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Archivio Marzo 2010

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30 Marzo 2010 1 commento

C’è una cartella “scritti” sul desktop del mio mac. Butto dentro tutto quanto: quel che serve al blog, quel che serve a me, elenchi di libri da comprare, film da vedere.Ci sono alcuni pezzi per il blog non pubblicati. Mancano di organicità…o forse manca loro la convinzione di essere ascoltati. Sono i post per primi a non essere convinti di quello che hanno da dire. Così restano nella cartella.Anche io, se non sono covinto di quel che ho da dire, sto zitto.
Poco fa ne ho visto uno, intitolato, “difficile essere semplici”. Volevo raccontare, prendendo a pretesto una serata fra amici, come sia difficile arrivare al punto, dire quel che si vuol dire, senza perdersi.

Giusto uno stralcio:
Arrivare al nocciolo di quello che si vuole raccontare è un’arte che sto cercando di apprendere. Servono poche, pochissime parole se sei bravo. Togli i preamboli, togli gli incisi fra due virgole. Se hai due aggettivi per descrivere la stessa cosa, usane uno, possibilmente il più semplice e e il più diretto”.

Avevo poi pensato di confezionare il tutto raccontando il contesto: steso sul divano a parlare con i miei amici più cari. Lì, per me, è urgente comunicare. Farmi capire e capire. Per farmi capire, uso poche parole. Per capire, cerco di fare le domande giuste.
La comprensione mi affascina.
Ci metto anche un po’ del mio lavoro: ho intervistato poliziotti, carabinieri, liberi professionisti, giornalisti, amministratori delegati, omosessuali, imprenditori, scrittori, insegnanti, preti, volontari, medici.
Ognuno una storia. Ogni singola persona ha una strada attraverso la quale si arriva a destinazione. Strade a volte tortuose, a volte sgombre e in discesa.

Aggiunsi dell’altro, quando scrissi quel post destinato a non essere pubblicato. Parlai di Enzo Biagi, prendendo a pretesto un libro regalatomi per il mio compleanno, “Io c’ero”:
Ammetto di non avere mai letto niente di lui, l’ho solo sentito parlare, intervistare. Sono sempre rimasto con una ammirazione profonda per le sue domande: le più chiare, le più semplici, le più intelligenti. Dritto al punto.
Enzo Biagi non doveva dimostrare nulla, almeno nel periodo in cui io ho avuto la fortuna di ascoltarlo. Ascolta invece gli intervistatori di oggi e capisci che nella domanda c’è tutta la loro ansia di fare vedere che ne sanno, che sono preparati: domande lunghe, noiose, piene di incisi. Frustrazioni con il punto interrogativo alla fine.
Se sai lo si capisce da quello che chiedi. Se sai, se hai capito, se ti interessa, usi poche parole, per capire e per domandare.
Osservo ammirato e non posso fare altro, a parte imparare qualcosa
.”

Insomma volevo parlare di qualcosa di globale. Volevo mettere insieme pubblico e privato, dimostrare che c’è un filo che collega tutto.
Troppo grande come progetto: soprattutto in un giorno in cui mi sono svegliato verso le 11 e 40, fuori piove e non devo nemmeno andare a fare la spesa perché stasera siamo fuori a cena.
Volevo persino chiudere parlando dell’Inter, di questa leggera ansia che ci prende e delle sensazioni pre-quarti di finale. Al riguardo avrei una citazione belleppronta di Rafa Benitez, ma sono sicuro che posso giocarmela meglio.

Altra sigaretta rollata, altra rilettura, altra frase aggiunta.
Guardo la pioggia che batte sul vetro.
Quasi le 5 di pomeriggio.

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“Che c’è di strano, siamo stati tutti là”

18 Marzo 2010 1 commento

Le maglie sfilate e sventolate allo Stanford Bridge erano le nostre. Quei colori che da piccoli abbiamo scelto, non si sa bene perché. Ma su certe scelte non si torna: restano nel bene e nel male e noi abbiamo calzato le nostre scelte, soprattutto nel male.
Però poi mi rendo conto che è tutto accessibile e che vincere è una questione di opportunità. La vittoria, anche se può sembrare il contrario, non ha memoria di chi l’ha posseduta in passato e può concedersi.

Martedì ho deciso di spezzare la tensione pre-partita andando a sudare. In palestra c’era un ragazzo che nello spogliatoio mi ha salutato, un istruttore un po’ imbolsito che spiegava gli esercizi a due ragazzine non oltre i 17, mtv a palla, così  ho alzato il volume dell’ipod, per non sentire. Ho scelto l Modena City Ramblers. Non ricordo da quanto tempo non li ascoltavo ed è stato come ritrovare dei vecchi amici. Ho ascoltato “Terra e Libertà”, anno di grazia 1997. Terzo album (terzo e mezzo, se si conta una specie di demo precedente a “Riportando tutto a casa”). Esce l’Irlanda dai testi, entra l’america latina. Ma non solo. C’è un pezzo molto ritmato, che ricorda un po’ come struttura “Delinqueint ed Modna”, ma, a differenza di quest’ultimo, con la chitarra non riesco a suonarlo. Si chiama “Radio Tindouf”.

Tindouf è una città dell’Algeria che conta, più o meno, 25mila abitanti. È molto vicina al confine con la Mauritania e il Marocco. È la zona del Sahara occidentale, la zona del popolo Saharawi.
I confini vennero tracciati con una penna sulla mappa. Era il 1885. La conferenza di Berlino sancì i nuovi confini, in un periodo in cui l’Africa interessava parecchio ai colonialisti. Si mettevano nero su bianco le zone di influenza, in modo tale da non pestarsi i piedi e trarre, tutti quanti, la propria fetta di profitto da un territorio ricco di risorse.
Che il tratto di penna passasse sopra alle storie umane, non importava. Del resto non è mai importato. La presunta superiorità di chi colonizza, tranquillizza: il bene per noi è anche il bene per loro, che ancora non sanno.
Il confine passa sulle mappe, sul mondo visto dall’alto. Ma quando poi sei con i piedi per terra, il confine non lo vedi, lo passi senza nemmeno saperlo, perché è sempre stato così.
Così è stato anche per le tribù nomadi Saharawi che hanno sempre vissuto in quel territorio affacciato sul mare.
Inizia il ’900 e non si tollera più che queste popolazioni vaghino ignorando la nuova riorganizzazione del territorio. Nello specifico del Sahara occidentale, sono gli spagnoli ad occuparsene. Spagnoli e francesi. Ci vuole il visto per andare da una zona all’altra: un timbro per attraversare casa propria, per andare da una parte all’altra.
Siamo ai primi decenni del ’900 e, insieme a questa inflessibile organizzazione, nasce anche la Resistenza Saharawi.
Finisce la seconda guerra mondiale e lo slancio terzomondista è un fiorire di rivendicazioni di indipendenza. Anche il vicino Marocco chiede di essere indipendente. È una occasione da non perdere e molti saharawi si arruolano nell’Armée de la Liberation, per combattere fianco a fianco con chi, come loro, vuole togliersi di torno l’occupante europeo.
La coscienza popolare cresce, si rafforza. Nel 1967, mentre in Europa e nel mondo la gente strippa ascoltando “Sgt Pepper’s” dei Beatles, nasce il Movimento di Liberazione del Sahara (MLS): per i primi 3 anni rimane un movimento clandestino, poi esce allo scoperto, affrontando una durissima repressione. Altri 3 anni e nasce il Fronte Polisario che ha ormai maturato definitivamente l’obiettivo dell’indipendenza attraverso la lotta armata e lavoro politico tra le masse.

È il 1975 e la Spagna, in cambio di una lauta buona uscita, abbandona il territorio. Rimangono il Marocco e la Mauritania che insieme tentano di invadere la zona. Il Fronte Polisario combatte, spara, resiste e respinge. Sono finiti i tempi in cui un comune obiettivo, l’indipendenza, poteva far pensare di combattere fianco a fianco. Il Marocco vuole prendersi con la forza ciò che non gli spetta: la zona è ricca di risorse che valgono molto più di un principio. Strano come chi ha subito lo stesso giogo, una volta libero, non riesca a fare altro che riprodurre le stesse dinamiche che fino a poco prima lo opprimevano.
Una delle preoccupazioni maggiori del Fronte è la protezione della popolazione civile. Molti fuggono. Scappano e si rifugiano nella vicina Algeria. Quelli sopravvissuti al bombardamento dell’aviazione marocchina, arrivano alle porte di Tindouf, proprio a due passi dal confine. Lì viene allestita una tendopoli che ospita circa 300mila persone.
Nel 1976, un anno prima che io nascessi, viene proclamata la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD), riconosciuta da 74 paesi nel mondo.
Un anno dopo la Mauritania abbandona la conquista: è vittima di un golpe militare, non ha più le risorse per lottare su quel fronte. Firma un accordo di pace con il Fronte Polisario e la questione resta unicamente nelle mani del Marocco.

È resistenza, non è terrorismo. Non si colpisce a caso, non si usa la paura come arma. Ci si difende. Questo è un caposaldo del Fronte. Chiedono di poter decidere attraverso un referendum se annettersi al Marocco o restare indipendenti. Qualunque sia il risultato della consultazione referendaria, il Fronte si impegna a rispettarlo e a sciogliersi nel caso in cui prevalga la volontà del popolo di fare parte dello Stato marocchino. L’Onu riconosce il diritto di questa popolazione a decidere della propria sorte, tanto che nel 1991 viene inviata una delegazione per vigilare sulla corretta organizzazione della consultazione.

Siamo nel primo decennio 2000 e il referendum sembra ancora lontano. L’Onu vigila sulla zona, il Fronte aspetta con la caparbietà di chi ha ragione, il Marocco invece di ragioni non vuole sentire parlare.
Intanto alle porte di Tindouf la vita continua. L’organizzazione è in mano alle donne. Non circola denaro fra le tende, perché la distribuzione di beni e servizi avviene secondo il principio della necessità. Quando la Repubblica Saharawi Democratica sarà una realtà, il Fronte si scioglierà ed entrerà a fare parte di un sistema democratico multipartitico.
Sono lì da più di 30 anni, ma non hanno mai fatto di quelle tende le loro case, perché quella non è casa loro.
Casa loro è al di là del confine.

saharawi

un post chiamato desiderio

10 Marzo 2010 1 commento

I gradi sono pochi. Oggi come ieri sera. Ultimi sforzi di resistenza prima di una primavera? Forse. Però c’è la sensazione di essere vittime di una colossale presa in giro. “Ancora un piccolo sforzo, ancora un po’ di resistenza, ancora un po’, e poi…”. Si sopporta male il freddo a marzo, per non parlare della neve che, se non altro, ha il buongusto di non posarsi.

Il supermercato alle 2 del pomeriggio è bello. Non c’è gente, non c’è coda in cassa. Puoi addirittura permetterti un carrello senza il rischio di restare imbottigliato. Le poche persone che ci sono sono solite chiedere scusa quando ti urtano od ostruiscono il tuo passaggio. Ragioni, rifletti, ti permetti il lusso di passare due volte per lo stesso scaffale e di posare gli occhi a caso sulle offerte.
Zucchine, carote, un paio di piatti pronti della Fidel (ottimi e costano la metà rispetto ai 4 salti), succo di frutta, qualcosa di morbido per la colazione, un paio di pacchetti di patatine per la serata di stasera.

Trentatré anni da una settimana scarsa e un frigo pieno, un comodino zeppo di libri, una birra da mettere in fresco, un mezzo sigaro toscano nel portacenere che accendo ogni tanto, un pomeriggio di non lavoro, un pavimento da pulire, dei vestiti da piegare, amici con cui progettare fughe, un poster del Che, uno di Abbey Road, uno dei Rage, il progetto “zero sveglia domani mattina”, un ipod aggiornato con l’album di Lou X che mi mancava, una vespa px con la ganascia del freno dietro ormai andata ma per il resto perfetta, mail di gruppo ai cui rispondere e una casa da un anno esatto.

Ho riflettuto molto sul divano davanti alla tv. A volte, per concentrarmi meglio, con il mezzo toscano di cui sopra in bocca, anche spento va bene.
Ho avuto vari pensieri e il tempo per affrontarli. Alcune volte certi stati di alterazione producono pensamienti troppo rapidi, frenetici, in quantità ingestibile. Ne prendi qualcuno, altri vanno via.

Uno l’ho preso e ho chiesto in giro per cercare di capire che effetto avesse. Spesso manca un tassello tanto banale quando essenziale ai propri ragionamenti e così succede che costruisci senza i pezzi necessari. Storia comune: basta la parola di un amico e arrivi al risaputo “non ci avevo pensato”. Per un po’ ti interroghi su come hai fatto a non vedere un aspetto così essenziale, poi ti riprometti che, al prossimo ragionamento, nulla ti sfuggirà.

Io ho pensato questo. La felicità va riconosciuta. Non sono mai stato un fan di questa parola, perché mi ha sempre dato l’idea di qualcosa di fugace. Si è felici per un attimo, si dice. Una mia ex fidanzata mi chiese un giorno se mi era mai capitato di essere così felice da voler morire. Risposi no, senza capire in che senso. Non avevo capito se era così profonda da esprimere un concetto ai più incomprensibile, oppure era così banale da accostare due opposti credendoli, proprio perché opposti, tutto sommato non così dissimili. Non ebbi il tempo di capire, perché dopo un po’ ci lasciammo. Andò bene così. La mia felicità non ha mai avuto niente a che fare con la morte e forse lei è riuscita a sposarsi un uomo che può comprendere.
Poi lessi Laborit, e scoprii che “non si è felici se non si desidera nulla”. Questo lo compresi, supportato dalla mia esperienza personale. Sono sempre stato felice tra due cose belle: felice per quello che stava accadendo e felice per quello che stava per accadere. La felicità come tensione, legata al desiderio. Mi piacque molto quell’idea, e tutt’ora sento di condividerne l’essenza.

I miei sogni compiono un anno. Se togliamo lo scudetto dell’Inter, gioa per altro reiterata, da un anno vivo la vita che volevo. E proprio da un anno la parola felicità, anche grazie a continue e serene introspezioni, è stata sostituita da serenità. Non so bene in che rapporto stiano questi due stati, però ho riconosciuto alla serenità, un aspetto più duraturo e soprattutto più propositivo, rispetto ad una felicità a cui non hai nulla da chiedere. Sereno e quindi ben disposto verso il mondo.

Qualche sera fa, in uno stato di alterazione accettabile, compresi che forse molto dello stare bene, felice o sereno che sia, dipende dall’esserne consapevole. Non penso che il benessere sia un’onda che ti investe e che non puoi non avvertire. Penso piuttosto che serva l’onestà intellettuale di riconoscerla.

Ci è voluto un pomeriggio di non lavoro e un frigo pieno, oltre ad un pavimento da pulire e tutto il resto, per mettere a registro, nero su bianco.

Ho pensato anche ad altro, comunque. Ieri sera, per esempio, ero a teatro e, una parte dello spettacolo, parlava di Milano. Dietro scorrevano foto della mia città e la voce dell’attore ne parlava. Ho sentito lontano lontano un piccolo e timido senso di appartenenza.
Qualche giorno fa ho letto la storia di un popolo che in silenzio combatte chi vuole cancellare la loro identità, i loro costumi e il loro modo di vivere. Una storia che quasi nessuno conosce e che, forse anche per questo, sembra ancor più eroica e ostinata.
Ho pensato che quel timido senso di appartenenza che provai ieri sera, per questo popolo è una ragione di vita.
Allora ho riflettuto e riflettuto ancora.
Ma questa storia ha bisogno di tempo per essere raccontata.

Adesso devo pulire per terra, magari ascoltando l’album di Lou X che mi mancava.

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un pezzo dell’armata rossa

1 Marzo 2010 1 commento

L’andazzo è questo: rollo una sigaretta avvolgendo tabacco in una ocb nera. L’accendo e l’appoggio nel portacenere. Passo le dite sulla tastiera, cerco di scrivere qualcosa di sensato sul rapporto di ricerca che ci tocca fare. Tempo di scrivere qualcosa di sensato e la sigaretta si è spenta. Me ne accorgo quando la riprendo, la riporto alle labbra, aspiro ma non arriva nulla. La riaccendo e vado avanti così.

Febbraio è andato. Un mese pre-festa, dire. Pre-caldo, pre-giri in moto, pre-tutto quello che mi piace.
Non ho potuto scrivere e a tratti non ho voluto. Da un lato c’era la ristrutturazione della piattaforma tiscali, dall’altro il lavoro.
Bello avere da scrivere: bello mettere insieme interviste, estrapolarne alcuni passaggi, creare un filo logico, dare vita ad un documento. Molto più bello che sbobinare, senza dubbio. Solo che a volte succede questo: il tema non è proprio il tuo, la scrittura richiesta non è proprio il tuo stile, i brani di intervista vanno in direzioni diverse e il filo logico, anziché presentarsi dritto e lineare, fa mille giri, si avvolge in spire e ti trovi intricato nelle parole dei tuoi intervistati. Allora ti blocchi. Cerchi una pausa: fai un giro sul tubo, accendi la tv, cerchi una canzone rilassante. Torni alla relazione e ancora niente. L’ansia sale. Amici a parenti ti dicono che non ti devi sforzare, che con la scrittura non puoi pretendere prestazioni da 8-10 ore al giorno. Allora ti ripeti dentro di te queste parole, nelle giornate peggiori alle 5 hai finito. Ti metti a vedere un film, ma resti con il dubbio che potevi fare di più e rendere la giornata successiva meno intensa.

Oggi forse ho finito. Ci siamo divisi i punti della relazione e i miei, appuntati su un foglio di carta riciclata, hanno tutti un “ok” di fianco. “Ok” che ho messo io, non so se poi andranno bene.

Ieri sera ero proprio stanco. Stanco di lavorare 7 giorni su 7, stanco di non avere la testa mai completamente sgombra. Provato dalle ansie generate da un mio senso di inadeguatezza costante.

C’è stato poco in queste settimane piene. Un paio di cene con Alberto e la partita contro il Chelsea insieme. Al gol di Milito ci siamo abbracciati. Al gol di Kalou ci siamo zittiti. Al gol di Cambiasso di nuovo abbracciati.
Poi un paio di cene da Lelia e pochi chilometri in moto.
C’è stata la laurea del mio amico Patrizio, settimana scorsa. Dopo la discussione io, lui, la sua fidanzata e la sua mamma bevevamo succo di mirtillo (Patrizio una birra) sul balcone del bar della Bicocca. C’era il sole e per la prima volta ho sentito il suo calore. È stata una mattinata bella: ero onorato di fare parte di un così intimo gruppo di supporto.

Adesso ho mandato una mail per comunicare che le mie parti sono completate. Non canto ancora vittoria: so che gli imprevisti possono essere molteplici. Però ho fatto il mio, bene o male che sia, comunque dando quello che ho.

Leggo ancora la biografia di Giorgio Amendola. È quasi finita. Ma ieri sera avevo la voglia di posare gli occhi su qualcosa di nuovo. Tempo fa andai alla libreria di via Tadino, qui a Milano. Comprai un libro intitolato “La guerriglia urbana nella Germania federale”, scritto, nel dicembre del 1976, dal collettivo editoriale di Genova. Ero consapevole di avere comprato uno scritto più da vedere che da leggere, più da sfogliare che da sottolineare.
Ieri sera lasciai Amendola alle prese con la sua scelta di iscriversi al Pci e iniziai a leggere distrattamente questo documento.
Mi prese. Mi colpì soprattutto l’analisi della situazione economico-politica della Germania ovest nel dopoguerra. Dopo un periodo di difficoltà, povertà e disoccupazione, gli Stati Uniti iniziarono a far piovere finanziamenti. L’economia iniziò a girare, il lavoro si trovava e, nel 1965 circa, la situazione si era ormai stabilizzata, assumendo i connotati di un boom.
Ma non era tutto lì. C’era dell’altro. La “società integrata”.
La “società integrata” era un modello spacciato e spacciabile grazie al ritrovato benessere economico. Un modello che appiana i conflitti, che da’ ad una buona fetta della popolazione la possibilità di consumare e di sentirsi, conseguentemente, integrato. I conflitti non spariscono certo grazie al consumo, così come persistono le sperequazioni e le ingiustizie. Però è opportuno non parlarne e fare in modo che anche la politica collabori a creare un clima artificiosamente disteso.

Saranno state le due di notte e lessi questa frase:
“I partiti finiscono per diventare elementi di conservazione del sistema; la pretesa democraticità che sarebbe implicita nel fatto di porli tutti sulla stessa base di partenza, si risolve in effetti in un patto di corresponsabilità e di complicità in favore del mantenimento dello status quo: legati tutti alla stessa fonte i partiti cercheranno di evitare la discussione su ciò che li divide e saranno portati ad accentuare, anche artificiosamente, ciò che li unisce”.

Leggendo, ho pensato che i nostri problemi politici vengono da lontano.

Mi rimetto agli eventi di un pomeriggio di falsa quiete, ma comunque di coscienza pulita e di obiettivo raggiunto.

Attendo il resto.
Soprattutto il sole.

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