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Archivio Luglio 2010

tlack tlack da castelsardo a milano

30 Luglio 2010 2 commenti

Apro gli occhi e ho un attimo di smarrimento. Solo poche frazioni di secondo per capire dove sono. Mi è successo spesso in questi giorni, al risveglio: capire dove mi trovo, quale letto e quale giornata mi aspetta.

Ma oggi la risposta è stata semplice: il mio letto, la mia casa, i miei due cuscini, Luisa uscita per andare al lavoro.

C’è un sottile piacere nel riprendere le solite cose, nel trovarsi nella propria tana.

Questa è stata la prima mattina di relax totale, di sveglia inesistente e di amatissimi tempi morti: mi rollo con calma una sigaretta, mi verso ancora del succo di frutta, guardo fuori dalla finestra senza posare lo sguardo su nulla di preciso.

Anche ieri mattina mi sono svegliato nel mio letto, ma non è stato un risveglio accomodante. Nella mia testa ronzava il sapore del vino e il relativo mal di testa. Ieri mattina ho fatto un rapido conto delle ore dormite: poche. Ma poche palle. Dovevo andare di volata in via Sciesa, dove ci sono i meccanici della mia moto. La amata V.Strom ha iniziato a fare un rumore non previsto qualche giorno fa, precisamente martedì 27 luglio. Quel giorno sono andato da Castelsardo fino ad Olbia. Pochi chilometri se si sceglie una statale che attraversa l’interno. Un bellissimo giro se si decide di correre lungo la costa. E lungo la costa ho corso: giornata soleggiata e ventosa, quasi nessuna goccia di sudore, un po’ di musica nel casco e quella dolce ebbrezza dello stare da soli, senza testimoni, senza decisioni collettive. Poi però, a qualche decina di chilometri da Olbia, la catena fa “tlack tlack” più o meno ad ogni passaggio sulla corona. A Palau ho cercato di capire cosa fosse: un qualcosa rimasto incastrato, una maglia non a posto, addirittura qualcosa nel bauletto che sbatacchia. Guardo, mi sporco le mani di grasso, ma non trovo nulla che non vada. Mi sale un po’ di ansia e vedo Olbia e l’albergo come punto di arrivo. Il mio umore scende ancora di più quando, a pochi chilometri dalla meta, mi trovo davanti un Van della Mercedes. Ho l’impressione che sia uno di quei mezzi che fanno la spola tra la cittadina sarda e la costa smeralda: vetri neri, mezzo quasi nuovo. Mi irrita averlo davanti perché la sua guida è incostante. Non trovo spazi per superarlo, studio le sue traiettorie che non sono mai le stesse. Guidatore improvvisato. E distratto. Ogni tanto frena senza motivo e io dietro a maledirlo con il “tlack tlack” in sottofondo.

Poi arriva Olbia. Trovo l’albergo e mi impossesso della stanza. Una stanzetta carina, fresca e pulita, ma niente di più. Claustrofobica all’idea di doverci ammazzare un pomeriggio. Mi doccio e faccio qualche telefonata. Chiamo anche i miei meccanici a Milano. Mi dicono che con ogni probabilità è la catena: “guida senza strappare, non dare brusche accelerate. Appena arrivi portacela”.

Ok. Cerco di tranquillizzarmi. Mi vesto leggero, lascio tutto in stanza e inizio un giro per Olbia, a piedi. Dopo circa un paio di ore ho visto tutto: sono passato due volte sulla banchina del molo turistico, ho attraversato altrettante volte l’isola pedonale. Entro in un bar per un succo di frutta e il pomeriggio sembra non passi mai. Alle 5 e qualcosa apre una edicola e io mi procuro repubblica e un Dylan Dog.

Quasi ora di cena. Scorro i canali della tv satellitare in stanza e vedo il tg3. Sembra che nel partito di governo le cose non stiano andando bene. Fini vuole rompere. A me che uno scossone a questo regime lo dia un fascista, fa pensare.

Scendo a mangiare. Non ho fame perché un velo di malinconia e preoccupazione mi ha un po’ chiuso lo stomaco. Però mi sforzo e butto giù degli ottimi tortelli al formaggio con sugo di pomodoro.

Due passi per Olbia by night. Adesso il corso è pieno di persone: ragazzi che corrono sui motorini, famiglie straniere e italiane. Squilla il cellulare ed è mio padre: è a Roma per lavoro e mi dice che gli hanno dato una stanza in un hotel 4 stelle, “ma tristissima”. Mio padre riesce ad essere ironico nelle situazioni sgradevoli. Mi fa bene chiaccherare con lui. Poi ci salutiamo con un “a domani sera” pieno di voglia di vederci.

Adesso è tempo di andare in stanza e cercare di dormire. Domattina la sveglia è fissata per le 5 e 30. il traghetto parte alle 8, devo essere al molo alle 7 ma devo anche raggiungere Golfo Aranci e ci vogliono circa una 20ina di minuti. E poi devo dare il tempo alla pressione di salire.

Mi butto nel letto, leggo un po’ del “deserto dei Tartari” e penso alla solitudine di Giovanni Drogo. Diversa dalla mia, ma un uomo da solo fa andare la testa e forse ho questo in comune con il giovane militare di servizio alla Fortezza Bastiani, rivolta verso un nemico inesistente.

Spengo la luce ma stavolta sono i pensieri a farmi compagnia. Una compagnia non voluta: avrei piacere che mi lasciassero solo e se ne andassero a dormire. Ma a volte i pensieri sono peggio di alcuni amici che a notte inoltrata non se ne vanno da casa tua. Penso soprattutto alla moto: al quel “tlack tlack” che potrebbe diventare un problema. Penso a quanti chilometri mi separano da casa e a quale piano di contingenza potrei mettere in atto se domani mattina non dovesse camminare. Se non arrivo nemmeno a Golfo Aranci vuol dire che perdo il traghetto. Ho visto una agenzia di viaggi poco distante: potrei andare lì e prenotare subito un nuovo traghetto, magari con sbarco a Genova anziché a Livorno. Poi però dovrei trovare anche un altro albergo. Potrei chiedere a questo stesso albergo se ha una stanza per un altro giorno, ma a giudicare da quanto era affollata la sala da pranzo prima, ne dubito. Poi dovrei trovare un meccanico, possibilmente onesto e poi….

Basta. Se faccio così non dormo più. E poi in non so quale film ho sentito dire che è inutile preoccuparsi per qualcosa che non si sa se si verificherà. Nel buio della stanza mi rollo una sigaretta che mi fumo affacciato alla finestra.

Mi ributto nel letto e in soccorso mi arriva il pensiero del mio amico Eddi. Tempo fa se ne andò a Capo Nord, da Roma, con una moto rimessa in sesto con le sue mani. Arrivato a destinazione, sul viaggio di ritorno la moto si rompe. Si scassa il carter “e lì non c’è nulla da fare”, mi scrisse via mail. Nessun tentennamento. A forza di passaggi su camion e soste prolungate Eddi riesce in pochi giorni a tornare a Roma. Lo ammiro. Io non sarò mai così, non avrò mai il suo sangue freddo in viaggio. Però penso che dagli amici c’è sempre qualcosa da imparare. E se lui non si è scomposto con la moto ferma a Capo Nord, io non posso perdere il sonno per un “tlack tlack” a Olbia. Inoltre la mia moto non è ferma: le prestazioni sono quelle di sempre e l’erogazione è comunque fluida. Mi addormento con questa idea, ma ormai saranno le due.

Ore 5 e 30. Oltre la finestra è ancora buio. Un buio quasi sconfitto dall’alba, ma non ancora del tutto arreso. Mi vesto e scendo a fare colazione. In realtà la servono dalle 7, però la sera prima la gentile signora dell’albergo ha lasciato un appunto al portiere di notte di dare la colazione alla stanza 301.

C’è un giovane ragazzo un po’ in carne e dall’aria sorridente. Molto professionalmente mi chiede cosa voglio. Gli chiedo un caffè doppio, anzi triplo. Lui me lo fa sorridendo, poi mi porta anche una brioche e un bicchiere d’acqua. Risalgo in stanza, mi lavo, prendo i bagagli e scendo a caricarli sula moto. Infilo la chiave nel quadro, giro e tutte le luci si illuminano. Mi fermo un attimo come a chiederle con il pensiero di portarmi a casa. Accendo, il motore parte. Prima inserita e movimento.

Bella quest’ora, peccato non vederla quasi mai. Le strade di Olbia sono deserte. Vado verso il mare con il “tlack tlack” di sottofondo. Trovo subito la strada per Golfo Aranci. Rumore a parte, mi pare che tutto funzioni sulla mia Suzuki.

“Se riesco ad imbarcarmi – penso – i problemi diminuiscono. Se mi si ferma a Livorno posso sentire Beppe, che abita lì…dovrebbe essere tutto più semplice”.

Il piazzale dell’imbarco è quasi vuoto quando arrivo io. Sono la prima moto: altre si accoderanno con il passare dei minuti. Arriva la nostra nave, illuminata dalla luce dell’alba. Attracca e sbarca. Piena come un uovo. Poi tocca a noi. Fanno salire prima le moto, gridando alla carovana di bikers “mettetevi tutti il casco entrando”. In effetti il garage della nave non è un posto a rischio zero. È abbastanza grande da invogliare a inserire anche una seconda per attraversarlo tutto. Allo stesso tempo il pavimento è liscio, a volte bagnato da acqua altre volte da qualche perdita d’olio. A questo si aggiungano le protuberanze atte a legare i mezzi e un’altra serie di ostacoli da evitare.

Mi metto il casco e la parcheggio dove dicono.

Fin qui ci siamo.

La traversata la passo in parte sul ponte esterno a prendere sole, in parte al ponte 5, dove, per 7 euro, mi sono preso una poltrona. Comoda e il salone è molto silenzioso.

Verso le 2 del pomeriggio si potrebbe gridare “terra!”. È Livorno che si scopre. Sento aria di casa: conosco le vie e i promontori. Mando un messaggio a mia mamma, dicendole che ho Livorno davanti e che gliela sto salutando. Mi chiama contenta di questa condivisione.

Si sbarca. Eccomi a Livorno.

“Tlack tlack”. Trovo l’autostrada. Leggo subito che mancano 78 chilometri al bivio per la Cisa.

“Settantotto km non sono niente – penso – Poi ne mancheranno meno di 200. Dai piccola che ce la facciamo!”. La piccola in effetti va. Come sempre. Mi piazzo a 120/130, costante.

Benzina a Pontremoli e tirata fino a Milano.

Ce l’ho fatta. Ce l’abbiamo fatta. “Tlack tlack” di sottofondo.

Dopo una serata a ristorante a festeggiare il mio ritorno con i miei e con Luisa, il vino si è fatto sentire. Ero immensamente felice di stare a tavola con la mia famiglia. Così ho bevuto, tanto guidava mio padre. Ho bevuto ma la mattina dopo la sveglia è stata una mazzata.

Alle 9 e 30 dovevo assolutamente essere dai meccanici. Barcollo, ma arrivo alla loro officina.

Uno dei due ragazzi la prova, fa qualche metro, “tlack tlack” e poi torna indietro.

“Sì sì, è la catena. Anzi: è la corona. I denti della corona sono in cattive condizioni. Fa questo rumore perché ogni volta che un anello della catena si sgancia dal dente della corona, non lo fa in modo fluido.”

Gliela lascio. Non c’è altro da fare che cambiare corona, catena e pignone.

Cambiano a tempo di record. All’una meno qualcosa mi chiamano per dire che è pronta. Vado a prenderla. Catena nuova fiammante e corona lucente, con un qualcosa di tamarro.

Li ringrazio e gli auguro buone vacanze.

Io e la V.Strom torniamo a casa sereni, senza rumori di fondo.

Era vero quello che si diceva in quel film che non ricordo: inutile preoccuparsi per qualcosa che non sai se si verificherà.

In fondo ho fatto questo viaggio anche per imparare qualcosa.

… “tlack tlack”….

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partenza – sardinia

19 Luglio 2010 1 commento

poche parole, perché ho il bauletto aperto di fianco a me pronto per essere riempito. domattina lo metterò sul pianale della moto e inizierò il mio viaggio alla volta della sardegna.

penso al mare, all’odore del porto, alla bandiera con i 4 mori, alla cartina dell’isola regalo di luana, ad alberto che ieri sera, davanti ad una cena sciccosissima, mi ha dato le chiavi di casa sua a sestri, tappa intermedia.

tornerò alla parola scritta. ho appena comprato, alla modica cifra di 15 euro (secondo me uno sproposito) un moleskine a righe modello taccuino. quando scrivo su quelli classici, a quaderno, ho sempre delle difficoltà con la pagina di destra: la mano non appoggia bene. così invece spero di avere ovviato al problema.

c’è solo un piccolo dolore, la separazione dal mio amore.  ma lo rivedrò presto.

per il resto ringrazio tutti quelli che mi hanno detto “buon viaggio” dal profondo del cuore.

tra una settimana riabbraccio tutti.

a presto

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sovraesposizione

11 Luglio 2010 3 commenti

Domenica di luglio. La città vista da queste finestre sembra immobile, avvolta e vinta dalla canicola. Milano d’estate non è lucente. È sovraesposta. C’è luce e riverbero ovunque. Luce malsana che attraversa la coltre dei gas di scarico.

Guardo di continuo la mia mail. Arrivano risposte dai bed and breakfast sardi. Ci siamo quasi, è quasi tutto pronto.

Domenica di luglio che si aspetta senza tanta attenzione la finale di coppa del mondo di calcio, Olanda Spagna. Il presidente Moratti si augura che vinca l’Olanda, per Wesley, mentre Zanetti dice che smetterà di giocare quando la nostra maglia avrà due stelle sul petto: per fare in modo che arrivino il prima possibile, dal primo luglio il nostro capitano ha ripreso ad allenarsi.

Io non ho molto di meglio da fare che starmene in mutande ed espadrillas; avrei bisogno di una doccia, ma alle 3 ho intenzione di andare in palestra e allora tanto vale aspettare e sudare sul sudato.

Luisa di fronte a me sfoglia il nuovo numero di “Rolling Stone”: c’è giusto una intervista ai Pearl Jam a destare la sua attenzione, ma per il resto non è particolarmente affascinata dal magazine patinato. C’è la recensione di un album dei Cor Veleno, c’è molta pubblicità, c’è una intervista a Vauro.

Ho appena finito “il Tallone di ferro” che termina in un crescendo di violenza e rivolta fra le vie di Chicago. Quando chiudo un libro mi sento bene, più pronto. Non devo più immaginarmi quali parole e quali vicende si nascondono dietro al titolo: adesso le conosco.

Per questo è bello leggere libri che hanno titoli famosi: lessi “Fahrenheit 451” di Bradbury perché ne avevo sentito parlare tantissimo. Volevo sapere quali parole si celavano dietro a quel titolo. Lessi e ne rimasi soddisfatto.

Penso che partirò solo con il bauletto posteriore e la borsa magnetica da serbatoio. Il bauletto si chiude a chiave, mentre la borsa la si può staccare senza intoppi e la si può portare a tracolla. Avrei preferito poterla portare tipo zaino, ma non mi lamento.

Fa un gran caldo: sono un cucina, in mezzo alla corrente d’aria, ma mi pare che sia aria calda. Oltre il confine delle nostre finestre è tutto immobile. I vicini hanno deciso di martellare in casa loro di domenica mattina. È proprio vero che il concetto di alterità sta via via scomparendo. Ho sentito i primi colpi di martello abbattersi sul muro di fianco al nostro che saranno state le dieci. Rumore fastidioso. Però ero troppo sfatto e assonnato per farmi svegliare del tutto. E poi ero andato a letto con il cielo che iniziava a schiarirsi. La notte d’estate dura poco. La luce arriva presto.

È una domenica di luglio e fra poco mi alzerò da questa sedia per fare un passaggio radente alla nostra libreria e decidere che cosa iniziare a leggere. Credo che mi indirizzerò verso “Pian della Tortilla” di Steinbeck: la storia di un gruppo di amici che condivide una visione del mondo anti borghese. Almeno così mi è parso di avere capito.

È stato il primo romanzo di Steinbeck ad avere successo. 1935. Da lì in poi la fortuna e i soldi non lo hanno più abbandonato.

Meglio provare ad attivarsi: mettere un po’ in ordine e fare finta che questo caldo non sia poi così avvolgente.

Luisa di fronte a me beve succo di frutta e, abbandonato “Rolling Stone” vaga nella rete.

Sullo sfondo, una città sovraesposta.

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…col bene che ti voglio

6 Luglio 2010 5 commenti

…non che il fondoschiena della ragazza sul tapis roulant davanti al mio fosse male, anzi.

Continuava ad allungare la maglietta grigia per coprire quella zona. Però io avevo finito di correre. Stavo camminando alla velocità di 4.5 km/h per cercare di riprendere fiato e dare il tempo al mio corpo di ritrovare un equilibrio. Non pensavo al suo fondoschiena, no. Ammetto che mi sarebbe stato più utile ad inizio corsa, per sopportare meglio lo sforzo, ma a quel punto ormai la mia mente era alla doccia, al pranzo con i miei genitori e alla sigaretta fumata chiaccherando con loro. C’è sempre un po’ di anticipo nella mia testa, ma ormai ho imparato a gestirlo.

Doccia è stata, ed è stato anche pranzo. Con mio padre ci siamo fumati qualche sigaretta guardando non so più cosa su sky. Poi mi sono steso nel letto di fianco a mia mamma. Leggeva. Ha chiuso i libro e me ne ha raccontato un po’. Ho ripensato a quando mi leggeva le storie, i “topolino”, le favole di Rodari. Quella stessa voce e io nella stessa posizione.

Sono uscito in strada con la mia borsa della palestra a tracolla. Ho messo qualcosa ad asciugare al sole, sul terrazzo, il resto l’ho lasciato dai miei.

Tirare su la moto dal cavalletto laterale non è stato semplice. L’asfalto si scioglie e il cavalletto affonda. L’inclinazione della v-strom è superiore alla norma. Devo spostare il peso dall’altro lato se voglio muoverla.

V-strom che ti voglio bene, ma nel traffico, caldo e incasinato, sei ingombrante.

Sono andato dai miei amici meccanici, lì vicino. Qualche tempo fa mi avevano detto che la gomma dietro era arrivata.

“Quanto ci faccio ancora secondo te?”

“Un migliaio di chilometri”

Azzerai uno dei due contachilometri parziali quella volta. Adesso segna oltre 900 km.

Torno da loro. Devo fissare l’appuntamento, prima della Sardegna.

Entro, sono affaccendati con due motorini. Sento odore di benzina, olio, sgrassatori. Ho ripensato a quando entravo nella officina del padre del mio amico Emanuele, a Capalbio. Stesso odore, stesso miscuglio che sa di motore.

Non li disturbo, aspetto che si scostino un attimo dai due motorini.

“Dimmi dimmi…anche se lavoriamo ti sentiamo”

“Beh volevo fissare il tagliando: cambio olio, tirare la catena, controllare il controllabile insomma. E poi c’è la questione della gomma”

“Cioè?”

“Mi avete detto che sta finendo”

“Andiamo a vedere…eh sì…sta finendo. Quando è che parti?”

“Il 20”

“Ah…siamo strettini con i tempi”

“Dici?”

“Bhe…vediamo…”

Si mette a sfogliare il calendario degli appuntamenti. Scorgo qualcosa: “fanale dx anna”, “gomma aprilia marco”, “pastiglie ant freno majesty enrico”.

“Il 20 è un martedì – gli dico – per me possiamo fare anche il lunedì prima”

“No, perché se poi c’è un qualsiasi intoppo, un contrattempo qualsiasi, che facciamo?”

Sfoglia ancora.

“Mercoledì. Mercoledì 14, ti va bene?”

“Sì certo. Grazie”

“Tommaso, ruota 17 michelin v.strom + tagliando” va a sommarsi agli impegni di quel giorno.

Vado in box dai miei. Tiro fuori la vespona bianca. La moto la parcheggio di fianco alla macchina di mio padre.

Il fatto è che è luglio. Luglio che ci si squaglia, che ci si inizia a chiedere “vacanze?”, quando non si sa cosa chiedersi. L’estate aumenta le occasioni di discorsi futili.

Torno a casa. C’è da chiamare mio cugino che ha avuto il secondo figlio, c’è da contattare un editore per capire se, a settembre, ci sarà posto anche per me sul suo carrozzone. C’è da comprare il dentifricio, le lamette del rasoio, la cioccolata e il succo di frutta che sta andando via a litri.

Oggi rimando.

Vado in camera da letto, lì ci sono i biglietti del traghetto che salperà il 21 luglio da Livorno.

Li guardo un po’, poi li rimetto a posto.

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