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25 Novembre 2011 2 commenti

Poche cose da dire e attengono tutte a un qualcosa che non saprei definire. Se proprio mi ci sforzo mi vengono in mente “vita”, “senso”, “contestazione”, “rabbia”.
Poche cose da dire anche ai pochi occhi superstiti di questo blog.

Rifletto su problemi un po’ troppo grandi per le condizioni in cui sono. Dopo 12/13 ore di lavoro, occupandoti di qualcosa di cui ti frega a dir poco niente, è inevitabile riflettere. Pensi ad un modo per prendere bene le cose, ma dopo un po’ ti accorgi che o non sei sufficientemente profondo, oppure sono cose che non si possono prendere bene.
Ogni cosa ti arricchisce, anche le esperienze più faticose e insignificanti, hanno qualcosa da darti. La si può prendere così, ma è anche vero che in fondo in fondo sento dentro di me che se sto facendo questo vuol dire che non ho trovato qualcosa di meglio per me.

Mi è mancata la mamma, avevo voglia di parlarle. E allora l’ho chiamata. E abbiamo parlato tanto. Adesso che non viviamo più insieme ci rivedo molto di mia nonna. Un certo modo di prendere le cose, un ottimismo motivato di fondo, che le rende molto simili. Certo, finché c’era mia nonna le sfumature fra loro due erano più evidenti. Adesso colgo il ceppo comune da cui vengono in modo molto più netto. E un po’ spero di avere preso qualcosa anche io. Mi ha fatto bene mettere sul piatto tutto. Proprio tutto.

Insomma volevo capire. Capire se questa vita è una condanna o una opportunità. Io sono aperto a tutto e posso pensare che possa essere una opportunità, ma purtroppo, in questo caso, la domanda successiva è: opportunità per cosa? E la risposta è sempre molto vaga.

Mi sento disponibile al mondo, anche ben calibrato in molti casi, ma c’è una rabbia di fondo che mi molesta e che di tanto in tanto vuole la sua parte.

La nebbia pare averci mollato. C’è un po’ di sole, che, finché resta alto in cielo, scalda i vetri del bow window creando un piacevole tepore.
Durante il mio giro mattutino su siti di notizie, leggo su peacereporter.net che oggi è la giornata mondiale contro la violenza di genere. Ho sorriso ripensando al mio lavoro di qualche anno fa. La famosa ricerca sulle donne, quella che mi ha portato a girare per la Brianza armato di registratore e lo stampato delle domande. Ho chiesto pareri a poliziotti, carabinieri, medici, infermieri, assistenti sociali; tutti quelli che per un motivo o per l’altro entrano in contatto con una donna maltrattata. Più istituzionali e compassati i cc, più svogliati e indifferenti i ps, disponibili e un po’ rassegnati i medici, attenti alle parole gli assistenti sociali. Così stamattina mi è venuto di scrivere ad S. che era la nostra capa e che soprattutto aveva creduto in me buttandomi dentro questa ricerca senza che il mio cv fosse all’altezza degli altri colleghi. Penso che non se ne sia pentita.

Dov’è che ho sentito che gli uomini hanno gli occhi messi in modo tale da poter guardare solo avanti? Le mosche, ad esempio, possono vedere a 360°. Noi no. Solo avanti. Deve essere stato un film, ma non ricordo quale. Non è detto però che questa caratteristica implichi che tutto il resto si adegui. Non è detto che se gli occhi possono vedere solo davanti, anche la mente si sia adeguata. E lo so bene io, che sono così coglione da pensare ai periodi passati – anche quelli non belli – a volte con nostalgia. È questa memoria selettiva che non mi aiuta per niente.

Fra poco dicembre. Tra un mese esatto natale. Meno di un mese e passeremo il 21 dicembre, la giornata più corta dell’anno, poi ci saranno piccoli attimi, pochi minuti, che si aggiungeranno giorno dopo giorno. È presto per pensarci ed è anche un po’ doloroso. Soprattutto se poi le giornate lunghe scorreranno al di fuori delle finestre dell’ufficio. Ma andiamo con ordine. “Non affastelliamo”.

Settimana scorsa sono stato per 4 giorni prigioniero in un centro congressi ad Assago, freddo e nebbia. L’ultimo giorno ero abbacchiato. Mi chiedevo – tanto per fare una cosa diversa – cosa stessi facendo lì, se avere uno straccio di tranquillità economica vuol dire passare per forza da tutto questo. Solite domande, ma in quel momento un pochino più pressanti. Ero solo, stavano smantellando tutto quanto e io dovevo supervisionare la cosa. Un salone vuoto, avanzi in giro, fogli di carta per terra, qualcosa alla Shining. Tutto fatto apposta per prendere male.
Mi sono seduto ad un tavolo, ho preso un foglio con carta intestata del centro congressi e una penna con lo stesso logo. Ho scritto. Ho scritto 4 fogli, fitti. Una catarsi. È stato un po’ come andare a sudare in palestra. Poi mi sono sentito meglio. Mi sono ripromesso di continuare a scrivere, in qualunque modo.

 

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Chi se ne va che male fa

5 Novembre 2011 Commenti chiusi

Ascolto il ritornello insistente di “Oulala Radime”, degli Zebda. Ci sono dei loro pezzi che sono un richiamo al sud: le note corrono lungo le rocce delle calanche, sui piatti di pesce, su quel caldo a picco, sul mare salatissimo. Peccato che qui stia piovendo. E tanto. Le immagini di Genova che ho trovato su repubblica.it sono inquietanti. Mi spiace per Genova: è una città che rispetto, per la Medaglia d’oro alla Resistenza, per i geni che ha partorito, per quel suo spirito un po’ burbero che non ho mai capito fino in fondo.

È uno di quei momenti in cui rimandi quello che devi fare: un po’ di ordine in casa, una rasata alla testa, un po’ di spesa. In tutto un’oretta di impegno.

Mi sono imbattuto in un dibattito telematico sulla frase che da’ il titolo al post. Nella canzone “Insieme a te non ci sto più”, scritta, tra gli altri, da Paolo Conte e portata al successo da Caterina Caselli, c’è questo passaggio e in molti si chiedono se è domanda o affermazione. Postatori convincenti sostengono che si tratti di affermazione, e anche a me pare che il tono sia quello. E se è affermazione può essere che sia sotto inteso che chi se ne va fa molto male, da’ dolore a chi resta. Perché se invece fosse interrogativo sarebbe sotto inteso “nessuno”, “non fa nessun male”.

Se ne è andata l’estate, ormai da un po’. E “che male fa!”. Siamo passati per un breve interregno e adesso non ci sono più dubbi. Vivo tra i ricordi dei giorni passati a zonzo sulla 500 presa a nolo e le proiezioni, immature e acerbe, dell’estate che sarà. Anche più che immature e acerbe. Sono solo un abbozzo. Siamo a novembre. Un mese il cui nome ti molesta per quasi tutto l’anno. Lo si nomina sempre come eponimo di grigio, di periodo difficile in cui bisogna stringersi agli amici, programmare qualcosa. Poi arriva e ci sei dentro. Da un lato ti tranquillizzi: scopri che a novembre respiri e sei vivo come negli altri mesi. Sei quasi sorpreso. Il semplice fatto di essere ancora con tutte le tue funzioni base funzionanti ti rincuora. Ma in realtà novembre lavora ai fianchi. Ti martella con il grigio, con il freddo sempre più intenso, con le giornate corte. È come la goccia cinese e ti accorgi che respirare potrebbe non essere abbastanza.

Ieri al lavoro mi si è presentato il grande capo, quella donna il cui nome rimanda ad un potere praticamente assoluto. “Beh, se lo ha detto lei”, “Se ha detto che si fa così si fa così”. Queste frasi la circondano. Alcune con un pelo di rassegnazione, come a dire “io non sono d’accordo, ma se lo ha detto lei…”. Mi avevano parlato anche del suo carattere un po’ strano. Ieri stavo girando per le sale. Dovevo controllare che tutte le impostazioni fossero funzionanti. L’audio deviato sulle casse là dietro, il video dirottato su uno schermo piatto in ingresso, il giusto bilanciamento del mixer per non essere trafitti dal larsen.
Lei arriva. Un buongiorno smozzicato. Le rispondo. Continuo i miei giri di controllo, poi lei viene verso di me. “Piacere”. Piacere”.
Iniziamo a parlare: mi chiede come mi trovo, da quanto lavoro per loro. Mi racconta di alcuni suoi viaggi. Poi torna a parlare di lavoro. Mi chiede se la mia postazione è comoda e funzionale. Le dico di sì. Mi ribadisce un paio di volte che se ho delle esigenze particolari non ho che da chiedere. “Un tavolo più grande? Una sedia più comoda?”. Ringrazio e mi tengo aperta una porta: “sono qui ancora da poco e mi pare tutto ok. Se qualcosa non funzionerà glielo dirò”.
“È stato un piacere”
“Anche per me”.

Se ne torna su per le scale.

“Non ho che da chiedere”. Sorrido dentro di me.

Questa estate avevo occupato una postazione sul mio adorato spiaggione. Direi una delle migliori. Una struttura in rami con al centro un tronco tagliato, piatto e basso dove potersi sedere o appoggiare le cose. Una delle migliori postazioni di sempre. Quella sì, mi sarebbe piaciuta. E non escludo in futuro, perché “non ho che da chiedere”.

L’ultimo giorno di mare ho ripreso le mie cose dal tronco tagliato, ho tolto i parei legati ai rami. Ho salutato quel luogo magico, incamminandomi verso il parcheggio. Mi sono girato e ho fatto ciao con la mano.

“Chi se ne va, che male fa”

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