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Archivio Gennaio 2010

attimi

28 Gennaio 2010 2 commenti

Apro la posta di gmail, quella di hotmail, il blog di Eddi e interistiorg.org.
Mi impossesso del telefono, ma ancora non è il momento di fare uscire la voce. Qualcuno però ci ha provato mentre facevo colazione. In sala il mio cellulare ha iniziato a suonare che erano da poco passate le 9. L’avevo dimenticato acceso. Ancora non avevo finito il caffè, ancora non avevo fumato la prima sigaretta della giornata. Giusto la forza per guardare il numero sul display. Sconosciuto. Un 380. Aspetterà.

Prima “piccola Manchester”, poi “Stalingrado d’Italia”. Così Sesto San Giovanni, un piccolo comune stretto tra Milano e Monza, è stata soprannominata. Tra l’800 e il ’900 vengono aperte una moltitudine di fabbriche. Tra i tanti operai le idee circolano e fanno gruppo. Chi colpisce uno colpisce tutti. Resiste al fascismo, organizza scioperi tra cui quello del 1944, preludio alla caduta del regime.

Finisco il caffè, apro l’agenda senza lavarmi i denti. Domani devo andare a San Giuliano Milanese, ultima intervista di una ricerca che sto seguendo. Ci sono alcune cose che proprio non mi va di fare: non so come vengano scelte dalla mia mente, non so cosa ci sia dietro. So solo che, quasi autonomamente, si piazzano lì, nella casella del “rimandabile ad oltranza”.

“Città medaglia d’oro della Resistenza”. Questo c’è scritto sul cartello di ingresso, in fondo a viale Sarca. Non che ci sia un vero e proprio stacco, tra la città e la cittadella. Giusto un viale a tre corsie con il rigoroso limite dei 70 orari fa capire che la città concede qualcosa allo spazio. Ma per poco. Perché poi palazzi, parcheggi, civici e centri commerciali riprendono.

“Rimandabili ad oltranza” sono una serie di contatti che devo prendere. Prendo in mano il nostro nuovissimo cordelss e cerco un paio di persone. Lascio detto. Nella migliore delle ipotesi mi richiameranno in giornata. Dal mio account gmail faccio partire anche qualche mail. Nella colonnina a sinistra vedo la chat: qualche amico ha appena iniziato la sua giornata di lavoro. Lelia ha scritto “sole” di fianco al suo nome.

Chi nasce a Sesto non può non respirare quell’aria. Aria di Resistenza, solidarietà, orgoglio, dignità. Così succede a Walter, che a metà settembre del 1956 viene al mondo. Lo stesso anno in cui l’Urss invade l’Ungheria e la fede incrollabile nella grande Russia comunista, per qualcuno, inizia a vacillare. Primi segni di critica, di “così non ci sto”.

Effettivamente il sole c’è. Ieri ero in corso Lodi per alcune radiografie. “Il mio amore radioattivo”, mi chiamava ieri sera Luisa. Mentre slegavo la vespa, dopo avere lasciato nelle mani di un medico una foto di profilo del mio cranio, ho sentito lontano lontano il calore del sole. Il freddo, per la prima volta nel nuovo anno, ha dovuto cedere qualcosa. Con il calare della sera si sarebbe ripreso il suo dominio su questa città, ma inevitabilmente ho sentito il primo segnale di una sua futura ritirata. Lunga, lenta, ma inesorabile.

I genitori di Walter sono operai del Pci. Il loro figlio è troppo giovane per partecipare al ’68. A 12 anni si può intuire qualcosa, ma è solo un seme che germoglierà qualche anno dopo. Forse per lui, essere nato proprio in quel ’56, lo ha segnato. Il principio del dissenso, della critica. Lascia perdere la politica istituzionale, quella del Pci. Preferisce la dissidenza, come molti della sua generazione. Il periodo non è più quello della contestazione di massa. Le bombe del ’69 hanno alzato il livello dello scontro e molti compagni si adeguano.

Appiccico, con l’aiuto di Luisa, due scritte “tommi” ai lati del mio casco Airoh. Le avevo ordinate via internet, mi ero scelto il carattere e il colore: un grigio scuro, che non risaltasse troppo sul mio casco nero opaco. Stanno davvero bene lì così. Sembrano pronte a prendersi l’aria, l’acqua, il caldo, qualche insetto spiaccicato. Non vedo l’ora di rimettermi in sella. Accendo e passa tutto. Le ruote girano e mi sento meglio.

Walter Alasia è un ragazzo intelligente, molto. La sua intelligenza non la sfrutta per arrivare a posizioni di rilievo nel movimento. Preferisce stare nell’ombra, fare il lavoro di base, sempre in compagnia della sua perspicacia. Forse è proprio quest’ultima a fargli capire che la situazione, così com’è, non ha sbocchi. Lotta Continua è un gruppo cazzuto, forte, ma la situazione intorno, il Potere vero e proprio, è strutturato e articolato per fare in modo che qualunque istanza, qualunque aspirazione sinceramente comunista, venga riassorbita nel carrozzone della legalità, prodromo della società dei consumi, il nostro attuale “consuma e taci”, possibilmente con il sorriso sulle labbra.

Chiamo al telefono Enrico. Insieme ci stiamo occupando di una ricerca. Ho bisogno di un numero di telefono che avevo ma che ho perso. Enrico è paziente e me lo manda via mail. Chiamo, ma non risponde nessuno. Faccio altri due numeri, quantomeno per avvicinarmi a quello che dovrei fare, prendere confidenza con il telefono come strumento di lavoro.

Allora bisogna fare un passo verso l’esterno del cerchio, verso la clandestinità. Walter lo fa, come conseguenza ad un immobilismo di fondo che solo i più intelligenti riescono a vedere, perché ben nascosto da manifestazioni continue e bandiere che sventolano ogni sabato pomeriggio. È una pazzia, vista oggi. È una conseguenza logica per chi in quegli anni ci si è trovato, con la Rivoluzione come obiettivo finale.

Avrei bisogno di una vacanza. Mi piace questo lavoro, mi piace questo modo di auto-organizzarmi, anche se la paura di dimenticare qualcosa o qualcuno, è un tarlo che mi  punzecchia spesso. A volte anche in dormiveglia, tra il sonno e il non ancora. Inaccettabile, perché poi tocca alzarti, metterti a cercare le carte, le mail, gli appuntamenti, per tranquillizzarti. Fino ad ora non ho ancora “bucato” nessun impegno. Ma esserne sicuro, spesso, mi è costato.

Alba del 15 dicembre 1976. Sergio Bazzega è nato Gemona del Friuli, provincia di Udine, nel 1944. Un’altra generazione rispetto a Walter. Maresciallo di pubblica sicurezza. In quegli anni vuol dire sapere che la propria vita può finire da un momento all’altro. È ancora molto giovane quando arriva al Servizio di Sicurezza, più avanti meglio noto come Servizi Segreti. Insieme a lui c’è Vittorio Padovani, classe 1929 vicequestore della Polizia, modenese. Con un fonendoscopio appoggiato alla porta di casa di Walter ascoltano ogni movimento. Pochi, quasi nessuno. Poi decidono di entrare.

Anche oggi c’è il sole. Uscire dal portone e sentire quei due o tre gradi in più è un attimo di gioia. Come attimi sono i minuti di luce conquistati ogni giorno. Ogni giorno un po’ più di luce. Giusto qualche attimo in più che fa bene al cuore.

“Polizia!”, il grido che  accompagna ogni porta sfondata.
Walter vive con i suoi, ma non dorme in camera sua. Preferisce una poltrona vicino all’ingresso ma leggermente defilata. Ha con sè la sua pistola mitragliatrice Skorpion.
Water capisce e spara. Bazzega e Padovani cadono per primi. Non hanno sparato subito, perché in linea di tiro c’era la mamma di Walter, destata dall’irruzione.  Moriranno qualche ora dopo in ospedale.
Alasia riesce a uscire dalla finestra e scappa in cortile. Corre finché una raffica non uccide anche lui.

…giusto qualche in più attimo che fa bene al cuore.

“ In un attimo mi sono accorta di non conoscerlo, e l’ho perso”.
(la madre di Walter Alasia)

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le 15 e 20

25 Gennaio 2010 3 commenti

Le 15 e 20 e ancora non hai combinato nulla, tolto un calcolo approssimativo di quanto ti spetta per l’ennesima collaborazione sporadica e una telefonata che, tra le 3 e 30 e le 4, devi fare (e che farai!). Per il resto nulla.
Ma attenzione: ieri è stata una giornata spettacolare.
Ieri sera a San Siro è andata in scena “la sceneggiatura di un film perfetto” (Alberto).
La soddisfazione, la lotta, il sudore, l’ansia, le urla, la preoccupazione, le bandiere, l’orgoglio. Tutto questo è stato Inter – Milan ieri sera. L’ho vista con mio padre e poi tornando a casa in vespa, il freddo non è riuscito a togliermi dalla faccia un sorriso ebete. Possibile che siamo davvero noi quelli che comprano giocatori a costo zero che si rivelano fenomeni? Siamo davvero noi quelli che arrivano alla partita importante aggredendo l’avversario e che, con un uomo in meno, lottano, soffrono, non perdono la speranza e costruiscono comunque gioco?
Sì siamo noi.
E siamo noi anche quelli che votano in massa Vendola, facendo vedere ad un partito ormai allo sfascio che le loro “strategie” (D’Alema da Fabio Fazio) non ci interessano?
Sì. Pare proprio di sì.

Siamo noi anche quelli che non perdono mai i legami e che si connettono quasi tutti i giorni con Eddi, che lavora ad Haiti mettendo alla prova la sua capacità di fare, di non perdere mai la testa mentre intorno regna il caos.
Questo è Eddi, ed è un mio amico.

Per il resto è una giornata da poco, interlocutoria.
Ogni settimana che Dio manda in terra, mi scrivo sull’agenda gli obiettivi settimanali. Questa settimana sembra più fattibile di quella scorsa, che ha visto sveglie alle 7 e lavoro senza pause fino alle 7 di sera.

“Hai notato che non c’è più il cielo?” (Luisa)
“Sì: niente nuvole, niente sole, niente montagne all’orizzonte, niente stelle né luna la sera. Niente di niente, solo il grigio”.
C’è da dire anche questo: siamo dentro alla “bottiglia d’orzata” che cantava De Andrè, dentro ad un grigio perenne che entra nelle ossa e nella testa e che solo la voglia di primavera riesce a farci sopportare.
Ma non c’è problema al momento. Testa bassa e costruiamo gioco. E anche se manca qualcuno di importante nella nostra squadra (che sia Wesley o Eddi), noi continuiamo, anche per loro.

Aspettando che rientrino.

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quando il gioco si fa strano

13 Gennaio 2010 3 commenti

Giornata di pioggia. "Giornata di merda", ha sentenziato papà sottolineando con un’espressione cupa la sua uscita. Forse è il suo spirito partenopeo soleemare a farlo parlare. Qualche tempo fa, quasi un mese ormai, si parlava di discesa che inizia. Ci vuole davvero tutto l’ottimismo possibile per sentire, dentro, davvero, che la discesa è iniziata.

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dì qualcosa (almeno per il primo post dell’anno)

4 Gennaio 2010 3 commenti

mettersi a scrivere un po’alticcio forse non è il mio genere. forse riguarda più gente come bukowsky, fante, celine, o qualcuno di quelle bande lì.

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