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Archivio Giugno 2010

tommi

29 Giugno 2010 1 commento

Finestra aperta, resti della colazione sul tavolo. Un paio di stampati con le regole della lingua inglese svolazzano indecisi se cadere o meno dal divano.

Rumore di bottiglie gettate nell’apposito contenitore che viene dal cortile e la mia tenuta notturna (un paio di boxer) che mi accompagnerà fino a quando non deciderò di varcare la soglia di casa. Qualche bestemmia dagli operai sul ponteggio qui di fronte. Sorrido, tentato di rispondere ai loro sacramenti attingendo al mio ricco repertorio di madonne maremmane.

Sul mio comodino qualche libro. “La luna è tramontata” di Steinbeck è ancora lì, ma l’ho finito dal un bel po’. Ho dovuto leggere qualcosa su internet, perché, iniziando il libro senza saperne nulla, non avevo capito di che paese fosse l’esercito che occupava il tranquillo e freddo paesino del sindaco Orden: quale guerra, quale conflitto? Più o meno tutto mi stava sfuggendo, nonostante la lettura fosse piacevole ed appassionata. Si potrebbe definire un libro sull’ira del mansueto: un popolo che inizialmente accetta supinamente l’occupazione e opta per il quieto vivere, capirà poi che l’unica speranza è rivoltarsi. La ribellione come unica via possibile per la propria esistenza.

Mi ricordo che tempo fa una mia zia continuava a tessere le lodi della mia personalità: non che la cosa mi desse fastidio, ma avevo la sensazione che si fosse fermata ad un livello più che superficiale. Continuava a dire che ero buono, caro, tranquillo. Questa zia mi ha sempre conosciuto molto poco e ha interpretato il mio essere taciturno con un atteggiamento gandhiano nei confronti della vita. Io stavo zitto perché non avevo nulla da dire; sorridevo perché trovavo involontariamente comiche certe situazioni. Poi decisi di parlare e le citai l’Antico Testamento.

“Lo conosci vero?”

“Ma certo!”

“Hai presente quando si parla dell’ira del mansueto?”

“…sì…”

Ernest Everhard mansueto non è. Apparecchia la conversazione sistemando le sue argomentazioni in bella mostra, ma senza fretta né foga. Man mano che mi addentro nella lettura de “Il Tallone di Ferro” appare chiaro come quest’ultimo stia per schiacciare ogni anelito di giustizia. Primi anni del secolo scorso, Stati Uniti. C’è una sperequazione che grida vendetta, ma Ernest non grida: spiega, argomenta, cerca di portare i ricchi ai quali parla all’unica conclusione possibile: il loro privilegio si basa sullo sfruttamento della classe operaia e non c’è alcuna giustificazione logica, se non il profitto. L’ingiustizia è alla base del loro vivere.

Pare che a Ernesto Guevara sia stato dato questo nome di battesimo, proprio in onore del protagonista del libro di Jack London.

Ho scelto questo libro mentre, con Luisa, ci aggiravamo per la Feltrinelli di piazza Piemonte alla ricerca di regali per non so più quale ricorrenza.

“Scegli un libro, te lo regalo io”

Ho sorriso. La mia fidanzata è una ragazza generosa. Ho iniziato a girare per gli scaffali, inizialmente senza meta. Poi ho cercato di mettere in ordine le idee e di ricordarmi cosa c’è scritto sul mio file “libri & dvd da comprare”. Un file che aggiorno spesso, inserendo libri e pellicole di cui sento parlare.

Mi sono ricordato che, da mesi ormai, una riga di quell’elenco puntato era occupata da “Il Tallone di Ferro”. Con un po’ di concentrazione sono riuscito anche a risalire allo stimolo che mi ha portato verso quel titolo.

“L’Evasione Impossibile” di Sante Notarnicola (al quale, a sua volta, sono arrivato leggendo “Storie di Assalti Frontali”, di Militant A) racconta in prima persona le vicende del bandito della Banda Caballero. Un percorso lungo e accidentato. Un percorso di militanza politica comunista che non ha trovato risposte concrete all’interno delle sezioni e che, per questo, per il “peso dell’assenza”, come direbbero gli Assalti Frontali, è sfociato nelle rapine in banca come riappropriazione del maltolto alla classe operaia. Per Notarnicola un libro fondamentale nella sua formazione è stato proprio “Il Tallone di Ferro”, così riempii un’altra riga del mio elenco di “libri & dvd da comprare”.

Poi c’è Licia Pinelli e il suo libro “Una storia quasi soltanto mia”. Qui il percorso di avvicinamento a queste pagine, è stato semplice. La spalla verde con sopra la “F” di Feltrinelli mi attirava da un po’. Poi ho visto quello stesso libro in mano al mio amico Andrea che appoggiava i suoi occhi freddi e chiari su quelle pagine in religioso silenzio.

È un libro diviso in due parti: nella prima la moglie del ferroviere anarchico Pino Pinelli racconta la sua e la loro vita; la seconda parte sono testimonianze di chi, per un motivo o per l’altro, ha vissuto da vicino la vicenda. Il 15 dicembre 1969 fa da spartiacque: quella notte l’anarchico Pinelli precipita da una finestra della questura di Milano. E muore. Era stato chiamato in questura e interrogato in merito alla strage di piazza Fontana, avvenuta tre giorni prima. Subito dopo l’esplosione si seguiva la pista anarchica, pur sapendo che gli anarchici non c’entravano nulla. Così, secondo la versione della questura e del commissario Calabresi, Pinelli, resosi conto di essere alle strette, avrebbe optato per il suicidio, gettandosi dalla finestra. Innocente.

Dalla strage di piazza Fontana nulla è stato più come prima. E la bomba scoppiò proprio per quello, perché nulla fosse più come prima. Calabresi visse fino al 17 maggio 1972, quando gli spararono un colpo in testa e uno alla schiena in largo Cherubini, non lontano da casa mia. Fu il primo omicidio politico di quegli anni, pallottole che dovevano riportare la giustizia, che dovevano vendicare. In pochi, in quegli anni, ebbero la lucidità di vedere, da subito, l’inizio di una spirale dalla quale non si sarebbe usciti. Quantomeno non vittoriosi.

Intanto però Licia Pinelli mi ha raccontato i fatti prima di quella notte tragica, per Pino e per la storia della Repubblica. Per ora parla della vita di due giovani innamorati, con pochi soldi e tante cose da dirsi, tante altre su cui riflettere.

pinelli

È tempo di prepararsi. Devo mettere insieme i fogli di inglese ché alle 3 ho lezione. Poi, uscito da lì, devo passare a comprare qualcosa da mangiare.

Mi farò anche una doccia: casa nostra è ben areata e la notte si sta freschi. C’è però comunque una patina di sudore che non si elimina facilmente.

In boxer davanti al mio mac riesco a sentire un po’ del mio odore, non ancora spazzato via dal doccia-schiuma. Sorrido. È lo stesso odore che sentivo quando ero piccolo e mio papà mi prendeva in braccio, d’estate a Capalbio.

L’odore che sente un cucciolo aggrappato al suo genitore.

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A qualsiasi costo

24 Giugno 2010 2 commenti

I documenti word, iniziati e non finiti, iniziano ad essere abbastanza. Voglia di scrivere senza qualcosa di chiaro da dire, senza un capo né una coda. Ma nemmeno questo, era stato un problema. Adesso pare che lo sia. La mia voglia di far scorrere le dita sulla tastiera è di gran lunga superiore alla organicità di quanto ho da dire.

Però poco fa, mentre finivo la mia colazione in solitaria davanti alla finestra aperta sul giugno milanese, mi sono detto che, indipendentemente dal risultato, devo postare qualcosa. A qualsiasi costo.

Ieri sera ne parlavo con una giovane amica, avvolta in un bel vestito (indiano se ho capito bene). Lei sta scrivendo la tesi ma non le riesce. In casa sua più di una persona usa (o ha usato) la penna per guadagnarsi da vivere. Si è tornati al discorso del “dono di natura”, cosa a cui io ho sempre creduto fino ad un certo punto.

Mia mamma si incazzava come una bestia (e mia mamma incazzata fa abbastanza paura) quando andava a parlare con i miei professori al liceo. Io ero una frana, in tutto: un po’ non capivo, un po’ non volevo capire. Soprattutto il primo anno ero in guerra contro tutto ciò che era istituzionale. Scuola, professori, presidi. Consideravo indegni i miei compagni di classe che, con i loro atteggiamenti, baciavano le chiappe a insegnanti ben preparati solo a riconoscere un vero leccaculo. Così non studiavo, non mi applicavo. Era la mia forma di ribellione. Nei temi però i miei voti erano solitamente alti. Leggevo, argomentavo, costruivo scalette che poi seguivo. Dicevo la mia con passione.

Quando la mia mamma faceva presente che evidentemente non ero un completo idiota, i miei insegnanti liquidavano i miei successi negli scritti dicendo “Beh, signora, quello è un dono di natura”. Quindi non conta.

Non penso si tratti di un dono di natura. Penso che si tratti di propensione che però ha sempre bisogno di applicazione e studio. Sono propenso a scrivere perché mi è sembrata la cosa più semplice e che potevo fare ovunque. Allo stesso modo (perdonate il paragone) Monicelli disse che aveva iniziato con il cinema perché era la forma di espressione più facile da raggiungere avendo pochi, pochissimi mezzi.

Dono di natura o no, a me la scrittura, quando non c’è, manca.

Ripenso con tenerezza al me stesso di 15 anni fa. Ho questa immagine di me seduto sotto ad un pino a Capalbio: quaderno a righe appoggiato alla coscia, penna in mano, il mio cane assopito accanto a me. Scrivevo e scrivevo.

A qualsiasi costo.

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politica

13 Giugno 2010 2 commenti

Domenica. Finestra aperta, resti della colazione ancora sul tavolo in attesa che mi salga la voglia di mettere in ordine. L’odore della carta del giornale aperto di fianco al caffè è stata sostituita, da tempo, con lo schermo del mio mac: una occhiata a repubblica.it, fcinternews.it, gazzetta.it. Seconda sigaretta della giornata e il pensiero agli esercizi che farò in palestra questo pomeriggio. Pare che verrà a piovere, più tardi. All’incirca verso le 5. Io per quell’ora dovrei essere già a casa, docciato, vestiti puliti.

Con questo mac portatile nero, che chiuso e messo in verticale potrebbe ricordare il monolite di “2001 – Odissea nello spazio”, dovrò organizzare le mie vacanze. Partiranno mail, prenotazioni, guarderò le distanze chilometriche e qualche foto dei posti in cui andrò. Poi quelle date arriveranno e tutto diventerà reale: strade, stanze di albergo e panorami.

Ma non ci siamo ancora, quindi andiamo con ordine.

Qualche giorno fa il mio fraterno amico Alberto, ha mandato a molti suoi amici, fra cui me, una mail collettiva che invitava a dire qualcosa, incazzarsi, parlare di come stanno andando le cose in Italia. Legge sulle intercettazioni, soprattutto. I modi del mio amico sono stati diretti, indignati e anche un po’ incazzosi. Qualcuno gli ha risposto facendogli presente che pensare di essere l’unico ad essere profondamente indignato, non era corretto. Anzi: presuntuoso. Alberto è stato contento di questa risposta, perché se non altro è una risposta.

È da molto tempo che penso alla situazione politica italiana fra me e me. Credo che una delle più grandi vittorie di questa classe dirigente si sia concretizzata nel fatto di togliere, a tutti noi, il piacere di parlare di politica. E non si tratta solo di averci tolto un passatempo; per alcuni – fra cui me – uno dei preferiti. È un altro modo per zittire, per rendere l’amministrazione di questo Paese il più lontana possibile dai nostri pensieri e dalle nostre azioni. Aspettiamo la fine naturale del despota, convinti della nostra superiorità ma incapaci di esprimerla. Perché la strategia è proprio questa. Amministrare sfacciatamente per il proprio interesse personale, eliminare il concetto di collettività, instillare individualismo, paura, indifferenza. Avere così tante argomentazioni contro chi ci governa, è come non averne nessuna. Paradosso che riduce al silenzio. Ultima pantomima: il Governo è stato eletto dal popolo, quindi tutto quello che fa è volere del popolo. Quindi, ancora, ogni tentativo di bloccarne il potere esecutivo è antidemocratico e scorretto.

Falso. Falso perché, la differenza fra una democrazia e un regime sta, sostanzialmente, nel come si amministra il potere. Se lo si gestisce nel rispetto delle regole condivise e trasversali ad ogni governo, siamo in una democrazia evoluta. Se il mandato elettorale diventa un mandato in bianco, non c’è alcuna garanzia.

Chi governa è vincolato all’interesse collettivo dalle regole costituzionali.

Sono onorato del fatto che questo tipo di ragionamento venga ascritto ai comunisti. Vuol dire che abbiamo un’ottima nomea e che siamo, come sempre, i migliori. Però, per essere onesti, non è vero. Non è vero che solo i comunisti vogliono che le regole si rispettino: lo vogliono anche tante altre anime della politica italiana.

Parlo per me. La mia storia, la mia cultura, i miei studi, le mie idee, la storia dei nostri padri partigiani, mi collocano così al di sopra di questa classe politica da non farmi nemmeno “scendere in campo” per combatterla. La mia – e la nostra – superiorità è talmente palese che a volte mi fa quasi sorridere di fronte a certe sfacciataggini. Non sono superiore perché sono migliore. Sono superiore perché io mi intendo di politica, loro no. Non è un nemico politico quello che abbiamo di fronte. È il potere di uno solo e della sua cricca. Quante sono state le uscite del premier che sottolineavano la sua estraneità alla vita politica? Tante, l’ultima oggi, dicendo che non si fida dei politici di professione. Il punto è questo. Ho, e abbiamo, un armamentario del tutto inadeguato per fronteggiare queste armate del male. Credo ci si debba rendere conto che questa non è una situazione da risolvere a colpi di campagne e tornate elettorali. La soluzione non ce l’ho, ovvio. Penso solo a quello che non dovremmo fare, che mi sembra, comunque, un punto di partenza.

Nemmeno in questa domenica di giugno con il tempo dilatato le idee mi si chiariscono più di tanto. Resto con una sensazione di estraneità a tutto quel che accade nel Palazzo. Parto dall’idea che questa estraneità è un punto a favore dei potenti. Bisogna superare il disgusto di affrontare un nemico così viscido. Bisogna iniziare a pensare che stanno cambiando le regole del gioco e che il nostro sapere, la nostra cultura, la nostra affezione alla vita collettiva, non sono aspetti che prima o poi prevarranno naturalmente. Penso anzi che stiano correndo il serio rischio di diventare inutili, ridotti a mero esercizio logico intellettuale.

Battaglie che non conosciamo e che ci fanno persino un po’ senso. Battaglie che vanno combattute con la melma fino alla cintura.

C’è un insegnamento che considero prezioso.

so’ bbattaglie sporche ’e mmerda
’e bbattaglie pulite
stanno sulo rint’â capa ’e chi stà sempe c’ ’o culo aparato

“Nell’era della confusione semiotica” – 99Posse

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nuova estate

11 Giugno 2010 2 commenti

…che poi non è che non abbia niente da dire. Anzi.

Accosto il sacro ed il profano con questo esempio: dopo la tripletta dell’Inter, mi sono sentito svuotato, come se si aprisse una nuova era con la quale non so bene come approcciarmi.

Eppure è giugno e ce lo siamo pure vissuto.

Eccomi qui, accaldato e un po’ sudaticcio a casa mia. Anche leggermente sporco. Il tapparellista mi ha chiesto se gli davo una mano a mettere a posto la tapparella di sala e così, mentre lui sopra alla scala aveva le mani infilate dentro il cassone, io, da sotto, alzavo e abbassavo la tapparella seguendo i suoi ordini. Chiaramente, sulla mia testa già abbastanza sudata, si è depositato lo sporco che può venire fuori da un cassone di una tapparella. Mi sono dato giusto una sciacquata. La doccia a stasera.

Anche perché c’è da andare a fare la spesa, quindi portare su i pacchi, quindi sudare ancora un po’.

Ma domani è sabato e, quindi, si dorme. E qui si dorme con le finestre tutte aperte, per fare giro d’aria. La strategia funziona talmente tanto che, quando la notte sta per finire, fa quasi fresco. Miracoli dell’ottavo piano e della doppia esposizione.

Inutile dirlo: la moto è stata tirata giù dal suo supporto che la fa stare con la ruota dietro a mezz’aria. Ed ha corso. Ha corso lungo la valle del Trebbia, con la mia hermana Lelia seduta dietro. Ha corso per tornare a Milano, lungo le curve del passo Penice, poi Varzi e poi, naturalmente, sulla Milano Genova.

moto

Una foto tributo alla voglia di muoversi, di sudare, di stare tra amici, di pranzare con i miei genitori e, sostanzialmente, di starci dentro.

Guccini parlava con dispiacere di “chi aspetta sempre l’inverno, per desiderare una nuova estate”.

A volte ci vuole tempo per capire che certe parole stanno bussando alla tua porta.

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