Archivio

Archivio Dicembre 2010

o lo affronti…

29 Dicembre 2010 2 commenti

Mi piace la calma post natalizia. Da ragazzino, quando riempivo pagine e pagine con parole piene insoddisfazione e antagonismo, una volta scrissi: “ora la bestia è sazia. È lì che cerca di digerire ogni spreco”. Forse non avevo tutti i torti. Poteva essere il ’93 o forse il ’94.

Le strade sono quasi deserte, è pieno di parcheggi, nei negozi non fai la fila. Davvero un bel regalo.

Ma in quanto a regali questi giorni non sono stati avidi. Accadimenti. Cambiamo allenatore. Mister Benitez è stato gentilmente invitato a lasciare la panchina dell’Inter. Io non lo avrei mandato via, ma visto che non sono sul libro paga di Moratti, mi pare inutile stare a pensare cosa avrei o non avrei fatto. Hanno fatto loro, secondo me sbagliando, ma tant’è. Affiorano comunque ricordi non tanto belli, quando in quello spazio infossato a bordo campo, si avvicendavano personaggi più o meno famosi. Nemmeno il tempo di affezionarsi, di avere un numero sufficiente di incontri per poterli valutare e toccava già ad un altro. La tua squadra iniziava a sfuggirti di mano e aspettavi la fine della stagione come una liberazione. Arriverà un giovane brasiliano dallo sguardo pulito: nel suo curriculum l’unica nota positiva aver mandato a fanculo Berlusconi, anche se solo come presidente del Milan e non come politico. Già qualcosa.

Ma in questi giorni è successo anche altro. Per la prima volta nella mia vita possiedo, e indosso, una felpa in pail. Mi piace e mi tiene caldo. Questa notte ho sognato di partecipare ad una specie di gara. Bisognava correre, saltare ostacoli, non mancare i check point. Durante questa corsa indossavo la mia felpa nuova. Quando poi mi sono svegliato l’ho trovata lì, sulla sedia dei vestiti, discretamente piegata.

Un sogno strano, non molto chiaro. Meglio comunque del mio sogno ricorrente. Il carcere. Mi è capitato spesso di sognarlo e le porte in ferro si aprivano quando stavo per svegliami.

Sarà anche frutto delle mie letture. Natale ha portato molti libri, come sempre. Però ultimamente attraverso un periodo ordinato: finisco prima quello che sto leggendo e quasi un libro alla volta. Quasi. Mancano poche decine di pagine alla fine di “Mara e le altre”, libretto del 1979 edito da Feltrinelli, collana “i nuovi testi”. Si parla di donne e lotta armata. Quali sono state le motivazioni delle donne che, negli anni ’70, hanno iniziato a sparare insieme ai compagni maschi. Libro intenso a tratti complicato e illuminante.

Illuminante un discorso fatto da una donna, anonima:

Hai capito che [il carcere] è l’esatta riproduzione dell’esterno, solo più concentrata, una specie di drammatizzazione della realtà. In questo senso è anche una scuola, perché capisci che è l’esterno, la sua esatta rispondenza, non una escrescenza anormale. E, siccome il carcere è una istituzione totale, lì i particolari non ti possono sfuggire. Se quando sei lì fuori pensi che l’amore per una persona, o la casa agricola in Toscana, possano essere una possibile fuga o sottrazione rispetto ad una realtà che non ti piace, in carcere questo non lo puoi proprio fare. Non te ne puoi andare al cinema per svagarti e non pensarci più. Allora o lo affronti o ti fai schiacciare…”.

Notte fonda, Luisa dorme a fianco a me e la mia testa continua a pensare. Penso a quello che ho letto e a come alcune cose producano endorfine ma sostanzialmente si torna sempre da capo.

Penso che la donna rimasta anonima abbia ragione.

Categorie:Argomenti vari Tag:

Rischi del mestiere

16 Dicembre 2010 1 commento

Capitan Zanetti ha fatto una sgroppata delle sue: palla incollata al piede e testa bassa. Avanza, avanza, gli altri avversari sembrano fermi, in ritardo. Passa la palla a Milito che è costretto ad allargarsi sulla destra.

C’è una ragazza in palestra. Bel viso, fisico ad un passo dallo scheletrico. Quasi niente seno. Per ogni esercizio trova sempre il modo di appoggiare il libro che sta leggendo da qualche parte e leggere mentre ripete gli addominali, i dorsali, quegli esercizi per le gambe prerogativa quasi esclusivamente femminile. Ci diciamo qualche “ciao”, niente di più. Vorrei vedere almeno il titolo di un libro che legge. Ma non vorrei che pensasse male. La mia è solo curiosità.

Inizia il film, siamo sul divano: io in mezzo a due miei amici. Di quegli amici che ho conosciuto quando avevano la faccia da ragazzini e io anche. Tanti anni fra il primo “ciao” e questa serata. “Non ci sono più cime, non farà nulla”. Allora esagero. E aspiro tanto. Non è che mi sta prendendo male? Chiederselo è già il primo passo verso una discesa. Te lo chiedi ma già lo sai. Li lascio davanti al film e raggiungo camera mia. Mia e di Luisa, che stasera non c’è, ma arriverà. Il fisico mi ha abbandonato. Forse devo vomitare, ma me lo chiedo giusto per avere un quadro esaustivo. No, non devo. Bisogna solo farla passare. Da dietro il muro sento i miei amici ridere.

La palla è a Milito che frena la sua corsa. Giusto un attimo, una frazione di secondo in cui il difensore sud coreano lo supera, pensando che El Principe si avventuri verso il fondo del campo. Invece no. Frena e la palla è dietro di lui. Ma non c’è tempo per girarsi. Serve il tacco per passarla subito.

Sento che il mio fisico non è proprio a posto. I polmoni ci sono, il cuore anche. L’amore per il sudore e la fatica muovono tutto il resto. Mi sale un po’ di tosse e sento che c’è un leggero ritardo della mia testa su ogni passo. È come se sentissi ancora la maria correre nelle mie vene, penso ad un sangue rosso scuro che cede qualcosa al verde. Corro. Devo resistere e sputare tutto fuori. Dal mio fisico e dalla mia testa.

Bisognerebbe spegnere la luce. “Mi ferisce gli occhi”. Penso ad una mia ex che usava questa frase per manifestare il suo fastidio per qualsiasi fonte di luce. Ma alzarsi non è proprio cosa. Anche spostare il braccio per coprirsi gli occhi è una operazione difficile, faticosa. La mente va a mille, qui fra poco fondo, mi ripeto. Bumbumbum del cuore nell’orecchio. Ansia. Meglio provare a respirare lungo. Grandi respiri, faticosissimi, perché il fisico non risponde proprio. Però va meglio. Bum. Bum. Bum. Questa cadenza più rallentata mi tranquillizza.

Nel frattempo il Capitano ha continuato la sua corsa verso il centro dell’area percorrendo una linea leggermente diagonale. Quei sud coreani che cercavano di togliergli la palla dai piedi lo seguono ancora, ma a distanza e le loro teste sono rivolte verso Milito, che però si è già liberato della palla.

Mancano 5 minuti alla fine della mia corsa. Devo resistere ed arrivare in fondo. C’è un triangolo bianco scuro sul mio petto. Penso al cuore che pompa, ai muscoli delle gambe in tensione. Ce la posso fare. Basta restare concentrato e tenere il ritmo.

Thompson diceva che in certi casi è inutile resistere. Meglio lasciarsi trasportare, anzi: “lasciarsi sopraffare”. E ovviamente aspettare che finisca. I miei amici forse stanno facendo qualche congettura sulla mia assenza. Ecco di nuovo il bumbumbum del cuore. Devo ricordarmi di respirare a pieni polmoni, così la situazione si decongestiona. Forse sta iniziando a finire. Provo a spostare il braccio. La luce della lampada sul soffitto è uno schiaffo. No, troppo presto per la luce negli occhi. Aspetta e stai calmo.

La palla lanciata dal tacco di Milito arriva al centro dell’area. Per un attimo sparisce dalla vista coperta dalle gambe degli altri giocatori. Però il nostro numero 4 corre ancora. Deve averla tra i piedi,  per forza, perché altrimenti allungherebbe il passo, oppure si fermerebbe. No no, deve essere lì, da qualche parte, in armonia con la sua corsa. Speriamo sul suo destro.

Due minuti. È quasi fatta. Aumento un po’, perché mi piace spingere, forzare le cose quando si tratta di fatica. Ma ce la posso fare. Senza problemi.

Nan-Shan si chiamava la nave a vapore battente bandiera siamese in “Tifone” di Conrad. È in mezzo ai flutti. Ci vuole fiducia nel capo, il Capitano MacWirr. Sembra una lotta impari, proprio come la mia. Però resterò a galla anche io. Devo arrivare in acque tranquille. Non sono poi così lontane, lo sento.

La palla è sul destro del Capitano. Non c’è altro da fare che colpirla con l’esterno. La gamba destra si allunga e la colpisce. I muscoli vibrano, la sfera prende velocità. Il portiere sud coreano ha un fremito di un secondo. Ha capito che la palla sta arrivando alla porta che deve difendere. I suoi nervi si tirano, scatta, anche dalla parte giusta. Ma la palla entra e il Capitano inizia a correre.

Beeeep. Fine. Finiti i miei 33 minuti di corsa. Cinque chilometri e 400 metri. Il sudore mi avvolge. Ho buttato tutto fuori dal mio corpo. La ragazza magra e quasi senza seno mi passa di fianco e mi saluta. Mi esce un “ciao” un po’ soffocato.

Forse ho dormito. Forse no. Sta di fatto che la tempesta è passata. Quanto è durata? Non lo so. Però ne sono fuori. Adesso resta solo qualche frangente di fattanza, ma non è nulla in confronto a quello che hopassato. Il fisico ricomincia a rispondere. La luce non mi ferisce più gli occhi.

Il Capitano corre fino alla fine del campo, vicino alle tribune. C’è un bacio da dare e una finale da giocare.

3dbe43022957d5e88d9eba774ee476f1-1292440204

Categorie:Argomenti vari Tag: