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a pa’

Cosa fa tuo papà? Insegna a Trento, rispondevo.

E dove è Trento?

Non sapevo bene. Trento era un posto che non conoscevo, non sapevo dove fosse. Però l’immaginazione dei bambini galoppa e mi figuravo una piccola città arroccata su una montagna. Nessuno vive a Trento – pensavo – ci si va solo per lavorare. Come facevi tu. Cosa si faceva a Trento nel fine settimana? Niente, perché tutti i papà che ci lavoravano tornavano a casa e lì non restava più nessuno.

Ti svegliavi all’alba per prendere il treno, io ti sentivo, mi svegliavo, ti venivo a salutare e piangevo. Poi toccava alla mamma accogliermi nel lettone e calmarmi.

Fui molto contento la volta in cui mi portasti con te. Finalmente sapevo dove stavi, sapevo dove immaginarti, sapevo che strada facevi, in quale letto dormivi, su quale scrivania appoggiavi i tuoi fogli.

Quando smetterai di lavorare a Trento?

Spero presto, mi dicevi.

Non successe presto, ma successe. Ero un ragazzino quando arrivasti in via Conservatorio a Milano. Potevo venirti a trovare ogni volta che volevo e, soprattutto, ogni sera tornavi a casa. Stanco, molto stanco. Però c’eri.

A volte uscivo da scuola e pranzavamo insieme.

Mi ricordo un pomeriggio in particolare. La maturità si avvicinava, ero teso e non sapevo cosa fare dopo. Seduti uno di fronte all’altro, mi parlasti con calma. Io avevo mille dubbi e la paura di deluderti in qualche modo. Mi spiegasti l’importanza del dubitare e l’arte di saperci convivere. Mi dicesti anche che potevo deluderti solo facendo cose che non mi piacevano. “Se metti al mondo dei figli – dicevi – conta solo vederli felici, in qualunque modo vada bene per loro”.

Quando stavo con te la massa di problemi appariva meno ingarbugliata. Le tue parole avevano il dono di spostare l’attenzione su quello che davvero contava, tutto il resto erano dettagli.

Arrivò la Bicocca. Ormai ero un ragazzo. Con la mia vita, le mie scelte. E ovviamente i miei dubbi. Però camminare per questi lunghissimi corridoi e bussare alla tua porta aveva sempre lo stesso valore. A volte capitavo tra un collega che ti parlava di un corso e uno studente che chiedeva informazioni. In fondo non mi sentivo molto diverso da loro. Anche io entravo nel tuo ufficio per cercare di capire qualcosa.

Sono una persona fortunata. Ho avuto il privilegio di averti come padre e se la storia è andata un po’ diversamente da come me la immaginavo, forse non importa più di tanto.

Mi hai dato tutto quello che mi serve per poter andare avanti.

La certezza del dubbio, il piacere di conoscere, la curiosità di sapere – sempre e comunque – cosa c’è dietro alle cose, anche se a prima vista sembra tutto chiaro.

Una bella e indimenticabile lezione.

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  1. 25 Giugno 2012 a 21:40 | #1

    Vorrei lasciare un segno di aver letto, senza però disturbare.
    Impossibile.
    Un abbraccio.

  2. Blog Admin
    25 Giugno 2012 a 21:49 | #2

    grazie.
    davvero.

  3. 26 Giugno 2012 a 10:18 | #3

    “Mi hai dato tutto quello che mi serve per poter andare avanti.”
    leggere queste parole, da mamma, provoca in me una grande emozione (forse sono anche un po’ gli ormoni causati da futuro gnomo2), per un genitore sono le parole Migliori che uno possa sentirsi dire.
    un Grosso Bacio e Abbraccio tvb

  4. lelia
    26 Giugno 2012 a 11:06 | #4

    Ti voglio bene!

  5. Blog Admin
    26 Giugno 2012 a 12:40 | #5

    @gioggio
    mi prendo abbraccio e bacio e ricambio in vista dello gnomo due. che bello, sono felice per te.

  6. Blog Admin
    26 Giugno 2012 a 12:41 | #6

    @lelia
    io anche

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