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Archivio Giugno 2011

Un post da paura

16 Giugno 2011 2 commenti

Doveva essere giugno. Faceva caldo, c’era tanta luce. Probabilmente avevo già finito i miei impegni con la scuola, il liceo, che stava andando male. Mi importava poco. Avevo capito che l’unico strumento in mano ai professori per controllarmi era il voto, la minaccia della bocciatura. Io non la temevo, quindi su di me non avevano alcun potere. Cercavano autorità, ma avrebbero avuto bisogno di autorevolezza. E quella non si compra.
Caldo, camicia aperta, pantaloni corti e l’aria dell’estate che a quell’età era sempre uno scenario più che una stagione.
Una sera vado con mio padre alla festa del Pds a Sesto San Giovanni. Dal finestrino della nostra Ford bianca vedo quelle distese di fabbriche. Una zona per me sconosciuta; ai tempi mi muovevo in bici e il mio raggio d’azione era limitato.
Alla festa poca roba, ma non ci rattristammo. Avevamo voglia di stare un po’ fuori, di vedere.
In quel periodo c’erano le elezioni amministrative a Milano. Nando Dalla Chiesa contro Formentini. Ballottaggio. Io non avevo ancora 18 anni, quindi alle urne non ci sarei andato. Però mi ero impegnato. Con degli amici di mia sorella ero andato a fare volantinaggio notturno. Avevo seguito comizi e dibattiti. C’ero, insomma.
L’unica argomentazione di Formentini e i suoi era la paura del rosso. Dalla Chiesa era appoggiato anche da Rifondazione e alcuni manifesti invitavano i cittadini a tingere di rosso la loro città.
Formentini, inutile essere, non aveva altro da dire che “scegliete voi, se volete una città rossa oppure no”. Nemmeno lo sforzo di trovare argomenti, bastava opporsi al solito nemico.
Mentre passeggiavo con mio papà ancora non si era votato, ma i toni erano quelli.
Gli chiesi banalmente perché. Perché facevamo e facciamo paura? Perché basta questo spauracchio per portare a zero le argomentazioni? Cosa hanno fatto i comunisti in Italia?
Mio padre parlava sincero, lui che nel PCI c’era stato ma poi ne era uscito, credo per troppa burocrazia, sentieri volutamente troppo complicati e autoreferenziali. L’idea però se l’è portata con sé.
Mi ha raccontato il perché di questa paura, di questo spauracchio. Non c’entrava la paura dell’invasione sovietica, del diventare satellite di una superpotenza piuttosto che di un’altra. Era la paura che potevano fare persone poco inclini al sistema Italia, alla spartizione della torta, alla cooptazione e ad una interpretazione personale delle regole. C’era chi davvero avrebbe voluto che il privilegio diventasse per tutti, trasformandosi in opportunità. Uguali per tutti, nemmeno a dirlo.
Finalmente capii un po’ di più. Capii perché certi compagni di classe, ottusi e mediocri, mi davano del comunista, io dicevo “sì, perché?” e loro ribadivano “comunista!”, come se questo spiegasse tutta la loro acredine. Era come se mi avessero gridato “intelligente!” ma con il tono con cui si grida “idiota!”. Non ce l’avevo con loro, forse avevano sentito queste dichiarazioni lapidarie in casa e le avevano ripetute.
Ecco perché. Grazie papà.

Nel silenzio di queste notti improvvisamente calde, leggo. Finestra aperta e tenda che sventola. Tutto mi ricorda quel giugno di quasi 20 anni fa, solo che adesso questa luce di giugno non è più uno scenario. È solo una stagione a cui ne seguirà un’altra. Qualcosa inevitabilmente si perde. Forse è la conoscenza che lascia indietro un po’ di magia. O forse, più semplicemente ed aritmeticamente, dopo 33 primavere, la 34esima fa meno notizia di quella precedente e così via.
Leggo “l’Italia dei colpi di stato”. Consiglio a tutti la lettura di questi libri della Newton, su tutti “Roma criminale”. Gli autori cambiano, ma la sintesi e la chiarezza sono trasversali a tutte le loro penne.
La guerra in Italia è appena finita. I fascisti sono scappati, morti, oppure catturati. Gli Usa sono intervenuti, contro Hitler e Mussolini, ma le strategie stanno già cambiando. Adesso la paura è quella del golpe rosso. Infondata. Infondate la paure che le truppe rosse occupino il paese, Vaticano compreso: il segretario di Stato Usa, Dean Acheson, suggerirà al presidente Truman, in vista della “possibilità che il Vaticano venga occupato dalle truppe comuniste”, di prendere “in seria considerazione l’invito al papa a venire negli stati uniti come governo in esilio”.
La realtà è un’altra cosa. Vero è che i rapporti tra PCI e PCUS sono diretti e frequenti, ma entrando nel merito, l’indicazione, per bocca del Ministro degli esteri sovietico Molotov, è che “per quanto riguarda la presa del potere attraverso una insurrezione armata, il PCI non possa attuarla in alcun modo”. Stalin in persona dice a Secchia: “noi riteniamo che non si debba adottare la linea dell’insurrezione”.
Anche senza queste dichiarazioni non era difficile da intuire. Stalin è stato il teorico della rivoluzione in un paese solo, quindi non un rivoluzionario. Dopo Yalta il suo interesse era il mantenimento, più o meno con ogni mezzo, dei territori sotto la sua influenza. L’Italia non era fra questi, quindi nessuna insurrezione.
Ma non importa. Il pericolo rosso resta. Iniziano le trame golpiste, la politica dello stay-behind.
La teoria secondo la quale si vuole salvare la democrazia con una dittatura.
Politica che viene da lontano, addirittura da prima che la guerra in Italia fosse finita. Una specie di apparente schizofrenia ha caratterizzato la politica estera degli Usa in Italia attuata dall’Oss (Office of Strategic Services) e in particolare nella persona di James Angleton. Parla di lui il suo collega Peter Tompkins: nell’estate del 1944, “mentre una parte dell’Oss stava lavorando per armare e sviluppare un ampio movimento di resistenza al nord con il fine di gettare le basi di una rinascita democratica dell’Italia, Angleton era occupato a salvare e a riorganizzare le forze clandestine fasciste con le quali contrastare l’immaginaria minaccia di una presa del potere dei comunisti nell’Italia liberata”.

C’è dell’altro, quindi. Non era la difesa militare, perché il rischio non c’era. È il difendersi da una idea. Che quindi o è terribilmente sbagliata o terribilmente giusta.

Ripenso a quella sera di giugno di tanti anni fa. Quando ogni primavera era un evento. Ripenso alle parole di mio papà, ai miei compagni che mi davano del comunista con fare offensivo e io non capivo.

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Una tranquilla resistenza

9 Giugno 2011 Commenti chiusi

…che poi io non ho bene idea da dove nascano certe cose. Forse da qualcosa di simile alla autoconservazione. Sta di fatto che c’è qualcosa che mi affascina nella rabbia che riesco a suscitare negli altri. Non è una reazione che ricerco. È qualcosa in cui accidentalmente mi trovo e, scientemente, decido di comportarmi così; quando ritengo di essere nel giusto, quando vedo che non c’è spazio per altro che una guerra di posizione, quando è in ballo un rapporto umano del quale posso fare tranquillamente a meno. Dispiace, lì per lì, ma poi te ne fai una ragione. Tempo che è servito per farmi una ragione dell’ultimo scazzo con colleghi: più o meno un paio di ore. Un tempo accettabile, se si pensa che comunque c’è una dose di adrenalina che volente o no ti parte. Lì sta l’arte. Stare zitto, non dare nessuna impressione, qualcuno ti giudicherà remissivo, qualcun altro privo di spina dorsale, almeno sulle prime. Poi le accuse aumenteranno, perché il tuo silenzio sarà diventato insopportabile e allora il gioco diventa “alzo il tiro per vedere cosa fai”. È in quel momento che il silenzio diventa superiorità ed è anche il momento in cui continuare a stare zitto non è più una fatica ma un piacere.

Detto questo poco fa mi è arrivato un link. Terza spiaggia bandiera blu in Italia, quella di Capalbio. Eccola lì, in una foto come forse ce ne sono altre mille. Quello sfondo dell’Argentario, quella sagoma che fa casa. Pensi che andato via dalla spiaggia potresti andare a Punta Telegrafo, curve e alla fine una vista che domina tutto. Oppure pensi che puoi continuare a restare lì, anche senza costume se hai camminato abbastanza e sei lontano da tutti. Il tempo si ferma. Può essere passato un minuto o una manciata di ore. Il rumore del mare e quel frangersi continuo, dolce o cattivo a seconda dei giorni e del vento, a volte ti rapisce più delle pagine che ti sei portato da leggere. Torni selvaggio, naturale, essenziale, profondo, semplice. Lì devi rispondere solo ai bisogni primari: mangiare, bere e buttarti in acqua quando fa troppo caldo. Tutto chiaro quando sono lì.

Questa mattina sono uscito nel momento forse peggiore. Pioggia e ancora pioggia. Forte. Ho aspettato che spiovesse, ma non accennava. Ho pensato ad E., una adorabile signora che lavora qui con noi e che sto aiutando in un lavoro mastodontico. E. mi stava aspettando. Il giorno prima le avevo detto che la avrei aiutata, così come avevo appena finito di fare. Quindi giubbetto, zaino in spalla e il tutto coperto da un antipioggia nero. Mi avvio. Niente bici. Troppa acqua.
Arrivo e sono fradicio. Anche la sede è allagata, soprattutto la parte interrata. Buttiamo dei cartoni, tutto inizia a puzzare di fogna e di carta in ammollo. Brutta cosa, ma oggi non è giornata per fare gli schizzinosi. C’è una guerra strisciante al piano di sopra (due contro di me, alcuni neutrali, altri disinteressati, nessun alleato), ho le scarpe e le calze fradice e saddio quando si asciugheranno, ho dormito poco (vorrei capire che caspita di sintomo è quello che, una volta raggiunto il sonno, lo fa scomparire quasi subito e poi ti tocca ingegnarti per ritrovarlo), mi sento in sintomi dell’influenza, appena aperta la posta ho scoperto che la giornata finirà più tardi del previsto, devo iniziare il lavoro mastodontico con E.

Eppure non so cosa c’è. C’è qualcosa che va e che va bene. Ho scritto alla mia amata, in una delle prime mail della giornata, che “non so perché ma sono tranquillo.
l’ho presa con lo spirito del “io non mollo, devo essere più forti degli eventi atmosferici e non!”

Insomma, oggi è un giorno in cui resisto con tranquillità.

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I pazzi siete voi

4 Giugno 2011 Commenti chiusi

Mi sono svegliato e c’erano tutte le finestre aperte. Fuori un muro d’acqua che cadeva indistinto, più su c’era la luce del sole. Non durerà molto, ho pensato. Però intanto ho chiuso le finestre e mi sono fatto un abbondante caffè.

Sono contento che qualcuno sia passato di qui a dire la sua. Sono contento anche dei toni che si sono tenuti. Viste le mie frequentazioni in rete, soprattutto il canale youtube, ho visto che è un attimo mandarsi reciprocamente a fanculo dopo poche battute.

Prendo spunto da chi è passato di qui per dire che con i rom si è trovato male, perché manca il rispetto reciproco. Non lo metto in dubbio, se questa è stata l’esperienza. Vorrei solo fare chiarezza su questo fatto. La nostra idea è quella della convivenza e della fratellanza. Ma non per questo pensiamo che sia facile, naturale, istintiva. È una strada complessa, complicata. Come si dice a Milano “uno sbattimento”. Però è l’unica percorribile. Accantono i motivi umanitari, quelli sociali, quelli che rimandano ad una spiccata sensibilità. Vado sul cinico. Arrivano, sono già arrivati e arriveranno. E non c’è nulla da fare. Chiudere le frontiere è solo uno slogan impossibile da mettere in pratica. E poi è sempre stato così. La gente si sposta a seconda degli equilibri economici mondiali. Cercano posti dove non si muoia di fame, dove c’è gente che cura gratuitamente malattie altrimenti mortali, dove non c’è persecuzione. Essere contrari a questi movimenti di popoli che hanno da sempre caratterizzato la storia dell’umanità è come essere contrari all’alta marea o alla luna piena. Sono eventi naturali. Possono non essere graditi, ma accadono.
Credo che questo sia un dato oggettivo in un contesto di soggettività e di sensibilità personali.
Rifiuto l’etichetta di sognatore o di utopista, almeno in questa circostanza. Credo che il nostro discorso sia estremamente pragmatico. C’è un problema e cerchiamo una soluzione, l’unica possibile scartando il resto.
Trovo molto più utopistico pensare di fare tornare indietro chi non ha alternative.

Ho avuto la fortuna di sentire Kapuscinski dal vivo una volta. È stata una esperienza molto bella, perché tutte quelle parole lette nei suoi libri in quella occasioni divennero suoni, intonazioni, espressioni del volto. Parlava in un inglese essenziale e molto chiaro. Parlò di come la cultura europea, ancora convinta di esser quella vera, essenziale, originaria, in realtà fosse in minoranza nel mondo. A est premono miliardi di persone che non sanno chi è Bach, Mozart o Shakespeare. Non ne hanno la più pallida idea, ignorano quel che per noi è scontato, le nostre basi. E numericamente siamo in minoranza. Conclusione: o prendiamo atto di questa situazione oppure ci arrocchiamo sulla nostra presunta superiorità e veniamo cancellati.
E prenderne atto vuol dire – penso – sapere che le culture non vivono senza imbastardimenti e scambi reciproci.

Forse diamo una immagine sbagliata di noi che crediamo in queste cose. Facciamo credere che il problema non ci sia, che l’integrazione sia una cosa naturale, senza bisogno di investirci. Invece no. Il problema c’è e bisogna applicare risorse e idee.

Penso anche che distribuire i problemi a seconda di categorie di provenienza sia sbagliato. Può essere che un operaio del maghreb abbia gli stessi problemi di un operaio italianissimo, ma distinguere forzatamente i loro problemi in base a categorie di appartenenza, anziché in base a problemi di classe (quindi trasversali ad ogni paese), sia la strada migliore per lasciare ognuno con i suoi drammi. E non mi arrendo all’idea che questa frammentazione sia voluta, ricercata e funzionale.

Quindi chiudo le finestre, perché fuori piove. Questo tempo invita a stare fra le 4 mura. Attacco le casse al mac e cerco qualcosa su itunes. Sto leggendo un libro della chiarelettere: si chiama “Tourbook” ed è un librone ricco di documenti che si sono accumulati durante i tour di Fabrizio De Andrè. Ricevute degli alberghi, appunti, scontrini, articoli di giornali. Classico libro che inizialmente sfogli posando lo sguardo ovunque, un po’ come un libro fotografico. Io, dopo un po’ che lo avevo in casa, ho provato ad approcciarlo come un libro da leggere da cima a fondo. E funziona, ti prende, al di là della sua stazza abbastanza ingombrante.
Scelgo De Andrè. Clikko e mi rollo una sigaretta.

“…ma senza che gli altri ne sappiano niente,
dimmi senza un programma
dimmi come ci si sente…”

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Sogni arancioni

1 Giugno 2011 12 commenti

Mi sono alzato con il rombo dell’aereo nelle orecchie. Si trattava della play. Stanotte ho giocato un po’ pensando che tanto oggi sarebbe stato l’ultimo giorno prima del ponte e che la giornata non sarebbe stata così impegnativa. Infatti…eccomi qui a scrivere.

Io non avevo molti dubbi, ma in tanti, come me,se ne sono stati zitti. Forse la scaramanzia si mischia alla lungimiranza, in queste occasioni. O più semplicemente vengono risparmiate le energie che andrebbero in previsioni e riflessioni.

Lunedì mi sono alzato tardi. Il mio lavoro iniziava alle 3, più o meno. Le cose sarebbero andate per le lunghe, lo si sapeva già. Così la notizia della elezione del nostro nuovo sindaco è arrivata mentre stavo al pc della mia postazione. Entrava e usciva gente. Qualcuno mi chiedeva come stava andando l’elezione e io dicevo “bene”, con un sorrisone, indifferente al fatto che magari il mio bene non era quello del mio interlocutore.
Infatti: “bene in che senso?”
Bene nel senso che Milano ha finalmente dimostrato qualcosa. Io penso che la lezione più grande sia la voglia di sinistra. Siamo passati per candidati incolore, messi lì per accontentare il centro, il cattolico, il moderato (ma che vuol dire “moderato”, così in valore assoluto? Anche nelle brigate rosse c’era l’ala moderata). A noi sinistra veniva chiesto di votarlo comunque, di portare pazienza. La barra doveva andare un po’ a destra perché la situazione lo richiedeva. La promessa era che poi avremmo ripreso a veleggiare nella direzione giusta. Risultato: il centro, il cattolico, il moderato non lo votavano, perché sapeva troppo di sinistra. La sinistra non lo votava perché non ci si riconosceva, e io mi metto in questa schiera. Pisapia è il primo candidato sindaco di Milano che ho votato. Avrei votato Nando Dalla Chiesa, quando si presentò contro quell’inutile essere (Formentini), ma all’epoca non avevo ancora diritto di voto.
Pisapia invece parla il nostro linguaggio, è uno dei nostri. Conosce i giovani che affollavano Cascina Monlué, quelli orfani di piazza Vetra. Conosce il popolo del 25 aprile, gli artisti dell’Isola, le roccaforti del Giambellino. Non si relaziona con queste persone studiandole prima. Le conosce già.
Meriti e demeriti, secondo alcuni. Perché per questa vicinanza e commistione con chi viene dai centri sociali milanesi, con chi ha maturato esperienze di lotta e di resistenza in una città avida come Milano, non può essere una brava persona.
Pisapia per me rappresenta tutto quello che, per comodità o per scelta, è stato tenuto nell’ombra. Il centro sociale da demonizzare, l’extracomunitario che, per il solo fatto di essere qui, è sospetto di reato, gli ambulanti sacrileghi che non rispettano la sacralità di un marchio. Tutte realtà che, scientemente, hanno sempre voluto tenere in ombra. Perché in certi momenti il demone va tirato fuori. Bisognava alimentare la paura di quel che non si conosce, che non si ha voglia di conoscere. Allora uno stabile occupato è una minaccia per la legalità, un africano che si spacca il culo senza un contratto in cantieri non a norma è una provocazione rivolta a tutti i disoccupati, la borsa contraffatta svilisce la solennità di un acquisto da migliaia di euro.
La paura che la classe dirigente uscente di questa città manifestava in campagna elettorale, secondo me era sentita. Non era possibile che ad una accozzaglia di dannati, venisse data visibilità. Perché altrimenti può succedere che Milano inizi a conoscerli, scoprendo che non sono così terribili. Magari fraternizza, diventa solidale e addio spauracchi, addio mostri agitati per spaventare e per tenere la gente in casa in modo che poi loro la possano raccontare come vogliono a chi ci vive senza conoscerla.
Credo che questo sia un ganglio importante, una spirale che il nostro nuovo sindaco ha spezzato. Ed ha spezzato un gioco collaudato. Ha proposto la conoscenza e la reciprocità alla diffidenza e allo stereotipo.

Quanto a me, durante lo spoglio, ero ancora nel bunker dove lavoro. Nessuno qui in ufficio era apertamente a favore della Moratti. Alcuni, direi la maggioranza, parteggiavano spudoratamente per l’arancione e alla fine ho visto la gioia nei loro occhi. Altri facevano i vaghi, si dimostravano interessati al cambiamento.
Ad esempio:
“…”
“ti vedo contento, come mai?”
“Pisapia ha praticamente vinto” ho detto sorridendo.
“ah bene…no no…bene…certo che ci sono alcuni problemi….”
“tipo?”
“beh sai…gli arabi..voglio dire, i musulmani….sai, alla fine in una chiesa cattolica si va solo per pregare, mentre invece la moschea è un luogo dove si parla anche di politica, di mondo…per loro religione e politica…sì beh…sono abbastanza unite”.
“sì sì certo, ma impedirglielo mi sembra ingiusto. In nome di cosa?”
“nessuno glielo vuole impedire, per carità, certo che…per esempio, io ho una madonnina al collo. Se andassi in un paese musulmano me la strapperebbero. Ti pare giusto?”
“no. Ma contesto questa unidirezionalità. Perché nessuno si indigna per la sinagoga? Nessuno fa una piega, eppure, a dirla tutta, la politica di Israele è una politica del terrore, solo che è avvallata”.
“ma sì sì…nessuno vuole impedirlo”.

Ancora durante la pausa sigaretta
“adesso saremo pieni di rom”, dice un altro scherzando ma non troppo.
“beh, sono cool questi rom!”
“nel senso?”
“niente niente”.

Poi leggo che la piazza si sta riempiendo. Io vorrei essere lì, ma non posso. Ci sono i miei amici, i miei genitori e gli amici dei miei genitori. Tutti insieme.
Soffro un po’, ma cerco di consolarmi pensando a quanto soffrirei se avesse vinto la Moratti, ma fossi libero di andare in duomo. Meglio così.

Il mio lavoro finisce. Esco di volata, inforco la bici e il cellulare.
Chiamo la mamma, che alla folla di piazza duomo ha preferito un divano, ma non mi sento di darle torto. “Eravamo in piedi da ore, non ci si girava e poi volevo sentire, ma lì in piazza l’acustica era pessima”.
Luisa mi dice che sta suonando Capossela che, andando controcorrente, io e lei detestiamo cordialmente.
Sono in corso Magenta. Poco prima del collegio San Carlo. La ruota dietro della bici si blocca in una fessura del pavè, quella davanti per reazione inizia ad andare al centro della strada. Non controllo più nulla e cado sul fianco sinistro. Avambraccio sbucciato e sanguinante, fianco battuto e doloroso. Una coppia si sincera delle mie condizioni. Li ringrazio e risalgo in bici pensando ai grandi campioni del Giro che, con botte ed escoriazioni, risalgono sempre in sella, incuranti di tutto almeno fino al traguardo.
Arrivo in duomo. Luisa mi abbraccia e, senza volerlo, sfiora con la mano l’avambraccio sanguinante.
“Piano piano”, le dico.
C’è Lelia, Luana, Luca, Caterina, Licia, Alberto, Rachele, Alessandro di ritorno dalla Nuova Zelanda, Mago Leo, Magalì (che mi offre gentilmente dell’Amuchina da mettere sulla ferita: io accetto e brucia così tanto che mi gira la testa). Molti di loro aspettavano me per salutarmi, abbracciarci e andarsene. È ormai quasi mezzanotte, ma vedo gente che canta e balla e suona, ancora.
Noi torniamo a casa. A medicare la ferita e a cercare di capire bene cosa è successo. Perché quando si realizza un sogno ci vuole tempo per capire. Forse avevano ragione quelli che in piazza duomo hanno continuato a cantare e ballare fino a tardi: non c’è niente di meglio che occupare gli spazi comuni per capire.
Vado a letto. Libero un po’ di memoria dal mio cellulare per ricevere l’ultimo sms della serata.

“buonanotte e sogni arancioni. Mamma”

Sorrido e, nonostante l’indolenzimento da caduta, cerco di addormentarmi presto. Voglio vedere questa città al risveglio. Vedere il buon giorno.

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