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Archivio Ottobre 2010

Morto il polpo Paul: sospetti sullo zio

29 Ottobre 2010 Commenti chiusi

Fa quasi caldo, almeno per essere in ottobre ormai alla fine. Me lo dicono le piante, alcune delle quali un po’ ricurve. Sullo sfondo le elucubrazioni musicali di Frank Zappa. Rasato, docciato, maglietta pulita. Solo i jeans sono sporchi. Ma sporchi sporchi. Alle 2 e qualcosa appuntamento con mio papà. Tocca andare in università, deve sgomberare una stanza dai suoi effetti personali, il che vuol dire una montagna di libri. Qualcosa ci guadagnerò in termini di pagine stampate. Certo non ci si trova narrativa lì in mezzo, ma libri che analizzano e approfondiscono. Quindi con un linguaggio appropriato. Tradotto: difficile. Il linguaggio è potere e anche accessibilità. Ammiro i miei giovani colleghi universitari che tracannano Foucault e Baumann come fossero Calvino. Per me sono sempre state montagne da scalare. Un concetto compreso equivale ad una conquista, frutto di letture, riletture, sottolineature.

Sgombereremo la stanza e faremo invidia ad un reparto della celere che si accanisce contro un campo rom.

La batteria del mac sta finendo, non ho voglia di attaccarlo alla corrente e fra poco devo anche andare.

Il titolo di questo post arriva dritto dritto da interistiorg.org. Non molto altro da aggiungere, se non il vivo consiglio di visitare la loro pagina. Interisti e non.

Poi c’è da mandare un abbraccio ad Alberto, che oggi compie gli anni.

Tra di noi la parola fratellanza è stata usata spesso. Io l’ho sempre spesa con grande riguardo. Però in tutti questi anni accanto al mio amico, fra parole incomprensibili e concetti chiari solo a noi, ho capito cosa vuol dire. Ci possono essere rovesci di sorte, cambiamenti, incomprensioni.

Però sai che tu per quella persona ci sarai sempre. Farai quello che potrai, però sai dentro di te che lo farai.

Stare vicini vuol dire capire e capirsi.

E lo ringrazio per il tempo insieme.

Per avermi aiutato a capire, un po’ di più, chi sono.

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l’amore ha l’amore come solo argomento

27 Ottobre 2010 1 commento

 

Batte il sole attraverso i vetri. Batte sul casco jet appoggiato al tavolo. Le cose comprate al supermercato le ho stipate nel frigo. Qualcuna me la sono mangiata come pranzo in ritardo o merenda in anticipo. C’è un bel sole che squarcia il fresco. I panni lavati asciugano comunque a fatica e li aiuta un po’ il termosifone. Mi rollo e mi accendo una sigaretta, ma giusto in onore dell’ispirazione. Bene. C’è stato lavoro fino a ieri. Poca cosa e abbastanza ripetitiva. Però sono tornato nel mio vecchio ufficio, ho rivisto vecchie facce. Peccato che all’appello quel giorno mancassero i fumatori, che hanno sempre una scusa in più per ritagliarsi tempo per le chiacchere. Adesso tocca compilare 5 o 6 fogli per il pagamento. Qualche centinaio di euro, non molto di più. Ma non è tempo per fare il difficile. Anzi: io il difficile non l’ho mai fatto. Quando ho avuto tempo, ho accettato praticamente tutto.

Mi piacerebbe molto tornare a fare una passeggiata nei dintorni di Como, su a Brunate, verso il Bollettone. Niente di che, una salita facile facile. Però il paesaggio è notevole, anche per me che ho il sale e la sabbia nella mia formazione.

Erano altri anni quando ci andavo con una certa regolarità. Ci andavo con un mio compagno di classe. Fra di noi c’era una intesa che, a distanza di anni, mi chiedo ancora su cosa poggiasse. Forse sulla semplice voglia di non stare da soli e di condividere qualcosa. Orso io, asociale lui. Andava bene. Abbiamo camminato tanto lassù. Siamo stati anche ai Corni di Canzo, ma se ricordo bene non ci siamo mai arrivati. Avevamo lo stesso passo e la stessa voglia di sentirci sopra la media: su cartelli di legno era indicato il tempo di percorrenza e noi solitamente lo abbassavamo di un quarto.

A questo mio compagno di classe non penso di dovere molto di più che la conoscenza di quei posti.

Ci andai anche altre volte. Una volta da solo. Una volta con un amico che tutto era meno che sportivo ed ha iniziato ad arrancare sulle prime rampe. Poi con una ragazza. Non era la mia ragazza ufficiale, ma a quei tempi mi importava poco della titolarità. Iniziammo la strada per i Corni ma il tempo non era granché. In una radura a metà strada ci accampammo per qualche ora. Non riesco a capire come non provassi nessun senso di colpa durante le nostre effusioni. A volte è strano guardarsi indietro e non riconoscersi in certi atteggiamenti. Sta di fatto che mi sentivo perfettamente a posto e forse era l’ingordigia a spingermi. Adesso faccio un po’ di fatica a chiamarlo “amore”.

Ottobre ha una luce secca, come fosse patinata nei giorni di sole. Mi concede di andare un po’ in vespa senza soffrire troppo. Poi verrà il tempo dei mezzi definitivamente in box. L’anno scorso la moto è stata ferma quasi due mesi. “Appena ci sono 5 gradi di massima la riprendo” sentenziavo, mentre Luisa vicino a me sorrideva. Ogni tanto andavo nel box dei miei a guardarla. Il doppio faro spento, la carena lucidata, la catena senza grasso. Ogni tanto pensavo che a lei non faceva nessuna differenza il freddo. Certo, ci avrebbe messo di più a scaldarsi e a mettere a regime il motore, ma sarebbe partita comunque. Volendo avrebbe attraversato l’appennino e mi avrebbe portato al mare. Io, il suo pilota, non ce l’avrei mai fatta. Credo che sarei morto assiderato a meno di non avere una tuta termica, soluzione costosissima e, in fondo, nemmeno troppo corretta. Questo mi piace della moto: non è detto che tu riesca sempre a starle dietro.

Quattro del pomeriggio.

Il mio amico Devin non sa se staserà riuscirà a passare da noi per mangiare qualcosa e raccontarci il suo ultimo mese passato in Grecia: almeno questo ho capito da un sms un po’ confuso.

Gli ho risposto con un “tranquillo, sai dove trovarmi”.

Quattro del pomeriggio e ancora un po’ di luce.

Vedo di godermela senza pensare che sia una risorsa in calare.

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buon sabato

16 Ottobre 2010 Commenti chiusi

“Fa freddo oggi”, mi ha detto mio padre al telefono.

Ho avuto la controprova quando sono uscito sul balcone per appendere alla ringhiera i miei pantaloncini bianchi della palestra. E anche del calcetto. La parte alta, quella che corre intorno alla vita, non ne voleva sapere di asciugarsi. E sì che fra un po’ sono passate 24 ore. Ma quell’umido sudore ancora non si è del tutto asciutto. Sono uscito sul balcone e ho sentito il freddo. Per me la misura del freddo viene data dalla temperatura della moto. Di fianco alle barre che indicano quanto carburante ho ancora a disposizione, ce ne sono altre che indicano la temperatura. Con un paio di barre accese si può iniziare a picchiare un po’ sul gas. Quando ce ne sono tre la temperatura è ottimale. Il tempo che ci vuole per arrivare a tre barre di temperatura da’ la misura di quanto fa freddo. Questo inverno, in viaggio verso la Bicocca o verso casa dei miei, molte volte mi capitava di arrivare a destinazione senza avere ancora tre barre.

Ma a quanto pare stasera la moto resterà in box. Ci sono un po’ di amici da vedere e qualcuno, magnanimo, metterà a disposizione una macchina. Abbiamo amici di grande cuore. Però uscire la sera in moto, quando la compagnia è estesa, ha dei vantaggi. Anzitutto non puoi portare più di due persone e quando usciamo io e Luisa la scusa per non dover accompagnare a casa nessuno è bell’e pronta. Forse quello che non ha grande cuore sono io. Però, senza fare nomi, ci sono alcuni individui che danno per scontato il riaccompagnamento a casa la sera. Io odio guidare la macchina in città. Proprio non mi piace. E la Suzuki sta dalla mia parte.

Quindi oggi fa freddo fuori. Non so quanto, ma posso vedere che fuori c’è grigio. Questo è sicuro.

Ritmo rallentato del giorno di festa. Luisa legge un libro di Sorrentino. Io intanto, ancora privo di direzione sulle mie attività, ho messo in sottofondo l’album “Dub Manifest” di Fermin Muguruza.

Mi ricorda il periodo del sound system quando il levare del reggae e dello ska ci stava intorno, mischiato al sapore della ganja e a quell’amarognolo alcolico del negroni, qualche volta offerto dal locale dove suonavamo. Poi mi piaceva guardare le dinamiche in pista. Vedevo gente che ballava da sola, altri che, sbronzi, ballavano abbracciati. Qualcuno ci provava con qualche bella ragazza, a volte andava bene a volte no. Io allora, se toccava a me mettere dischi, cercavo di cambiare i loro comportamenti scegliendo il brano giusto. Se intuivo che il corteggiatore aveva qualche possibilità sulla corteggiata, e se la coppia secondo me poteva funzionare, mettevo qualcosa che poteva farli ballare un po’ più vicini. Tipo “the Lover” dei Franziska. Una canzone dolce, anche se cantata in un inglese abbastanza approssimativo. Se invece vedevo la ragazza un po’ infastidita dalle attenzioni del cascamorto di turno, allora acceleravo il ritmo: Less Than Jake o Ska-P.

Mi piaceva intervenire nelle dinamiche.

Il periodo del sound system è finito. Sono stato il primo ad andarmene. Anzitutto non mi piaceva come veniva gestito. Io sono un preciso per certe cose. Non mi piace l’approssimazione. Per un po’ ho cercato di fare valere le mie ragioni, poi ho capito che non potevo cambiare quello che è nato così. Frutto del caso, più o meno. Eppoi la mia anima rock non ne poteva più di tutto quel levare. Ad un certo punto della serata non distinguevo più un brano dall’altro. Avevo bisogno, proprio b.i.s.o.g.n.o., di un riff di chitarra, di una batteria che cade in battere. Angus Young, Jimmy Page, Tom Morello: qualcuno che squarciasse il tranquillo orizzonte fatto di movimenti lenti e ritmati.

In questo giorno di festa con i ritmi rallentati, potrei spendere del tempo per indagare su questo nuovo talento che si aggira nella zona di Meina. Il suo sinistro pare che parli da solo. Certo ci vuole più attenzione, per non lasciarsi sfuggire certe occasioni. Per il momento il mistero su di lui è ancora fitto. Molto ci piacerebbe averlo a nostra disposizione, anche perché – egoisticamente – non insidierebbe il mio ruolo di cursore destro. Piuttosto andrebbe ad affollare la già coperta fascia sinistra, dove Filippo fa il bello e il cattivo tempo e non penso che si lasci scalzare con facilità. Difenderà il posto a colpi di sinistro.

Però non è male avere il problema di chi fare giocare, confrontarsi con l’abbondanza di talenti.

Bisogna solo saperli gestire,

altrimenti lo spogliatoio scoppia.

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pag 95

14 Ottobre 2010 2 commenti

Rivedo questo pezzo scritto stamattina. O meglio: a mezza mattina.
Adesso il sole sta per tramontare. Sempre prima, vacca d’un cane. Però la giornata è stata molto tiepida.
Così, con questo bello scenario al di fuori del mio tavolo – eremo, con i Led Zeppelin in sottofondo, mi appresto a rileggere quanto scritto in una mezza mattinata di metà ottobre.

Qualche giorno fa mi aggiravo vicino alla nostra libreria. Mi capita a volte di fare qualche volo radente per vedere le spalle dei libri. Sia a casa dei miei sia qui, il numero dei libri non letti è ragguardevole. Forse dovrei fare un conto e stabilire se sono più quelli finiti rispetto a quelli da leggere. Tolti alcuni tomi il cui ruolo principale è fare bella figura fra gli scaffali (tipo il resoconto del Congresso del Partito Comunista cubano del ’63, tutto in spagnolo), molti sono quelli che mi piacerebbe avere già letto. Fra questi però ci sono anche vecchie letture. La mia attenzione è stata attirata da una spalla rossa, “l’anno in cui non siamo stati da nessuna parte”, sottotitolo “”il diario inedito di Ernesto Che Guevara in Africa”.
Una cosa bella dei libri letti anni fa sono le sottolineature. Di solito sottolineo e poi, nella prima pagina, scrivo il numero della pagina e anche di che cosa tratta la sottolineatura.
Il diario del Che in Africa lo comprai nel ’95. Almeno mi pare. Il padre del mio amico Sergio in quel periodo aveva una libreria, più o meno all’inizio di via Ripamonti. Sergio mi disse che c’era questo libro che mi poteva interessare e così me lo fece avere.
Credo di averlo portato al liceo, credo di averlo letto durante le lezioni più noiose, usando la tecnica del libro di testo aperto in bella mostra a coprire la mia vera lettura.
Sottolineai qualcosa anche su questo.
Apro la prima pagina e vedo scritto “pag 95”. A pag 95 trovo: “giornate angoscianti durante le quali l’angolo formato dalle due colline che morivano nel lago lasciando scorgere come orizzonte soltanto il ritagli di acqua da esse incorniciato , cominciava a risultare odioso”.
Non ho ben chiaro perché mi annotai questa frase. Forse quell’aggettivo, “odioso”, riferito ad un paesaggio sul quale si è costretti a fissare lo sguardo in attesa di qualcosa, era per me molto evocativo.

Rimetto il libro al suo posto, mi sfilo una pantofola e mi massaggio un piede. Fa un po’ male, è indolenzito. Così come il mio ginocchio destro ogni tanto scricchiola.
Effetti del calcetto di ieri sera.
Alla Pro Patria Milano, in viale Sarca, ci avevo già giocato altre volte. Se ben ricordo durante il periodo del Servizio Civile ci andavamo spesso. Normalmente eravamo reduci da un aperitivo con relativi negroni. In quegli anni l’alcol era molto più presente nella mia vita. Giocare alticci (o irrimediabilmente ubriachi) non è una bella esperienza. Ti sembra di sudare alcol e quella normale incazzatura per un controllo sbagliato o per un tiro di poco fuori, con l’alcol in corpo, si amplifica.
Ieri sera invece ero lucido, sobrio. Nello stomaco un panino pomodori e formaggio mangiato verso alle 5 del pomeriggio.
La nostra squadra più o meno la solita, con due innesti fondamentali. Io, Claudio e Marco, gruppo storico dei Forlanini Boys, perché giocavamo sempre nell’omonimo parco.
Poi il mio amico Filippo e Yves a completare la squadra.
La nostra speranza ricadeva soprattutto su questi ultimi. Siamo tutti più o men bravini, però fra di noi nessuno è un grado di portare palla al piede. Siamo tutti e tre buoni interditori, ma costruire gioco non è il nostro forte.
Yves è alto circa due metri, magro e con lui ho parlato spesso di calcio. Lui a Bruxelles ha giocato in modo “serio”: una squadra, una maglia, gli allenamenti, i tornei, i ruoli in campo. Ho visto le foto.
L’ho convocato e ho scritto via mail agli altri: “secondo me è forte”.
Anche Filippo ha molta esperienza e sulla carta questi due innesti mi sono sembrati i migliori.
L’altra squadra è una serie di facce conosciute che non vedevo da anni. Su tutti Federico: stessa faccia di 10 anni fa, quando giocavamo insieme e ogni tanto andavamo anche a suonare in sala prove. Lui cantava e ha scritto anche un paio di canzoni. “The” è forse la sua migliore. Ogni tanto prendo la chitarra e la suono.
Turni in porta. Chi comincia? Yves si offre volontario, visto che è nuovo. Noi lo invitiamo caldamente a stare dalla parte opposta del campo. Si adegua.
Il primo gol è proprio suo. Tira una bordata di destro che lascia immobile il portiere.
I gol successivi sono di Filippo che, in stato di grazia, sgroppa sulla fascia sinistra e conclude con delle vere e proprie cannonate, mai troppo lontane dal bersaglio.
Claudio fa l’incontrista con ottimi risultati, Marco gestisce la palla al centro buttando via molto poco.
Quanto a me cerco di stare sulla fascia destra. Vado avanti e indietro: ringrazio i chili persi e la mia abitudine di andare a correre, perché riesco a offendere e difendere senza troppo affanno.
Poi come spesso mi capita ci sono alcuni ricordi confusi. Yves segna di tacco, io prendo un gol durante il mio turno in porta da Federico che mi batte tirando secco sulla mia destra. Nemmeno mi muovo, convinto che esca, invece becca l’angolino.
Yves ci prova con un pallonetto: fuori di poco.
Mi sento bene, in forma. Inseguo ogni pallone che passa dalle mie parti. Non butto nulla, cerco di prendere tutto. E qualcosa riesco a prendere, persino un lancio lungo, alto che, non so come, stoppo al volo e continuo la mia corsa. Arrivo in fondo, il campo è finito. Cerco con o sguardo qualcuno in mezzo ma me ne arriva uno subito addosso.
Perdo lucidità e la rimetto in mezzo. Il pallone attraversa l’area avversaria: mi viene in mente il gol che il Barcellona ha fatto all’Inter nell’andata di semifinale (finita poi 3 a 1 per noi). Maxwell, un ex, sgroppa fino alla fine del campo e rimette in mezzo dal fondo. La palla ritorna verso il centro dell’area, bassa e veloce. Arriva Pedro e la butta dentro a colpo sicuro. Anche io la rimetto in mezzo. Forse troppo velocemente, forse in modo impreciso. Non c’è nessuno a tirare e si perde in fallo laterale dall’altra parte.
Il nostro vantaggio non scende mai sotto i due gol. A parte qualche momento di affanno e di poca lucidità teniamo il campo.
Poi arriva l’omino del campo. Ci dice che il nostro tempo è finito. Bene. Abbiamo vinto. I più organizzati si fanno una doccia. Gli schizzinosi come me, che non amano le docce dei centri sportivi, si cambiano la maglietta e si rimettono i pantaloni lunghi. Le scarpe da calcetto finiscono nel reparto preposto della mia splendida borsa da calcio Nike regalo di Filippo e Cristina. Già mettere le cose lì dentro ti fa sentire un campione, uno che da del tu alla palla.

Mancava la conclusione e quale occasione migliore di un tramonto con i Led Zeppelin in sottofondo?

…con tutto che la riproduzione casuale dell’ipod sembra essersi accorta del momento:
Over the Hills and Far Away”.

Con un pezzo così,
che vuoi aggiungere?

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L & L

5 Ottobre 2010 1 commento

Male alla spalla. Anzi: non è proprio la spalla. Direi più la schiena, dalla parte del braccio destro. Fino a qualche giorno fa era un fastidio. Questa mattina ho aperto gli occhi e il fastidio è diventato dolore. Sono i giorni in cui sono quasi contento di non avere un lavoro, così da potermene restare a casa ad ascoltare con calma questo dolore. Fortuna che mi è venuto stamattina, in questo martedì 5 ottobre. Metà mattinata.
Mi fosse venuto 48 ore fa poteva essere un problema.

È giovedì. Sono più o meno le 4 del pomeriggio. C’è da prendere il metrò, poi un autobus, poi un aereo e infine la macchina.
Lo zaino è pronto e la casa è pulita. Passo dalla sala e vedo un avanzo di vizio appoggiato sul portacenere. Non devo guidare nessun mezzo quindi me lo porto dietro. Me lo accendo mentre a piedi cammino verso la fermata di piazza Wagner. A metà strada l’effetto arriva. Ascolto “How Many More Times” dei Led Zeppelin e vengo rapito dal riff: note a cascata, il tocco semplice e naturale di Jimmy Page sulla sua Gibson ti fa sembrare facile suonarla così.
Salgo sul metrò. Cambio la linea rossa con la verde ed eccomi nella casbah della stazione centrale. Da qui c’è il pullman che ci porterà all’aeroporto di Orio. Arrivo in anticipo. L & L devono ancora arrivare. Escono dall’ufficio e si smezzano un taxi per arrivare in tempo. Mi metto a leggere Conrad seduto su un gradino. Eccole. Saliamo sul pullman che svetta in mezzo al traffico di un giovedì sera. L & L chiaccherano fra loro, io guardo fuori. Città, tangenziale, autostrada per Venezia, aeroporto di Orio, Bergamo. Sigaretta, bagno e un toast con crudo e formaggio per me. Ho fame, ma preferisco mangiare poco.
Ecco il nostro aereo. Siamo in ritardo sullorario di imbarco previsto e il personale di bordo invita tutti a fare in fretta, così da atterrare a Cagliari Elmas in tempo. Arriviamo sulla pista, motori al massimo e si decolla.
Fra gratta e vinci Ryain Air, offerte di cibo, profumi, orologi e sigarette finte che non si fumano, arrivano le Bocche di Bonifacio. Fuori è buio, ma il cielo è limpido. Vedo l’innumerevole quantità di boe luminose ancorate fra la Corsica e la Sardegna: tutti i miei amici velisti mi hanno detto che quello è un passaggio difficile quando si naviga. C’è sempre vento e molti scogli.
Arriviamo a Cagliari da nord ma la pista va presa da sud. Così l’aereo fa una lunga virata verso sinistra e io sono dal lato giusto: vedo tutta la città, sempre più vicina, sempre più sotto a noi. Tocchiamo terra e troviamo Morpu ad aspettarci. È il fratello di una delle due L.
La macchina corre veloce lungo la 131, verso nord. Arriviamo a destinazione.

La famiglia di L ci accoglie con sorrisi e ospitalità. I sardi, o almeno quelli che ho conosciuto io, hanno la capacità di farti sentire a casa senza cerimonie, senza grandi dichiarazioni.
Mangiamo e andiamo a letto. Il giorno dopo scalpito per vedere il mare. Fa caldo e nello zaino ho costume e asciugamano. La pausa per fare benzina, la sosta per le sigarette, mi sembrano tempo perso. Arriviamo alla spiaggia di Is Arutas. Ci eravamo stati questa estate, a luglio. Il mare era molto mosso e solo adesso riusciamo a vedere il colore azzurro chiaro trasparente.
Piede in acqua. Fredda. Ma tutto sommato non troppo. Prendiamo coraggio e ci buttiamo. C’è un momento, un lasso di tempo di qualche secondo in cui il corpo avverte il freddo e non sa come reagire. Io inizio a nuotare. Lunghe bracciate per riscaldarmi. Vado verso il largo. Poi metto la testa sotto al pelo dell’acqua e, pur nella visione annebbiata senza maschera, vedo che tutto trasparente.
Nuoto, continuo a nuotare. Sento l’acqua intorno al mio corpo: mi avvolge, mi sostiene. Entra in bocca nel naso. Mi sembra che abbia anche un buon sapore.
Mi stendo al sole. Mi ronzano in testa alcune note. Penso al riff di “Kashmir” dei Led Zeppelin e non capisco cosa mi ricordi. Sole sulla faccia. Scalda e brucia il grigio di una città lasciata negli ultimi giorni di settembre e che rivedrò nei primi giorni di ottobre. Penso che sia una cosa unica, una catarsi non equiparabile a nessun’altra. Almeno per me.
Mi si scalda il viso e penso a quelle note.

Ecco che cosa è: il riff di “Kashmir” è molto simile all’intro di “Wake Up” dei Rage Against the Machine. Tom Morello tira fuori quel suono girando le meccaniche dell’accordatura. Non so se sia una citazione, una ispirazione o che altro. Però suonano molto simili, anche se poi “Wake Up”, dopo l’intro, prende tutta un’altra direzione.
Abbiamo una scorta di giornali: Repubblica, il Fatto Quotidiano, e la Nuova Sardegna. L mi dice che lì ci sono fondamentalmente due giornali: l’Unione Sarda, che è sul centro-destra e la Nuova Sardegna (che normalmente viene chiamata solo come “la Nuova”) tendente al centro-sinistra.
C’è la protesta dei pastori a Porto Torres. Hanno bloccato dei camion che sbarcavano dai traghetti, provenienti dalla Spagna. A bordo pecore e maiali privi di targhette di riconoscimento. La tesi dei pastori: questi animali vengono portati in Sardegna senza documenti che ne attestino la provenienza. Poi, una volta sull’isola, vengono spacciati per prodotti tipici sardi anche se non lo sono. Così il lavoro dei pastori viene scavalcato e loro perdono soldi. Hanno dovuto forzare il blocco di polizia e carabinieri per riuscire ad accedere a questi camion e dimostrare con i fatti la loro tesi. “Costretti ala violenza” dice qualcuno di loro. Io penso che la non violenza sia una gran cosa, ma ci sono alcune situazioni in cui non ci si può trincerare dietro questo paradigma. Soprattutto quando di mezzo c’è la propria sopravvivenza.

La sera la famiglia di L prepara una cena incredibile. Mangiamo tanto, tutti.
A letto dopo qualche sigaretta, di cui una ben farcita, sotto le stelle.
“Belle le stelle”
“A Milano non si vedono?”
“Praticamente no”
“Ah”.

L’indomani sveglia alle 9 e qualcosa. Io avrei continuato a dormire, ma sarebbe stato un peccato. Mi affaccio in terrazza ancora tutto insonnolito. Il cane di L mi si siede in braccio. Io me lo stringo fra le braccia e tutti e due chiudiamo gli occhi.
Anche oggi mare. È una giornata senza nuvole, fa caldo. Andiamo verso nord, sulla costa ovest, la più vicina. Più su di Is Arutas stavolta. S’Archittu. C’è una spiaggia con un paesino che ci si affaccia sopra. L dice che le case, per i suoi gusti, sono troppo vicine al mare.
Bagno, sole. E lettura dei giornali. Oggi, sull’azione dei pastori a Porto Torres, non leggo commenti indignati che additino i violenti. C’è poco da dire. Hanno ragione loro. Si sono dovuti prendere qualche manganellata per dimostrare che non stavano mentendo.
Noi intanto prendiamo il sole. Io penso alla non violenza e allo stato di necessità. Continuo a credere che sia quest’ultima la discriminante. Continuo anche ad essere convinto che è troppo facile fare bei discorsi quando la sera la tavola è apparecchiata con ogni ben di dio.

Anche questa giornata finisce. La sera abbiamo un appuntamento per una cena vicino ad Iglesias. Più o meno un’ora di macchina. Non ne ho voglia, però la persona che ci ha invitato a cena ho voglia di vederla. L’ho conosciuta a luglio, durante una cena un ristorante a picco sulla costa. Si parlò tanto di politica.
Dopo un’ora di macchina arriviamo a casa sua. Una casa accogliente, grande, curata, circondata da cani con i quali non riesco a smettere di giocare.
Cena di pesce. Ci sono gli antipasti, fra cui svettano le cozze con il limone e una insalata di tonno crudo con cipolla e pomodori. Arriva il risotto gamberi e zucchine. Io e Luisa, pensando che la cena sia finita, usciamo a fumare e a giocare con le bestie.
Torniamo dentro e sulla tavola c’è del pesce al sale.
“Se lo volete eh! Sennò non vi preoccupate”, dice la nostra ospite.
Il pesce va giù che un piacere. Ogni volta che svuoto il bicchiere di vino bianco ghiacciato, qualcuno me lo riempie e io ricomincio.
Anche stasera abbiamo fatto il pieno.
Arriviamo ai nostri letti che è tardi. Mi addormento con il pensiero che domani si torna.
Ma c’è ancora un viaggio di mezzo. In macchina stavolta: L ha deciso di riportare la sua macchina a Milano e così si torna in nave.
La mattina dopo sistemo tutte le mie cose in vari sacchetti: roba sporca, roba pulita, libro di Conrad. Ho deciso che attaccherò “Tifone” in traghetto. Al momento sto leggendo “Cuore di tenebra” ma forse sono troppo influenzato da “Apocalypse Now” e la faccia di Marlow me la immagino come quella di Martin Sheen, mentre Kurtz ha quella di Marlon Brando. Cose che succedono quando si infrange la regola del “prima il libro e dopo il film”. Solo che a volte succede che vedi un film senza sapere che c’è un libro prima.
Siamo ad una quarantina chilometri da Oristano, verso sud. Abbiamo l’imbarco ad Olbia alle 2 e 30. Tocca fare questi 200 e passa chilometri. L saluta la sua famiglia e il suo cane che ci guarda offeso. Si rintana nella sua cuccia e ci guarda con aria superiore.
Partiamo. La Ford Fiesta diesel inizia a correre sulla statale 131. L alla guida, io di fianco, Luisa dietro. Luisa dormicchia io e L parliamo. I chilometri passano via veloci. Siamo ad una cinquantina di chilometri da Olbia. Io e L iniziamo una discussione sui rapporti finiti. Io le dico che sono molto dispiaciuto di non essere in contatto con nessuna delle ragazze con cui sono stato. Lei capisce.
Arriva Olbia. Cerchiamo un tabacchi e rivedo quelle vie che, nella mia settimana solitaria a luglio, mi hanno visto bighellonare sempre più annoiato in attesa di un’ora decente per andare a letto.
Siamo sulla banchina. Le macchine, i camion, i camper sono allineati lungo file ordinate. Le moto a parte sulla nostra sinistra. Arriva la nave. Sbarca uomini e mezzi. Poi saliamo noi.
La Moby sembra più curata della Sardinia Ferries. I bagni sono più puliti, il personale è gentile.
Guardo la costa allontanarsi. Questa terra mi piace sempre più. Forse devo qualcosa a Milano, al suo essere ostile e invivibile. Se così non fosse, forse non avrei questa apertura verso altre terre, altri luoghi e persone. La mia attitudine a mettere radici nei posti che mi piacciono è forse (anche) figlia della città in cui vivo.
Inizio “Tifone”, ma non riesco a finirlo. Il tempo ci sarebbe, ma guardare il sole che tramonta dietro le nubi, vedere le stelle, osservare gli spruzzi messi in evidenza dalle luci della nave mi piace troppo. Lascio il comandante MacWhirr alle prese con la sua nave e i suoi uomini nel bel mezzo della tempesta.
Sono le 8 e 30. Stasera c’è Inter Juve. Cerco la frequenza della radiocronaca sulla radio del cellulare. La trovo, la perdo e la ritrovo. Poi, vagando per i ponti, vedo che al bar di poppa stanno trasmettendo la partita. Mi accomodo, più o meno, e guardo.
Maicon non salta l’uomo in fascia, mentre Snjeider non mi pare molto in forma. L’unico in stato di assoluta grazia è Eto’o. E anche Stankovic. Manca il capitano. Varie occasioni ma i gol non arrivano. Manca un quarto d’ora alla fine. La voce dagli altoparlanti invita i proprietari delle macchine parcheggiate nei garage 3 e 4 a prepararsi a scendere. Noi siamo 4 blu. Il numero non è stato difficile da ricordare.
“Quattro come il capitano” ho detto alle ragazze quando abbiamo parcheggiato.
Dentro la pancia della nave, dove ci sono i garage, la radio non prende. Non prende quella del cellulare e non prende quella della macchina. Provo a telefonare, ma non c’è campo. Voglio, devo sapere come è andata a finire.

“Te la senti di guidare?” mi chiede L.
“Certo!”.
Sbarchiamo.
Adesso la radio funziona e c’è anche campo. Avido di notizie, accendo su Radio2 e inizio a telefonare. Non chiamo mio padre, perché so che era fuori a cena con mia mamma e non hanno potuto seguire la partita. Provo a chiamare Alberto, che era allo stadio e che, fatti i conti, adesso dovrebbe trovarsi imbottigliato in macchina cercando di guadagnare la via di casa. Non risponde. Chiamo Filippo, di fede rossonera, ma non per questo poco obiettivo. Non risponde nemmeno lui.
Poi una voce dalle casse della macchina, parla di zero a zero. Filippo mi richiama e conferma.
Un punto in due gare. E vabbene che erano Roma e Juve, però non va bene lo stesso.

Ecco la Livorno Genova. L si mette dietro e dorme quasi subito. Luisa di fianco a me. Chiaccheriamo fitto almeno fino al tratto Parma Milano. Poi cede anche lei. Anche se non vorrebbe: preferirebbe continuare a tenermi compagnia. Anche io sono stanco, ma molto sveglio. Sento il mio corpo affaticato, ma la testa è lucida. Quando ci sono dei chilometri da fare e sono a rischio sonno, è come se mi auto-dopassi. Scaccio il sonno. Lo rimando indietro. E gli occhi non mi si chiudono. Certo, ne risentono i riflessi. Però di questo sono consapevole e così spingo ma non più di tanto.
Arriva Milano. Ci abbiamo messo 2 ore e 20. Non ho corso tanto. Luisa non è d’accordo. Io ribatto che quello che fa un viaggio in macchina breve è la costanza.
Arriviamo a casa. Alle due meno qualcosa di notte.
Io sono ancora vittima del mio autodoping, mentre Luisa crolla nel letto.
Il sonno non mi arriva fino alle 5 del mattino. A quel punto, in compagnia delle prime pagine di un Dylan Dog, chiudo gli occhi.

Resto con il sapore di questi giorni e con la voglia di tornare.

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