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Archivio Maggio 2010

Immagini proibite

25 Maggio 2010 2 commenti

Ci sono cose che si pensano. Si pensano e basta. Non si confessano, come ultima ratio di un non ben definito spirito di conservazione: se nessuno conosce, forse può accadere. Il fatto era che conoscevano in tanti e in tanti condividevamo. Però un’ostinata speranza restava; irriducibile, per usare un gergo da striscione.

L’irrealizzabile, poi, dava una certa sicurezza, perché non c’era compromissione con la realtà.

Io ho pensato al nostro numero 4 con la coppa campioni sulla testa.

È successo sabato scorso e quella immagine mi si è fissata nella testa in mezzo ai deliri da allergia al polline all’ultimo stadio. Mi ha aiutato a sopportare gli starnuti che martoriavano un fisico debilitato.

È successo.

Da adesso, comunque, è un’altra storia.

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18 – ai miei, a Luisa, al mio Capitano

18 Maggio 2010 1 commento

Va via la pioggia e arriva l’allergia. Al polline. Il naso cola, la pelle intorno alle narici si irrita, gli starnuti arrivano a ondate dai 10 ai 5 per volta nel migliore dei casi. Sovraesposto alla polvere, agli odori. Quando mi arriva l’allergia di stagione mi pare di arrancare.

Ma le condizioni fisiche sono trasversali a quanto accade.

Domenica c’è stato il nostro trionfo. L’Inter gioca a Siena, campo evocativo di una vittoria e di una quasi sconfitta in chiave tricolore in passato.

Una partita sospesa, o almeno così mi sentivo io. Siamo in sala, io e mio padre. Nel primo tempo nessuna delle due reti viene violata. Noi ci proviamo ma anche il Siena non si tira indietro. Si chiude e qualche volta riparte. Tutti dietro la linea della palla i bianconeri: la maggior parte dei nostri passaggi sono orizzontali, leggermente curvati verso l’area avversaria. Varchi non ce ne sono.

Io penso. Penso che può anche finire così. Una parte di me sa che vinceremo, un’altra mi ripete che il calcio a volte è estremamente beffardo. Ci si può provare per 90 minuti più recupero contro una squadra meno forte, ma la palla può anche non entrare mai e il pareggio non basta.

C’è Capitan Zanetti che porta avanti la palla. Lo fa con dedizione, caparbietà. L’ultimo passaggio non è il suo forte, ma non è giornata da “ognuno ai propri posti”. Bisogna fare di più. È il 12° del secondo tempo. La palla buona arriva a Milito dai piedi di Zanetti che è passato attraverso vari giocatori del Siena e ne è uscito palla al piede. Nella mia memoria si è fissata l’immagine di lui che corre e degli altri fermi. Al limite dell’area l’ha data al Principe che ha fatto una torsione su se stesso riuscendo a mettere spazio tra lui e il difensore del Siena. A quel punto, palla al piede, porta davanti, difensore alle sue spalle. Pochi passi, tiro, gol.

È quello che una parte di me si aspettava, mentre un’altra resta stupita, sorpresa.

Ci sarebbe da fare un altro gol, perché uno può non bastare.

I minuti passano. Come con il ritorno contro il Barcellona, guardo più il cronometro del gioco in campo.

Poi tre fischi. È finita. Siamo campioni e nessuno ci può far tornare indietro da questo nostro 18esimo scudetto.

Ai giocatori chiedono sempre a chi vogliono dedicare la vittoria. Ai tifosi mai.

Anche se nessuno me lo chiede, io le mie dediche le ho fatte lo stesso.

Lo dedico ai miei genitori, perché tutto quello che sono è merito loro. Io non sono uno di quelli che è venuto su nonostante i suoi. Più cresco più mi rendo conto che ogni singola parola, ogni discorso, ogni veto, ogni abbraccio è stato parte di un piano. Un piano per farmi diventare come sono. Io non so se loro lo sapevano. Forse lo speravano. Hanno fatto del loro meglio perché le cose andassero così. Però non penso che cercassero una direzione per me. Credo che abbiano impostato tutto perché io una direzione me la creassi e che non ci fosse nulla ad impedirmi di diventare ciò che volevo.

Lo dedico a Luisa, anche se lei avrebbe preferito che questo scudetto avesse un altro colore. Ma poco importa. Io glielo dedico lo stesso. Ogni sera dividiamo lo stesso tavolo, lo stesso letto. A volte parliamo per ore, a volte stiamo in silenzio. Quando esce la mattina già mi manca. Quando rientra la sera, provo gioia sentendo le sue chiavi nella toppa. Con lei ho capito che il futuro non può essere altro che un presente sereno.

Lo dedico al nostro Capitano, che se lo è meritato più di chiunque. Lui è il tifoso in campo: ha vissuto l’Inter che non vinceva, quella che veniva derubata, quella che aveva i complessi e che veniva gestita senza criterio. Lui ha vissuto quello che abbiamo vissuto noi: una nostra emanazione sul terreno di gioco. Insieme a lui abbiamo visto cambiare allenatori, dirigenti, giocatori. Insieme a lui siamo stati presi in giro.

Insieme a lui abbiamo vinto e, adesso che abbiamo capito come si fa, non ci fermeremo.

Abbiamo ancora molto da prenderci per andare in pari.

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Ci stanno rubando un mese (“alla mia adorata Thelma”)

12 Maggio 2010 10 commenti

Manco mi ricordo più che è maggio. La mia mente ha rimosso tante cose: ha rimosso il ricordo della mia moto in box, le mie splendide magliette da sfoggiare, le All Star azzurre, la giacca Dainese nera, gli occhiali da sole.

Quando fa caldo mi piacciono persino le prime ore della giornata: le trovo più invitanti e più produttive, qualunque cosa si debba fare, e le sveglie non sono una tragedia.

Invece va così. Guardo meteo.it e scopro che forse, magarichissà, domenica dovremmo vedere un po’ di sole. Sono sicuro che le cose andranno immediatamente meglio, quando maggio sarà davvero maggio.

Mi sento derubato e preso anche un po’ in giro. Scarpe bagnate, giacca antipioggia, orme umide quando entri in casa.

Dopo un periodo di calma eccessiva, non poteva che scatenarsi un po’ di casino. E va bene così. Sono solo un po’ arrugginito e poco avvezzo allo stress. Ma passerà. I lavori organizzativi dipendono anche molto da altre persone. Si spera sempre che le esigenze di tutti riescano a tramutarsi in una unica volontà. Penso a Steve Buscemi, Mr Pink, ne “Le Iene”: mentre tutti attorno a lui stanno perdendo la testa, lui si inalbera e dice “ma che cazzo!, sono io l’unico professionista qui??!”.

Questa mattina, inutile dirlo, cielo grigio e pioggia. Pioggia come ieri sera, quando mi sono addormentato e sentivo l’inconfondibile rumore di acqua che scende oltre la tapparella abbassata.

Come se non bastasse leggo che quel bollito di Maradona, nella sua improbabile veste di Ct della nazionale argentina, non ha convocato né Zanetti né Cambiasso. Mi spiace per i nostri due eroi, chiaramente. Detto questo mi chiedo quale coppia di centrocampo possa rivelarsi migliore. C’è da dire che nemmeno Pekerman, l’allenatore che ha preceduto Maradona, aveva troppa simpatia per i nostri; anzi: se non sbaglio lasciò fuori anche Walter Samuel, altra scelta inconcepibile.

Venendo al titolo di questo post, direi che è composto di due parti. La prima attiene al senso di mancanza che ti prende quando hai la sensazione di stare subendo una ingiustizia: già, vista la lunga attesa, faccio fatica, sulle prime, a capacitarmi dell’arrivo della primavera. Se poi lo scenario è questo il lavoro di consapevolezza diventa quasi impossibile. Pare di vivere sospesi, come in un incubo di Dylan Dog. Aspettiamo di arrivare all’ultima pagina, poi cambieremo letture.

Parlando di Thelma, invece, vi dico subito che non so chi sia. Sabato scorso siamo andati ad un banco benefico di una chiesa qui vicino. Si trova di tutto, tutto usato: mobili, vestiti, piatti, bicchieri, giochi, fumetti e, ovviamente, libri. Sono questi ultimi a spingermi lì: difficile spendere più di tre euro a libro. Alcuni sono vecchi e bellissimi, altri semi nuovi e nemmeno aperti. Con 45 euro io e Luisa abbiamo riempito un sacco blu ikea con qualche decina di volumi. Io vado fiero di un paio di libri su Trotsky: uno scritto da Victor Serge, l’altro autobiografico. C’è anche una splendida “Storia dell’Anarchia”, che, divisa per volumi, parla della Banda Bonnot e anche di Alexandre Marius Jacob, il ladro gentiluomo che la penna di Maurice Leblanc trasformò in Arsenio Lupin.

I libri non raccontano solo le storie che vengono stampate pagina per pagina. I libri usati raccontano anche le storie di chi li ha avuti. Sono storie più difficili da capire, a volte gli indizi sono pochissimi. Qualche sottolineatura fa capire il punto di vista di chi lo possedeva prima, una cartolina lasciata dentro ricorda un viaggio, una “orecchia” più o meno a metà lascia intuire che non è stato finito. Le storie di chi ha avuto un libro sono spesso oscure, ma lasciano la sensazione di qualcosa di reale.

Abbiamo preso un libro di Carlo Fruttero, “Donne informate sui fatti”, edito da Mondadori alla fine del 2006. Il libro è praticamente intatto: nessuna piega sulla sovra copertina, nessuna sottolineatura. C’è un segnalibro di carta in mezzo, ma non so perché mi da’ l’idea che sia stato piazzato lì per caso e non ché la lettura si sia fermata lì. Nella prima pagina però c’è una dedica, scritta a penna, nera.

“Natale 2006”, in alto a destra.

Poi, poco più sotto, centrato: “…alla mia adorata Thelma”, firmato Louise. Il libro non l’ho ancora letto, ma su questa dedica ho posato gli occhi più volte. Ho pensato a che tipo di amicizia fosse, se Louise era più amica di Thelma, di quanto Thelma non lo fosse di lei, visto dove è finito il libro. Forse Thelma ha regalato il libro al banco benefico perché non ama leggere e non prova nessuna affezione per l’amica. Oppure qualcosa ha costretto Thelma ad interrompere la lettura in modo improvviso, il libro non è stato più in suo possesso e, attraverso mani sconosciute, è arrivato nello scaffale in cui lo abbiamo trovato.

C’è una striscia di nero all’orizzonte. Non so nemmeno se si può chiamare nuvola. Butterà ancora tanta tanta acqua.

Ci sono storie dentro alle storie. Mi piace pensare che queste pagine raccontino qualcosa in più delle intenzioni dell’autore.

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spqr eddi

6 Maggio 2010 3 commenti

Era un pomeriggio di pioggia. Uno dei tanti. Acqua a sfare, contro i vetri, contro i muri dei palazzi rendendoli più scuri. Unico vantaggio: il polline non gira e io non ho l’allergia.Pomeriggio di acqua e di casa. Borsa della palestra pronta, ma inutilizzata. Mi arriva una mail collettiva che racconta di tre morti in Grecia durante un assalto ad una banca a colpi di molotov. Cerco un po’ di notizie, poi trovo una webcam collegata con una strada di Atene. Sembra tutto tranquillo. Da una parte la polizia, dall’altra i manifestanti seduti su delle sedie al bordo della strada. Momento di tregua, si vede.

Messenger aperto. Alberto propone la finale di coppa Italia da Miki, io accetto di buon grado e penso ad un modo per arrivarci senza bagnarmi.
Carico l’ipod e cerco di costruire l’ennesima playlist perfetta che chiamo, con improvvisa fantasia, “ma sì”.
Lo schermo del mac ha varie pagine aperte, F9 me le fa vedere tutte, basta schiacciarlo.
Si apre una finestra di messenger. Spqr Eddi. Eddi da Haiti, dove lavora con il PAM (Programma Alimentare Mondiale). Eddi che conosco da una vita: quelle amicizie nate dall’amicizia dei nostri genitori.
Più piccolo di me di qualche anno, romano, antifascista, lottatore greco romano, busto imponente e sguardo dolce. Eddi parla poco, ma agisce molto. Nel suo cv harley riparate, un viaggio in solitaria in moto a Capo Nord partendo da Roma, battute memorabili, look da redskin, qualche giorno al pronto soccorso per avere aiutato un suo amico finito in mezzo ad un pestaggio dei fascisti.

Da  tempo lavora per il WFP. Lui è uno di quelli che non si scompone davanti a nulla: risolve problemi, capisce di meccanica e una calma invidiabile lo accompagna anche quando tutti intorno perdono la testa. Prima l’Africa, Dakar, poi Tblisi, Georgia e alla fine Haiti.

[15:05] Eddie: Salute, compagno.

[15:05] tommaso: Salute a te. Come stai? Come vanno le cose?

[15:05] Eddie:Bene. E tu?

[15:05] tommaso: Bene dai, abbastanza.

[15:06] Eddie: Bene. Scusa un attimo, mi devo assentare. Devo andare dall’altra parte della base.

È stato ad Haiti prima del terremoto. Stavano preparando tutto per la stagione dei tifoni. Quando la terra ha tremato, inghiottendo persone e storie, lui era a Roma. Licenza, riposo, qualche giorno con sua mamma e sua sorella.

Eddie: nessuna attività

Poi la tragedia e lui è stato richiamato lì. Tutto quello che era stato fatto per approntare l’isola alla stagione più dura, è andato in terra insieme alle case. Tutto da capo.

[15:15] Eddie: Eccomi.                                                                                                                                               [15:15] tommaso: ‘ndo sei stato?

[15:15] Eddie: prima ci portavano i conretti qua al container
[15:15] Eddie: ora dobbiamo andare alla cafeteria dal’altra parte!
[15:15] tommaso: ah non te li portano a letto??
[15:16] tommaso: :)
[15:15] Eddie: ancora no

Ho voglia di capire come è la situazione lì, cosa succede, come stanno le persone.

[15:18] tommaso: ma la situazione della popolazione lì come è?
[15:19] Eddie: brutta..
[15:20] Eddie: stano ancora sotto le “tende” (un telo di plastica e due pali…
[15:20] Eddie: che dovrebbero essere i ricoveri di emergenza
[15:20] Eddie: ma so passati 3 mesi!!!
[15:20] tommaso: ma secondo te per tornare alla cosiddetta normalità, quanto ci vuole…più o meno
[15:21] Eddie: il problema
[15:21] Eddie: e che non sanno dove metterli….
[15:21] Eddie: e inizia a piovere….
[15:21] Eddie: un sacco…
[15:21] Eddie: e sotto quei teli
[15:21] Eddie: entra tutto da sotto..
[15:21] Eddie: molti campi sono in pendenza
[15:22] Eddie: e l’acqua passa da sotto..
[15:22] Eddie: ed e solo l’inizio..
[15:22] tommaso: ma tra il materiale degli aiuti internazionali non c’è nulla che possa aiutare?…non so, tipo tende non aperte sotto,…
[16:58] Eddie: sta ancora arrivando molto matriale
[16:58] Eddie: il problema e che ci sono moltissime famiglie cosi..
[16:58] tommaso: e nn basta…immagino
[16:59] Eddie: eh no..
[17:00] Eddie: e comunque troppo leggere per la stagione ciclonica
[17:00] tommaso: che è arrivata o sta per arrivare?
[17:01] Eddie: il primo giugnio
[17:01] tommaso: ah..fra non molto…e quanto dura?

[17:01] Eddie: fino al 31 novembre…
[17:02] tommaso: un botto dura
[17:02] Eddie: si..
[17:02] tommaso: e tu te la becchi tutta?
[17:02] Eddie: eh si….
[17:03] Eddie: come l’anno scorso
[17:03] Eddie: ma l’altranno e’ stata tranquilla…
[17:03] tommaso: certo….non c’era il terremoto
[17:05] tommaso: fisicamente stai bene?
[17:05] Eddie: si si
[17:05] Eddie: qua si mangia bene
[17:05] Eddie: non come in africa!
[17:05] Eddie: cucina francese!!!!
[17:06] tommaso: ah beh….ve trattano bene

Poi Eddi si allontana dal suo pc. La nostra conversazione finisce qui. Io torno alle mie cose, al mio mac. Scruto il cielo che è ancora abbastanza nero. Non prenderò la vespa. Meglio i mezzi pubblici, così potrò anche ascoltare la nuova playlist, “ma sì”.

Forse anche Eddi ha buttato qualche occhiata al cielo. Un cielo che lì, presto, butterà giù tanta tanta acqua.

Forse lo avrà guardato,

sicuramente non si sarà scomposto.

http://spqreddie.blogspot.com/

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inter

4 Maggio 2010 4 commenti

Dicono che la mattina sia un momento propizio per scrivere. Me lo ha detto anche il mio amico Filippo, che di scrittura se ne intende. Io al momento scrivo perché devo ammazzare il tempo. Ieri sera ho preferito buttare via il telecomando che erano a stento le 11. Letto, libro di Enzo Biagi, pioggia fuori. Sonno. Stamattina, ovviamente, non c’è stato bisogno di sveglia. Un paio di cose da fare: una per Luisa, una per me. Quella per me – la ricerca di due biglietti per Inter Chievo di domenica – non può essere troppo mattiniera. Il baracchino che vende biglietti dentro alla galleria apre alle 11. Se mi metto in marcia adesso arrivo troppo presto. Allora un giro in rete, repubblica.it, interistiorg.org e la gazzetta on line. Scopro che qualcuno ha inviato una lettera minatoria a Lotito prima di Lazio Inter: se non avessero vinto, sarebbero stati guai. Esclusi dalle indagini i tifosi della Lazio direi, che per 90 minuti hanno tifato Inter piuttosto che vedere l’odiata Roma di nuovo in testa a due passi dal tricolore.
“Voi non avete idea di che cosa vuol dire essere laziali nella capitale quando la Roma vince lo scudetto”. La frase me l’ha riportata Lelia. Non stento a crederlo. Non faccio nessuna fatica a comprendere, in questo senso, il tifo contro la propria squadra. Ma questo non penso che coinvolga anche la mia squadra e nemmeno quello che è avvenuto in campo. Un primo tempo di assedio, con 4 o 5 occasioni nette per noi, andate in fumo.
Poi il gol di Walter Samuel. Il giocatore ha dichiarato: “non mi ricordo cosa ci facessi lì”, visto che di solito se ne sta in difesa. Strano, perché proprio in occasione del primo gol, nato da una ripartenza mancata dei laziali, io ho osservato il movimento di Samuel. Era in area, se ricordo bene, per cercare di rendersi utile su un calcio piazzato. La Lazio riprende palla e cerca di ripartire. Io guardo lui. Accenna a tornare a grandi falcate verso l’area che deve difendere. Poi però si accorge che la palla torna a noi e ferma la sua corsa. Resta un po’ indeciso sulla ¾, poi di nuovo verso l’area di rigore avversaria: prima incerto, poi sempre più deciso. Dalla sinistra arriva un cross di Wesley, lui si sposta con gli occhi al pallone in cielo. Lo prende di testa e fa gol.

Mattina di pioggia. E pare che pioverà più o meno fino alla fine della settimana. Io attendo istruzioni per un nuovo lavoro. Armato di mac e di telefono devo organizzare una serie di incontri di ricerca.

Ancora 4 partite. Se le vinciamo tutte, abbiamo vinto tutto. Domani sera scontro con la Roma per la finale di Coppa Italia. Mi aspetto una partita nervosa. I romanisti ce l’hanno con noi: apparentemente perché gli odiati laziali, secondo loro, ci hanno fatto vincere, in realtà perché pochi giorni passati in vetta alla classifica li hanno eccessivamente gasati. Poi Chievo in casa e Siena fuori casa. Se le vinciamo entrambi è scudetto. A chiudere il 22 maggio finale di Champions a Madrid, contro il Bayern Monaco.

Sarei stato curioso di sapere che reazione avrei avuto, a settembre, se mi avessero detto che noi interisti saremmo stati impegnati, con la testa e con il cuore, fino alla fine.
Ho un ricordo chiaro e netto in testa: 4 novembre, casa di Miki. Fuori buio e freddo. Dinamo Kiev – Inter. Ancora la fase a gironi. La Dinamo passa in vantaggio con un gol di Sheva. Alberto sentenzia: “ci preoccupiamo di essere fuori dai giochi a febbraio, ma tranquilli: quest’anno finisce molto prima”. In quel momento la nostra posizione nel girone era decisamente critica. Poi segna Milito e alla fine Sneijder. Primi nel girone. Forse da lì è cambiato qualcosa. Almeno nella mia testa. Da lì dritti fino a mercoledì scorso, Barcellona Inter.

Ho negli occhi l’intervista al Capitano a fine partita:  ha appena finito di piangere. Si sistema un po’ i capelli, si passa un paio di volte la mano anche sul viso.

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