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Archivio Gennaio 2011

…and far away

29 Gennaio 2011 2 commenti

Grigio. Un po’ più chiaro dei mesi scorsi, ma sempre grigio. Il sole illumina da dietro questa barriera di ghisa. Ieri ho passato il pomeriggio seduto per terra, università Bicocca. Selezioni di un master che non avrei fatto, ma il mio cognome imponeva che ci fossi per non dare spazio a probabili favoritisimi. E così eccomi a gambe incrociate con il libro di Pasolini in mano. Di fianco a me un gruppetto di ragazzi con una decina di anni meno di me. Loro sì convinti, pronti, con una dose di entusiasmo per me del tutto ingiustificata. Le cose andavano per le lunghe. Le ore passavano. Intuivo man mano che non sarei riuscito a finire un lavoro e che non sarei riuscito a passare da Cristina e Marina. E questo mi seccava. Speravo che Marina, tra uno stiracchiamento e l’altro, capisse e perdonasse. Il venerdì pomeriggio se ne stava andando: unica nota positiva avere letto circa un centinaio di pagine di “Petrolio”.
Tornando verso casa mi sono concentrato sul rumore della moto che correva su viale Zara. Fino a quel momento della giornata era stata lei l’unica alleata. Anche lei ha aspettato un tempo lungo e forse anche lei si è annoiata. Però quando l’ho ripresa, nel parcheggio sotterraneo, non lo ha dato a vedere. È partita come se nulla fosse ed ha iniziato a correre. “Andiamocene”, sembrava direi il 650 cc. “Andiamo lontano”.
Ieri è stata una giornata piena di frustrazioni, con un dolore sopra gli altri. Ma i dolori ci mettono un po’ ad uscire. Chiedono rispetto, ma allo stesso tempo sono prepotenti e monopolizzano i tuoi pensieri. Chiedono rispetto ma non sembrano intenzionati a darne.
Dicono che la voglia di fuggire sia tipicamente maschile. Le donne non la hanno. Prendo atto. Se è così mi spiace per loro. Io posso confermare che quando mi sento così mi prende la voglia di stare da solo. Non so se sia la stessa cosa. Non necessariamente la solitudine implica la fuga, ma credo sia vero il contrario.

Mentre correvo su viale Zara direzione città, chiedevo al mio cavallo meccanico di essere abbastanza veloce da lasciare tutto dietro. Prendere ogni brutto pensiero, farlo entrare nelle prese d’aria, bruciarlo insieme alla benzina e vomitarlo dallo scarico.
Poi però sono arrivato a casa, ho fermato la moto e tutto il vantaggio guadagnato si è ridotto.

Pazienza.

Toccherà ripartire.

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Significazioni Terrorizzanti (riflessione di mezza mattina)

24 Gennaio 2011 1 commento

Ieri, o forse il giorno prima, ero steso sul divano, quasi completamente mimetizzato e in simbiosi con i cuscini. Mano destra sul telecomando e stomaco pronto alla cena di carne e verdure. Ogni giorno il palinsesto televisivo generalista regala 10 o al massimo 15 minuti di buona televisione. Blob, dalle 8 alle 8 e 15 quando va bene. Con Blob hai visto quello che c’era da vedere. A volte, purtroppo, anche cose che di tuo non avresti mai visto.

Faccio fatica a seguire i vari “Ballarò” e “Anno Zero”. Ci sono personaggi squallidi e autoreferenziali e le nostre idee, o, più genericamente il nostro modo di vedere il mondo non è né rappresentato né difeso da nessuno. Quando va bene c’è qualcuno che cita la Costituzione, per ricordare le regole del gioco condivise.
Era quasi ora di mettersi a spadellare e Blob stava finendo. Oltre alla Santanché che si alza e se ne va alle vignette di Vauro, ho visto anche il Ministro dell’Istruzione parlare del suo premier. Lo ha dipinto come un uomo generoso e lei, che ha avuto più volte la fortuna di viaggiare con lui, ha potuto vedere la quantità di assegni firmati e a favore di persone che avevano bisogno: chi senza lavoro, chi senza i soldi per pagarsi il dentista. Berlusca ha staccato assegni. Quindi è un uomo generoso.

Sono svariate le vie attraverso le quali questa classe dirigente veicola i suoi messaggi, il suo modo di vedere il mondo, la loro – mi si permetta – Weltanschauung. Difficile contarli e indignarsi ogni volta. Ulrike Meinhof diceva che l’indignazione non è un arma, ma erano altri tempi. Qui e adesso l’indignazione sarebbe già un successo.
Questi assegni staccati in favore di bisognosi però, non è una immagine che mi ha lasciato indifferente.

Ho pensato questo: uno Stato può avere un sistema più o meno diffuso di welfare. Può aiutare i suoi cittadini che si trovano in difficoltà in misure diverse a seconda del suo assetto. Può darti una casa, una scuola, nelle migliori delle ipotesi può passarti dei soldi se sei senza lavoro. Ci sono delle regole e delle caratteristiche attraverso le quali si può accedere a questi aiuti. Un cittadino sa se la sua condizione di indigenza è prevista e rientra nei parametri che ti consentono di accedere a queste risorse. E vale per tutti.
Nelle parole del Ministro dell’Istruzione (peraltro niente più che un ostaggio senziente nelle mani del Ministero dell’Economia) c’era qualcosa di radicalmente e sostanzialmente diverso. Veniva dipinta l’immagine di un uomo, ricco e di potere, che non aveva nessuna intenzione di dare sistematicità e organizzazione a questi aiuti. In sostanza devi avere la fortuna di incontrarlo, di incrociare il suo passo, di trovarlo di buon umore e magnanimo, di raccontargli la tua storia e vedere se, secondo i suoi personalissimi criteri (peraltro mai resi noti), rientri nel novero delle persone da aiutare. Se non lo incontri, se lo incontri nel momento sbagliato, se la tua storia personale non è sufficientemente commovente, ti tieni il tuo problema.
È un meccanismo che sottende una ingiustizia di fondo e che anzi sancisce un metodo ingiusto e non equo. Una elargizione casuale e arbitraria divenuta sistema: a dimostrarlo il fatto di essere diventata argomentazione valida in un programma televisivo.
Secondo loro dovremmo accettare questo fatto come una dimostrazione inattaccabile di bontà, possibilmente in speranzoso silenzio.

Il titolo di questo post viene da una sottolineatura notturna ad una frase di Pasolini:
significazioni terrorizzanti a dei particolari insignificanti e comuni”.

Sapevo che presto mi sarebbe stata utile.

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se sei

20 Gennaio 2011 3 commenti

Quasi non ero più abituato a vedere oltre i palazzi, fuori dalle mie finestre. La nebbia aveva avvolto tutto nelle prime e nelle ultime ore di luce della giornata. È stato così per vari giorni. Questa mattina, novità. Si vede.
Il freddo ha la caratteristica di entrarti dentro, nelle ossa. Quando ne prendi tanto poi puoi scrollartelo di dosso, almeno esternamente. Ma dentro resta per più tempo.

Mi sono incamminato verso lo stadio da solo. Con i mezzi. Per farmi compagnia lungo la strada mi sono rollato qualcosa e me lo sono fumato strada facendo. Sono salito sul tram 16 con passo incerto ma divertito. Con lo sguardo osservavo tutti i miei compagni di viaggio. Man mano che il tram si avvicinava allo stadio scendevano le facce di quelli che stavano tornando a casa e salivano le facce da stadio. Imbacuccati, coperti, colori nerazzurri e guanti. L’aria di chi per un po’ dovrà sopportare il freddo.
Mi piace a volte prendere i mezzi. Mi deresponsabilizza.

Lo stadio è apparso avvolto dalla nebbia. Impassibile, con tutte le luci accese. Indifferente al freddo. Io ho riacceso il mozzicone che avevo spento sulla suola della scarpa prima di salire sul tram. Ho girato intorno all’impianto per arrivare al mio ingresso, disegnando una traiettoria ampia per evitare le divise ed il loro sviluppatissimo olfatto. Il piano era quasi perfetto, se non fosse che le camionette dei carabinieri non vengono mai abbandonate completamente. C’è sempre qualcuno di guardia. E quel qualcuno di guardia mi si è palesato davanti, uscendo dalla foschia. Guardava da un’altra parte, ma era abbastanza vicino da poter sentire. Ho tenuto dentro l’ultima aspirata e l’ho dovuta tenere per un bel po’: il tempo di allungare impercettibilmente il passo e raggiungere un’area sicura. Ma il fumo tenuto dentro fa più effetto. Quando ho finalmente espirato l’effetto era raddoppiato. Il passo si è fatto incerto. Ma il freddo è un ottimo antidoto, a volte anche non voluto. Certe volte vorresti tenerti l’effetto, ma il freddo lo ridimensiona.

Dicono che con l’età aumenti la tendenza ad emozionarsi. Io non so se ho un numero sufficiente di anni alle spalle per poter parlare di “età”, però lo striscione “Javier Zanetti: orgoglio dell’F.C. Internazionale” mi ha fatto inumidire gli occhi.

La partita non è memorabile. La vedo con il mio amico Claudio, di fede juventina e ovviamente tifoso del Cesena per l’occasione. Bestemmia sommessamente ad ogni azione sbagliata dei bianconeri, gioisce per i due gol che subiamo, ri-bestemmia al terzo gol di Chivu.
Usciamo dal confronto con i romagnoli vincenti e soprattutto con tre punti netti su tutte le altre. Superiamo la Juve in classifica e arriviamo a meno 6 dalla vetta rossonera.

Ci salutiamo davanti all’ingresso 10. La navetta che mi riporta in piazza De Angeli ci mette parecchio. Avanza a piccoli balzi, pare per colpa dei lavori per la linea 5 del metrò. Ho tempo per pensare e per scrollarmi un po’ di freddo di dosso.

Penso che sono felice di tornare a casa e trovare Luisa, penso che trovare un posto nel mondo non è cosa facile. Oltre al mero sostentamento (problema entrato nella mia vita di prepotenza da quasi due anni) c’è qualcosa in più. Alzarsi la mattina e trovare un perché. Perché non continuare a dormire? Perché non strafarsi e restare lucido, almeno finché non viene sera? Non lo so bene, sta di fatto che mi comporto come se qualcosa dovesse arrivare. Non penso ad uno tzunami o ad una mareggiata.
Direi più un’onda da prendere. Di quelle ben fatte, che all’inizio sono una dolce collina in movimento. Poi salgono verso l’alto fino a che la massa d’acqua non può più crescere verso l’alto e si frange.

Se sei troppo avanti non fai altro che salire e scendere. Resti dove sei.
Se sei troppo indietro vieni travolto dalla schiuma e vai sotto.
Se la prendi nel momento buono le stai sopra. E vai avanti.

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exit

16 Gennaio 2011 Commenti chiusi

Domenica di nebbia. Niente a che vedere con le peggiori, comunque. Qualche giorno fa sembrava di stare in un racconto di Scerbanenco. Era mercoledì, l’Inter giocava – turno di Coppa Italia – e io tornavo da casa di Alberto con la moto. È stata la prima volta in cui mi sono trovato a dover ridurre l’andatura in città causa nebbia. Mi era successo in auto percorrendo gli ultimi chilometri della Cisa, ormai in piano, andando verso Parma. Mi è successo, svariate volte, tornando da Pavia, la sera o la mattina molto presto. Ma in città mai. Via Vittadini era un’idea. Giusto qualche riferimento grigio scuro in mezzo ad un nulla inquietante o accomodante, a seconda dell’umore. Io ho pensato che tutto sommato ci stavo bene. Vedevo poco oltre il cupolino della moto. Però mi bastava. Ho anche pensato che quella nebbia era l’evento atmosferico più rappresentativo di questo momento. Un periodo in cui ogni direzione sembra equivalente a quella opposta. Non c’è razionalità nella scelta della direzione, solo istinto, impressione. Oltre il proprio naso nulla, se non una ridda di congetture.

Inoltre “Petrolio” di Pasolini sta colpendo duro. C’è qualcosa di cupo, di decadente. “Salò o le 120 giornate di Sodoma” è l’ultimo film di Pasolini. È difficile trovare aggettivi per descriverlo. Direi solo che il messaggio contiene tutte cose diametralmente opposte alla speranza. Il Potere è tutto e non porta niente di buono quando è senza freni. È sopraffazione di ogni umanità. Il film doveva essere il primo di una trilogia. Come c’era stata la trilogia della vita, “Salò” doveva essere il primo lungometraggio di una incompiuta Trilogia della morte. Credo che anche “Petrolio” risenta molto del clima di disperazione e completa sfiducia. Visti adesso sembrano una specie di testamento.

Oggi la nebbia è meno decisa. C’è, ma sembra più un avvertimento a non allontanarsi dalla città, perché appena fuori diventa fittissima. Una specie di prigione senza sbarre evidenti. Anzi, con un ricatto a delimitare la zona: esci di qui e vedrai.

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due righe

8 Gennaio 2011 Commenti chiusi

Oziosi giorni grigi. Non so se più oziosi o grigi. Si fa la spola tra l’improvvisata e gelida postazione computer e la sala. I pensieri vanno e vengono. Vedo le ore che devo passare e penso a quanto potrei scrivere, come lo potrei scrivere.

Rapito da un libro scritto da un uomo che ha lasciato Milano ed è andato a vivere sul mare. A quanto pare 700 euro mensili gli bastano per condurre una vita serena. Le pagine di “Uomini senza vento” sono andate via veloci, soprattutto durante le gelide notti di questo gennaio. Ogni tanto il mio sguardo si posava sulla tapparella abbassata, oltre la sagoma di Luisa avvolta nel piumone. Mi immaginavo la notte cittadina, fredda e quasi deserta. Non sapevo se con neve, pioggia o qualche rara stella.

I giorni sono passati come le pagine.

“Profondo Nero” della Chiarelettere racconta il Caso Mattei. E non solo. Parla della scomparsa del giornalista De Mauro a Palermo e dell’omicidio di Pasolini a Ostia. Tre eventi legati. Tre morti volute dagli interessi forti, quelli che decidono e che non conoscono obiezioni. Implacabili come una ragion di Stato.

Allora, in questi giorni oziosi scanditi dai capitoli dei libri, capita di voler dire la propria. Nascono pensieri, storie da spacciare tramite questa piccola finestra.

“Profondo Nero” è propedeutico alla lettura di “Petrolio” di Pasolini, romanzo incompiuto, uscito postumo. A parte il titolo, non conoscevo le connessioni con il caso Mattei e non le conosco tutt’ora.

Come mi capita spesso ho iniziato a sfogliare “Petrolio”, mia prossima lettura. Leggo dei pezzi, stralci di appunti. Mi colpisce un paragrafo chiamato “La Grande Digressione”, un titolo stupendo.

Ma c’è anche “Continua la follia preparatoria: che cos’è un romanzo?”. Ci sono appunti su come doveva svilupparsi questo nuovo libro. Cenni sul protagonista, Carlo. Carlo è anche il nome del padre di Pasolini. Ma tra questi due Carlo le similitudini finiscono qui e per dimostrarlo l’autore tratteggia la personalità del padre:

esprimeva una volontà ostile, quasi l’eccesso di difesa di chi pur vantando violenti diritti sul presente, preveda una futura tragedia, che avrebbe trasformato i suoi diritti in degradazione”.

Due righe: in queste una personalità, una storia.

Giorni oziosi che vorrebbero dedicarsi alla scrittura.

Poi leggi due righe e la tua umiltà viene ulteriormente ridimensionata.

pasolini1

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primo

2 Gennaio 2011 3 commenti

Ieri sono stato abbastanza attento ad ogni mio gesto. Era il primo dell’anno e quell’aggettivo “primo” sembrava rendere nuovi certi rituali. E in fondo non è andata male, anzi. Piedi giù dal letto alle 14, colazione, Luisa non c’è. È dai suoi che c’è un pranzo. Io solitamente in giorni come questi non pranzo. Con una sveglia al pomeriggio e una buona colazione tiro sera. Imbarazzante a volte declinare inviti a pranzo, ma meglio l’imbarazzo che trovarsi ancora barcollante davanti ad un piatto di pasta con il sapore del caffè in bocca, la voglia di un’altra sigaretta e una nausea nemmeno troppo latente a causa degli odori del salato.

Sicuramente la palestra il primo dell’anno è chiusa. Inutile anche telefonare per parlare con la solita voce femminile che ha appena scostato gli occhi dal giornale e risponde per monosillabi. Una opzione in meno. Bevo il caffè e leggo le notizie on line. Poi bagno e vestiti puliti. Sono le tre, più o meno. Fuori c’è la calma del post festa. Poca poca gente in giro. Ho voglia di sentire la moto sotto di me. Metto i jeans puliti, la maglietta termica, una felpa in pail, una felpa con cappuccio. Poi giacca, guanti e sotto guanti. La moto è lì, inclinata sulla sinistra, più o meno indifferente a tutto. Giro la chiave e il quadro si illumina. Il motore gira piano, è ancora freddo. Ma ci mette poco a scaldarsi. Giusto il tempo di fare le rampe per uscire dal garage e ho guadagnato una tacca di calore su tre. Mentre esco vedo un Land Rover Defender bianco con la porta posteriore aperta. È il 90, cioè quelli con il passo breve. Mi piacerebbe molto averne uno. Ultimamente a Milano questo tipo di mezzo va di moda. Se ne vedono parecchi, con i cerchi modificati e la carrozzeria lucida. Visti così sono più da parata che da campagna. Io, il mio, me lo immagino sporco di fango, con qualche adesivo dietro. Eccomi fuori dal garage. Una volta sono stato ospite in una bellissima casa fuori Bologna, verso Sasso Marconi. Qualche giorno lì insieme ad alcuni amici. Poi Luisa doveva rientrare a Milano e così ho preso la moto e l’ho accompagnata alla stazione ferroviaria di Bologna. Rimasi stupito: in 15 minuti sono passato dalla campagna alla città. Campagna vera, collina. E città vera come può essere Bologna. Un sogno per noi che viviamo a Milano e che con un’ora a disposizione non possiamo fare granché. Al massimo arrivare verso i laghi, sentirne l’odore ed è tempo di tornare.

Oggi però fa molto freddo e non è tanto il tempo a disposizione a mancarmi: sarà il gelo a dettare i tempi di questo mio breve giro. Di solito per prime cedono le mani. Nonostante il doppio guanto e il paramani. Anche le ginocchia gelano, ma non un ginocchio congelato fa meno male delle falangi.

Vado verso la Barona. Strade ampie, rotatorie deserte. Volendo si più spingere un po’. Dopo una partenza sprint però mi rendo conto che l’asfalto è lucido e scivoloso. Non c’è molto grip, anzi: pochissimo. Da lì c’è una stradina che porta verso i campi. Quando viene primavera questi campi diventano risaie. Guidi su una stradina molto piccola circondata dall’acqua. Scoprii questo posto molti anni fa, mentre vagavo con la mia vespa px nera dell’81. Erano i prodromi di una passione, lo stare in sella come terapia. Allora capivo ancora poco e mi sapevo ascoltare molto meno.

La strada si dipana tra la città e Assago. Poi si svolta a sinistra e si passa dietro un laghetto artificiale dove credo peschino. Il paesaggio è spettrale, anche perché il buio è già calato, la strada è sterrata e fradicia. Dove non ci sono pozze di acqua marrone, c’è fango e il ruotone della moto scoda un pochettino. Meno gas e manubrio saldo. Non c’è anima viva. Case abbandonate con le finestre buie. Ne guardo una e ho quasi paura che di colpo appaia un viso, una faccia. Altra sbandata. “Guarda la strada”. Il pezzo sterrato e fangoso finisce. Ricomincia l’asfalto. Sento la gomma che lascia detriti di terra. Meglio tornare verso la città perché le mani iniziano ad essere insensibili.

Passo a prendere Luisa dai suoi genitori e saluto la sua numerosa famiglia.

Primo dell’anno. Giro in moto e mani gelate. Sveglia tardi. Nuovo calendario della lega del cane. Molti libri in più e attenzione a scrivere la data giusta. Giornate che impercettibilmente si allungano.

Ancora tanto freddo davanti, ma forse il peggio è passato.

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