per saltare la coda di quelli che, muniti solo di carta d’identità, dovevano accompagnare il loro documento con un foglio di ingresso.
Torno alla posta di via Marcona. C’è coda. Metto il bloccadisco alla vespa. Lego il casco e mi avvicino alla soglia dell’entrata. La gente è molta, tanto che la porta automatica continua ad aprirsi e chiudersi. Il distributore di bigliettini è rotto. Tolgo il bloccadisco alla vespa e vado in Cordusio, alla posta centrale. Lì, se non altro, so che gli spazi sono più ampi e c’è quasi sempre da sedersi.
Parcheggio la vespa. Giusto il tempo di chiuderla e a due passi da me parcheggia una Kawasaki z1000 arancione. Il ragazzo che la guida, da dentro il casco, mi chiede “secondo te da’ fastidio qui?”.
“No, non penso”
“Sai se c’è una posta qui?”
Con il pollice tipo autostoppista gli indico l’atrio alle mie spalle.
Il ragazzo si toglie casco e sottocasco. Mi racconta che è già due volte che sbaglia posto, che è uno sbattimento e che non ne può più. È giovane, rasato, viso tondo, parlata tamarra.  
Entriamo.
“E’ il posto giusto secondo te?” mi chiede.
“Non so: cosa devi fare?”
“Mi han beccato con l’autovelox. Devo ritirare un documento. Ma non ho capito se è qui”
Siamo dentro. Chiedo ad una signora con un cartellino appeso al petto con su scritto “poste italiane” quale bigliettino devo prendere. Lui si informa e pare che per il suo ritiro non ci sia bisogno di bigliettino. Deve andare ad uno sportello e stop.
Premo il pulsante ed esce il mio numero. “A904” emesso alle 16 e 28 del primo dicembre 2009. I tabelloni luminosi segnano il 750. Sarà lunga, almeno per me.
“Dove è che ti hanno beccato?” gli chiedo mentre metto via il mio bigliettino.
“A Gobba, in tangenziale”
“Quanto facevi?”
“Quando mi sono accorto dell’autovelox che ho visto nello specchietto, il tachimetro segnava 198”
Così preciso? Penso. Poi mi ricordo che la Kawasaki z1000 ha il tachimetro digitale.
“In fondo non è tanto” continua.
Reggo il gioco. Ma non per fare quello che va veloce che si vergogna di dire che ai 198 ci si è avvicinato giusto una volta e, per quanto figo, ha ripromesso a sé stesso “mai più”. Reggo il gioco perché mi va.
“Sai, alla fine anche 200 in moto mica è tanto. Solo che qui i limiti…che palle”
Penso alla sua patente, alla mega multa.
Lo seguo al suo sportello. Effettivamente ritira qualcosa. Appoggia la busta ad uno di quei tavolini alti e circolari.
“Cosa è sta roba?…non capisco proprio”
Io sbircio da dietro le sue spalle grandi ma un po’ a limone, ma non trovo nessuna frase, parola, concetto che mi aiuti a capire di cosa si tratta. Spero che ci sia annessa la foto, così giustoper curiosità.
Mi guardo intorno. 756.
“Ahhhh…sai cosa è? È un giallo che ho preso qui vicino”
“Ma con il giallo non ti danno la multa”
“Io l’ho visto giallo, ma si vede che mi ha beccato alla fine. Ottantacinque euro…cazzo…vabbè…”
Io mi rollo una sigaretta. Lui mette via la sua busta ed esce a fumare con me. Parliamo di moto e di scooter da usare in città.
La sua è una famiglia di velocisti, a quanto dice. Suo padre faceva il pilota, correva con la Renault 5.
“Ma tu che moto hai?” mi chiede.
“Il v.strom”
“Beeella! 600?”
“650”
“Beh quella ti protegge bene. Ha il mono ammortizzatore dietro, no?”
“Sì, mono”
“Ah, perché c’è un kit che lo puoi cambiare. Se fai gli sterrati aiuta”
Finiamo le nostre sigarette. Le ultime parole sono le sue, tutte contro gli autovelox e le relative multe.
Ci salutiamo e torno dentro. Non siamo nemmeno ad 800.
Mi metto a leggere Henry Miller, “Incubo ad aria condizionata”.
Non mi ricordavo di avere lasciato Miller nel bel mezzo di una dissertazione sui motori. Non ne capisce assolutamente nulla, ma trovandosi a girare gli Usa  in macchina, deve per forza di cose relazionarsi con i meccanici. Gli secca far vedere che non se sa nulla. Ogni parola, ogni spiegazione tecnica, lui la cattura e la ripropone al meccanico successivo. Capisce che comprendendo il funzionamento di una macchina, si può amarla e coccolarla.
Finisce il capitolo. 820.
Adesso Miller sta guidando tra Needles e Barstow, deserto. Io mi lascio trasportare dal suo racconto. Ogni tanto alzo lo sguardo. 850.
Di fianco a me si siede una ragazza che apre “Il grande sonno” di Coe. Guardo la copertina e sorrido, ma il suo ipod ha il volume talmente alto che non riesce a sentire nemmeno i sorrisi.
Ci siamo, tocca a me.
Consegno il numero, consegno la raccomandata, pago poco meno di 4 euro e mi tengo la ricevuta. Esco e torno verso la vespa.
Trovo appoggiato sulla sella un giornale. Uno di quelli che danno gratuitamente in giro per la città. Questo non lo avevo mai visto però. O meglio: lo avevo visto pochi minuti  prima sottobraccio ad un signore che stava facendo la coda con me.
Lo guardo distrattamente. Tolgo il bloccadisco e libero il casco.
Poi lo guardo meglio.
Si chiama “Car e City” e il titolo a tutta pagina è “chi controlla la velocità?” con, sullo sfondo, dei tachimetri sovrapposti.
Forse me l’ha lasciato lì il simpatico tamarro con le spalle larghe ma a limone che ha fatto i 198 vicino a Cascina Gobba.
O forse no.
Però mi piace pensarlo.

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