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Archivio Settembre 2011

Giusto per non lasciare andare settembre con solo 2 post

26 Settembre 2011 Commenti chiusi

Si potrebbe raccontare di questo settembre caldo, caldo che si suda, dentro al casco, tornando a casa quando hai il sole in fronte. Ci sono stati solo un paio di giorni di pioggia ed è tornato il fresco. Una coperta sopra al lenzuolo. Quando l’ho messa mi sono sentito un po’ perso. Ecco che ci siamo. Iniziamo a coprirci. Invece no. È tornato il caldo di prima e sono tornato a scoprirmi, a dormire senza inutili indumenti, a bere parecchia acqua.

Fra pochi giorni si rifanno i bagagli. Accetto la sfida del bagaglio essenziale. Pantaloni militari per avere più tasche e poter portare più roba. Sarà mare, quello sardo. Quella Sardegna che non ha molto, quella dove un giovane su 2 è disoccupato. Sardegna che ho iniziato ad amare sempre di più.
Mi ricorda la mia maremma. La 131, la statale che attraversa tutta l’isola da nord a sud, è come l’Aurelia nel tratto da Livorno a Grosseto. Stesso asfalto schifoso, stesso scenario di colline, colori, cose che aprono la mente.

A volte sei in città e ti rendi conto che questi luoghi esistono, ci sono. In quel momento, mentre tu lotti contro il traffico, c’è qualcuno che si è messo il costume sotto ai pantaloncini e sta andando al mare perché ha la giornata libera. Mentre rientri in casa lasciando fuori dal portone smog, clacson e odio verso il prossimo, c’è qualcuno che sale in moto e si fa la marsiliana al tramonto.
Questa consapevolezza improvvisa di esistenze altrui, mi ha colto a luglio. Faceva caldo, c’era tanto lavoro, la mia assistente diceva lamentose ovvietà, io non pensavo ad altro che al giorno in cui mi avrebbero tolto il gesso, i capi mandavano mail a raffica, le zanzare gozzovigliavano nel nostro bunker umido e malconcio. Io ho pensato alla spiaggia di Capalbio. Era luglio, praticamente certo che in quel momento ci fosse qualcuno. Non ho provato invidia, ma solo un po’ di spaesamento pensando a quante esistenze diverse possono esistere.

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Il vostro problema

17 Settembre 2011 Commenti chiusi

Giornata calda, afosa. Il caldo fa sudare, è tutto appiccicoso: il casco, la camicia, la giacca Dainese, che infatti al ritorno è finita dentro al bauletto.
È suonata la sveglia alle 9 e 30. Avrei dormito, anche solo per andare a fondo di un sogno che stavo facendo: c’era un altro bagno in casa nostra, ma senza porte. Avrei voluto capire come mai era lì, cosa ci faceva, quando avevo detto “vabbeneokkay”.
Invece niente. Sveglia, colazione, lavata sommaria e via al battesimo della figlia di mio cugino. Mio cugino è un bravo ragazzo: dolce, intelligente, sveglio. Così è anche la sua compagna. Anzi: moglie. Insomma mi faceva piacere esserci, anche se non amo i battesimi. Lo trovo un rituale imposto, privo di consensualità, vista la tenera età dei partecipanti. Uno dei vantaggi delle chiese è la temperatura. Molto spesso, girando varie città nella canicola, ho sempre accettato di buon grado un passaggio in chiesa. Almeno si respira. A quanto pare la chiesa di piazza del Carmine fa eccezione. Caldo anche dentro, ma almeno non picchia il sole.

Pare che stasera verrà a piovere. Forte. E pioverà anche domani. Io non ho grandi progetti, se non riuscire a fare una nuotata tra oggi e domani. La piscina è entrata come buon proposito di settembre. Mi piace. Certo non è il mare, ma mi piace. E poi è vicina. Mi mancavano giusto gli occhialini: accessorio che ho sempre disprezzato, ma che ho capito essere fondamentale una volta immersomi nel cloro.

Ieri sera è stata proprio una bella serata. Cosa abbiamo fatto? Apparentemente niente. La mia fidanzata ha cucinato il pesce, io ho contribuito mettendo per tempo del vino bianco in fresco e lavando i piatti alla fine. Poi lei è rimasta sulla sedia, io mi sono allungato sul divano di cucina. Non ricordo molto di quello che ci siamo detti, ma solo della nostra profonda leggerezza nel parlare tra noi.

Volevo dire una cosa. Ce l’avevo qui. Dovevo dirla. Però stavo già parlando da un po’, e non volevo tenere un monologo. Ma avevo bisogno di dirla.

Ho comprato un libro della deriveapprodi. Amo e odio allo stesso tempo questa casa editrice. La odio perché i loro libri costano sempre tanto, perché a volte compri senza saperlo dei mattoni clamorosi. La odio anche perché ha degli argomenti sempre intriganti, difficili da non comprare e qui ci avviciniamo al motivo per cui la amo. Tratta temi politici, prendendo le cose da punti di vista apparentemente estremisti, in realtà semplicemente non ha pregiudizi o sovrastrutture.
Ho comprato “Maelstrom – Scene di rivolta e autorganizzazione di classe in Italia (1960- 1980)”.
Anzitutto il Maelstrom è un fenomeno marino: in sostanza un vortice causato dalla marea. Pare che abbia ispirato anche Poe e Verne. Un vortice che risucchia, scompagina e spiazza.
In secondo luogo l’autore: Salvatore Ricciardi. Il suo nome l’avevo già sentito. Mi era noto come un che aveva combattuto, aveva scelto la lotta armata, aveva perso, aveva pagato, non aveva chiesto sconti facendo pagare la differenza ad altri compagni.
Nato nel 1940: ha studiato, ha lavorato nelle ferrovie, ha organizzato scioperi, ha scelto l’Autonomia prima e le bierre dopo. Poi 30 anni di carcere. Uscito, non ha lasciato il Movimento ed è redattore di Radio Onda Rossa, a Roma dove è nato.

Ecco cosa volevo dire: confrontandomi con esistenze come queste, provo un diffuso senso di inadeguatezza. La nostra battaglia è risolvere i problemi della vita: l’affitto troppo caro, il lavoro che oggi c’è e domani chissà, il fuoco nemico della società dei consumi. E la battaglia è contro questi problemi. Uno alla volta, quando possibile. Sembrano tanti fronti sconclusionati, in realtà sono solo declinazioni di uno stesso problema che sta monte. Quindi sarebbe quello il problema da risolvere prima di ogni altra cosa: il sistema economico e sociale in cui viviamo, le ingiustizie che produce e tutto quello che crea ad arte per non farle vedere. Il sistema. Quello contro il quale uno come Ricciardi ha combattuto senza remore, pur con tutte le contraddizioni e le storture che uno scontro aspro può produrre.
Ecco: volevo dire che ad un certo punto della vita piacerebbe anche me poter dire che ho combattuto il problema a monte, ho cercato di mandare in vacca questo sistema. Vincente o perdente non importa: sono valutazioni marginali.

Questo volevo dire e l’ho detto.

C’è una scritta sul muro in viale Cogni Zugna. O meglio c’era. Tornato dalle vacanze non l’ho più vista. Devono averla coperta.

C’è scritto:
“Il vostro problema è che vinceremo”

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I Righeira avevano ragione

3 Settembre 2011 1 commento

…l’ho pensato lunedì, e ho aggiunto un “fanculo”, dentro di me. Quel riff di sax (poi vaiassapere con cosa l’hanno inciso) mi stava molestando da qualche giorno. Io facevo finta di nulla. Erano giorni belli, caldi, accoglienti. Forse con qualcosa di malinconico. L’estate stava finendo, poche palle. I giorni ormai si contavano sulle dita di una mano. E sì che quando prendemmo in via Vittor Pisani la macchina a nolo, il tempo sembrava una risorsa quasi infinita.
“Le do’ una 500, va bene?”
“bho, sì”
“non ne ho altre al momento”.
Vada per la 500.
Una 500 bianca, come quella con cui di solito entra in scena il mio amico Alberto.
Poi è stata Francia, la cara vecchia Francia. Quella che ci ha ospitato quando, io e Luisa poco più che pischelli, abbiamo fatto i nostri primi viaggi da soli. C’era un senso di tradizione e di crescita in quella ormai inutile frontiera da passare con il mare a sinistra.

Mentre lunedì pensavo che i Righeira avevano ragione, ero sul solito spiaggione deserto. Costa 20/30 minuti di camminata sulla battigia, ma poi arrivi in punti in cui puoi anche illuderti di essere il primo uomo sulla terra, un naufrago, un uomo del medioevo. Perdi la concezione del tempo: un minuto è uguale ad un’ora e viceversa.
Stavo lì, un po’ confuso, immalinconito, sereno a scadenza. Ho provato a scrivere sulla moleskine, ma c’era vento, il sole picchiava sulla testa, ero un po’ stordito. Insomma non ho prodotto nulla. Almeno così mi pare.

…Certo manca ancora un pochetto. Quattro giorni pieni. E sono giorni che, comunque vada, faranno nascere dei ricordi. Quindi da vivere. Però non finisce solo Capalbio e quindi qualunque luogo purchénonMilano. Finisce un clima. Prima arriverà il fresco e poi il freddo.

Era finita la vacanza in Francia. Toccava tornare. Il piano prevedeva un passaggio da Milano di una notte, la riconsegna della 500, e il giorno dopo la partenza in moto alla volta della maremma. La mia maremma. Però la mano ancora non stava bene. Mi sono dovuto guardare allo specchio, uno specchio abbastanza grande, appeso nel bagno della nostra casa in affitto. Non sono uno che si parla tanto, ma quella volta mi guardai negli occhi e mi dissi “sii sincero: tu la v strom fino a Capalbio non la guidi. È molto probabile che tu non ce la faccia”.
Soluzione: ci teniamo la 500, la moto resta a Milano e si va diretti in maremma.
“Quanti chilometri sono secondo te?”
“Tanti, amore”
“Beh ma se ci mettiamo all’opera ce la si fa”
“ah sì, sicuramente. Facciamo così: ci mettiamo in viaggio e vediamo: se ci gira andiamo in maremma, sennò sosta a Milano”

Quindi da Montpellier fino alla frontiera, fra code, caldo, caselli e autogrill con Evian ghiacciata.
Poi Italia, San Remo, riviera di ponente.

“Io me la sento e tu?”
“Sì sì”
“Ok, andiamo avanti”

Quindi Genova, poi Livorno e il relativo odore di casa.

Al telefono con mio papà mi sono fatto spiegare la strada per raggiungerli. Quest’anno i miei avevano optato per un’altra soluzione. Vicino al castello di Marsiliana un loro amico ha deciso di aprire un agriturismo. Detta così è riduttiva. È un posto che va vissuto, poche storie. Trovarlo non è nemmeno così difficile, ma con 900 km alle spalle fatti con una 500 stracarica che arrancava sulle salite, con il buio che calava, meglio farsi venire a prendere alla rotatoria più vicina.
Così ho riconosciuto la macchina del papà e lui mi è venuto incontro abbracciandomi. Mia mamma dietro di lui.

Si chiama Palmo di Terra il posto dove siamo stati vicino Marsiliana. Due cani lupo, un meticcio tendente al volpino, svariati gatti, svariate discussioni sulla politica, il lavoro, il calcio. Cene, colazioni, stellate sotto cui chiacchierare, sbronze con il rosso prodotto dalle vigne tutto intorno.

I giorni si sono affastellati, scorrevano uno dietro l’altro indistinti e felici. Poi è stata la strada a ritroso. La 500 di nuovo carica, stavolta anche con due casse di vino Palmo di Terra.

Giusto una pausa a Castiglioncello, parentesi di mare ancora anni ’60, tutto più o meno uguale allo scenario del “Sorpasso” di Dino Risi. Lì c’è un nostro cugino, ortopedico, in pensione. Davanti ad un piatto di pasta al ragù ha preso fra le sue mani la mia mano. L’ha scossa, smossa, agitata fra le sue mani sapienti. Io avevo paura che si rompesse di nuovo tutto, ma sono stato zitto. Poi ha sentenziato: “sei clinicamente guarito. Quei dolori che ancora hai sono dovuti all’immobilità. Abbi pazienza.”
“Posso guidare la moto?”
“Sì. La moto adesso la puoi portare”.

Di nuovo Vittor Pisani, di nuovo silos dell’autonoleggio. La 500 sporca di terra, moscerini di tutte le misure sfasciati ovunque, sabbia nell’abitacolo e più di tremila chilometri all’attivo.
Per tornare a casa prendiamo un taxi. Si ferma una macchina bianca da cui scende un ragazzo pieno di braccialetti e una maglietta con un disegno africano.

Siamo sotto casa nostra. Scarichiamo e lui ci da’ una mano.
Prende una delle due casse di vino. Si ferma a leggere incuriosito.
“Palmo di Terra?”
“Sì, gli rispondo”
“Ma dentro c’è della terra?”
“No – sorrido – c’è del vino che si chiama così”.
“Ah – ride – pensavo ci fosse dentro un palmo di terra della maremma”
“E a cosa servirebbe?”
“Beh, a piantare qualcosa”.

Arriviamo a casa. Tutti i nostri oggetti ci guardano, immobili come se ci avessero aspettato. Mi accendo una sigaretta e mi siedo sul divano. Passano nella mia testa tutti i ricordi di questo mese.

“E a cosa servirebbe?”
“Beh, a piantare qualcosa”

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