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Archivio Luglio 2012

bane

31 Luglio 2012 1 commento

La cronaca ultimamente la evito. Anche quella politica, che è sempre stata una passione. Non so bene perché.

La storia della strage di Denver, James Holmes che ha fatto irruzione in un cinema sparando sugli spettatori, è di qualche tempo fa. Ci ho messo un po’ ad interessarmene.

Si è vestito da Bane, uno dei cattivi di Batman, durante la proiezione dell’ultimo film sull’eroe dei fumetti. Si è vestito da cattivo e ha fatto il cattivo.

Ha fatto sì che il cattivo uscisse dallo schermo e desse prova delle sue potenzialità.

Il cattivo esiste. Può esistere.

Holmes ha dimostrato che non ci vuole niente a fare la parte del cattivo. La connessione tra il cattivo in un film e la sua trasposizione nel reale è un passo molto breve, al netto delle conseguenze.

Tragicamente, credo che abbia dimostrato anche altro. Il buono non esiste.

In quella sala di quel cinema di Denver Bane c’era. Cattivo e spietato.

Batman mancava.

Non c’era nessuno, più o meno sano di mente, che ne avesse interpretato il personaggio.

 

 

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28 Luglio 2012 Commenti chiusi

malinconie discrete Il suono dell’alba

Una volta il mio dentista mi disse di spazzolarmi i denti, la sera, per 4 minuti. Da quel giorno non mi lavo i denti senza l’orologio sott’occhio.
Quattro minuti non sono pochi e per farli passare meglio, mentre mi lavo i denti, accendo l’ipod. Mi tiene compagnia. Ogni sera scelgo una canzone e ho scoperto che non sono poi tante quelle che superano i 4 minuti. L’altra sera nella mia mente, pochi minuti prima di compiere l’operazione di lavaggio denti, è passato l’intro di una canzone di Guccini. Mi ci è voluto un po’ per risalire all’album. Ho dovuto scavare un nella memoria. Sul perché vengano in mente certe canzoni in certi momenti, si potrebbe fare un post a parte e probabilmente sarebbe uno di quei post pieno di congetture e senza conclusioni (non che questo se ne discosti di tanto).
L’album è “Stanze di vita quotidiana”. Sei canzoni, tutte intitolate “Canzone di…” qualcosa. La mia era “Canzone delle situazioni differenti”. Da ragazzino, quando mia sorella mi aveva duplicato la cassetta, non pensavo al concetto di “stanza” come alla parte di un poema discretamente corposo (la canzone nello specifico dura 9 minuti e rotti), ma più semplicemente alla stanza come parte di un edificio. A ripensarci era poetico anche così. Stanza di vita quotidiana, tipo camera mia a casa dei miei, con la routine devastante del liceo.
Ero – e sono – legatissimo a quella canzone. Era il ’92 o forse il ’93. Guccini mi parlava di cose che solo lontanamente intuivo, ma che piano piano cominciavo a praticare. Uscire con gli amici, bere vino, vedere qualche alba, anche se solo dal terrazzo di casa mia.
Quella canzone mi faceva pensare ad una ragazza che allora mi piaceva. Cercavo in quelle parole qualcosa del nostro rapporto e c’era poco, a dire la verità. Però non mi importava; lo trovavo normale, essendo un rapporto basato più sull’immaginazione (mia) che su quanto accadeva realmente.
Ho ascoltato quella canzone lavandomi i denti, ma è durata più della mia abluzione (nel senso proprio di “lavaggio rituale a scopo di purificazione spirituale”). L’ultima parte l’ho sentita affacciato alla finestra su un caldo luglio milanese.

“uscimmo un po’ accaldati
per il troppo vino nero
danzammo sulla strada
già albeggiava”

A questo punto entra una chitarra elettrica che si sposava perfettamente con le mie sensazioni di fronte ad un’alba. Subito dopo le parole “già albeggiava” il suono dell’assolo cresce: sembra un lamento ripetitivo, rituale, pieno di speranza. Per me quello è il suono dell’alba. Da sempre. La luce che arriva.

Lo è anche adesso che “non provo più quando la guardo, quello che provavo prima”.

Però quel suono è rimasto lì.

Ps
Il post finirebbe bene qui. Il titolo originale era “malinconie discrete”, ma “il suono dell’alba” suonava meglio. Tutto è nato da una serie di appunti presi sul mio moleskine quella sera stessa. Nella ricca “stanza” in questione, un altro passaggio mi aveva convinto.

“Malinconie discrete che non sanno star segrete
le piccole e modeste storie mie”

Mi sembrava la definizione perfetta di questo blog. Poi la penna mi ha portato altrove.

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riferimenti

18 Luglio 2012 4 commenti

Il sole tramonta a ovest. Quindi guardando i tramonti dietro al tombolo della Giannella, sapevo che lì c’era l’ovest. Sopra di me il carro maggiore. Prendendo come riferimento la linea formata dalle ultime due stelle del carro in direzione nord e andando verso l’alto si trova, per l’appunto, la stella polare. Ovest e nord dovrebbero essere divisi da un angolo di 90° gradi, quindi, se mi trovo fronte ad ovest, alla mia destra dovrebbe esserci il nord. Non fa una piega. Eppure la terrazza dove mi sono trovato a passare le ultime 7 serate era rivolta a ovest – prova: il sole tramontava di fronte – ma nonostante questo la stella polare non era esattamente alla mia destra. Direi che mi stava di ¾.
Strano.
E sì che dovrebbe essere un punto fermo, un qualcosa che non si discute.

“Avrò sbagliato qualcosa” mi sono detto tra me e me in quasi tutte le 7 serate, prima di spegnere la luce e dormire.

Si può anche pensare di uscirne così: c’è sempre un qualcosa che si scorda in un ragionamento, un collegamento che non si chiude, una connessione che sfugge. Meglio vederla così che pensare che la stella polare non sia più a nord o che il sole non tramonti più ad ovest.

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“Come stai piccolo? Va un po’ meglio?”

6 Luglio 2012 2 commenti

Il mio dentista interista ha paura della Juve. Secondo lui si sta rinforzando e può puntare allo scudetto così come alla champions. Hanno comprato Lucio e continua la politica della società bianconera dell’usato d’annata. Vedi Pirlo. Io non ero molto d’accordo. Quantomeno non penso che il calcio italiano sia all’altezza di quello europeo. Ma l’ho solo pensato, non ho potuto dirglielo. In bocca avevo i suoi ferri, più l’aspiratore tenuto dalla sua assistente. Le poche volte in cui aprivo gli occhi notavo come le loro mani si incrociassero alla perfezione, senza ostacolarsi.

L’otturazione è durata quasi un’ora. Alla fine avevo la mascella dolorante e la parte sinistra della mia faccia completamente assente, addormentata. Dal labbro alla tempia, passando per la guancia.
“Verso le 5 ti passerà”.
Erano le tre.
Sono andato dalla mamma, mi sono messo a vedere la tappa del Tour de France chiedendomi per quanto tempo ancora ci sarebbero state tappe pianeggianti per velocisti. Poi la voce di Cassani mi ha fatto il solito effetto. Mi sono addormentato sul divano. Quando ho riaperto gli occhi ho trovato la faccia di mia mamma che mi sorrideva.                                               
“Come stai piccolo? Va un po’ meglio?”
Le ho sorriso e nel sorriderle mi sono accorto che la guancia dormiva ancora.
Quasi le 6 del pomeriggio. Un pomeriggio di luglio, afoso, con una luce opacizzata dalla canicola.
Il sorriso di mia mamma unica oasi.
“’somma”, le rispondo bofonchiando.
Vado in quella che per quasi 30 anni è stata camera mia. Un letto grande sotto ad una bandiera palestinese altrettanto grande. Leggo un po’ e poi chiudo di nuovo gli occhi.

La parte sinistra della mia faccia si è svegliata in tempo per la serata. C’erano degli amici a cena e siamo stati bene.
Tornati a casa ho guadagnato il letto che ho occupato fino a qualche ora fa.
Ho chiamato la mamma.

“Bella la serata ieri. C’era aria di famiglia”
“Sì….sai cosa dicono i tuoi amati Assalti?”
“Cosa?”
“Abbiamo grandi piani, e family allargate”
“eh sì, esatto”

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per esempio

1 Luglio 2012 3 commenti

Non mi ero mai soffermato a sentire il rumore della marijuana che sfrigola all’interno di una cartina. L’ho avvicinata all’orecchio dopo una boccata, una delle prime, e ho sentito quella specie di scricchiolio, leggermente diverso da quello del tabacco.

Ho fumato sotto ad una luna bianca, grande, tonda. Potente nel suo proiettare la luce, anche in una città come Milano. Mi sono chiesto cosa deve essere una luna così là dove non ci sono luci. Ho pensato alle rovine di Cosa, in cima alla collina di Ansedonia. Necropoli etrusca. C’è rimasta davvero tanta roba. In una serata capalbiese – non ero ancora un ragazzino – sentii mio zio Carlo parlare del chiaro di luna che c’era la sera prima. Molti dei presenti annuirono. Se la ricordavano in molti, io anche. Erano andati a Cosa, erano entrati, e si erano goduti quella luce bianca fra pietre, resti di case, querce e ulivi. Lo invidiai. Feci un conto approssimativo del tempo mancante al momento in cui avrei potuto farlo anche io. Approssimativamente una vita. Aspettai.                                                                                                                                                 Poi quel momento venne anche per me.
Capalbio, estate e chiaro di luna. Passato il quarto di secolo da poco. Salgo in macchina e vado.
In quel momento ho capito che una vita era passata e provai una certa soddisfazione. “Adesso tocca a me”.

Beh, in una serata in cui la luna illumina Milano e in sottofondo c’è marijuana che sfrigola, penso che forse di vita ne è passata un’altra.
In tanti sensi.
Per esempio al posto di una certa soddisfazione c’è una certa inquietudine.
Non so.
Credo che tocchi gestirla.

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