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Archivio Novembre 2012

“Vuoi uscire tranquillo da qui?”

26 Novembre 2012 Commenti chiusi

La mia fidanzata non ci credeva. Io un po’ sì. Non so se si può parlare proprio di “credo” nel mio caso. È più corretto dire che avevo voglia di sorprendermi. Ma niente.

Stanno costruendo una nuova linea della metropolitana milanese. Da anni ormai. Immagino sia una cosa lunga, però via Rospigliosi è chiusa ormai da tempo immemorabile. Sbarrata e tagliata in due da un cantiere che ne occupa tutte e due le carreggiate compresa la corsia centrale dei tram. Quando una strada non è percorsa più da anni si stratificano foglie, carte e qualunque altra cosa cada sull’asfalto senza essere spazzata via dal traffico.

Avevo voglia di essere sorpreso: “l’imprevisto prevedibile” di cui parlavano i 99posse, oppure quello stupore di cui parla Greenblatt a ricordarci che il nostro dominio sul mondo è limitato e che quel che pensiamo di conoscere, in realtà lo intuiamo solamente.

Lascio la macchina infrattata sotto un albero che perde foglie. Qui non potrei parcheggiare, non ho il tagliando dei residenti per questa zona. Per questo spero che le foglie cadano e mimetizzino un po’ la mia Toyota. Mi incammino verso lo stadio. Ci arrivo da piazza Axum, orfana dei tram che copiosi arrivavano occupando il piazzale poco prima che la partita finisse.

Io sono andato a votare alle primarie. Ho fatto un segno sul nome di Vendola. Ho barrato i suoi discorsi, il suo modo di vedere il mondo e l’Italia. Ho segnato con una matita nera le sue priorità. L’ho sentito parlare e mi chiedevo come si potesse non essere d’accordo. Per questo mi aspettavo di essere sorpreso.

La prima volta che arrivai in piazzale Axum con il tram era il 1989. Maggio. Inter dei record: Zenga, Bergomi, Berti, Diaz e Trapattoni in panchina. Qualche giorno prima tornai a casa con la cartella sulle spalle. Mio papà era steso sul divano con un sorriso in faccia.
“Ciao papà”
“Ciao Tom. Guarda sul cassettone và…”
Guardai e sul quel cassettone c’erano due cartoncini rettangolari. Non capivo. Poi il mio occhio vide lo stemma dell’Inter, quello di allora: non la sovrapposizione delle lettere IFC, ma il classico triangolo con il biscione dentro, quello che i nostri giocatori portavano fieramente sul petto, sopra alla scritta “Misura”.
Capii e corsi verso mio padre buttandomi su di lui. Rise, ma gli si spezzò la risata quando gli arrivai addosso con tutto il mio peso.
Inter Atalanta. L’inter era già campione d’Italia, ma agli atalantini non sembrava importare. Avevamo un biglietto di primo blu. Arrivammo con il 24 in piazza Axum e nemmeno il tempo di fermarsi che il tram venne assalito dai tifosi bergamaschi.
Ricordo un carabiniere in antisommossa che batté forte sulla porta del tram per dire al guidatore di non aprire e fermarsi più avanti.

La base per le previsioni di queste primarie era abbastanza fluida, poco comprensibile. Per questo non si potevano fare molti pronostici. Sì, c’è il segretario del partito, Bersani, che tranquillizza i suoi elettori, non parla di Berlusconi – tantomeno del berlusconismo – come un nemico da abbattere, non vuole spaventare i ricchi e non parla di ridistribuire.

Vincemmo 4 a 2 contro l’Atalanta. Ricordo le sgroppate di Matthaus sotto l’ombra del traliccio del terzo anello in costruzione.
Vado verso l’ingresso 7. Di fronte c’è uno sportello dove si ritirano i pass. Con il pass in mano arrivo all’ingresso 1. Lì si viene assegnati al “tavolo”. Al “tavolo” prendi in consegna la pettorina e si conosce il capo unità che sarà quello che ti seguirà per tutte le ore che farai lì. Il nostro oggi è un rumeno ben piazzato e sorridente.
“Nessuna eccezione stasera. È Milan Juve, sarà un casino. Ognuno al suo posto, al suo settore. Non voglio sentire storie di biglietti scambiati, di parenti che vengono da fuori, di bambini che fanno gli anni proprio oggi, di amici degli amici degli amici…un cazzo! Ognuno va al posto indicato sul suo biglietto. Buon lavoro ragazzi!” e da’ il cinque a tutti.

Poi c’è Renzi. Io ero contento quando vinse le elezioni per diventare sindaco di Firenze. Mi sembrava uno giovane, intraprendente, che aveva voglia di rompere con i vecchi schemi. Poi man mano la sua visione giovane del fare politica si è trasformata in un arrivismo fastidioso. Solo lui aveva capito come svecchiare il paese, solo lui conosceva la strada. La via indicata però mi piaceva sempre meno. Somigliava tanto al potere per il potere, nascosto da una verniciatura di sinistra. Robert Kennedy, le marce per i diritti, il nuovo che avanza e che non si può arrestare. Una storia bella, ma difficilmente spendibile qui e ora.

Oggi aprono i cancelli 3 ore prima dell’inizio della partita. Di solito sono solo 2 le ore di anticipo. Però non è una brutta idea, perché così il flusso dei tifosi è quasi sempre costante. Porta 17, primo anello arancio. Un posto comodo: c’è il bar e il bagno a pochi metri. Però è anche un androne che da’ direttamente sul campo. La gente passa, si ferma e anche se non ha il biglietto per quel settore vuole entrare.
Presidiamo l’ingresso in tre. A turno due controllano tessere e biglietti, l’altro sta dietro a gestire il flusso.

La candidatura della Puppato – persona che mi è piaciuta e che ha detto più di una volta cose di sinistra – apre il capitolo “quote rosa”. Se c’è una cosa sulla quale non concordo con Vendola è la sua proposta di fare un parlamento metà uomini e metà donne. Perché? Non è detto che la donna, così come il gay, l’extracomunitario e i borderline in generale, abbiamo qualcosa in più per il semplice fatto di essere minoranze. Possono averlo come anche no. Ma essere minoranza o fascia debole non ascrive automaticamente delle qualità in più. Poi capisco Vendola. Se si pensa alla sua proposta come un tentativo di rompere gli schemi e di arrivare ad una parità di genere, può avere un senso. Contesto però la forma.

La gente inizia ad arrivare. Il nostro capo va avanti e indietro, chiede sempre se ci sono problemi. Ce n’è qualcuno, sì. I soliti drammi esistenziali: il piccolo con il biglietto di primo e il padre con il biglietto per il terzo anello. Straziante. Oppure una ragazza che viene da me e sfoggia un sorriso civettuolo per dirmi che ha un primo blu, però ha una sua amica qui all’arancio. Le dico di no. Continua a sorridermi insistentemente. Resto sul no. Poi cambia espressione e se ne va.
La gente a volte preme. Mi tocca fare qualche passo in avanti e respingere un po’ la ressa per guadagnare qualche metro. Tre ore così fino al fischio di inizio. Poi la ressa si placa. C’è tempo per una sigaretta, un po’ di acqua. Prendo il cellulare e chiamo la mamma per sapere come stanno andando gli scrutini delle primarie.

Bersani ha fatto il pieno, Renzi lo insegue. Vendola si attesta intorno al 15%. Guardo e riguardo quella percentuale. Il 15%. Quindicipercento. Ecco in quanti la pensano come me all’interno dello schieramento di centrosinistra. Mi sento un po’ sconfitto. Si arriverà alle elezioni con un candidato che non sarà il mio, che dirà cose che non condivido, che parlerà a gente poco convinta di votare per lui e nessuna parola verrà spesa per noi, per chi vuole cambiare culturalmente e alla radice questo paese. Quando criticheremo faremo discorsi sul lungo periodo: investimenti sulle giovani generazioni. Ci daranno dei sognatori, ci diranno che non c’è tempo, che bisogna fare qualcosa subito, ora, se vogliamo uscire da questo momento.

Fischio finale. Il Milan ha vinto uno a zero con un rigore dubbio. Lo dicono tutti qui, ma io non ho visto nulla. Ho solo sentito il boato. Da dentro al settore mi fanno un cenno eloquente: non c’è più nessuno, si possono chiudere le porte. Chiudo. Aspetto il capo che ci porta tutti a fare il cordone per fare uscire gli juventini sconfitti. Cantano lo stesso e sono tantissimi.
Mentre vado a riconsegnare la pettorina in mezzo alla solita ressa, sento via cellulare un ragazzo con cui ho legato un po’. Alto, sulla ventina, studente, tranquillo. Abita vicino a casa mia e qualche volta, quando sono in macchina, gli do’ un passaggio a casa.

È solo con una prospettiva ed un lavoro lungo e faticoso che si può pensare di invertire questa rotta liberista. Noi molto probabilmente non vedremo i risultati di questo lavoro, moriremo prima. Ma non importa. È l’unica strada percorribile. Invece serve il qui ed ora. A tutti. Politiche immediate, forzate, lanciate addosso a cittadini che condividono solo un territorio all’interno di un confine, ma che vivono come singoli individui.
Bisogna uscire da qui.

Incontro il ragazzo all’ingresso 8, quello aperto per far defluire il personale di servizio. Mi ringrazia per averlo aspettato. Sotto una pioggerella fine ci incamminiamo verso la macchina infrattata.
“Come è andata?” gli chiedo.
“Abbastanza bene. Ero al pre-filtraggio. Tutto sta a controllare che il nome sul documento corrisponda a quello sul biglietto”.
“Casini?”
“Sì qualcuno. Uno aveva un biglietto con un altro nome, ma voleva entrare lo stesso. Ha insistito, gli ho continuato a rispondere di no. Alla fine mi ha detto: ascolta, ma tu vuoi uscire tranquillo da qui oppure no?”

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Take a sad song…

21 Novembre 2012 2 commenti

Ho pensato che il punto è proprio questo: prendere una canzone triste e renderla migliore. Una sfida costante, una ri-contrattazione continua, quotidiana, un perpetuo lavoro di spostamento dei confini interiori, per poter guadagnare ancora un po’ di spazio, di ossigeno e di tranquillità.

I confini sembrano essere un tema caro a questi giorni. Lo sa bene lo stato di Israele che pare vittima di una bulimia territoriale. Attraverso il genocidio, “l’unica democrazia del medioriente” dimostra tutta la sua forza e non tanto contro una popolazione male armata, quanto sul campo internazionale. In pochi potrebbero permettersi una violenza così indiscriminata senza dover rendere conto a nessuno; forse solo i potenti di sempre, quelli che bypassano le regole perché il loro interesse è superiore a quello della comunità internazionale.
La mia testa si chiede dove sono i ragazzi israeliani privi del concetto di patria, di bandiera, quelli a cui non frega nulla della religione, dei confini. Le persone così sono una razza che non muore mai, che è dovunque e non voglio arrendermi al fatto che si possa metterla a tacere, perché in questo momento rappresenterebbe una speranza.

Sono giorni di freddo indeciso, che è arrivato, sì, ma ancora non ha colpito fino in fondo.
Combattere il freddo per evitare di ghiacciarsi e non sentire più niente, anche se a volte sembrerebbe la soluzione più logica. E l’ho anche messa in pratica. E non ho nemmeno smesso di ventilarla fra le possibili soluzioni. Il fatto è che non puoi congelarti per troppo tempo: non tanto per te, quanto per gli altri. Chiedi tempo, vuoi stare da solo perché ci stai bene. Però ogni tanto devi qualcosa a chi ti ama. Nello specifico gli devi un po’ di te, della tua presenza e dei tuoi discorsi, anche se ad ascoltarti (e soprattutto a rileggerti) ti trovi un po’ prevedibile.

Amo l’imponenza di “Kashmir” degli Zeppelin: dentro ci trovo struggimento e forza. La ascolto la sera, prima di dormire. Dopo essermi consultato con fior di musicisti, ho svelato il mistero del tempo di questa canzone. Non capivo se era in tre o in quattro quarti. Tutti e due. Il riff di chitarra e archi gira in 3, mentre la batteria batte quattro. Tolte alcune battute irregolari messe qua e là, il capolavoro sta nel far convivere due ritmi diversi che poi magicamente si ritrovano ad intervalli regolari.

Ritmi diversi che convivono, un freddo indeciso, una cena con amici stasera e qualche battuta irregolare qua e là.

Prendere una canzone triste come quella di questi giorni e renderla migliore.

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