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Archivio Aprile 2012

da bukowsky alle guarnigioni, passando per l’11/9

19 Aprile 2012 2 commenti

Bukowsky, in non so più quale libro, raccontava di una sua disputa epistolare con un ufficio di collocamento. La sua esistenza si divideva fra le corse dei cavalli, birre in abbondanza, donne e pasti saltati. Ogni tanto toccava lavorare. Ricordo che malediceva il lavoro, quelle poche volte in cui ci andava. Uscendo presto la mattina, malediva il dovere che lo strappava al letto e ad una donna che dormiva nuda di fianco a lui. Scrisse questa lettera con il vocabolario di fianco. Sceglieva qualche parolone e ci costruiva delle frasi intorno.

Ieri sera sono tornato a casa a pezzi. L’unica cosa che mi faceva stare in piedi era la prospettiva di una giornata tranquilla, con poco lavoro. Un po’ di tempo per fumarsi una sigaretta in pace, per vagare in mutande per casa, per rispondere a qualche mail.

Ho risposto ad un invito di Andrea-il Pazzo. Lui se ne è andato a Parigi. Per vivere disegna e il suo stile mi piace molto. Forse perché in quei tratti imprevedibili e delicati ci rivedo lui. Gli ho scritto che mi spiace non vederlo più. Ci incontravamo raramente ma era sempre un piacere. Le sue entrate in scena sono sempre state spettacolari. Ne ricordo una su tutte. Eravamo al lago, a casa di Alberto. Casa piena di amici, fuori il buio della notte. Noi tutti parcheggiati su divani e poltrone nella penombra a vedere un film. La porta della sala inizia ad aprirsi lentamente. Siamo tutti qui radunati in sala, chi può essere? Ecco Andrea-il Pazzo che ci aveva raggiunto. Non aveva suonato campanelli o citofoni. Avendo trovato la porta aperta era entrato e come se nulla fosse era arrivato in sala. Ci prese un colpo, e Alberto commentò “minchia, Andre, non lo fare mai più!”.

In ufficio stanno tutti sclerando. Io ho la faccia di quello che si è assicurato un posto su una scialuppa che a breve lascerà la nave. Non so se la nave affonderà, ma senza dubbio affronterà marosi impegnativi. Non che il mare grosso mi faccia paura, ma se devo affrontarlo, vorrei almeno che la meta fosse interessante. In questo caso non lo è. A dirla tutta non so nemmeno dove mi porterà la mia scialuppa, ma se non altro la governerò io, senza dover dividere le mie decisioni con nessuno.

Sto leggendo un libro di Giulietto Chiesa, regalo di Luisa. Si intitola “Zero 2 – Pistole fumanti che dimostrano che la versione ufficiale sull’11/9 è un falso”.

Ne sono state dette tantissime sull’11 settembre. Una ridda di ipotesi, calcoli, testimonianze, contraddizioni. Difficile districarsi. Certo è che la versione ufficiale fa acqua da tutte le parti. Ma ci sono migliaia di morti e quindi se insinui il dubbio che si tratti di cadaveri sacrificati sull’altare della ragion di Stato (statunitense) diventi subito un mostro complottista.

In questo libro mi sono imbattuto più volte nella locuzione “al colto e all’inclita”. È un modo per descrivere qualcosa di risaputo. L’istinto porterebbe a pensare che inclita significhi qualcosa agli antipodi del colto, per ampliare il raggio dell’espressione in modo tale che raggruppi tutti. Invece no. Inclito vuol dire celebre, famoso, illustre. La domanda a questo punto è perché “colto” è al maschile e “inclita” al femminile. Pare che nasca da una espressione utilizzata negli spettacoli e nelle fiere dell’800 per rivolgersi al pubblico, composto spesso anche da militari. Così si diceva “al colto pubblico e all’inclita guarnigione”.

Torno a Bukowsky e all’incipit. Non sono mai stato alle corse dei cavalli, la birra mi piace solo insieme alla pizza, di donna ne ho una sola e salto i pasti solo se costretto dal lavoro o dai viaggi. Però piace anche a me scoprire parole nuove e piegare il discorso al loro utilizzo.

Giornata tranquilla. Non c’è il sole, ma nemmeno la pioggia. Ho come l’impressione che oggi faticherò a stare dietro alle 6 sigarette giornaliere prefisse. Ma è meglio non fare troppe dichiarazioni quando si prendono certe decisioni. Fumare meno. Meglio non sbandierarlo ai quattro venti.

Al colto e all’inclita.

 

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aprile

3 Aprile 2012 Commenti chiusi

Sonno frammentato. Di quelli che non rigenerano molto. Tempo incerto e poche sigarette al giorno. Buoni propositi di primavera. Mi strofino gli occhi, mi stiro un po’. Nemmeno 3 giorni di lavoro duro e già avrei voglia di una vacanza.

Quasi un mese fa mi hanno chiesto se potevo andare in ufficio alle 10. Mi dovevano parlare. Nella mia testa passava di tutto, ma niente che avesse qualcosa a che fare con il lavoro. Arrivo, ancora un po’ addormentato. Ci sediamo in una stanza. Silenzio. Io ho gli occhi cerchiati di rosso e una voce profonda che non si è ancora svegliata.

“Fra poco scade il tuo contratto – mi ha detto una delle due – e, ci dispiace, ma non lo rinnoviamo”.

Non ho fatto una piega. Non so perché ma fra quelle parole ho scorto una prospettiva di libertà. Mentre continuavano a parlarmi, spiegandomi quella loro scelta, io ho piantato mi miei occhi cerchiati di rosso su quella che stava parlando e ho iniziato a pensare. In realtà sarebbe più giusto dire che alcuni pensieri di sono impadroniti di me: la catena della moto sarà abbastanza ingrassata?, chissà se oggi pomeriggio riesco a passare da mia mamma, dovrei ordinare i cavi elettrici nel bow window, devo fare lavare la vespa, devo chiamare Giorgio di Palmo di Terra per sapere se a giugno ha dei letti liberi, Luisa mi ha detto che aveva riunione e forse farà tardi, devo parlare con mio padre per capire meglio come sta, è un po’ che non sento Agu e chissà come sta andando il suo libro, magari domani mattina palestra….

“Ci stai seguendo?”, una voce mi ha riportato in quella stanza con quelle due facce da “dobbiamo darti una cattiva notizia”.

Nonostante tutto avevo seguito, anche se seguire non vuol dire per forza capire.

“Sì sì” ho risposto dal fondo della mia gola.

Da quando so che il mio lavoro lì è a termine, mi sono sentito più sciolto.

Tutti a chiedermi “che farai?”. Non lo so. Ma dentro di me sono sereno.

Oggi ci sono un po’ di nubi. Doveva anche piovere e non è escluso che lo faccia. Io in ogni caso salirò in bici, mangerò con i miei e alle 3 attaccherò il mio lavoro.

Va tutto bene. Ci sono solo un po’ di nubi e un po’ di sonno frammentato, di quelli che non rigenerano molto.

Poche sigarette e una strana sensazione di libertà.

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