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Archivio Ottobre 2011

simoncelli no

24 Ottobre 2011 Commenti chiusi

Questa notte ho rivisto una mia professoressa del liceo. C’era una prova scritta. Un sogno strano, simile a quello ricorrente di dover ridare la maturità. Un disguido, qualcosa non registrato e rieccomi a fare la maturità. Mio padre mi dice che ogni tanto sogna, più o meno con le stesse modalità, di dover rifare il militare.
Io stanotte dovevo solo fare il tema di italiano. Alla piscina Solari, tra l’altro. Appena iniziata la prova sono andato alla cattedra chiedendo alla prof se potevo uscire. “Certo”. Quella prof mi ha sempre voluto bene. Ho consegnato il mio scritto e sono andato a casa, con l’intenzione di trovare ispirazione e tornare in “aula” per finirlo.
Sono andato a casa dei miei e mi sono steso sul loro letto, cosa che facevo spesso quando dovevo pensare. Ho pensato che non avevo più la verve di un tempo, cosa che penso anche da sveglio. Non avendo verve la prova risultava difficile da superare.
Raramente un sogno mi è stato così chiaro. Con alcuni punti oscuri, certo, ma meno del solito.
Era da ieri mattina che volevo scrivere, ché la necessita di esprimermi mi schiacciava.
Era ieri, era domenica. Sveglia tardi, rotolamenti nel letto e cambi di posizione per procrastinare l’alzata. Poi mi alzo. Mezzogiorno. Faccio colazione con Luisa. Accendo il mac. Apro repubblica.it. Prima notizia, è appena morto Simoncelli.
Non ci credo. La prima parola della giornata è un “no!”.
Luisa mi chiede cosa c’è. Giro lo schermo del mio mac verso di lei. Legge anche lei. Anche lei dice “no!”.
Non ci credevo, non poteva essere. Tutta quella ironia, quella solarità, quel ragazzo capellone, quell’accento, quel modo di andare in moto, un sogno realizzato, il paese dei balocchi.
Mi sono vergognato pensando che poteva succede a qualcun altro, magari un pilota dal nome conosciuto ma il cui viso non riesco ad associare, uno di quelli che sgomita nelle ultime file. Mi sono vergognato, ma l’ho pensato. Però Simoncelli no, Sic no. Lui e la morte in pista sembravano due concetti agli antipodi. Quel modo di ridere e di scherzare sembrava metterlo al riparo da ogni bruttura. Invece no. A gara appena iniziata una curva a destra. La moto curva, lui è praticamente con il ginocchio per terra. Sempre più giù. Resta aggrappato alla moto inclinata. Non riesce a tornare su. Infatti la moto anziché andarsi a lanciare verso la giusta traiettoria di uscita, chiude e punta dritta verso l’interno, tagliando la strada a chi arriva dietro di lui, a chi punta verso il cordolo esterno per ridare gas e uscire veloce. Edwards se lo trova davanti. Lo prende da dietro, la ruota anteriore sul collo. Arriva anche Rossi che con un numero incredibile riesce più o meno ad evitare il groviglio ed il suo amico. Edwards no. Lo prende. Il casco salta, Simoncelli rimane steso sulla pista immobile.

È strano quando qualcuno che non conosci ti lascia. Ti sei fatto una idea di lui attraverso la televisione, tramite le interviste e le parole degli amici hai creato un personaggio reale, te lo sei figurato. Facile figurarsi Simoncelli. Facile anche affezionarsi, ancora di più avere ottime speranze che potesse diventare ancora più forte, ancora più campione.

Una domenica sospesa. Sono andato dai miei a vedere l’Inter che ha vinto, prima ho girato un po’ in moto: una cosa breve che ha dovuto scendere a patti con il poco tempo a disposizione e con il freddo.

Inizia la mia settimana. Cerco di passare sopra alle cazzate dei miei colleghi, a questa ansia di chi non sembra avere nient’altro che il lavoro. Occupo la mia testa con progetti e idee: mando il mio cv aggiornato in giro per la rete, cerco un cavalletto centrale per la moto ad un buon prezzo, programmo di andare a camminare dalle parti di Como sabato prossimo, guardo e riguardo gli impegni della mia settimana ripetendomi che anche questa passerà.

Vorrei anche attaccare sul bauletto della mia moto il numero 58.

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scontri a roma

17 Ottobre 2011 Commenti chiusi

A quelli di “i poliziotti sono dei poveracci come noi”, a quelle di “bisogna benedire il sacro lavoro”, a quelli di “perché si portano i caschi se non sono violenti?”, a quelle “in fondo non fanno che il loro lavoro”, a quelli “la protesta civile e democratica”, a quelli “andatevi a fare le vostre manifestazioni”, a quelli “bisogna aprire spazi di rappresentanza”. Non leggete oltre, non abbiamo nulla da dirci.
(indymedia node/1410 15 ottobre)

Spero di vedervi vis à vis…ieri sera sono andata a casa di amici che mi hanno chiamata per il resoconto della manifestazione!! Rilascio dichiarazioni solo a pagamento!
A parte gli scherzi…se riusciamo a vederci sarei molto felice!
Ps: grazie per la telefonata che mi avete sabato! L’ho apprezzata davvero molto!
Baci
Ps2: cerco di leggere l’articolo qui in uff. se nn ci riesco lo leggo da casa!
(Lelia, mail, 17 ottobre)

“Si devono prevedere arresti e fermi obbligatori e riti direttissimi con pene esemplari. Si deve tornare alla Legge Reale.Anzi bisogna fare la ‘legge Reale 2’”
(AntonioDi Pietro, 17 ottobre)

beh io ero un po’ in ansia…ma sapevo che cmq te la sai cavare.
(tommi, mail a lelia, 17 ottobre)

Eravamo tutti in piazza per qualcosa di comune, il 15 ottobre. Tutti sentiamo che nelle nostre vite qualcosa non torna. Io, te, loro, noi. Tutti abbiamo sentito la frustrazione delle banlieu parigine in fiamme. Tutti abbiamo sentito un brivido di soddisfazione nel vedere la polizia cacciata dalle piazze d’Egitto. Tutti ci siamo esaltati per il fuoco di Grecia. Tutti ci siamo interessati ai saccheggi di Londra. Tutti pensiamo che, in qualche maniera, le banche e i politici siano (una parte del) problema.
(indymedia node/1410 15 ottobre)

A Roma ci sono stati anche scontri con la polizia e manifestazioni di violenza. Meglio se non ci fossero state, ma nell’attuale contesto, con gli indici di disoccupazione giovanile ai vertici storici, era inevitabile che ci fossero. Aggiungerei: è bene, istruttivo che ci siano stati. Sono segni dell’urgenza di uscire da un presente che è la continuazione di un passato non ripetibile.
(Valentino Parlato, “il manifesto” 16 ottobre)

Condivido gran parte l’articolo,
ma non quando si dice che “è bene che ci siano stati gli incidenti”. Frasi di questo genere, sia pure scritte con le migliori intenzioni, ricordano troppo il famoso vecchissimo concetto dei “compagni che sbagliano” e non aiutano a coagulare un sempre più vasto dissenso dalla politica e l’economia attuali e un consenso per i cambiamenti radicali.
(Alfredo, commento all’articolo di Parlato, 17 ottobre)

Molti gridano allo scandalo puntando il dito sul fatto che qualcuno si possa essere coscientemente organizzato per colpire questi bersagli. Lo fanno perché hanno paura.
Da circa trent’anni l’organizzazione di classe non funziona che a senso unico : sono solo i borghesi, i ricchi, i corrotti che s’organizzano nella loro cricca. Hanno le loro scuole, hanno i loro valori, hanno le “conoscenze giuste” e parlano la stessa lingua. Ma quando finalmente è chi sta sotto s’organizza e risponde, allora li chiamano subito criminali. Sempre. Sono bande, sono teppisti, sono hooligan, sono gang, sono anarchici, sono black-bloc.
Ti fanno credere che l’unica maniera per cambiare le nostre vite sia farlo nei recinti pacifici e democratici che sono il simbolo stesso dell’oppressione che combattiamo.
Pensaci. Non si rivoluziona un sistema attraverso le logiche che l’hanno creato.
(indymedia node/1410 15 ottobre)

Quindi x abbattere questo governo pensi sia stata utile una giornata come quella di ieri? O sei stupido o sei fazioso. I nostri governanti ridono quando i cortei vengono delegittimati ma veramente non lo riesci a capire?
(commento a indymedia node/1410 16 ottobre)

che ne pensi?

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(mail da lelia 17 ottobre)

mah non so…ci sono momenti in cui entrambe le parti hanno voglia di sciogliere la tensione.
secondo me sta tutto lì.
a me a volte, durante manifestazioni abbastanza calde, è capitato di parlare con alcuni graduati e magari entrambi si aveva l’interesse a che non succedesse altro. mani non ne ho mai strette, ma più che per una questione di principio, perché stavo a distanza di sicurezza. secondo me sta tutto lì…credo almeno.
(tommi, mail a lelia 17 ottobre)

Cosa aspettiamo?
ITALIANO, l’ora è giunta, abbiamo un appuntamento col destino; i nostri nomi attendono di essere scolpiti nel granito della storia. Dio è con noi.
(gaetanosaya.org, 16 ottobre)

Alle ore 17,31 piazza San Giovanni ricorda Pristina nel ’99. Scoppi di bombe carta, gente che fugge, mazze, fumogeni, scudi, manganelli e gli idranti della polizia per colpa dei quali mi becco un tremendo raffreddore. Soprattutto c’è molta incoscienza, molti sono ragazzini che se la giocano tutta lì, in quel campo di battaglia, sradicando pali e giocando a fare Joe di Maggio con i sampietrini. Mi appoggio a un’edicola, mi seggo perché non respiro più ed ho la pelle infuocata, un tipo mi vede e mi cede un limone che mi spremo su naso e guance per placare gli effetti dei lacrimogeni. In questa drammatica devastazione qualcuno prova il brivido della guerra, della complicità da camerata, della solidarietà fra soldati, dell’affiliazione, del nemico comune, del rito. Insomma per qualcuno si è trattato di una malsana appartenenza.
(luca pakarov, Rolling Stone, 17 ottobre)

A me come foto piace!
E cmq fa capire quello che hai appena detto te!
Magari quello sbirro è uno che ragiona…che capisce le situazioni!
Sono pochi, ma ce ne sono!!!
(mail da lelia, 17 ottobre)

Si sa, la violenza è un circolo vizioso. Bisogna solo mettersi d’accordo su dove sia l’epicentro, la scintilla che l’ha scatenata.
Per i politici – tutti d’accordo, anche stavolta – sono “i provocatori” che scatenano la violenza della polizia incendiando un auto. Ma in realtà una macchina che brucia non è altro che una reazione infima alla violenza enorme che subiamo tutti i giorni. Ci forzano al lavoro precario per dover sopravvivere, ci obbligano a pagare un affitto per avere un tetto sulla testa, ci impongono di avere dei documenti per poter passare le frontiere tra gli stati, decidono come dobbiamo gestire i nostri corpi, ci cotringono a vivere le nostre vite in silenzio.
In Italia ogni sette ore una persona muore sul lavoro perché è costretta ad avere un salario per poter vivere. Ogni giorno nei Centri di detenzione per immigrati irregolari la polizia tortura degli essere umani soltanto perché non hanno i documenti in regola. Ad ogni angolo del globo le multinazionali, col supporto del sistema finanziario e politico, stuprano popolazioni intere per ingigantire i profitti degli azionisti. Il padroni di questo mondo ci fanno la guerra tutti i giorni. Per una volta siamo noi a rispondere e fargli paura.
Pensaci. Siamo violenti, ma è solo perché abbiamo deciso che la violenza non vogliamo più subirla
(indymedia node/1410 15 ottobre)

si qualcuno c’è.
comunque per quanto riguarda il fatto di consegnare i violenti alla polizia, cosa che è stata detta in questi giorni, io non sono d’accordo. perché non si fa. sono più d’accordo con una proposta apparsa su indymedia che propone un servizio d’ordine organizzato e unico per queste manifestazioni. se ben organizzato è in grado di gestire da sè anche gli eventuali violenti, provocatori o semplicemente i meno lungimiranti.
in ogni caso alla polizia non si consegna nessuno.
almeno, per me è così.
(tommi, mail a lelia 17 ottobre)

“ecco tutte le foto dei violenti: aiutateci ad identificarli. Chiunque riconosca i violenti contatti le forze dell’ordine”
(“il giornale” 17 ottobre)

io sono rimasto abbastanza colpito dalle spaccature che ci sono in questo movimento. a leggere i commenti sono come il sole e la notte. se ne dicono di ogni. la cosa mi inquieta un po’. evidentemente le anime sono molteplici. una forza, sicuramente. ma anche un bel casino.
magari fai un servzio d’ordine forte e organizzato: ma se poi nn viene riconosciuto da tutti? molti – e ne hanno tutto il diritto – vogliono scendere in piazza senza alcun presidio che richiami all’uso della forza, sia anche solo per difesa.
io credo che sia sacrosanto vederla così, però è anche vero che non si può non fare i conti con il livello dello scontro. mettiamoci tutti i “purtroppo” che vogliamo, però non mi stupisce affatto che in una situazione come quella che stiamo vivendo, esasperata e ricattatoria, volino mazzate.
(tommi, mail a lelia 17 ottobre)

Pensa a quanto il discorso sulla battaglia del 15 ottobre che ti stai ripetendo ossessivamente nella testa somiglia a quello che stai ascoltando, fino alla nausea, dai politici, nei giornali, nelle televisioni. Pensaci. T’hanno fregato, ancora una volta, e non te ne sei accorto.
(indymedia node/1410 15 ottobre)

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I went to the place

14 Ottobre 2011 Commenti chiusi

Ci voleva “Teardrop” dei Massive Attack. Perché è fine giornata, perché fa ancora uno splendido caldo, perché è venerdì, perché ho fumato e avevo voglia di scrivere.
A volte si dice che qualcosa è più della somma delle sue parti. Credo voglia dire che le parti che compongono un qualcosa, qualunque cosa, danno vita ad un risultato finale che non è solo la mera somma delle componenti. È qualcosa di più. Le varie parti insieme danno qualcosa di più del loro singolo valore. “Teardrop” è un buon esempio. La voce e la musica costruiscono qualcosa che va oltre. Evocativo. Arrivano stimoli profondi, a tratti ansiogeni. Mi serviva qualcosa di questo genere. Molto musicale e possibilmente con il parlato in inglese. Mentre scrivo se sento qualcosa in italiano sto attento alle parole e mi deconcentro.
A proposito di parole ieri un mio collega mi ha chiesto se poteva mettere della musica. Gli ho detto di sì. Era la pausa pranzo, io ero appena arrivato, lui mangiava al suo tavolo di lavoro. Ha messo i Clash, “Safe European Home”. Io fischiettavo la melodia.
Ti piacciono?”
Moltissimo
Hai sentito cosa dice qui?
No, non ci ho mai fatto caso”, risposi imbarazzato dal mio scarso inglese.

Nel gennaio dell’anno scorso è morto Beniamino Placido: giornalista, critico televisivo, intellettuale. In una intervista mandata in onda nell’occasione della sua scomparsa disse che cultura non vuol dire sapere nozioni a memoria, ma sapere in che libro andarle a cercare. Mi sono sentito colto. Tutto il mio sistema di sottolineature dei libri e i rimandi a matita nella prima pagina mi hanno sempre aiutato a trovare qualcosa che non ricordavo ma che sapevo dove trovare.
Questo sistema però, circa una settimana fa ha vacillato. Stavo leggendo “Maelstrom” di Salvatore Ricciardi, ormai prossimo alla fine. Uno dei più bei libri letti sugli anni caldi, forse meglio anche de “L’orda d’oro” di Balestrini e Moroni, che è impeccabile dal punto di vista analitico, ma a tratti così tanto denso di nozioni e punti di vista da risultare ostico per via del grande livello di concentrazione richiesto. Dispiace quando finisce un libro così. Ti affezioni e le pagine che mancano suonano un po’ come i minuti che mancano alla partenza di un treno, ad un arrivederci.
Ricciardi stava parlando delle bombe del ’74, soprattutto piazza della Loggia a Brescia. Parlò di bombe di stabilizzazione, molto diverse rispetto a quella del ’69. Mi si è accesa una lampadina. Dove è che avevo letto questa stessa teoria? Sembrava quasi che Ricciardi vi facesse riferimento. Mi ricordo questa idea delle bombe del ’69 come bombe fasciste, mentre quelle del ’74 come antifasciste. Solo che lui la accennava e basta, mentre nel libro che non ricordavo se ne parlava più diffusamente. Ho iniziato a pensare e sono andato quasi a colpo sicuro su “Petrolio” di Pasolini. Ho aperto la prima pagina, zeppa di rimandi a matita. Riferimenti al fatto che ogni autore è un dittatore (“è un dittatore che va mendicando l’attenzione della sua corte”), sull’imperfetto incoativo (“l’imperfetto incoativo indica il ripetersi abitudinario delle azioni per un periodo di tempo generalmente abbastanza lungo”) e una invidiabile descrizione della luce estiva (“i raggi del sole obliqui davano alle vallate profonde, ai borghi rustici, ai boschi di querce uno splendore di cui il presente, sempre così misero, sembrava indegno”), ma niente che parlasse delle bombe del ’74. Ho pensato allora a “Cuori Rossi” di Cristiano Armati, regalo di Cristina di qualche anno fa. Un libro da cui difficilmente mi separo. Qui ho trovato appunti sulla rivolta ad Abbadia San Salvatore, paesino sul Monte Amiata in cui, quando ci fu l’attentato a Togliatti, venne instaurata una vera e propria repubblica socialista, strenuamente difesa dagli attacchi della polizia di Scelba. Ho trovato notizie su come e quando sono nate la Cisl e Uil, costole della Cgil, titoli di libri da comprare ma niente.
Per quella sera ho lasciato perdere, ma la voglia di trovare il libro con la citazione che cercavo mi ha continuato a molestare. Ci ho pensato nelle sere seguenti. Sono arrivato a “Profondo Nero”, libro della Chiarelettere sull’omicidio Mattei, del giornalista De Mauro e di Pasolini, capace di raccontare – a chiarelettere appunto – il filo che unisce questi tre omicidi. Qui trovo un appunto che dice: “ pag. 239 – interessante tesi su bombe del 74 – non per golpe ma per sganciarsi dalla manovalanza nera”. Sì, mi pare proprio questo. Vado a leggere. Si tratta di una nota: una di quelle note che cominciano con poche righe in una pagina e finiscono per occupare completamente quella successiva. Si cita Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione stragi, “uno che di eversione se ne intende” e si riporta buona parte di una intervista.

Dice Pellegrino: “Pasolini affermò di sapere che se le stragi del ’69 erano state anticomuniste, quelle del ’74 erano antifasciste. Dal momento che mi pare molto probabile che anche la strage di Brescia sia stata compiuta da uomini della destra radicale, continuavo a domandarmi che cosa volesse dire Pasolini nel sottolineare la logica antifascista.
Domanda: oggi ha trovato finalmente questa risposta?
Risposta: […] il tentativo in direzione del colpo di Stato, o dell’intento a, durò abbastanza poco. A livello politico, sia interno, sia, soprattutto, internazionale, si capì che l’Italia non era la Grecia, che da noi non era importabile il regime del colonnelli, perché sarebbe scoppiata la guerra civile: un prezzo troppo alto da pagare. Dunque, da quel momento, ha inizio una nuova fase, sia pure ovviamente non lineare: quella dello sganciamento della manovalanza fascista. Lentamente gli uomini della destra sono richiamati all’ordine, si comincia a instillare loro l’idea che un piano golpista non può essere attuato fino in fondo, che è necessario un passo indietro. E loro reagiscono. Con una serie di attentati in qualche modo di ritorsione che segneranno la loro fine: li lasceranno fare, probabilmente proprio per poterli liquidare”
Domanda: era questa dunque l’intuizione di Pasolini?
Risposta: sì, secondo me era questa”.

Ecco fatto. Ho trovato la citazione e così posso definirmi colto, almeno a detta di Beniamino Placido.

Adesso si tratta di aspettare che Luisa torni a casa, farsi una doccia e andare con i mezzi a mangiare dai miei. Ci si mette quasi un’ora e le teorie su quale sia il mezzo pubblico – o la combinazione di mezzi pubblici – migliore per andare da casa nostra a casa loro, da’ vita a vivaci discussioni.
Io sono sempre per il 16: un tram che ci mette una vita, però è sempre vuoto e posso stare tranquillo a leggere.

Ho finito di scrivere. Posso mettere musica può movimentata, da cantare.
Continuo con i Clash. Credo che risentirò “Safe European Home”. Facendo attenzione a cosa dice.

I went to the place where every white face is an invitation
To robbery
An’s sitting here in my safe European home
I don’t wanna go back there again

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La giornata di ieri l’ho vista nascere

4 Ottobre 2011 3 commenti

Saranno state le 5 meno qualcosa. Stavo steso su due poltrone, una dietro l’altra. Avevo le gambe un po’ più in alto, perché poggiavano sullo schienale della poltrona di fronte. Ma tutto sommato stavo comodo, potevo stenderle. Ho dormito non più di tre ore. Lì per lì ho avuto la sensazione che mi fossero bastate. Erano ormai le 5. I miei compagni di viaggio, tre “L” per iniziali, stavano dormendo poco lontano. Un po’ più bassi di me, ci si trovavano bene su quelle poltrone. Non hanno avuto bisogno nemmeno di occuparne due contemporaneamente. Mi ero assopito anche intorno all’una di notte, ma c’era una tv accesa. Prima hanno trasmesso “L’affondamento del Laconia”. Divertente vedere su un traghetto la storia di un transatlantico che affonda. Mi ha ricordato una scena de “L’aereo più pazzo del mondo”, quando durante il volo trasmettono un film di disastri aerei. Non so se in quella sala poltrone al ponte 7 sono stato l’unico a cogliere l’ironia di quella trasmissione.

Erano quasi le 5 dicevo. Il week end tutto mare e spiaggia in Sardegna mi aveva fatto credere che fossimo ancora in estate. Così ho deciso che quelle ore di sonno mi erano sufficienti e che era giunto il momento di vedere l’alba sul mare. Ma non era estate, nonostante il clima. Alle 5 il cielo è ancora completamente nero. Me ne sono accorto quando sono uscito sul ponte 8, il più alto. Ore prima avevo avvistato il carro maggiore, quindi la stella polare. Il traghetto Tirrenia la stava seguendo perfettamente. Ne ho dedotto che il sole sarebbe sorto a tribordo.
Cielo nero dunque. Solo dopo qualche decina di minuti è apparso un chiarore sempre più nitido. Il mare da nero è diventato grigio scuro, poi grigio fino a riprendere il suo colore passando attraverso centinaia di sfumature.

Alle ore 6 hanno aperto il bar. C’è stato qualche minuto di ritardo e c’era una piccola coda assonnata. Caffè e cornetto. Poi altra sigaretta e altra visita al ponte 8. Alba. Quella vera, quella che emoziona. Iniziano i primi uccelli marini, macchie nere quasi impercettibili. Poi sempre più chiare. Si vedono le luci di Genova, già sveglia con le macchine che corrono sul lungomare. Arrivano i gabbiani, che si accostano al traghetto e se lo scrutano. Mi ricordano quelli che, quando siamo partiti da Porto Torres a tramonto ormai finito, hanno accompagnato la nave fino a fuori dal porto. Una quantità enorme di ali bianche ha avvolto lo scafo bianco e a tratti arrugginito: sembrava un saluto, un arrivederci. “Tornate presto!”. Commovente.

Operazioni di attracco a Genova. Le eliche smuovono l’acqua verde scuro del porto. Smuovono anche altro, perché i gabbiani ci si avventano.

Siamo in macchina a Genova. Ormai il sole è ben sorto. Io avrei bisogno di lavarmi i denti, la faccia. Magari una doccia completa. Magari un cesso non completamente abbandonato a se stesso.
Ma non c’è molto tempo. Siamo in viaggio per Milano e guido io. Si passano i Giovi e arriva Milano. Ci salutiamo in fretta, siamo tutti in ritardo. Io riesco a passare da casa, ad usare un cesso non abbandonato a se stesso e a lavarmi denti e faccia.

Al lavoro c’è la consueta disorganizzazione. Fortuna che mi tocca una uscita. Il posto dove devo andare è lungo la strada per casa mia. Gioco con i minuti, ne rubo qualcuno e ci esce anche una doccia e dei vestiti puliti.

Scorre tutto più o meno normale. Durante una pausa leggo un po’ della biografia di Trotsky (quasi finita, anche se un po’ scalzata dal libro di Ricciardi) e mi accorgo che il sonno è in agguato.
La giornata finisce alle 6 e qualcosa del pomeriggio. C’è tempo per tornare a casa e cucinare con calma. Accendersi un rimasuglio e riguardare per la millesima volta “fuori in 60 secondi”.

Vado a letto. Lo apprezzo più delle due poltrone in fila. Poco prima di dormire sento ancora un po’ di rollio della nave. Poi ripenso ai gabbiani che ci hanno salutato.
“Tornate presto!”

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