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Archivio Settembre 2010

salto

28 Settembre 2010 Commenti chiusi

Parole dopo la colazione. Questa mattina ho deciso di dormire un po’. Forse non sono più quello di una volta, quello che prima dell’una del pomeriggio nonseneparla. Non so se questa mia attitudine passata dipendeva da una scarsa aspettativa nei confronti delle giornate o cos’altro. Sta di fatto che adesso provo un sottile piacere nell’avere a disposizione sia la mattina che il pomeriggio.

Giorni sospesi. Fra 48 ore si riparte. Si torna in Sardegna per starci fino a domenica.
Ho scritto delle parole sulla Sardegna di questa estate. Per tutta la vacanza mi sono portato dietro un moleskine comprato per l’occasione. Ho scritto tanto: durante le lunghe ore in traghetto, steso nel letto di un albergo, seduto su un muretto ad Olbia, aspettando che arrivasse il momento della partenza e sperando che la mia moto, con il suo tlack tlack, non mi abbandonasse e mi riportasse a casa.
Ho scritto e ho anche riletto. Già questa è una novità. Perché di solito ho scritto sempre tanto, ma ho riletto poco. Invece stavolta ho sfogliato le pagine scritte fitte e ho provato il piacere di risentire alcune sensazioni: una ragazza che cammina per le strade di Sestri con un bikini ammirevole, l’odore della nave, il caldo provato sulla statale 131, il nodo con il quale la moto è stata legata all’interno del traghetto, una cena sotto ad un pergolato ad Iglesias. Quando sono da solo sono i particolari a tenermi compagnia. Osservo e cerco qualche connessione.
Ho scritto anche quando sono arrivato a Capalbio, ma molto meno. Lì la vita ha preso un ritmo cadenzato e per quanto continuassi a posare lo sguardo ovunque, mi sentivo padrone di quei luoghi, di quei rituali. Una esperienza diversa, direi agli antipodi. Lì mi sono riempito di un paesaggio già mio e semmai ho cercato di catturarne tutti i dettagli e le sensazioni. Raccolta preziosa da conservare per l’inverno.
A proposito di inverno, ieri sera, per andare da un amico, ho indossato il primo maglione della stagione. L’ho messo tra la mia felpa blu con cappuccio e un giubbino nero quasi impermeabile. Dovevo stare ritto sul mio vespone e attraversare la città e non avevo voglia di sentire freddo.
Ricomincerei l’estate domani, se si potesse. Ma non si può e stare ad aspettarla potrebbe diventare straziante. Poi, forse, sono in una fase della vita in cui non voglio perdermi nulla. O almeno cerco di vedere il buono, che poi sarebbe l’esperienza, anche dove anni prima vedevo solo nero.

Certo, la tentazione di saltare questo inverno è tanta.
Questa estate ho provato ad allenarmi per questa evenienza.

salto onda

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cestini

20 Settembre 2010 1 commento

C’è un uomo che fruga nei cestini: il suo braccio scompare dentro il cilindro verde. Dal movimento della spalla, capisco che sta frugando con un movimento circolare. Il suo abbigliamento è consunto, ma la camicia bianca e sgualcita è dentro ai pantaloni, le scarpe sono allacciate e il risvolto dei pantaloni è consumato, macchiato e in ordine.
Io intanto sto camminando verso casa. Luisa è pochi passi davanti a me. Sto quasi per arrivare al portone, ma quella immagine mi fa rallentare il passo. Luisa prende vantaggio e infila la chiave nella serratura.
Non era la prima volta che vedevo quest’uomo. Gira spesso qui in zona. Ha barba e capelli lunghi, entrambi bianchi e arruffati. Cammina deciso, né veloce né lento: la camminata di chi sta sempre andando in un posto. Batte ogni angolo di questo quartiere con precisione. Ogni volta che si sofferma su qualche scarto lo osserva per un po’, come se valutasse lo stato dei nostri consumi: cosa è cambiato, quali sono le nuove mode.
Non ha fagotti, né carrelli, né borse della spesa con le ruote. Gira agile, leggero. Non l’ho mai visto sorridere né guardare qualcuno negli occhi.
Luisa è praticamente dentro al portone. Io sono rimasto indietro. Riesco a guardarlo con un naturale movimento del collo verso destra. Non vede che lo sto guardando anche se non credo che la cosa lo interesserebbe. Quantomeno non quanto lui interessa a me. Sta frugando il cestino con precisione, sembra che sappia dove mettere le mani.
Luisa è dentro e mi sta tenendo la porta. Non ha l’aria seccata, mi sta solo aspettando.
Io cambio presa al sacchetto della spesa, anche se non mi stava scivolando di mano. Ho qualche secondo in più. Adesso la spalla dell’uomo ha smesso di muoversi. Il braccio sta venendo fuori. Parallelo all’avambraccio escono due steli verdi che lui estrae con cautela. Alla fine degli steli ci sono delle rose: un po’ ammaccate, ma ancora piene di dignità. Sta tenendo gli steli per il fondo, i fiori sono verso l’alto. Tiene la mano a qualche decina di centimetri dal petto, per poter osservare alla giusta distanza. Guarda seriamente poi prende due delle 4 rose e le rimette nel cestino, senza buttarle, quasi posandole. Le altre due le tiene in mano: toglie qualche petalo ormai secco, osserva ancora un po’ e riprende il suo cammino con due rose in mano.
Io entro nel portone e Luisa mi sorride.

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poi mi sono svegliato

15 Settembre 2010 Commenti chiusi

C’era una strada di città allagata. Pavè, binari e una pozza enorme. In quell’acqua color marrone la vespa mi si è messa di traverso e io non ho potuto fare nulla per evitare che cadesse su un lato. Andavo piano e non mi sono fatto nulla. Solo rialzandomi leggermente acciaccato mi sono accorto di quanta gente fosse in vespa con me. C’era la mia amata, i miei e altre persone non identificate, i loro volti erano in ombra nella notte piovosa. Sentivo il loro affetto incondizionato, però non mi hanno chiesto come stavo dopo la caduta, perché sapevano dentro di loro che non mi ero fatto nulla.
Con la vespa mi pare di ricordare che ero uscito da un ospedale. Cioè: non era proprio un ospedale e io comunque stavo bene. Però ci sono dovuto rimanere un po’.
Dopo il capitombolo in vespa siamo arrivati in un non luogo dove la città era finita: c’era erba per terra ed ero sempre circondato da persone affettuose. Cercavo di capire come avevo fatto a cadere e loro mi parlavano tranquillamente.
Poi, proprio sul ciglio di una strada ho visto un rottweiler femmina che aveva appena partorito. Attorniata dai cuccioli che le salivano addosso, io mi sono preoccupato per la vicinanza della strada. È brutto provare preoccupazione in un sogno, perché non puoi razionalizzare. Un paio di cuccioli mi hanno guardato negli occhi. Chiedevano e davano affetto. Mentre i miei cari continuavano a parlare placidamente ho incrociato lo sguardo della mia lei. Sembrava l’unica ad essersi accorta di quella cucciolata. Ho guardato lei, ho guardato i cuccioli. I due continuavano a guardarmi negli occhi. Ho pianto lacrime serene, piene di partecipazione.
Poi mi sono svegliato.

Mentre cercavo di dare ordine alla mia barba, ho riflettuto su questo sogno. Sentivo che l’interpretazione era molto vicina, ma allo stesso tempo mi sfuggiva.
Dopo un po’ ho smesso di pensarci.
Mi sono fatto una doccia, mi sono lavato i denti, mi sono vestito e ho iniziato la mia giornata.

strada

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viene da lontano

11 Settembre 2010 Commenti chiusi

Oggi niente macchina. Almeno questi erano i piani, ma poi è venuto fuori che mia sorella e la relativa famiglia Bradford al seguito arriva oggi dalla Puglia. Mio padre ci tiene ad andarla a prendere, anche se mi chiedo come faranno a starci tutti su una Toyota Auris. Però la sveglia è suonata lo stesso. Il passaggio dal sonno alla veglia è stato abbastanza lento, lineare. Testa pesante: una canna di troppo ieri sera e il mio corpo pesa più dei 77 chili consueti. Mi alzo lo stesso. Luisa sta parlando al telefono con mio padre mentre io preparo la caffettiera grande.

“Ti faccio chiamare appena Tommi acquista l’uso della parola”, gli dice.

Io finché non bevo il caffè non riesco a fare uscire suoni comprensibili.

Eseguo tutti i miei rituali mattutini e capisco che oggi niente macchina. Ci sarebbe servita per andare a prendere le nostre piante in villeggiatura dai genitori di Luisa, al lago. Sarà per un’altra volta.

Giornata casalinga quindi. Io, ancora un po’ appesantito ma sulla buona strada per il mio peso forma, mi stendo sul divano e inizio a leggere la biografia di Hunter Thompson. In inglese. Me l’ha regalata Lelia che questa estate si è concessa un ritorno in Canada. Non parlo bene l’inglese. Leggendolo va un po’ meglio. Ho trovato questo regalo bellissimo, ma anche improponibile da leggere. Poi ho cominciato, spinto soprattutto dalla mia passione per il Dottor Gonzo. È andata meglio di quanto pensassi. Non capisco tutto, anzi: direi meno della metà, però il senso, a grandi linee, mi è chiaro. Ragazzo turbolento il giovane Hunter. Studente discreto con sprazzi di genialità, carismatico, bevitore, intelligente e con una naturale propensione al crimine, alla delinquenza. Non passano molte pagine per leggere del suo primo soggiorno in cella: solo qualche notte per avere distrutto, con un rudimentale esplosivo – se ho ben capito – una cassetta delle lettere.

In casa manca il vino, il succo di frutta inizia a scarseggiare e il pane in cassetta (che si conserva molto più di quello fresco e che ne è un buon succedaneo). Luisa pulisce il bagno con dedizione. Io mi incammino verso il Lidl qui vicino.

Ascolto i Sangue Misto, album “SxM”. Un Neffa alle prime armi e soci sono stati forse l’unica manifestazione musicale milanese. Almeno per quel che riguarda la musica “gggiovane”.

Nelle loro rime ascolti Milano, la sua indifferenza e le sue ingiustizie. Il grigio della città scalfito a colpi di breakbeat. La voglia di andare, di restare, di passare dal Sempione a cercare il fumo e farsi un cilum con i propri soci.

A quei tempi, direi la seconda metà degli anni ’90, al parco Sempione, intorno al campo da basket proprio sotto alla biblioteca, potevi vedere Neffa, Dj Gruff, Deda e altri satelliti della crew giocare insieme a gruppi di ragazzi in canottiera.

Il Lidl è un discount dai prezzi buoni. Non ci trovi tutto quello che ti serve: è sprovvisto di banchi e l’unico personale presente è quello alle casse. Spendi poco, grazie anche ad una politica sindacale di questa catena di supermercati tedesca, che pare sia a dir poco criminale.

Un tempo gli avventori del Lild erano cinesi, magrebini, senegalesi, ecuadoregni, rumeni. Adesso a questa clientela si è aggiunta la famiglia che fa la spesa grossa con la station wagon metallizzata, l’impiegato che esce dal lavoro e compra un piatto pronto (lì sono veramente convenienti) e una confezione di affettati, mamme con bambini. Pare che la pulsione al risparmio abbia cooptato anche gli indigeni.

Infilo nella busta due bottiglie di vino bianco, del succo di frutta, verdure surgelate. Pago il mio conto con il bancomat e torno verso casa.

Luisa ha finito di pulire il bagno. Adesso è uno specchio.

Io metto in frigo il contenuto della busta.

Era una sera di agosto.

Mio zio è arrivato a casa nostra, a Capalbio. I miei non ci sono, sono fuori a cena. Cosa che fanno spesso quando sono lì. Io avevo appena finito di mangiare. Gli illustro i contenuti delle varie dispense, dove si trovano piatti, bicchieri e pane. Lui sistema le sue cose nella stanzetta al piano terra. Mi ascolta poco, infatti poi non trova nulla.

“Io ho intenzione di farmi una canna e di rivedere Rocco e i suoi fratelli. Tu fai come vuoi”

“Mi pare una ottima idea”.

Rollo, fumo, guardo. Lui mangia. Fortuna che questo film l’ho già visto, perché dal tavolo mi continua a parlare dei suoi progetti di casa a Capalbio. Stabile, e non affittata solo per agosto.

Finito di mangiare rolla anche lui. Offre e io accetto. Adesso sono in botta. Gambe molli, testa in ritardo, una ilarità latente.

“…che poi io alla fine pensavo….cioè…se la destra continua a dire che la cultura è di sinistra, sarà anche un problema loro….”

“..eh certo! Solo loro.”

“andassero a fanculo, loro e il bagaglino e Barbareschi. Ma chi cazzo sono??!! Poi si chiedono perché non ha successo e deve chiudere e tutti a fare polemica”

“volete fare un film di destra? Fatelo. Se piace bene, sennò amen. Resta un problema loro”

“che poi io penso che alla fine la cultura è di chi la sa fare. Tutti vi possono accedere…

“ beh si…ma alla fine chi decide cosa è cultura?”

“no no…nn ce la faccio adesso a dirimere questo…”

“…leggevo che…”

“…beh decide chi la fa coloro i quali…”

“ …leggevo che alla fine ci stanno riuscendo a fare in modo che la cultura non conti più un cazzo. Loro non sono capaci di farla? Siccome sono al potere – il potere vero, quello che cambia le teste, non quello meramente esecutivo – fanno sì che il sapere non conti più nulla”

“spacciano idee”

“spacciano idee perché alla fine quello che conta sia quello in cui loro sono più bravi: apparire, ingannare, vendere fumo”

“a proposito di fumo…buono!”

“eh si, buono”

“loro hanno sempre spacciato”

“e non solo idee”

“eh no…pensa alla diffusione della eroina alla fine degli anni ’70”

“sì, infatti. Quando poi dici che non è stato un caso ti prendono in giro, ti danno del paranoico complottista”.

Arriva il gatto e inizio a fargli le coccole. Fa le fusa e struscia la testa contro la mi gamba.

“…no no, io me lo ricordo. Sai quante intelligenze sono state portate via dell’ero? Troppe. Come fai a pensare che fosse casuale?”

“non l’ho mai pensato. Me l’hanno detta in troppi questa cosa”

“è arrivata e si è portata via il bello”

“…che prima c’erano le bombe, nemmeno un decennio prima”

“eh certo…ma hanno capito che con le bombe non la finivano più. Con l’ero si faceva molto prima”.


È una giornata calda di settembre. Forse una delle ultime. Dopo avere chiuso il freezer penso che sarebbe bello andare in Liguria a fare un bagno. Uno degli ultimi.

Oggi vado allo stadio con il mio amico Elio. Chissà se forse dopo si unirà alla serata fra amici.

Luisa ha finito di pulire ed ha acceso la televisione.

Io resto indeciso se andare allo stadio con la maglietta degli interisti leninisti o con quella ufficiale di Capitan Zanetti.

Penso alle bombe che sono esplose, alla gente che non è tornata a casa perché tutti gli altri vi restassero.

Una prova generale del mondo oggi.

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Sono cose che succedono

10 Settembre 2010 2 commenti

C’è un modo per combattere l’ansia da rientro, almeno per me. Cerco nelle parole scritte da altri i miei pensieri e i miei spostamenti. Mi ricordo che quando lavoravo per l’istituto di ricerca (un vero lavoro: orari fissi, un ufficio, un pc e le pause sigaretta) divoravo qualunque libro parlasse di fughe, viaggi, ribellioni. È stato in quel periodo che ho letto il leggibile su Ralph “Sonny” Barger e gli Hell’s Angels, forse la più grande comunità di bikers. Non mi stavano simpatici: la moto è una gran cosa, ma non basta salirci su per essere uno che ci sta dentro. I loro metodi non mi piacevano, però ero affascinato da quella loro ansia di andare, di girare in senso antiorario la manopola del gas, sempre e comunque.

A Orbetello c’è una cooperativa di pescatori. Affaccia sulla laguna e si mangia pesce. Il prezzo non è né alto né basso, però il cibo è molto buono. Io e Luisa ci siamo trovati lì con due nostri amici. Serata rilassata. Mi piace frequentare gente rilassata: se guardo bene ogni mia assidua frequentazione, scopro che il comune denominatore è proprio quello. Persone che sono capaci di starsene sedute a chiaccherare, passando dal leggero al pesante. Sanno ridere e allungarsi sulla sedia.

Quella sera abbiamo finito di mangiare per ultimi. Intorno a noi persone con una maglietta gialla con su scritto “Orbetello 100%” si affaccendava sgomberando tavoli, buttando gli avanzi dentro ai sacchi neri e concedendo qualcosa ai pasciuti e sereni gatti che razzolavano fra i tavoli. La luce delle lampadine appese ai fili si è spenta e si è riaccesa, dicendo “uscite per favore”.

Mezzanotte e qualcosa e il corso di Orbetello, vero luogo di movida per chi la sera vuole farsi un po’ vedere, era ancora abbastanza pieno. La libreria sul corso si chiama “Bastogi”. “Bastogi” è la parola magica con cui indichiamo la voglia di comprare qualche libro nuovo durante le lunghe settimane estive. La libreria, nonostante l’ora, era aperta. Io, qualche giorno prima, avevo visto esposto in bella mostra, un libro che ha destato il mio interesse. Si intitola “i viaggi di Jupiter, scritto da Ted Simon. Se ho ben capito “Jupiter” è un soprannome che gli hanno dato i suoi amici. Millenovecentosettantatrè. Una Triumph 500 carica di borse e quasi 4 anni per fare il giro del mondo. Dall’Inghilterra giù verso l’Europa del sud, Africa fino in fondo. Imbarco, Brasile, America del Sud, del Nord, poi su verso l’Alaska, e a ovest verso l’Oriente. Poi, sempre a ovest, ritorno a casa. Il classico libro che divoro, che leggo in ogni suo dettaglio: là dove gli altri si annoierebbero, io provo un interesse smodato.

Diciotto euro non è proprio il mio ideale di prezzo per un libro, ma proprio per questo a volte mi concedo una cifra del genere.

Le mie vacanze stavano per finire e non sapevo se guardare con desiderio o con tristezza i 500 km che mi separavano da Milano da fare in moto. Il distacco dalla maremma mi crea turbamenti e tristezze da più di 30 anni. Fino a Livorno è ancora vacanza. Da Livorno a La Spezia sento ancora aria di mare, ma è Versilia e sono le vacanze degli altri. Penso magari a “Sapore di Sale”, capolavoro del 1982. Da La Spezia a Parma mi diverto a guidare per le curve della Cisa, ma inizio a sentire un fastidioso odore di casa. Poi la Cisa diventa piatta, incrocia la Milano Bologna all’altezza di Parma e gli ultimi 100 chilometri sono uno stillicidio. Vedo intorno a me la pallosissima pianura che mi circonderà per quasi 10 mesi. Solitamente, se si può, do’ gas, per fare finire al più presto quella agonia. La V.Strom accelera, il suo rombo si fa più deciso e minaccioso. Il faro acceso e squadrato ingoia asfalto liscio e diritto senza lasciar trasparire alcuna emozione. Penso alla “Locomotiva” di Guccini e al mostro che divorava la pianura.

In una mattina soleggiata di settembre, dopo che giorni di pioggia hanno lucidato i marciapiedi, ripenso a queste cose.

Ho provato un leggero senso di ansia che ho cercato di rimettere al suo posto. La mia condizione di non occupato a volte crea mostri. Mi tornano alla mente i mesi passati senza riuscire a dare un’esame all’università, bloccato da una apatia e da una sensazione di sconfitta che precedeva ogni scelta.

Respiro profondo, mi rollo una sigaretta.

“Non ci pensare Tom, sono cose che succedono”.

vstrom

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mani

2 Settembre 2010 Commenti chiusi

Dovrei documentarmi sull’uomo e capire se si tratta di un animale stanziale o nomade. Proprio come sua natura precipua, intendo. Questo perché io, da 2 giorni, sono tornato in quello che dovrebbe essere il mio ambiente, la mia tana, le mie cose. Sicuramente tornare nella propria casa ha un qualcosa di impagabile: stanze tra cui ti muovi anche al buio, le tue cose tutto intorno, nessuna scelta fra le “cose da portare”. Però a questa sensazione di casa se ne affianca un’altra, un po’ malinconica. Non penso si tratti della tristezza delle vacanze finite e del ritorno in città. Almeno non solo. Parlo di una sensazione più profonda, più endemica.

Il mio corpo non è più sotto al sole, sopra alla sabbia, circondato dall’acqua di mare. Questo va al di là dell’essere a proprio agio o meno. Rientra fra quelle sensazioni ancestrali. Ti chiedi se sei un animale da mare, da terra, un anfibio o altro. E in questo ventaglio di opzioni non credo che esista un animale da asfalto e da smog. Ti chiedi insomma se le tue mani sono fatte per far scorrere la sabbia e la terra fra le dita, o per brandire gli “appositi sostegni” su un tram.

Per che cosa sono fatto?

“Tu che cos’hai nelle mani, soddisfazioni, reclami,
che fai..sei soltanto di passaggio o rimani?”


Era un giorno indefinito di agosto. Io stavo sulla spiaggia. Bastava camminare 20 minuti, al massimo mezz’ora e mi ritrovavo in un punto deserto. Zaino a terra, asciugamano sulla sabbia. Bagno, costume ad asciugare su un palo, letture e pensieri. Una volta mi ero portato dietro anche l’ipod, una concessione alla tecnologia in un posto brado. È partita “nelle mani” dei Cor Veleno. Questa canzone l’avevo usata nel 2007 come sottofondo ad un video montato con le immagini di Barcellona. Poi, dopo quell’anno, l’avevo dimenticata.

“Ma dai che ci prendiamo una rivincita,
perché? per tutto l’amore che c’è, che mi incita;”


Quando ero in Sardegna ho tenuto una specie di diario. Ho scritto molto, anche se non ho scritto tutto. Ho riletto qualcosa ed ero moderatamente soddisfatto. Poi, come spesso accade, cerco di mettere ordine e di dare uno straccio di organicità. E sbaglio, perché a volte tentare di mettere ordine equivale ad ammazzare ogni speranza di fare vedere la luce a quello che si è scritto.

Sulla Toscana, sulla Maremma, su Capalbio, non è che ci sia molto da descrivere. Le mie giornate iniziavano verso le 10 del mattino con colazione, lettura dei giornali e qualche sigaretta. Poi stipavo nello zaino tutto il necessario per poter passare una giornata intera su una spiaggia deserta: acqua, frutta, asciugamano, libro e uno stick per le punture di insetti. Non che ce ne fossero tanti, però qualche tafano svolazzava intorno alla mia postazione. C’erano anche cicindele (insetti che bazzicano il bagnasciuga, del tutto innocui), gabbiani e telline (come fossero piccole vongole). Però l’ospite ero io ed arrivavo chiedendo permesso.

“nelle mani ho direzioni e strade già tracciate,
e c’è da intervenire pure con le mani già occupate,
la mia attenzione è frammentaria,
e mentre tu mi stai parlando ho già preso una penna e sto disegnandomi in aria;”


Io, lì, ho ritrovato me stesso. Che non vuol dire avere capito chissà che cosa. Vuol dire che ho trovato il tempo e il modo per ascoltare qualcosa di me. Adesso che sono tornato alla civiltà mi pare di essere punto e a capo, però sono sicuro che tutto quel tempo mi ha dato stabilità. Nessuna verità, ma solo un po’ di mare e di orizzonti ampi dentro di me.

“dò veleno, tu godi
come me che ho la mia lei che con le mani tocca i nervi quando fanno nodi;
che ne so chi ha ragione, chi no,
so che per dare una dimensione ai sogni ci muoviamo in bilico;”


Forse è proprio “la dimensione dei sogni” che richiede un grande livello di flessibilità. Soprattutto quando quello che fino a qualche anno fa chiamavo “sogno” è diventato realtà. Quando diventa realtà rischi di non riconoscerlo più. Anzitutto perché non ci sono ondate di euforia che ti investono e per un attimo ti prende il dubbio di avere sognato le cose sbagliate. Però se hai la pazienza di ascoltarti scopri che un pezzettino di serenità si è piazzato dentro di te e si è messo comodo. Il sogno lo vedi subito, ma la sua realizzazione richiede tempo per capire dove è che il tuo sogno si è andato a sistemare una volta realizzato. Strana materia i sogni: a volte si realizzano e tu nemmeno te ne accorgi.

“senza un punto fisso trovo che ci sia più azione,
lasciami stare nelle stanze della confusione;”


Forse sogno troppo, anche se “troppo” non vuol dire molto. Da quasi sempre ho combattuto una lotta personale contro la staticità e più vedevo che il ciclico ripetersi dei giorni dava sicurezza a chi mi stava intorno, più la lotta per me si faceva accanita. Mi sono sempre trovato a mio agio nel reinventarmi piuttosto che nel ripetermi. Alcune volte ho dovuto mollare il colpo, travestirmi e andare avanti su un binario dritto. Man mano che lo percorrevo ho capito cosa ti può rapire e cosa ti può piacere nel percorrere una strada quotidiana e conosciuta. E ho trovato il tutto assolutamente lecito.

ti confesso,
che ho scritto qualche cosa su una mano e rileggendola mi lascia perplesso.”


(“Nelle mani” – Cor Veleno)

Avrei bisogno di un altro post da dedicare a tutte le persone che hanno condiviso il sole e il mare con me. Persone uniche, come il mio papà e la mia mamma che mi hanno messo al mondo e adesso guardano un piccolo selvaggio che, da 33 anni, gli razzola intorno.

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