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Archivio Settembre 2012

lune

17 Settembre 2012 1 commento

Di lunedì mattina, quando ancora non sei del tutto sveglio, ti dici “ok, oggi vedi di portarti avanti sulle cose che devi fare…hai visto mai che magari venerdì puoi prendertela comoda”.
Poi mi alzo, faccio colazione, il filtro della caffettiera funziona male e ne esce la metà. Un tempo sarebbe stato un dramma: meno di una caffettiera da 4 e la giornata non comincia bene. Oggi mi basta quel che c’è. Non capisco se si tratta di adattamento o rassegnazione: le questioni legate ai cambiamenti dell’età sono sempre difficili da interpretare.

Mi ha fatto piacere il passaggio di Gian, qui. È da un po’ che vorrei invitarlo a cena. Poi mi ricordo di quando lavoravamo insieme: in sala riunioni ognuno tirava fuori il suo pranzo. Gian arrivava, assaggiava e dava il suo giudizio. Esigente, direi. Una volta mi guardò male perché misi prima l’olio dell’aceto su un’insalata. Gli detti del rompicoglioni. Lui rise.
Nonostante il suo essere esigente a tavola, mi farebbe piacere rivederlo.

Sto andando a caccia di stranieri, che in questi tempi, detta così, suona come una missione punitiva. In realtà è una indagine che sto seguendo. Anzi: che sto facendo. Una serie di cittadini stranieri tirati fuori dall’Istat a cui chiedere come va la vita in Italia. Solo che trovarli non è facile. Parlo con custodi, portinai, vicini, commercianti. Mi sento un po’ uno sbirro e poi c’è quella patina di diffidenza che apre ogni discorso: fastidiosa.

La tazza della vespa presenta tracce di caffè. Guardo bene la vecchia vespa stampata sulla ceramica attraversata da un tricolore. Sì, oggi prenderò la vespa per fare i miei giri.

Si, lo scoppiettare della vespa potrebbe aiutarmi.

Non molto altro da dire in questo comunicato di inizio settimana: sole, un po’ di foschia, una lista di stranieri da cercare, una vespa da accendere.

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ritmo

13 Settembre 2012 7 commenti

Il cursore lampeggia, nero su sfondo bianco. Osservo il ritmo con cui appare e scompare e penso ad una canzone che possa stare in questa ritmica. Un lento, o una ballata forse. Qualcosa dei Lynyrd Skynyrd o di Janis Joplin.
Parole scritte, cancellate e poi riscritte. Interi periodi buttati via senza salvare. Meglio non lasciare traccia di tentativi non riusciti.
Un’altra sigaretta a fare da spartiacque fra due momenti di nulla. Il mio dentista mi cazzia, perché dice che mi macchia i denti. Nemmeno fossero i suoi. Domani ha deciso che me li pulisce.
L’avviso sul cellulare di un nuovo messaggio mi irrita. È come se ogni tuo amico, prima di rivolgerti la parola, fosse preceduto da un beep. A volte vorresti solo essere disconnesso.

Qualche giorno fa si parlava della solitudine come soluzione. Nella sofferenza, la solitudine appare come un upgrade di tristezza. Invece no. Per me è la condizione necessaria per superare alcune fasi difficili. La tristezza, quella vera, in questi mesi mi ha preso spesso mentre ero in mezzo alla gente. Quando sono da solo bene o male galleggio. Un po’ perché so che non mi posso permettere di lasciarmi andare completamente, un po’ perché posso circondarmi di tutte quelle cose che se sei in compagnia non puoi avere.

Ieri sono tornato nel mio vecchio ufficio. Ho visto facce note che ho odiato, che ho maledetto e che ho salutato con un sorriso di plastica. Giusto M. ho visto volentieri ed era proprio M. di cui avevo bisogno. C’è stato anche il tempo di fare due chiacchiere. Peccato che M. non fumi: a volte fumare aiuta a concedersi ancora un po’ di tempo. Se non altro non avrà un dentista che lo stressa.

Ho scritto abbastanza questa estate. Mano libera, sul moleskine. Anche cose di un certo livello. Solo che poi non sapevo bene che farmene. Farle leggere, tenerle per me. Aprire un blog anonimo e dire tutto quello che voglio senza nessuno che mi conosce?

Forse.

Ne parlavo con una mia cara amica, di quelle che hanno qualche anno meno di te e che conosci da sempre. L’ho vista piccola, quando le differenze di qualche anno erano un abisso. Oggi è una splendida ragazza sotto i 30, alta quasi come me. Mi ha portato in giro nella sua Roma ed eravamo seduti in una piazzetta del quartiere Monti. Mentre cercavo di cogliere le differenze tra il rito dell’aperitivo a Milano e a Roma – senza arrivare a nessuna conclusione interessante – parlavamo dei blog e della scrittura, della voglia di dare pubblicità ai proprio pensieri e della intoccabile sfera personale. Il solito equilibrio fra le cose. Difficile da trovare.

Poi un treno veloce mi ha riportato a Milano: non ho letto nemmeno una riga durante il viaggio. Ho solo guardato fuori dal finestrino. Ho visto campi e case, qualche città e il muro nero delle gallerie.

Stavo bene così, in quella tensione fra pensieri malinconici e leggeri, l’imminente ritorno a casa e la prospettiva di dormire di nuovo nel mio letto.

Il cursore lampeggia ancora. Forse ho trovato un pezzo che si adatta a questo ritmo. Va solo rallentata un po’: “Road to nowhere” di Ozzy Osbourne.

Direi che non c’è altro da aggiungere.

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