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Archivio Agosto 2011

Leaving Milan

9 Agosto 2011 3 commenti

Sole che splende senza essere caldo. Colazione, sigarette e casa quasi in ordine. Fra non molto toccherà tirare fuori vestiti e oggetti dagli armadi, dai cassetti, dalle mensole e cacciarli nello zaino. Operazione che rimanderò fino a pomeriggio inoltrato, se mi conosco.

Meno di 24 ore di gesso. Domani mattina, alle 8 e 20 (orario da ospedale) dovrò essere al Pini (a Milano il Pini è eponimo di cadute, scivolate, fratture e – naturalmente – gessi). Continuo a chiedermi come sarà la parte di braccio e di mano che da quasi un mese non vede la luce. Ieri sera ero steso sul divano. Faceva fresco e si stava bene. Per un momento mi è venuta un’ansia diffusa unita ad un senso di claustrofobia. Volevo togliere tutto quanto: bende, gesso, steccatura.
“Sai – ho detto a Luisa che ha risposto con uno sguardo paziente – mi sento un po’ come quei ciclisti che sono vicini all’arrivo. Devono scegliere quale è il momento buono per alzarsi sui pedali e tagliare il traguardo per primi. Devi fare un calcolo il più possibile esatto tra la distanza che devi ricoprire e le energie che ti sono rimaste. L’ottimale è avere esaurito le energie, averle spremute tutte, nel preciso momento in cui tagli la linea del traguardo. Né prima né dopo”
“…”
“Io ho la sensazione di essermi alzato sui pedali troppo presto”.
Ho risolto non pensandoci, cercando un po’ di ossigeno fra i vari canali del digitale nella speranza di un bel film estivo, un Verdone d’annata o un Banfi.
Non c’era né l’uno né l’altro né niente di simile. Così la mia mente è andata al pensiero del prossimo libro. “Al servizio di chi mi vuole” di Scerbanenco è finito. Ho letto le avventure di Ulisse Ursini, paracadutista congedato per problemi fisici, ma con la voglia di fare ancora la guerra. Così finisce al servizio di un movimento anticastrista dimostrando tutto il suo valore. Ma la fine di questo libro ha aperto la divertente e in parte ansiogena fase del “trovare un nuovo libro”. Volo radente lungo la libreria. La regola che abbiamo istituito in casa è che non si comprano nuovi libri ma si leggono quelli che ci sono. Ho fatto una eccezione un mesetto fa per la biografia di Esteban Cambiasso, edito dalla Limina, ma per il resto mi sono attenuto. La scelta del libro soprattutto quando stai per partire per una vacanza (e soprattutto se quella vacanza la fai in un paese straniero, dove non puoi fare acquisti in quella direzione) è fondamentale. Ho deciso per un azzardo: l’autobiografia di Trotsky. Ci ho pensato un po’ su, ho letto le prime pagine e una riflessione sui ricordi d’infanzia del rivoluzionario, mi ha convinto. Partirò con quello. E forse anche un altro, che però devo ancora trovare. Tanto siamo in macchina. Una volta tanto.
E proprio domani, dopo il Pini, bisogna andare a ritirarla. Ieri sera mi è venuta in mente un frammento di “Paura e delirio a Las Vegas”: Thompson e il suo avvocato Samoano vanno a ritirare una decappottabile. Mentre l’avvocato carica casse e casse di birra sul sedile posteriore, Thompson va in fissa sulla penna del gestore dell’autonoleggio, la cui ansia sale cassa dopo cassa, frase dopo frase. Ma l’avvocato lo tranquillizza “siamo gente responsabile, noi”.
Noi non avremo una decappottabile. Questo è sicuro. Stiperemo però anche noi il bagagliaio (probabilmente di una Panda, di una Ka o – se dice male – di una Peugeot 107) con i nostri bagagli, l’ombrellone e la sacca del cibo.

Insomma ci siamo. C’è una evidente e comprensibile euforia in casa.

Anche il mio arto, chiuso ormai da settimane, inizia a scalpitare.

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comunicato numero 1

1 Agosto 2011 1 commento

C’era un post, scritto ieri. Voleva essere l’ultimo di luglio. Così, come un ultimo omaggio, ricordo – quel che volete – di un mese bello e difficile. Poi ho riletto, mancava la conclusione. Sul tubo mi sono messo a vedere i video del terzo segreto di satira: Gheddafi che grida “forza Foggia”, la Venier che invita Bin Laden a Bologna. Ho riso e ho perso tempo. La conclusione non è arrivata. Ad essere precisi ed onesti mancava anche un attacco e i passaggi centrali erano deboli.
Il treno dell’ultimo post di luglio ormai è perso. Oggi parte quello di agosto, un mese il cui nome fa abbastanza paura, evoca spiagge e nullafacenza e se non sei in spiaggia a non fare niente ti chiedi perché.

Sono venuto in ufficio per andare da qualche parte, per non passare una giornata davanti al mac o facendo la spola tra la cucina e il divano. Ho dei pensieri che mi molestano: sono cose organizzative per il viaggio che io e Luisa abbiamo in testa. Deve arrivare la carta di credito che però arriverà a casa dei miei e io dipendo dai loro portinai, non esattamente gente sveglia. Poi bisogna andare a farsi togliere il gesso, a ritirare la macchina (sperando di evitare la Matiz, ma questo è l’ultimo dei problemi), infine – ma qui saremo ormai in discesa – mettersi in viaggio alla volta della Francia. A questo si aggiunga una carta di credito clonata e una pressoché totale assenza di mobilità (moto, vespa e bici sono fuori discussione causa gesso).

Cerco di essere comunque sereno, di pensare che le cose in un modo o nell’altro si sistemano. Un po’ come quando sistemi un lenzuolo, all’inizio tutto pieghe, poi una distesa liscia sulla quale dormire serenamente.

Stanno smantellando la nostra sede. Da settembre saremo da un’altra parte. Io non provo affezione alcuna per queste mura, questi armadi, queste scale fatte di corsa, questo odore di ufficio. E sì che io sono uno che si affeziona facilmente. Sono solo contento di andarmene da qui. Al contrario c’è gente che è qui da anni, abita qui vicino o comunque ha intessuto una serie di relazioni qui intorno: il caffè più buono, il bar dove sono più simpatici, il panino con il miglior rapporto prezzo qualità. Cose che si sedimentano naturalmente negli anni. Io, che non ho mai avuto esperienze lavorative particolarmente lunghe in uno stesso posto, sento il trasferimento come qualcosa di naturale. E anche piacevole.
“Amo cambiare”
“Io no” mi ha detto la nostra assistente numero uno. Lei il cambiamento non lo sta prendendo molto bene.

Un’altra sigaretta a dividere due momenti di vuoto. Un’altra telefonata alla banca per capire dove è finita la mia nuova carta di credito.
Un altro pensiero ad una distesa liscia sulla quale dormire serenamente.

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