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Archivio Novembre 2010

Potrebbe bastare

23 Novembre 2010 3 commenti

Bisogna ritornare in onda, scrivere qualcosa e poi cliccare su “pubblica”, senza passare da “anteprima”. Pare che oggi sarà una delle ultime giornate in cui si vedrà il sole. Poi di nuovo nuvole, pioggia, cemento bagnato e i più catastrofici parlano di neve o nevischio nei giorni che introducono il week end. Combatto la mia inattività forzata a colpi di libri, film e palestra.

Ho scoperto la magia dei cd riscrivibili da 4 giga e passa, ho scoperto che Eric “the King” Cantona è interessato al rovesciamento dello stato di cose presenti e consiglia di ritirare i soldi dalle banche, ho visto il primo film in cui Gian Maria Volonté ha un ruolo da protagonista (1962, “Un uomo da bruciare”), ho scambiato due parole con un istruttore della mia palestra dopo quasi un anno di frequentazione, ho sognato la mia moto e, il giorno dopo, ho visto un video in rete in cui un ragazzo, in bagno, si masturba con un catalogo della Suzuki aperto davanti a sé, ho scoperto come si fa la marmellata.

Ho capito anche, grazie ad un libro usato comprato per due euro e scritto da Giorgio Bocca, che gli arresti del 7 aprile 1979 non furono casuali. Fu una delle operazioni più massicce dell’antiterrorismo in Italia. Non mancarono le polemiche. Venne portata in questura tanta gente, sostanzialmente sulla base del sospetto; o meglio: dell’opinione. Il Pci ne fu complice. Non solo non si oppose (e si sarebbe trattato di opporsi ad arresti arbitrari ed illegali), ma, prima, fornì le liste di tutti quelli che non avevano rinnovato la tessera di partito. Quindi, sospetti: o con loro o contro di loro. Ma ho scoperto che c’è di più. Gli arresti di quel giorno andarono in una direzione precisa. Vennero strette le manette ai polsi di chi, in quegli anni violenti, teorizzava, nonostante tutto, l’esistenza di un margine politico di azione per non arrendersi ad una prospettiva strettamente militare. Da un lato c’erano le Br reduci dal sequestro Moro che, se politicamente fu un fallimento, militarmente aveva dimostrato una capacità di fuoco impressionante. Quindi, per i brigatisti e i loro accoliti, l’unica strategia era quella militare. In galera invece ci finirono quelli che si volevano scostare da questa prospettiva, continuando a teorizzare una risposta politica e non necessariamente armata. Mettere in galera questi ultimi voleva dire stringere il cerchio attraverso un segnale forte, che, semplificando, potrebbe suonare così: o vi ritirate a vita privata e lasciate perdere la politica (e molti scelsero questa strada) oppure l’unico modo che avete per combattere lo Stato è con le armi in pugno e, mettendola su questo piano, lo Stato, prima o poi, avrà la meglio. Evidentemente, a chi aveva il compito di reprimere, facevano più paura le teste che le braccia, facevano più paura le idee che i proiettili sparati, perché se si parla di sparare lo Stato sa che è in grado di sparare di più e meglio.

Questo successe. Le idee finirono. Restarono le armi e con quelle perdemmo.

Nell’aprile del 1979 io avevo due anni e una manciata di giorni. Più avanti mi sono rammaricato di essere arrivato così in ritardo per quei giorni, per quel periodo. Mi sarebbe piaciuto sapere cosa avrei fatto, dove sarei stato, se, nel mezzo della mischia, le mie idee sarebbero state le stesse, con chi mi sarei schierato. Ho avuto invece primavere sempre molto tranquille che mi hanno permesso di leggere le cose con calma, di studiarle anziché viverle in prima persona e con l’acqua alla gola. Ho scelto virtualmente, a posteriori. Qualcuno più grande di me mi ha detto: “guarda che è meglio così”.

Sul tavolo dove scrivo, in ordine sparso, il succo di frutta, la tazza di caffè ormai vuota, del tabacco, una ciotola di marmellata fatta in casa.

Voglio bene a chi non ha disperso il grido. Non sciupare il seme, prescrive un arduo comandamento. Raccoglierne qualcuno, è una più accessibile consegna contro il fitto spreco del vivere. Per un uomo, potrebbe bastare

Il contrario di uno” – Erri De Luca

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Prospettiva Pisapia – Primarie a Milano

10 Novembre 2010 4 commenti

La prospettiva, in uno dei suoi significati figurati, vuol dire un insieme di circostanze future che si possono prevedere. Molte cose hanno una prospettiva e molte nostre azioni ne sono influenzate, più o meno consciamente. Agiamo in base ad una prospettiva e, non essendovi nulla di certo, in quella si ripongono delle speranze.

Giuliano Pisapia nasce nel maggio del 1949, a Milano. Si laurea in Scienze Politiche, Giurisprudenza e nel frattempo inizia a lavorare. Fa l’educatore al carcere minorile Beccaria, poi operaio e impiegato. A 30 anni inizia a fare l’avvocato e tra le sue mani scorrono le carte che parlano delle violenze al G8 di Genova, della morte di Carlo Giuliani, delle lame che hanno ucciso Dax fuori dal Tipota a Milano (e pensare che noi andavamo lì a mettere dischi), dell’ingiusta accusa di omicidio nei confronti del comandante partigiano Germano Nicolini, il Comandante Diavolo (qualcuno, forse, ricorda la canzone dei Modena City Ramblers “Al Dievel”).

La prospettiva è anche, anzi: sostanzialmente, quella parte della geometria che insegna a rappresentare una figura tridimensionale su una superficie piana. In pratica riuscire a raccontare tre dimensioni, quando se ne hanno a disposizione solo due. Si può fare intendere che c’è dell’altro, qualcosa in più oltre a quello che si trova su un foglio. Come fosse un’astrazione.

Sono passati tanti anni durante i quali ho disertato la cabina elettorale. La mia città era sempre peggio e sembrava che per contrastare questa deriva ci fosse bisogno di candidare qualcuno che ricordasse un po’ quel peggio, che non se ne distaccasse troppo, temendo non ho ben capito cosa. Invertire la rotta era un tabù, un qualcosa di utopistico, avventurista, poco pragmatico. Man mano sparivano alcune parole, su tutte “politica”. A noi, elettori di sinistra milanesi, è stato chiesto l’impossibile in più di una occasione: candidati incolore da buttare in una mischia incolore. Impossibile, quindi non l’ho fatto e nonostante tutti i discorsi con gli amici, non mi sono mai sentito in colpa. Non c’era la possibilità di scegliere: semplicemente la sinistra non aveva candidati.

Oggi c’è, si chiama Pisapia, e io voglio provarci. Voglio dimostrare, anzitutto a me stesso, che questi anni, per quanto deprimenti, non hanno cancellato la voglia di crederci e di fare scelte partigiane.

Poi vada come vada. Non è la sconfitta a spaventarmi, ma la possibilità di non poterci nemmeno provare. L’assenza di prospettiva, insomma.

giuliano_pisapia_zone

Oltre 120 seggi resteranno aperti nella sola giornata di domenica 14 novembre, dalle ore 8,00 alle ore 20,00.
E’ richiesto al seggio:
- un documento d’identità valido
- la tessera elettorale
- l’adesione alle “Linee guida” delle Primarie
- una sottoscrizione di minimo 2 Euro

PisapiaXMilano

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