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Archivio Aprile 2010

Infermiere a Rovigo

27 Aprile 2010 2 commenti

Ieri sera è stato bello addormentarsi con i tuoni in sottofondo. Potenza della natura. Onestamente avrei gradito osservare ancora un po’ lo spettacolo dei fulmini, specialmente dal bow-window (altrimenti detto: un balcone chiuso da una vetrata): ma dovevo cambiare fuso orario. Avevo collezionato una serie di andate a letto con i primi passerotti della giornata che intonavano i loro fraseggi. Conseguenza: sveglia tardi, o magari anche alle 10, 10 e 30, ma comunque sfatto. In fondo so che se mi metto a letto e leggo, il sonno arriva. Ed è arrivato. Sogni non mi pare, o almeno non me ne ricordo.
Periodo di incassi dei lavori precedenti, ma nulla di nuovo all’orizzonte. Almeno fino a ieri. Su un account poco utilizzato mi arriva una mail che ha per oggetto “proposta di lavoro”. Me la manda Simone, dall’università. Simone l’ho conosciuto tempo fa, quando statistica era l’ultimo ostacolo tra me e la laurea. Mi dette qualche lezione, qualche dritta.
Ieri mi ha scritto proponendomi un lavoro di organizzazione per una ricerca. Sono andato in università, ho raggiunto la sua postazione e mi sono fatto spiegare di cosa si tratta. Ho accettato. Lavoro che piace a me: lo fai quando vuoi, dove vuoi. C’è bisogno di un telefono e di un po’ di organizzazione. Pagato bene, direi.
Da tempo mi stavo guardando attorno. Amo stare senza fare niente, però la mia nullafacenza stava assumendo proporzioni che iniziavano a cedere qualcosa alla preoccupazione. La mia agenda era inutilizzata da svariate settimane, giusto un paio di appuntamenti con il dentista e le partite dell’Inter. Da qualche giorno sentivo le giornate premere, anziché sfiorarmi.
Ogni giorno il rituale della posta elettronica: apro gmail, guardo. Sono iscritto ad un paio di siti che offrono lavoro. Uno propone corsi di formazione. Gratuiti, la maggior parte: troppa grazia. L’altro sito invece, fra le varie proposte, con una certa frequenza  mi chiede se mi voglio candidare come infermiere. A Rovigo. Sempre a Rovigo, se si tratta di fare l’infermiere. Inutile dire che nel mio cv non c’è traccia alcuna di esperienza in questo senso. Né di formazione adeguata. Poco importa: la proposta di fare l’infermiere a Rovigo arriva alla mia casella di posta con regolarità. Mi chiedo se lì ci sia particolare penuria di infermieri, tanto da proporlo ad uno scienziato politico come me. Ho visto su google maps, più che altro per gentilezza, dove sta esattamente Rovigo. Lontana: non tanto in linea d’aria, ma per la strada che tocca fare. Giù fino a Bologna, poi su verso Ferrara, la si oltrepassa e, dopo 287 km, si arriva.

Mentre scrivevo questo post mi è squillato il cellulare: Emanuele dalla maremma.
“Sono teso, non ce la faccio più. Mi sento come se la partita iniziasse fra dieci minuti”.
Parla di domani sera, Barcellona Inter, semifinale di ritorno. Noi interisti impegnati con la Champions ad aprile inoltrato: chi l’avrebbe detto? Non siamo abituati a girare in maniche corte e parlare di semifinali. Non è nostra consuetudine girare senza calze e guardare il tabellone oltre gli ottavi. Quest’anno va così.

Da tempo pensavo che il coach Tony D’Amato – Al Pacino rivolgesse il discorso prima dell’ultima partita in “Ogni maledetta domenica” (bel film di Oliver Stone del 1999), ai giocatori dell’Inter. Non so cosa dica Mourinho, ma spero che si avvicini molto a quelle parole.
È un discorso sulla vita, sulle opportunità, sul tempo che passa.
Un pomeriggio ho aperto il programma di montaggio e mi sono dato da fare.

Buona visione.

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Rispetto per tutti, paura di nessuno

21 Aprile 2010 1 commento

L’ha detto un tifoso intervistato ieri sera fuori da San Siro. L’ho visto su gazzetta.it, nella sezione video. I 90 minuti più recupero, le interviste, le ripetizioni dei gol non mi erano bastati. Arrivato a casa ho acceso il mio mac e ho cercato altre news, immagini e parole. Il sito di interistiorg.org non andava e non è stato possibile connettersi con loro fino alle prime ore di questo soleggiato pomeriggio; tutt’ora non funziona benissimo: sono solo riuscito a leggere il loro invito agli avventori a trovarsi un lavoro anziché cazzeggiare in rete.

C’è una proposta di lavoro. Piccola, timida. In realtà io la leggo così. Il piglio del giornale on line che mi propone di collaborare con loro è invece trendy e aggressivo. Sono i migliori sulla piazza, inutile negarlo, e il tempo lo dimostrerà. Questo almeno secondo loro.

A febbraio andai all’ordine dei giornalisti della Lombardia, che si trova vicino alla stazione centrale. Lasciai la mia moto parcheggiata davanti ad un edificio abbandonato, con qualche ansia. Salii e mi feci spiegare tutta la trafila per diventare pubblicista. La gentile signora dietro ad un vetro mi parlava cortesemente attraverso un oblò. Non c’è solo un numero di articoli da scrivere in tot tempo, non c’è solo la documentazione degli avvenuti pagamenti. C’è anche un minimo da percepire complessivamente al termine del periodo di tirocinio. Ho diviso la somma minima totale per il pagamento che mi hanno proposto per ogni singolo articolo. Viene fuori un totale di circa mille articoli all’anno per il periodo in questione. La sensazione di essere preso in giro ha iniziato ad insinuarsi dentro di me.

“Sono articoli brevi, al massimo 15 righe”. Poco, è vero. Però restano sempre 2mila articoli, quando il minimo necessario sarebbe, in totale, 65.

Sono dai miei: ho acceso il potente mac del papà (“usalo quando ti serve”) e mi sono messo a cercare il numero di telefono dell’ordine dei giornalisti. Fra non molto li chiamerò, gli esporrò la situazione e sentirò il loro parere. Per completare l’opera sentirò anche il papà di una mia amica: lui, giornalista per davvero, è sempre molto disponibile verso chi ha bisogno di trovare la rotta nel mondo della carta stampata. Lo andai a trovare qualche mese fa. Mi accolse nella sua casa in centro a Milano. Il suo studio traboccava di libri e di foto del suo cane lupo. La mia amica non c’era. Parlammo una mezz’ora: fu gentile, cortese, simpatico e molto franco.

Da poco mi è arrivata una mail dal giornale in questione. Elencano le conferenze stampa di Milano, categoria cinema e tv. Chi è disponibile va. Non ho ancora risposto, prima voglio farmi una idea chiara.

Torno con la testa a ieri sera, a quella prova di sport e orgoglio che è stata Inter Barcellona.  Mai visti, in questa stagione, i nostri ragazzi così stanchi a fine partita. Milito con i crampi, Eto’o un po’ rallentato. La coppia dei centrali Samuel e Lucio con la lingua di fuori, ma senza mai concedere nulla. Il Capitano apparentemente fresco, ma quella maglia portata fuori dai pantaloncini negli ultimi minuti di gara era un segnale chiaro: non c’era il tempo o la testa per rimetterla dentro.

Certe volte la forma deve concedere qualcosa alla sostanza.

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calcio

19 Aprile 2010 5 commenti

Alberto Brandi, prima di mandare la pubblicità, dice di restare con loro e, per fare questo, non cambiare canale. Ho solo abbassato un po’.
Il Barcellona Fc si è messo in cammino per Milano. A quanto ho capito il tempo di salire sul pullman ed è arrivata la notizia che i cieli sopra la Spagna così come sopra l’Italia, sono stati riaperti. Faranno tappa per una notte a Cannes (stanotte) e poi domani di nuovo in marcia verso San Siro. Per incontrare l’Inter martedì sera.
Ripercorreranno quei quasi 1000 chilometri che, nell’estate del 2007, io e Luisa facemmo in macchina per tornare a casa. Una strada lunga, senza dubbio. Viaggi vicino al mare più o meno fino a Genova, poi ti butti verso l’interno, scavalchi qualche monte e inizi a correre in pianura.
Saremo tutti a casa di Alberto a vedere la partita. O meglio: a casa dei genitori di Alberto, anche se questa precisazione ricopre una distanza molto breve. Poi quello che sarà sarà. Meglio uscire contro il Barça in semifinale che contro il Valencia ai quarti con tanto di rissa finale. Meglio sì. Però le speranze non le puoi controllare. Pensi alla finale e non ci puoi fare niente. Scacci quelle fantasie, anzitutto perché sei interista e sei quasi sempre pronto, anche se quella sensazione di festa finita non perde occasione di coglierti di sorpresa.
Però sto migliorando. Oggi pomeriggio, per esempio, guardando il primo tempo del derby di Roma ci ho sperato. Poi però al secondo gol di Vucinic, quello su punizione, ho spento e ho dato una mano a Luisa che stava preparando la cena. Ho spento ma il mio umore non si è abbassato più di tanto. Sono, tutto sommato, tranquillo.
Saranno state le soddisfazioni degli ultimi anni a farmi capire che non c’è nessuna maledizione e che anche noi possiamo vincere. Una volta fatto proprio questo concetto, basilare, ho capito che possiamo anche perdere: per una squadra, per quanto forte, è normale.
Senza tragedie e senza fantasmi.
Almeno spero.

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un aprile fresco

15 Aprile 2010 1 commento

Ieri sera, tornando a casa con lo scoppiettio della vespa sotto di noi, la tenuta invernale era ancora la più adatta. Una maglietta, una felpa, un golf e la giaccia “sparco” lunga con tanto di imbottitura. Quel che serve a stare bene, la sera. Poi, a casa, mi sono lasciato andare e i giochi per la play che mi ha prestato Marco mi hanno fatto fare tardi. Poco male, perché questa mattina non mi attendeva nessun impegno. La prima espressione di senso compiuto della giornata è stata un sacramento per avere preso il manico della caffettiera bollente senza presine. Nonostante questo continuo a mantenere un discreto livello di fiducia in questi giorni che iniziano con il sole, di solito.
L’armonia può dare fiducia: stare con sé stessi tanto tempo e trovarsi in piacevole compagnia, è un bel viatico. Provo una sensazione di essenzialità che mi fa ben sperare.
Sono giorni di letture accanite. “Cuori Rossi” di Cristiano Armati non smette di rapirmi. Nel silenzio della notte apprendo nomi, storie, alcune sconosciute, altre che non conoscevo fino in fondo. Come mio solito cerco sempre di accostare ad una lettura coinvolgente, un altro libro di narrativa. Avrei Erri De Luca, ma la pagina bianca de “Il giorno prima della felicità” ancora non è stata aperta. Resto sempre su “Cuori Rossi”, saltando da una storia all’altra. Gli ho accostato, anche per una questione di praticità del formato, “Io c’ero” di Enzo Biagi. Se esco con la vespa, il libro del più grande giornalista italiano fa capolino dal cassettino sotto al manubrio: c’è sempre una sosta o qualcuno da aspettare e non mi piace farmi trovare con le mani in mano.
C’è aprile, fuori. Un aprile fresco che mi fa guardare spesso la cartina del centro nord Italia. Poi molte volte tutto si riduce alle solite strade, ma non è questo che conta. È “l’avere tutto per possibilità”, piuttosto: una sensazione che non ha ancora smesso di starmi addosso.
Illuso, forse. Convinto che la risorsa tempo sia un bene che si autoalimenta. Non ho ancora capito se è così o meno.
Sono le cose che non capisco però a tenermi attivo.
L’avere capito tutto per me è una maledizione.
Primo perché non può che essere un’illusione.
Secondo perché sarebbe una condanna alla noia eterna.


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una ducati bionda e gli anarchici in francia

7 Aprile 2010 1 commento

Non è il caso di superare. Questa andatura mi sta bene. Il motore gira intorno ai 4mila e la strada è in piano. C’è una specie di ponte che collega Bissone a Melide, attraversando il lago di Lugano nel suo punto più stretto. C’è vento. Un vento forte che arriva da nord-nord-est. Ci sono delle bandiere che sventolano imbizzarrite. Io non supero perché il Ducati Monster di fronte a me, fa da guida. Faccio quello che fa lui. Anzi, lei. Vengono fuori dei capelli biondi da dietro al casco, un paio di stivali pestano su freno dietro e cambio quando serve. Il viso della ragazza alla guida riesco a scorgerlo incorniciato dal suo specchietto retrovisore. Intorno al viso un casco abbastanza leggero, con visiera. Ha i lineamenti decisi, tratti delicati e forti. Mi ricorda incredibilmente una mia ex. Brutto dire così. Preferisco dire una ragazza con la quale ho fatto un pezzetto di strada insieme. Peccato averla incontrata in un periodo in cui la terra mi stava franando da sotto i piedi e i miei 20 anni non erano una argomentazione sufficiente. Ci avevano unito le nostre vespe, ferme in zona Sant’Ambrogio.

Guardo la ragazza alla guida del Monster. Le somiglia molto, ma so che non è lei. Istinto, penso. Si accorge di avere una moto grande il doppio della sua proprio dietro. Ogni tanto mi guarda attraverso lo specchio. I nostri sguardi si incrociano. Forse pensa che la voglia sfidare. Leggevo in un libro di Sonny Barger, il fondatore e leader degli Hell’s Angels, che nessuno vuole sfidare una donna. Se la batti non c’è onore perché hai battuto una donna. Se ti batte è un’onta incancellabile. Comunque vada, non conviene, secondo lui. Secondo me non conviene comunque. Uomo o donna che sia. Ci tengo sempre a tornare a casa intero.

La ragazza accelera. Supera tre o quattro macchine che marciano in colonna lentamente. Quando allarga la sua traiettoria per i sorpassi, allarga anche la gamba sinistra. Segno di saluto di solito. Forse voleva dire “vienimi dietro, se ci riesci”. Io ho sorriso dentro il mio casco Airoh con il mio nickname incollato sul fianco. E sono rimasto dov’ero.

Volevo arrivare a Lugano, ma poi la statale, in prossimità della città, è diventata impraticabile. La fila di macchine che avanzava lenta è diventata un serpentone immobile. Non avevo voglia di sorpassarlo: la strada tutto sommato era stretta e piena  di curve. E poi Lugano era una meta qualsiasi, venutami in mente quando, scollinando dal lato occidentale del lago di Como ed entrando in Svizzera, in località Maroggia vidi due cartelli: “Chiasso” e “Lugano”. Non erano ancora le tre e, sebbene avessi preso parecchio freddo, soprattutto alle gambe, scorrazzando per i piani d’Intelvi, avevo voglia di guidare ancora un po’. “Lugano va bene”, mi dissi sempre nel casco.

La ragazza simile a quella con cui più di dieci anni fa feci un pezzetto di strada insieme, mi sembrò subito un buon presagio. In fondo anche con la centaura ho fatto un pezzo di strada insieme, anche se in modo tutto diverso.
Poi però il traffico e la voglia di casa mi fecero cambiare idea.
Ho passato la frontiera a Chiasso, da lì Como e poi autostrada fino a Milano.

Non so perché, ma è stato uno dei giri più rilassanti. Io e la V.strom stiamo bene insieme. Ci stiamo conoscendo, siamo insieme solo da un anno, ma dopo tanti mesi a darci “del lei”, siamo passati ad un timido e incerto “tu”.  È quella fase del rapporto in cui ti scopri e spesso non sostieni lo sguardo, ma preferisci distoglierlo e sorridere.

Tempo fa lessi la storia della Banda Bonnot. Una banda di anarchici, attiva nella prima parte del 1900, in Francia. Sono i primi a potersi fregiare di avere compiuto rapine in banca usando una macchina per fuggire. Jules Bonnot ne era l’anima. Anarchico, odiava tutto ciò che era ingiusto, falso, costituito. La sua era una ribellione che veniva da dentro e che, una volta innescata, non aveva limiti. Nella meccanica dei motori trovava la pace. L’armonia degli ingranaggi lo calmava, gli faceva vedere un mondo razionale, chiaro. Stava ancora meglio dietro al volante: “il motore gli girava nella pancia”, come scrisse Pino Cacucci nel suo libro “In ogni caso nessun rimorso”.

Penso che rimonterò presto in sella. I miei giri in moto sono una delle poche cose per cui vale la pena svegliarsi la mattina. Il rituale prevede fare colazione con la mappa aperta sul tavolo e poi tutti quei segni colorati diventano strade, alberi e strisce bianche da attraversare nella sospensione delle due ruote.

Chiudo con una frase retorica, ma forse è l’autenticità ad annullarla.

“quattro ruote muovono il corpo,
due muovono l’anima”

a quanto ne so, anonima.

in nome del popolo italiano

1 Aprile 2010 2 commenti

avvertenza: in questo post parlo dell’omonimo film di Dino Risi, svelandone trama, contenuti e, specialmente, il finale. Chi volesse vedersi il film senza paranoie e, soprattutto, senza sapere come va a finire, prenda le misure a questo post.

“In nome del popolo italiano” è un film di Dino Risi del 1971. Una commedia, per chi vuole classificare. Gassman è l’imprenditore Santenocito. Insopportabile, arrivista, trafficone, ammanicato. Ricorda un po’ il personaggio interpretato, sempre da Gassman, ne “La Congiuntura” di Scola, anche se lì c’era molto più spazio all’ironia e alla caricatura. Anche Santenocito due risate le fa fare, ma il punto non è strettamente quello. C’è Tognazzi, ovvero il giudice istruttore Bonifazi. L’opposto: ligio al dovere, non guarda in faccia nessuno – men che meno Santenocito -, anche se in fondo è un personaggio che dentro porta qualcosa di irrisolto: gli occhi del giudice sono spesso malinconici. I due arriveranno a confrontarsi, a scontrarsi, a non sopportarsi reciprocamente. Ognuno dei due rappresenta tutto ciò che l’altro ha in orrore.

Erano le due di notte. O forse le tre. Rete 4. Il film inizia e io, che lo avevo visto solo a spezzoni su youtube, decido di vederlo tutto, finalmente. L’attualità della pellicola, ma soprattutto della sceneggiatura, mi ha colpito. Attuale non perché ha previsto. Attuale perché anche allora il gioco delle parti era lo stesso. Il giudice di sinistra, l’imprenditore autocentrato e arrogante, più che di destra. Mi sono reso conto che il film può fare cultura proprio per questo. Capisci che questo gioco delle parti non è cosa di oggi. Non è l’Italia di Berlusconi. È l’Italia. Allora tocca mettere da parte tutti i vari “oggi è così, mentre prima…”. Comprendi che quello che disprezzi ha radici lontane, molto più ramificate di quanto si possa pensare.

Prendiamo “Il sorpasso”, forse una delle mie pellicole preferite, senza dubbio una di quelle a cui sono più affezionato: scopri che anche 50 anni fa c’erano i “pirla”, quelli che correvano in macchina, quelli senza arte né parte ma con un’auto sportiva fra le mani. Quelli che si collocano un gradino sopra gli altri, che fanno della loro superiorità uno stile di vita a cui gli altri non possono accedere.

“In nome del popolo italiano” aggiunge anche dell’altro. Ha un finale che ti fa pensare. L’imprenditore Santenocito è innocente e lo dimostra il diario della ragazza che è accusato di avere ucciso, perché lì lei racconta di volersi suicidare. Il diario finisce nelle mani del giudice che, anziché metterlo agli atti, lo getta fra le fiamme di una macchina che brucia in seguito ai festeggiamenti per una vittoria della nazionale italiana di calcio.

L’ineluttabilità del bene o, volendo, della soggettività. Il giudice Bonifazi va oltre la singola accusa all’odioso imprenditore. Vuole che venga processato per quello che rappresenta (cosa di cui lo stesso Santenocito lo accusa svariate volte) e per questo va oltre la legge; lui stesso la infrange perché il suo piano si compia. In questo non è diverso dall’imprenditore. Fino alla fine ti sei schierato con il giudice, hai visto in Gassman il colpevole, l’untore che porta egoismo e sopraffazione. Negli ultimi minuti invece accade qualcosa e non è che banalmente le parti si invertano, perché Santenocito resta comunque colpevole dei suoi comportamenti, degli agenti inquinanti che le sue industrie riversano in mare e in cielo; colpevole di corruzione e di arroganza. La sua figura non viene riabilitata. Semplicemente non è colpevole di omicidio. Anzi: non è colpevole di quell’omicidio. Il giudice Bonifazi invece diventa colpevole: colpevole di avere distrutto una prova essenziale, di non essersi attenuto alla legge scritta. Ha seguito il suo istinto, convinto che, prove o no, quell’uomo stia comunque meglio in galera che fuori.

Non è il cattivo che scopriamo buono e viceversa. È qualcosa di più. È qualcosa che attiene al limite, a volte insopportabile, che i buoni devono rispettare, perché altrimenti non sono più tali e iniziano a spartire qualcosa, nelle pratiche, con i loro nemici.

L’andare oltre il confine è un rischio grande che non penso possa essere giustificato esclusivamente dall’amore per ciò che è giusto: occorre grande responsabilità, chiarezza degli obiettivi, la consapevolezza che oltrepassare la soglia implica pagare personalmente questo sconfinamento, anche se fatto in nome di una collettività migliore.

È un discorso difficile e spesso contraddittorio.

Proprio per questo, mi piace molto.

innomedelpopolo4

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