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Archivio Marzo 2012

La vuoi provare?

16 Marzo 2012 7 commenti

Era un pomeriggio caldissimo, forse già luglio. Io facevo la spola tra camera mia e il terrazzo. A brevissimo, più o meno una manciata di ore, avrei dato uno degli ultimi esami. Un po’ di ansia e per combatterla il consiglio di mio padre: “adesso rilassati, liberati la mente”. Non fu facile, ma lo feci. In questi giorni casa dei miei era un bel viavai di gente: mio zio stava da noi per riprendersi da una complessa operazione chirurgica. Aveva occupato lo studio di mio padre, il quale a sua volta aveva occupato camera mia e io andavo spesso a casa di Luisa. Mio zio all’epoca aveva un collega, collaboratore, galoppino. Lo trattava malissimo, ma lui non sembrava mai scomporsi. In quel pomeriggio caldissimo di luglio stavo tornando a casa. Lo incontrai davanti al mio portone. Si stava fumando una sigaretta aspettando non so bene cosa. Ci salutammo, facemmo due chiacchiere e gli chiesi dove stava andando.

“Devo andare dalla notaia, poi a consegnare questi progetti, infine ad un cantiere verso Affori”

“Giri eh?”

“Sì. Ieri ho fatto il conto: mi sono fatto 100 chilometri, tutti in città”

“Come andare da Milano a Parma”

“Già”

Silenzio. I nostri sguardi caddero sulla sua moto parcheggiata lì.

“Bella”, gli dissi.

“Provala” mi rispose.

Mi infilai il casco che stavo riportando a casa. Accesi e andai. La potenza mi impressionò subito. Davi un impercettibile movimento di polso e il motore saliva, venivi sparato in avanti. Un giro intorno all’isolato. Difficilissima da dosare. Una cavalleria pronta a scatenarsi. Mi trovavo quasi sempre con la frizione tirata, i giri che salivano come fossi un tamarro e quel rumore assordante dietro la mia schiena. Avrei voluto avere più tempo, meno traffico e un po’ più di confidenza.

Tornai sul passo carraio dove il giovane galoppino mi aspettava tranquillo con un’altra sigaretta in bocca.

“Piaciuta?”

“Sì..ma cazzo se è potente!”

“Eh sì…”

 

Freddo, freddo e ancora freddo. Tanti anni fa. Avevo la mia Kawasaki da poco. Un locale su via Chiesa Rossa che però raggiunsi in macchina, perché il freddo era davvero troppo. Nei locali si fa dentro e fuori, fuori e dentro. Almeno io, che amo la compagnia ma ogni tanto ho bisogno di uscire e ridurre i rumori intorno a me. Stavo fumando e vidi arrivare una moto da cross vecchio stampo. Una di quelle di quando ero piccolo e a quei tempi mi sembravano enormi, montagne da scalare per salirci su. La moto passa su via Chiesa Rossa: sono già pronto a seguirla con lo sguardo, mentre invece prende un passo carraio e si ferma davanti al locale. Scende un ragazzo, via il casco, via il sottocasco ed ecco un viso che conosco.

“Come stai?”

“Bene e tu?”

“Bene, certo che coraggio con sto freddo. Io sono in macchina”

“Eh si fa freddo. Solo che stasera mio fratello non c’è e così me la posso godere un po’ io” – indicando con lo sguardo la moto ora spenta e appoggiata al cavalletto laterale – “sai, l’abbiamo comprata a metà”.

Aspiro dalla mia sigaretta e annuisco guardandola.

“Bella – gli dico – mi riporta indietro nel tempo. Posso provare a salirci su?”

“Puoi anche farti un giro se vuoi”

Non me lo faccio dire due volte. Gli chiedo in prestito il casco, salgo e accendo. L’erogazione è dolce, ma sale. Il rumore è corposo, senza picchi né urla. Come accelero un po’ lungo il naviglio il freddo diventa prima un fastidio poi una sberla. Faccio qualche centinaio di metri e torno indietro. Il busto è eretto, la posizione alta. La strada da questa sella pare lontana. Penso che questa due ruote è perfetta per arrampicarsi su qualche sentiero scosceso e sterrato, di quelli che a Capalbio trovi più o meno ad ogni incrocio. Qui invece è asfalto. Asfalto e freddo.

Torno al locale, la moto sale sul gradino senza colpo ferire attutendo lo sbalzo con un’ ammortizzazione soffice.

“Grazie: molto bella!”

“Prego”.

 

La donna che guida la moto è nell’immaginario di molti uomini. Soprattutto se è lei a portare la moto e non viceversa. Se la vedi decisa, pronta, anche un po’ tamarra, beh allora c’è del fascino.

La ragazza decisa, pronta e anche un po’ tamarra era una mia vecchia conoscenza. Spuntava fuori da un mondo che mi sembrava remoto, anche se erano passati solo pochi anni. Lei prima aveva la vespa, che in un certo senso ci aveva fatto conoscere. Poi era passata alla moto. Suo fratello possedeva un Honda Cbr. Una bomba. Una volta ci facemmo un giro, molto breve: guidava lei e non aveva ancora la patente. Io abbarbicato dietro.

Ma stavolta era tutto a posto: la moto era la sua, la patente ce l’aveva in tasca e la moto in questione non era un Cbr, ma comunque una stradale molto veloce.

Nemmeno mi chiese se la volevo provare. Mi mise in mano le chiavi e aspettò che salissi io per primo, facendomi capire che lei si sarebbe accomodata dietro. Accensione, frizione, prima marcia giù e via. Via verso le piste di Linate, unico posto con qualche curva raggiungibile in pochi minuti. Mi divertii molto. Lei mi disse, urlando da dentro al casco, che potevo scendere anche di più in curva. Non mi azzardai a scendere più di tanto, però l’accelerazione era strafiga, la frenata potente, il muso cattivo. Ci fermammo su uno spiazzo da cui si vedevano bene le piste. Qualche parola sugli anni passati lontano, su quello che stavamo facendo adesso e su quello che avremmo voluto fare.

Il ritorno toccò a lei. Di volata la strada a ritroso fino a casa. Ed effettivamente, sì: poteva scendere in piega molto di più.

 

Non appena la Kawasaki, la mia prima moto, fu mia, mi sentii parte di una comunità trasversale. Ricordo il piacere con il quale, in uno dei miei primi giri, scoprii che i motociclisti si salutavano con un cenno della mano, quando si incrociavano.

Un giorno Luisa mi disse che un suo collega doveva prendere la patente della moto. Girava con il foglio rosa su un vecchio Bmw, ma per fare l’esame ed ottenere la patente senza limitazioni, aveva bisogno di qualche cavallo in più. La mia Kawa era conosciuta anche come moto da esame. Il numero di cavalli giusti, un peso più che ragionevole, una maneggevolezza più che sufficiente per superare senza difficoltà il famigerato “8” in via Cilea.

“Ha chiesto, se non ti secca, se gliela puoi prestare”

Ci mancherebbe. Adesso faccio parte di una comunità e non sia mai che venga meno ai miei doveri di adepto. Ci incontrammo nel box dei miei. Lui arrivò con il suo vecchio Bmw, io tirai fuori la mia.

Ce le scambiammo. Lo vidi andare via sulla mia moto e dopo pochi secondi stavo già armeggiando sullo starter per fare partire quel pezzo di storia. Sella orizzontale, posizione di guida naturale, cromature del rinomato motore Bmw che sporge da vedere con la coda dell’occhio sotto di me. Erogazione dolce, tranquilla. Stabilità assoluta.

Giro del quartiere, poi una citofonata a mia mamma per dirle “scendi e vieni a vedere che bella”.

Passai qualche giorno in sua compagnia, senza interrogarmi più di tanto su come stessero andando le cose tra la mia Kawa e il ragazzo che doveva prendere la patente.

Un giorno mi chiama Luisa dall’ufficio. “E’ successo quello che non doveva succedere”.

“Gliel’hanno hanno rubata”, ho pensato subito.

Invece no: l’aveva lasciata fuori dal tribunale e al suo ritorno c’era una ammaccatura sul serbatoio. Abbastanza vistosa. Lui era costernato, io non sapevo che dire. La fece mettere a posto a spese sue, e penso che gli costò anche una cifra. Poi prese la patente e circa una settimana dopo ci ritrovammo di nuovo nel box dei miei per ridarci le rispettive moto. La mia aveva il serbatoio rifatto nuovo e si vedeva. Lo ringraziai. Gli detti la sua moto, che però non partiva. C’era puzza di benzina. Forse non avevo chiuso il serbatoio o non so che altro. Ci fu un momento in cui quello ci sembrò lo scambio più sfigato della storia. Poi la sua moto si accese, ripartì e tutto finì più o meno bene.

 

Andrea è una persona a cui voglio bene. Lo stimo anche molto. È più grande di me di qualche anno e vederlo sulla soglia dei 40 a fare le cose che ha sempre fatto, mi fa stare bene e mi fa essere fiducioso nei confronti del futuro. L’anno scorso mi ha scritto una mail in cui mi diceva che aveva trovato una scuola di trial in Val Sesia.

“Ci andiamo?”

La cosa fu organizzata con grande anticipo e scrissi sulla mia agenda “trial con Andrea” fra pagine bianche e vuote.

Poi il giorno arrivò. Prendemmo in prestito una Ford Fiesta da una amica e andammo in Val Sesia. Faceva caldo, era una bella giornata di giugno. Dopo qualche indicazione errata trovammo il posto e ci venne incontro il nostro istruttore. Età indefinibile, occhio acquoso, non sprizzava né simpatia né intelligenza.

Ci dette una tuta, un casco, stivali e guanti. Io mi ero portato solo il mio para-schiena, che indossai sotto alla giacca bianca gonfia di protezioni. Ci fece vedere le moto. Praticamente non c’era nient’altro a parte ruote, manubrio e motore. Difficili da accendere, ma leggerissime. Ci portò in un campo da calcio, ci fece fare alcuni esercizi di equilibrio per quasi un’ora. Poi andammo lungo il Sesia. Il sentiero di terra battuta divenne dopo poco un sentiero di sassi di dimensioni ragguardevoli. Fra le canne e i sassi mi trovai di fronte un torrente che immetteva acqua nel Sesia. Andrea e l’istruttore ci passarono dentro. Io li seguii. Primo guado della mia vita. Abbastanza profondo, seppur fossi privo di esperienza. L’acqua arrivò fino al ginocchio ma la moto non fece una piega: uscì fumante dall’altra parte e riprese a fare grip sui sassi del fiume. Posizione di guida scomodissima, si riesce a guidare solo in piedi. Sella inesistente. Impossibile sedersi. D’altro canto però la potenza non manca, va dovunque: terra, sassi, sabbia, acqua. La ruota dietro non perde mai aderenza. Da una sponda all’altra del Sesia, poi dentro ad un bosco. Andrea fa enduro da molti anni: riesce a mettere la moto di traverso, a farla derapare, a salire su terrapieni scoscesi senza titubanze.

“Sali con acceleratore costante e vedrai che vai su”, mi ha detto. Mi dava più sicurezza lui che il nostro istruttore dallo sguardo acquoso.

L’ultima prova fu una mulattiera, di quelle a gradini. Troppo per me. Decisi di tornare alla base e di lasciare andare Andrea e l’istruttore. Li aspettai lì, iniziando a spogliarmi della tuta per rimettermi i miei vestiti. Solo durante questa operazione scoprii quanto fossi sudato. Praticamente in mutande mi fumai una meritatissima sigaretta, guardando la natura intorno.

Il viaggio di ritorno passò chiacchierando. Poi una grandinata ci sorprese alle porte di Milano, in coda al casello.

Stanchi e contenti attraversammo una città surreale, allagata e con nocciole di ghiaccio a galleggiare nelle pozze.

 

 

Ci sono amicizie cementate più dagli anni che da effettive affinità. Con il tempo poi scopri che anche quel cemento ha delle crepe e gli anni non bastano più come collante. Però per accorgersene ci vuole un po’ e l’entusiasmo del revival può essere più forte di una valutazione razionale.

Settembre praticamente ottobre. “Andiamo nella mia casa in Liguria con le moto?”. “Bho, sì, andiamo”.

In quel week end, potenzialmente fighissimo (moto, mare e un vecchio amico) tante cose non mi tornarono. Il mio vecchio amico con gli anni non aveva perso la sua tendenza ad essere al centro dell’attenzione e ogni occasione era buona per fare il figo. Non che gli mancassero gli strumenti, però la sua era una vera e propria ossessione: se si era con una compagnia, lui non sopportava di starsene zitto e ignorato dagli altri. Doveva riprendersi la scena a qualunque costo. C’era qualcosa di patetico e già dopo qualche ora rimpiangevo i miei amici veri, quelli con cui passo ore che sembrano minuti.

In ogni caso riuscimmo a mettere insieme una immersione al diving center di Spotorno e varie ore passate sulla spiaggia sotto al sole un po’ incerto dei primi giorni di ottobre. La sua moto era una replica molto in voga: un rifacimento in stile vintage di un modello di svariati anni prima. Sulla strada costiera dopo l’immersione, ce le scambiammo.

“Attento, perché la mia ha l’avantreno molto molto leggero”, gli dissi.

Salii sulla sua e presi subito confidenza. Il motore non era cattivo ma saliva dolcemente. Non piegava granché, ma era stabile e comoda. Proprio un piacere farla ondeggiare sulle curve della statale costiera. Tornammo a casa sua mentre nuvole nere si stavano addensando sopra di noi e un vento fastidioso iniziava ad alzarsi. C’era da tornare a Milano, a casa. Da parte mia anche con un certo sollievo. Ognuno tornò sulla propria moto per affrontare quel viaggio bagnato e freddo.

Ci salutammo alla barriera di Milano. Lui mi disse se volevo andare a vedere Inter Roma da lui quella sera.

“Vediamo”, gli dissi.

Già sapendo che non ci sarei andato.

In quel periodo avevo imparato a stare da solo. Luisa era via per un master che ci avrebbe diviso per molti mesi. Diciamo che in quel periodo andavo con metà motore. Non giravo a pieno, chiaro. Stavo a galla e mi sorprendevo quando capivo che galleggiavo anche con un certo stile.

Fine del servizio civile. Lo stipendio dell’obiettore, uguale a quello di un militare semplice, era intorno ai 90/100 euro al mese. In quei dieci mesi non spesi una lira, misi via tutto e mi ritrovai con quasi mille euro in più sul conto corrente. Vivevo con i miei e abbassare – praticamente azzerare – le spese non fu per nulla difficile. L’obiettivo era comprare una moto. Una moto qualsiasi. Ma che fosse una moto. Le mie finanze, nonostante i sacrifici, erano quelle che erano. Toccava accontentarsi.

Più o meno ad un mese dal mio congedo Daniele, il mio capo al servizio civile, mi disse che lui avrebbe venduto la sua moto.

“Che moto è?”

“Kawasaki er5”

L’avevo vista qualche volta parcheggiata sotto il nostro ufficio. Era rossa e bella.

“Quanti chilometri ha?”

“Duemila. Ed è del ’97”

La storia era questa, a detta di Daniele: la moto, appena immatricolata, era finita a fare colore in una vetrina di Fiorucci, in San Babila. Lui se l’era comprata a km zero e ci aveva girato pochissimo. Non aveva l’aria del biker, Daniele. Solo di uno che si divertiva a dare gas ogni tanto.

Mio padre economicamente mi aiutò. Iniziai una nuova fase della mia vita. Daniele la portò nel mio box. Avevo il foglio rosa e di tanto in tanto mi facevo un giro. Era febbraio, faceva ancora freddo, ma a farmi tremare le gambe ogni volta che mi avvicinavo al box per prenderla non era il gelo, ma piuttosto l’emozione. Il mio primo giretto me lo ricordo benissimo. Mi incasinavo con le marce, davo gas nel momento sbagliato. Le macchine dietro mi suonavano, impazienti.

Poi piano piano iniziammo a conoscerci. E, con il caldo, anche a viaggiare insieme.

Era la mia moto, la mia prima moto. L’odore del motore, del grasso, dei prodotti per lucidare la – scarsa – carena mi facevano stare bene.

Passammo molti anni insieme e divenni biker. Iniziai a capire quali erano le mie esigenze. Mi piaceva viaggiare con la moto. Ma la piccola Kawa non proteggeva dall’aria a sufficienza in autostrada. Il busto era esposto e, dopo qualche centinaio di chilometri, la schiena iniziava a farmi male. Dovevo cambiare. A malincuore, ma cambiare.

Era sempre febbraio. Una di quelle giornate con la pioggia e il grigio sospesi a mezz’aria. Una voce al telefono mi diceva “se vuoi posso fartela vedere anche oggi. Ti va bene se ci vediamo davanti al forum di Assago?”. Mi trovai davanti un lui e una lei più grandi di me. L’aria tranquilla, le parole giuste. La moto stava in un concessionario. Tenuta perfettamente. Ci salii sopra chiedendo permesso. Dimensioni enormi, quadro dei comandi pieno di luci e lucine. Ho pensato a come avrebbe tagliato l’aria lungo la strada per la maremma. Sì, era lei. Con dolore la mia Kawa passò in nuove mani. Una ragazza più o meno della mia età se la comprò. L’ultima immagine che ho della mia Kawasaki rossa è lei che scende il passo carraio del mio box guidata dal fidanzato della ragazza.

 

Si sta bene oggi. C’è un bel clima. Io utilizzerò la pausa pranzo per andare a lavare e ingrassare la mia Suzuki.

Poi sigaretta aspettando che finisca di gocciolare.

 

“La vuoi provare?”

 

 

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I don’t wanna grow up

11 Marzo 2012 Commenti chiusi

Mentre passavo l’aspirapolvere in sala, cercando di andare a prendere tutti i pezzi di tabacco caduti, le briciole e tutti i rimasugli di varie serate, ho pensato che il desiderio più forte – tanto quanto irrealizzabile – quando si vuole bene, è prendersi parte dell’angoscia che provano le persone che ami.

Non si può. Nemmeno un po’. Eppure avrei voluto. Perché con le parole non sono mica tanto bravo, non con quelle profonde almeno. C’è qualcosa che blocca la mia affettività. Quindi vorrei caricarmi il peso, come dicevano i Beatles. Un peso che sta opprimendo da qualche giorno una delle persone per me più car: si può dire che “senza di lui non sarei qui ora”.

La riproduzione casuale su itunes passa “i don’t wanna grow up”. Sono passati secoli dalla prima volta che l’ho sentita, mancava ancora qualche anno al 2000. Ero alla cascina Monluè. Stavo uscendo con Luisa, per il piacere di stare insieme. A volte alla Monluè montavano una specie di tendone, al centro del piazzale. Eravamo lì a berci una birra. Passò questa canzone. Io non la conoscevo. Lei sì. Mi disse che erano i Ramones e il testo parlava di una serie di motivi per cui non vale la pena crescere. Alcune persone servono anche per farti capire quanto è grande il mondo.

Approcciai i Ramones solo anni dopo e andai subito a cercare questo pezzo. Sì, era proprio quello: stava in un file quasi inutilizzato, da qualche parte nella testa.

Il sole è andato giù quasi del tutto.

Continuo ad ascoltare

 

Comb their hair and shine their shoes

I don’t wanna grow up

Stay around in my old hometown

I don’t wanna put no money down

I don’t wanna get a big old loan

Work them fingers to the bone

I don’t wanna float on a broom

Fall in love, get married then boom

How the hell did it get here so soon

(Si pettinano i capelli e si lucidano le scarpe

Io non voglio crescere

Rimangono in giro nella mia vecchia città

Non voglio spendere i miei soldi

Non voglio avere un mutuo eterno

Il lavoro li riduce all’osso

Non voglio stare a galla su di una scopa

Si innamorano, si sposano poi esplodono

Come diavolo è successo tutto così in fretta

Io non voglio crescere)

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come sempre

5 Marzo 2012 Commenti chiusi

Si sapeva che questa mattina avrebbe piovuto. E infatti. Toc toc toc sulle  finestre e una voglia ammiccante di chiamare al lavoro per dire che avevo la febbre. Ma se ne compi 35, forse resta solo una cosa ammiccante e basta. Non la fai. Ti alzi e ti metti in cammino. Verso non sai bene cosa, verso “il tuo dovere”, verso gli impegni presi, verso quel modo di fare che fa di te una persona seria.

Non so se questo possa definirsi un obiettivo. Anche perché essere seri costa. Da quanto non dormi sereno? Abbastanza. E questa notte non ha fatto eccezione.

Ieri sera Ranieri fa uscire Cambiasso dal campo e mette dentro Poli. Il pubblico apprezza il cambio, del resto Esteban aveva fatto poco. Cambiasso va verso la linea del campo, da’ il 5 al nuovo entrato e si accomoda in panchina. Ha l’aria delusa e dopo poco si mette a piangere, coperto dalla felpa.

Ho trovato tutto questo ingiusto e un po’ mi ci sono rivisto. Quando sai che stai facendo il possibile ma vedi che non gira, quando gli errori inizi a commetterli senza nemmeno accorgertene e ti chiedi “come posso sbagliare questo proprio io?”, quando proprio non va…conosco quella sensazione e avrei voluto dire al nostro centrocampista versatile che molto probabilmente quelli che lo avevano fischiato – e applaudito la sua uscita dal campo – non ce l’avevano con lui. Quando le cose precipitano sbagli nemici se non sai restare freddo.

Ma in questo periodo, in cui non gira né per me né per te Esteban, sono fastidiosamente ottimista. Abbi pazienza.

Siamo sempre noi: quelli del triplete, quelli che non mollano, quelli che hanno aspettato, quelli che hanno perso e che poi sono stati i migliori.

Niente lacrime Cuchu. Tutto si sistema.

Una giornata faticosa è quasi finita. Manca ancora un po’, ma il più è stato fatto.

In questi 35 anni ho dato amore e ne ho ricevuto. Non so se alla fine i conti tornano: a me sembra di ricevere sempre qualcosa in più rispetto a quanto do’.

Beh, tant’é. Non è il caso di fare questi conti. Né di piangere e disperarsi se le cose non sono andate come si voleva.

C’è tempo. Niente paura.

Grazie a tutti.

Come sempre

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