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Archivio Febbraio 2012

Un giorno che non c’è

29 Febbraio 2012 2 commenti

Le cose da fare sono poche e il contratto in scadenza non aiuta l’impegno. Spinge al traccheggio, all’arte del rimandare. Il tabacco “origenes” è forse un po’ troppo forte. Aveva ragione Emme, uno dei ragazzi con cui mi capita di lavorare. Emme che fuma poco, giusto una ogni tanto. “Il tuo tabacco mi ha dato una botta!”, mi ha detto quando gliene ho rollata una.

Mi scrive un sms il ragazzo con cui condivido il box: lui ha dentro un T-Max Yamaha giallo (abbastanza terrificante) io la mia moto, la mia vespa e qualche volta la bicicletta. Pare che la serratura della porta non funzioni bene. È riuscito giusto ad accostarla. Mi chiede se ho avuto dei problemi ad aprire e chiudere. Vado indietro con la mente e penso che l’ultima volta in cui mi sono motorizzato è stato domenica. Domenica in vespa fino al parco Forlanini. Su via Corelli, giornata ventosa e una bordata d’aria mi ha quasi fatto perdere l’equilibrio.

Ho fatto via Corelli, ho cercato con lo sguardo uno di quelli che adesso chiamano CIE, ma che di fatto sono lager del nostro tempo. Ci entri dentro senza aver commesso nessun crimine. Ci entri dentro perché sei fuggito da un paese in guerra, dove la povertà dilaga in modo così devastante che è meglio rischiare la vita in mare o nel rimorchio di un camion, piuttosto che restare. Quando arrivi a destinazione – se arrivi – non ci sono braccia aperte e pacche sulle spalle. Non c’è solidarietà. Ci sono altre mura, altre privazioni, soprusi e violazioni. Il reato contestato è quello di essere povero, di non avere niente. Non è consentito girare con la paura negli occhi nelle nostre belle città.

Io mentre passavo da via Corelli ero libero: libero di andare su un prato enorme e correre dietro una palla con i miei vecchi amici.

Stanno bene i miei vecchi amici. Sono più o meno sempre gli stessi. Eravamo in 6 ed è scattato un tre contro tre. Portieri volanti, cumuli di giacche a fare le porte, numeri, dribbling, sombrero e colpi di tacco. Tanto siamo fra di noi e si gioca rilassati.

Non mi faccio la barba da qualche giorno e nemmeno mi rapo la testa. Forse inconsciamente voglio esteriorizzare una sensazione.

Sensazione di starci dentro, ma con i tempi miei, con i modi miei.

…e poi stiamo parlando di un giorno che di solito non c’è.

 

 

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scambi

26 Febbraio 2012 Commenti chiusi

La prima uscita stagionale in moto meriterebbe un post a sé. Ma ora non è tempo di stare a fare un post per ogni cosa. Spero vivamente che quel tempo torni. Scrivere serve per uscire dalla mediocrità, un modo come un altro per “alzarti in cielo e urlare chi sei tu”. Poi pare che qualcuno posi ancora gli occhi qui e attenda risposte a domande fatte al nulla.

Ieri mattina maglia termica, una felpa con cappuccio, para-schiena, giacca della moto corta con imbottitura, guanti, calze normali, scarponcini, jeans. Sono bastati. Un pail nel bauletto solo per abitudine e per essere comunque pronto ad un ritorno del freddo. Non è servito. Circa un centinaio di chilometri e tre ore lorde in sella. Tre ore con un punto di vista diverso sulle cose: mi sto muovendo, sto sentendo il fresco di un bosco attraversato, l’odore di un fiume, il fango sugli scarponcini.

Ma anche la vespa è ripartita. Mi ha portato un po’ in giro i questi giorni. È un bel rapporto quello tra me e lei. Risale a tanto tempo fa. Ai tempi dell’università che non riuscivo a finire, i tempi dei mille dubbi, della vita con i miei, dell’avanti indietro con casa della mia fidanzata, dei giri terapeutici senza meta. Poi per un periodo è stata un po’ scalzata dall’arrivo della moto, ma non se l’è presa. Ha aspettato. Del resto lei, la vespa, sapeva di essere un’altra cosa. Non era questione di competizione.

Le sfighe comunque non mancano. Arrivano una dietro l’altra. Non trovo niente di meglio da fare che accoglierle sorridendo, sperando che questo un po’ le scoraggi. E poi aguzzo la vista, perché non tutte le nuvole che si stanno addensando all’orizzonte porteranno qualcosa di cattivo. A volte la pioggia ci vuole.Mi capita di camminare per la mia città e penso che dovrebbe venire giù un po’ di acqua per lavare tutto, togliere i segni. Magari lava via anche qualcosa di importante, qualcosa che sarebbe meglio se fosse restato. Ma si invoca l’acqua comunque.

Sicuramente questo periodo mi ha portato via qualcosa, non c’è dubbio. Qualcuno si preoccupa per questo: gli anni passano e si perdono attitudini, abitudini e, qualche volta, anche persone. Però se si fa attenzione gli anni portano anche qualcosa. È comunque uno scambio. A volte non è equo, però è sempre uno scambio. Può andare bene o andare male e poi io nelle trattative non sono mai stato bravo.

Ah, amo febbraio perché è un mese prodromico. Annuncia il tiepido che diventerà caldo, la luce che aumenterà. Gli amici iniziano a pensare all’estate, chiedono cosa pensi di fare, buttano giù progetti che servono più che altro a stare meglio adesso. Però è un bel gioco. Io ci sto, e la sera prima di dormire penso a tutto questo e mi addormento contento.

Fra non molto mi devo preparare. Oggi è giornata di amarcord. Appuntamento alle 3 sul ponte viola che attraversa viale Forlanini all’altezza dell’omonimo parco. Al tempo del liceo non c’era nemmeno da dirselo. “Alle 3 al forlazza”. Si usciva dal liceo, si andava a casa oppure si mangiava una pizza tutti insieme. Poi via, con la 73 o in bici, fino a quel ponte. Più o meno con qualunque tempo, in ogni stagione i nostri sabato pomeriggio passavano lì.

Non ho molta voglia di cercare le parole per dire come mai quel rituale è stato pian piano abbandonato. Non saprei nemmeno dire se è stata una cosa immediata o graduale. Non me lo ricordo.

È solo un altro scambio, di quelli che propone il tempo. Il margine di trattativa è sempre abbastanza ridotto.

Ma tanto a me le trattative non sono mai venute bene.

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Amo febbraio

2 Febbraio 2012 Commenti chiusi

Lunedì

Ci sono molti film, molti libri e persino alcune canzoni che raccontano la mancanza di ispirazione. Da questa mancanza i più bravi sono riusciti a tirare fuori un’opera completa. Penso, su tutte, a “Nowhere Man” dei Beatles, scritta da Lennon. In un libriccino che ai tempi del liceo mi portavo dietro come un breviario, c’era scritto che l’ispirazione per quella canzone gli venne in mente pensando a se stesso senza ispirazione, incapace di scrivere.

Quando manca l’ispirazione manca una visione diversa delle cose che rischiano di apparire piatte, banali.

Ieri sera come un automa, appena tornato a casa, mi sono messo a fare la borsa per la palestra. Ero stanco e infreddolito. Avevo bisogno di una prospettiva, visto che oggi avrei avuto la prima parte della giornata libera. Poi stamattina mi sono svegliato senza forze. Né fisiche né mentali. Ho guardato la borsa, ho guardato fuori dalla finestra. Il freddo sembrava visibile ad occhio. Ho guardato ancora la borsa e l’ho lasciata lì.

Sono andato a ritirare il mio mitico vespone, che ad aprile compirà 12 anni, ma se li continua a portare benissimo. Che voglia di cavalcare la vespa in maglietta, con il caldo. Oggi invece sono bastate quelle poche centinaia di metri per riportarla in box a congelarmi.

Passerà. Passerà questo freddo, passerà questa costante sensazione di non esserci, di leggere il libro sbagliato, di non fare la cosa giusta, di buttare via il tempo libero, di non avere ancora capito il confine fra abbandono e libertà.

Mi scrive Alberto sulla chat di gmail. Ha freddo, è stanco, mi dice che l’Inter gioca domani sera e non stasera. Ottima notizia. Stasera causa lavoro l’avrei persa. Domani invece ci sto dentro. Magari la vedo con loro.

È tempo di una doccia calda, di vestiti puliti e forse anche di una sbarbata.

Tempo di mandare l’ennesimo pensiero a papà.

Giovedì

Ci si è messa la neve. Martedì scrissi una mail affettuosa che concludevo dicendo “spero che la neve non attacchi…o forse sì”.

Uso comunque la bici. Attenzione ai freni, vanno toccati con molta dolcezza. Giusto in piazza Po mi sono concesso il lusso di una piccola derapata bloccando il posteriore. Penso al peso della mia Suzuki, quasi impossibile metterla di traverso senza sentire lo stomaco che si svuota per la strizza.

Scazzi al lavoro. Io gioco al gioco del silenzio. Lo cantava Lou X anni fa, lo avevano come principio gli indiani Yaqui: per loro era uno dei fondamentali nell’arte dell’agguato.

Io non voglio fare agguati a nessuno. Mantengo solo la posizione.

Non è passato molto tempo da quando ho messo alcune cose in chiaro e forse non è stata una buona mossa, visto che fra meno di due mesi mi scade il contratto e sarebbe auspicabile starsene a orecchie basse fino al rinnovo. Io no. Non sono mai stato furbo. Fra un po’ ne faccio 35 e a questo punto direi che la furbizia non mi appartiene.

Rimanderò tutto me stesso alla quiete del fine settimana, agli amici che riempiranno la nostra casa e ci farà piacere averli intorno.

Tempo per un’altra pensiero a papà. Penso a quello che sono, alle nostre differenze e a tutto l’amore che, a volte con un nostro strano modo, ci siamo sempre dati.

Ps

I motivi per cui “Amo febbraio” verranno fuori nei prossimi post, se me ne ricorderò.

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