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Archivio Febbraio 2013

Voto – non voto

21 Febbraio 2013 1 commento

Nel 1996 votai Prc al proporzionale ed annullai la scheda al maggioritario. Prodi non era roba nostra. Non era roba nostra nemmeno quella coalizione, quel modo di impostare la politica, quella voglia di farsi salvare da un democristiano. Furono molte le consultazioni elettorali successive in cui non mi espressi. La sinistra andava verso il centro. Io, più studiavo, più leggevo, più mi informavo e più mi rendevo conto che c’era bisogno di tutt’altro. Poi c’era il Movimento. Una galassia di persone, incontri, picchetti, manifestazioni, concerti e sottoscrizioni, libri e volantini. La Politica voleva dire rispondere a bisogni immediati, concreti. Occupazione di case e spazi sociali, vicini ai migranti, ai disoccupati, a tutte quelle persone che gridavano la necessità di stare al mondo e che non potevano aspettare i tempi del palazzo. Nemmeno noi potevamo aspettare e sì che a noi non ci aveva sfrattato nessuno e tutto sommato non ci mancava nulla, se non una prospettiva.
C’era una contraddizione di fondo fra quel che leggevo e le pratiche del quotidiano: leggevo testi rivoluzionari, ma alla fine sapevo che la rivoluzione – intesa proprio come un cambiamento radicale e sostanziale delle cose – restava fra le pagine dei libri che leggevo e dei volantini piegati nelle tasche. Una contraddizione simile a quella vissuta dalla generazione dei miei genitori: votare un partito rivoluzionario che di fatto era socialdemocratico da prima che avessero diritto di voto.
Questa contraddizione ha spinto molti, negli anni ’70 ad una coerenza estrema e armata, ma questo è un dato sul quale difficilmente si vuole ragionare.
Tornando a me e alla mia generazione, il non voto era rifiuto del sistema di fare politica. Una politica che stava attenta alle parole, perché c’erano i cattolici, c’erano quelli che con il comunismo non avevano mai avuto nulla a che fare e non andavano spaventati. Io vedevo un mondo sempre più ingiusto e nessuno mordeva più le caviglie ai padroni, che anzi venivano riconosciuti e ringraziati perché, in ogni caso, “offrono lavoro”. Lo spettro aveva smesso di aggirarsi.

È stato grazie a questo blog che ho conosciuto Ulz. Non sono dove sia finito, adesso. Però ebbi la fortuna non sono di conoscerlo per quello che scriveva, ma anche di persona. Passammo una serata a casa mia. Condividevamo le analisi, ma lui aggiungeva qualcosa in più.
“Anche a me questi qui non piacciono, però io voto. Penso sempre che della gente è morta per darmi questo diritto e non lo spreco”.
I ragionamenti sedimentano e anche se non ci lavori in modo cosciente, una parte di te continua ad elaborarli. Ulz aveva ragione e aveva ragione perché mi aveva dato una prospettiva, un tema di riflessione.

Qualche giorno fa ero in università. Avevo finito il mio lavoro e stavo andando a prendere la macchina giù in garage. Incontro un professore che conosco. Ci stringiamo la mano e ci mettiamo a chiacchierare. Questo prof muove dalle mie stesse posizioni: non è uno di quelli che la prende dalla prospettiva del voto utile, il suo è un approccio più pratico. Propone di votare per questo centro sinistra. Che non ci piace, che non ci rappresenta, che sostanzialmente non ha fatto nulla contro Berlusconi e il berlusconismo in questi anni, né da un punto di vista legale né da un punto di vista culturale.
“Non devono avere scuse – continua il prof – devono vincere e possibilmente anche avere i numeri per governare bene. L’unico modo per muovergli delle critiche è fare in modo che siano nelle condizioni migliori per poter governare, senza nessun alibi”.

Non mi piace quello che sto per fare: mi sa di compromissione e sento quel sapore che precede un rassegnato “lo sapevo”.

Era notte. Interno notte, sala di casa mia. C’è aria di neve, una delle ultime si spera. Volo radente sulla mia libreria. Scorrono le spalle dei miei libri: alcuni mi hanno formato nel profondo e sono quello che sono anche grazie a loro. Cerco qualcosa che mi dia conforto, che mi aiuti a capire.

“Que viva Zapata!” lo comprai su una bancarella per due euro. Un rivoluzionario disinteressato al potere, parla ai suoi uomini.

“Andiamo avanti fin là dove i voti ci possono portare. Facciamo la campagna per Leyva e votiamo per lui in massa, sinceramente. Lasciate che si veda chiaro, una volta per tutte, se le strade della pace sono aperte, se don Porfirio ha in mente la via della riforma o se intende condurci ad un altro tradimento. Lasciate che si scopra, vi dico. E se i politicos rispettano nostre schede allora nel Morelos e in tutto il Messico sarà l’inizio di un nuovo giorno. Ma se ancora una volta essi osano ingannarci, allora, fino all’ultimo uomo e all’ultimo muchacho su queste montagne noi risponderemo loro nel solo modo che ci rimane”
Non si sa come il suo solito “Viva Leyva” non suscitò che un cortese evviva di risposta.

Edgcumb Pinchon – “Que viva Zapata!”

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grillo

20 Febbraio 2013 38 commenti

Ieri. Alle 18 e 27 ho legato la bici alle catenelle che costeggiano il Duomo. Alle 18 e 30 il comizio è iniziato. Eccolo lì Grillo: quello che mi faceva ridere con “Te la do’ io l’America”, quello che è stato ostracizzato dalla Rai per la battuta al Festival di San Remo sui socialisti in Cina (“se sono tutti socialisti, a chi rubano?”).
Sembra un altro. Sale sul palco, brandisce il mic ed è subito aggressività. L’ovazione che lo accoglie non mi pare gioiosa, ma solo rumorosa. Forse è una impressione. Le prime parole sono per gli altri, per il sistema, per una massa indistinta che deve andare a casa anzi “arrendersi e non vi verrà fatto alcun male”. Poi la loro organizzazione. Gente che si sbatte e che aiuta, Grillo viene ospitato da amici più o meno in ogni città in cui va e se l’amico non c’è, vada per il bed and breakfast. Altri, ristoratori, lo fanno cenare nei loro ristoranti (e non ho capito se facendolo pagare o no). Insomma Grillo su e giù per l’Italia con il suo camper – parcheggiato dietro al monumento a Vittorio Emanuele II e con una bizzarra targa sul cruscotto: “populista” – e viene accolto come un liberatore. È tutto aggratis: i soldi in politica puzzano di guai. Difficile dargli torto. In ogni caso la filippica continua.
Io mi sposto verso il lato dell’Arengario. Giro, guardo facce, vedo spille.Mi sembra di riconoscere chi è lì a curiosare e chi è lì perché ci crede. Vedo un padre con il bimbo in passeggino. Lo incontro un paio di volte. Ci guardiamo di sfuggita. Mi pare perplesso. Mi fermo di fianco al banchetto del Movimento 5 Stelle. Il ragazzo di fianco a me saluta l’uomo con il passeggino che incontro per la terza volta. Si conoscono.
“Come va?”
“Bene, anche tu qui?”
“Eh si..stavo ascoltando”
“Ecco bravo, ascolta bene che c’è da imparare”
Impressione sbagliata.
Vedo Marco, ex collega. Per me lui è il Calabrese Comunista. Qualche anno meno di me, occhio vispo, sorriso intelligente e l’abitudine di intercalare con il mio nome.
“Tom anche tu qui? Hai visto quanta gente? No ma figurati, nemmeno a me mi convince, Tom”.
Grillo è diventato quasi uno spartiacque. Un nome che, politicamente, fa selezione. Questo glielo riconosco. Gli riconosco anche altro. Molte delle sue battaglie sono anche le mie. Almeno nominalmente. Il fatto è che sono state mie, prima di essere sue. Questo non vuol dire che non gli concedo di unirsi, ma non accetto che lui pensi di avere l’esclusiva o, peggio ancora, di averle scoperte lui. Questo mi porta dritto dritto a chi mi dovrebbe rappresentare per fargli presente che si è fatto fregare da un comico. E non l’ha nemmeno preso alla sprovvista: è almeno da due decenni che questi temi, a poco a poco, sono scomparsi dalle priorità della sinistra, contestualmente alla scomparsa della stessa.
Grillo ne ha per tutti e dice pure cose vere. Parla della casta dei privilegi, delle auto blu, del costo mensile del Quirinale.
Mi rivolgo a Marco: “vedi, sono attaccabili. Questo è il problema ed è per questo che questo partito ha presa. Pertini, quando era Presidente, si era affittato una mansarda lì vicino. Fosse arrivato un Grillo lo avrebbe mandato a quel paese facendogli vedere il contratto di affitto”
“Eh sì, Tom. Poi ci sarà un motivo per cui Pertini è rimasto un grande”.
Grillo dice certe cose perché si sono aperti spazi enormi. Nessuno le dice più. Le dice lui e ha capito che è bene dirle punto e basta, senza mettere in mezzo idee o ideologie.
Saluto Marco che torna verso casa. Mi incammino verso la mia bici. Il comizio sta finendo, ancora un invito ad arrendersi e ancora una rassicurazione sul fatto che non verrà fatto alcun male.
Perché mi chiedi di arrendermi, Grillo (ammesso che in quel marasma ci sia anche io)?
Io non mi arrendo perché me lo dici tu. Forse un giorno sì, quando sarò veramente stanco di tutto questo. Ma lo deciderò io, indipendentemente dalle offerte che verranno fatte alla mia resa.
Per adesso continuo a credere che nell’individuare e risolvere i problemi ci sia un modo di destra e uno di sinistra, anche se dici che non esistono più e che sono solo fumo negli occhi.
Penso che se vorrai difendere le energie rinnovabili e stare accanto alla Valle che resiste, si potrà fare insieme. Ma io vengo da una storia in cui le decisioni sono il frutto di lunghe mediazioni fra i compagni, dove i problemi non sono semplici e non si cercano scorciatoie, piuttosto si discute fino allo sfinimento.

Slego la bici, la gente lascia la piazza.

Mi trovo in un clima elettorale emergenziale. Se prima si votava il meno peggio perché un nemico incombeva, adesso i nemici si sono moltiplicati e così è successo per le argomentazioni di chi ti dice “non puoi fare altro che votare me”.
Tutto questo mi inquieta.

Salgo in bici e pedalo verso casa.

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metti un pomeriggio allarme incendio e un amico

14 Febbraio 2013 Commenti chiusi

Me ne stavo tranquillo a cercare di fare passare la giornata. Ufficio. Avevo stampato delle cose di lavoro, me le ero messe nello zaino per leggermele con calma a casa. Nel frattempo controllavo che tutto fosse in ordine, i volumi, la matrice, il mixer. Alzo lo sguardo. Passano due colleghi, uno dell’aittì, l’altro che conosco di vista. Mi fanno cenno di seguirli. Quello dell’aittì ha una sigaretta in mano. Di solito mi chiama per fumarci una sigaretta insieme e fare due chiacchiere. Gli faccio cenno che mi va bene, un minuto e arrivo. Insiste. Mi viene da sorridere: l’ultima volta che quelli dell’aittì mi hanno chiamato urgentemente era per una concentrazione di belle ragazze in cortile. Sarà il lavorare con i computer che li rende sensibili al fascino di qualcosa di vivo. Li seguo. Una volta in cortile noto che da tutti gli uffici arriva gente. Escono tutti, infilandosi le giacche, qualcuno con la sigaretta in bocca. Non avevo mai visto una pausa sigaretta così generalizzata. Infatti non è per quello.
Qualcuno mi spiega che c’è stata una esplosione al sesto piano. Si sono spaventati, hanno sentito il botto. La tipa alla reception chiama i pompieri, intanto tutti gli uffici occupano la strada.
Scrivo un messaggio al mio amico Andrea, vigile del fuoco: “qui da me hanno chiamato i pompieri: stai arrivando tu?”. Non mi risponde. Pochi minuti e si sente la sirena. Arriva l’autoscala. Un minuto dopo arriva la squadra. Cerco di guardare i volti sotto gli elmetti. Andrea non c’è, ma vedo il mio amico Manuel.

Manuel lo conosco da parecchio. Quindici anni tutti. Amico di amici. Mi è stato simpatico da subito. Ragazzo con spalle larghe, ragionamenti lineari, risata facile. Negli anni, fra concerti, iniziative dei centri sociali e manifestazioni, fiutavo l’aria e sapevo che avrei potuto incontrarlo. Siamo andati avanti così per anni, incontrandoci per caso, senza appuntamento.
Poi ho conosciuto Andrea e quasi subito gli ho detto “guarda che ho un amico che fa anche lui il vigile del fuoco”. È andato a cercarlo, si è presentato facendo il mio nome, sono diventati amici.

Manuel, mentre incede con i suoi colleghi verso i nostri uffici, mi vede, mi sorride e prima di entrare e scomparire nel portone ci stringiamo la mano.
Passano pochi minuti e lo vedo uscire di nuovo in strada. Si guarda intorno cercandomi. Lo raggiungo.
“Allora? Cosa è successo? Stiamo per saltare per aria?”
“Ma va’, non è successo nulla. Io non sono nemmeno salito. Mi hanno detto che una bombola di gas ha iniziato perdere, ma è finita lì”
“ah ok…quasi un peccato..potevamo andarcene tutti a casa….il resto come ti va?”
Iniziamo a parlare. Cosa va e cosa non va in questa vita.
Ammiro Manuel: mi piace il suo essere essenziale, andare al sodo delle cose. È un polemico, questo sì, ma non c’è acredine o qualcosa di patologico nel suo modo di esserlo. Fa polemica perché certe volte proprio non ce la fa ad arrendersi al fatto che certe cose vadano così. Deve esternare il suo disagio e la sua rabbia. Mi parla di Andrea, del suo lavoro, del fatto che dobbiamo beccarci tutti insieme una volta o l’altra, “ma con i turni e con il fatto che lui appena può parte, è sempre un casino”.

I suoi colleghi escono dall’edificio mentre i miei rientrano. Siamo rimasti solo io e lui a non aver ripreso ognuno il proprio posto. Avremmo ancora voglia di chiacchierare ma il tempo è scaduto. Sta tornando tutto normale.

Gente che torna alle scrivanie, vigili del fuoco con l’elmetto sottobraccio in ordine sparso vicino all’autobotte.

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Un post utile

10 Febbraio 2013 Commenti chiusi

Stasera inizierà a nevicare. Domani ne butterà giù tanta. Io ieri pomeriggio mi sono fatto forza: mi sono coperto ben bene, ho acceso la macchina, sono andato a lavarla e poi l’ho chiusa in box. È utile avere la macchina al coperto se non ti serve e se sai che nevicherà. A Roma hanno addirittura sospeso un concorsone per docenti previsto per lunedì e martedì. Arriveranno candidati da tutta Italia e per evitare che qualcuno causa neve non riesca a raggiungere Roma, hanno preferito sospenderlo.

È molto utile prendere appunti mentre leggo libri sulle tecniche di ricerca. Il libro a volte con le sue sottolineature è dispersivo. L’appunto invece va dritto alla questione.

Sono curioso di sapere quando ci sarà il comizio di Grillo per il Movimento 5 stelle a Milano. Vorrei andare. Mai e poi mai voterei per Grillo. Sono d’accordo con alcune sue battaglie, anche se penso che abbia raccolto alcune bandiere lasciate per terra da altri (la NoTav, per esempio: non è una battaglia di sinistra quella? Difesa del territorio, contro lo strapotere dei costruttori, a sostegno della popolazione locale). Non condivido i suoi metodi, non condivido i suoi toni, non capisco l’assenza completa di alcune tematiche nel suo programma. Pare che se votassero solo quelli fino ai 35 anni il movimento 5 stelle sarebbe il primo partito. Un dato su cui riflettere. Io comunque vorrei andare a vedere chi c’è, per farmi una idea. Ho una curiosità distaccata, di quelle che non hanno intenzione di trasformarsi in sostegno. Ci sono varie ipotesi sulla provenienza di quei voti. Forse sarebbe utile vedere i volti, le persone, capirci qualcosa.

Ieri mattina è squillato il mio cellulare. In realtà era quasi pomeriggio. Era una mia collega, che ha esordito scusandosi per avermi chiamato di sabato. Con chiunque altro avrei messo giù il telefono, ma lei mi è simpatica e poi so che se mi chiama nel week c’è un motivo. Infatti un motivo c’era. Mi voleva anticipare una proposta che le cape mi avrebbero fatto lunedì. “Così sei preparato”. Un bel gesto, di quelli che, al di là della sua utilità, ti fa pensare che sia ancora possibile un rapporto umano sul lavoro.

Qui in Lombardia voteremo sia per le politiche che per le regionali. Io non sopporto l’appello al voto utile. Perché? Chi ha il diritto di questionare sulle mie decisioni politiche? Il Pd si comporta come un padre che sa di non avere più molta autorità sui propri – presunti – figli. Allora cerca di prenderli con le buone, di farli ragionare perché tornino a casa. Il problema è che non discendo dal Pd a nessun titolo. Da questo punto di vista sono sordo. E poi questo sedicente padre non si rende conto che questo tipo di appello svela una consapevolezza di inadeguatezza: perché anziché fare un appello alla giustezza e alla equità del tuo programma, tiri un ballo un concetto come quello di utilità?

Fino a qualche giorno fa c’era una scritta su un muro. Era esattamente sopra la finestra di un primo piano. Chi l’ha fatta deve essersi arrampicato sul una di quelle inferriate che proteggono i piani bassi dai furti. Caso vuole che la casa in questione fosse in una piazzetta di Milano che porta lo stesso cognome del candidato alla Regione per il centrosinistra in Lombardia.

Ironico trovare una scritta così sulla strada per il lavoro.

Sarebbe utile avere una risposta.

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2013

5 Febbraio 2013 2 commenti

Ci sono voluti quasi due mesi, il passaggio da un anno all’altro, un capodanno a Roma, le giornate che si allungano di qualche minuto, un po’ di sole timido e i 36 che si avvicinano per ricominciare a scrivere. Non sono stato molto fermo in questi mesi. Ho riempito pagine di taccuini con appunti veloci, immagini descritte e qualche frase che mi sembrava rappresentativa.
Sono rimaste lì, nero su bianco: rilette in momenti di calma avevano perso un po’ del loro smalto. Ci sono state giornate fiacche, da fare passare. Altre in cui ero tremendamente attivo, quasi posseduto, come i protagonisti del video di “Push the Tempo” dei Fatboy Slim, anche se poi, tolta la cuffia, tornavo normale.

Febbraio ha luci che, in alcune giornate, è come se fossero patinate, lucide. Come domenica. Una differenza abissale tra il sole e l’ombra. La moto si è svegliata da un lungo sonno. Mi ha portato fino a via Ripamonti, in fondo, dove c’è un distributore a buon mercato. Poi ancora avanti, a destra sulla tangenziale. Mi superano un paio di moto allungando il piede in segno di saluto. Quel piede che esce vuol dire “freddo eh? Per il momento resistiamo, ma fra poco correremo molto più liberi”. O almeno così mi è parso.
Già, correre liberi.
Fino a qualche tempo fa correvo se ero libero dagli impegni; oggi per correre libero ho bisogno di fermare la mia testa, di mettere ordine ed equilibrio fra prospettive, presente e ricordi. Che lavoraccio, mai avrei voluto farlo, però ti tocca e mentre lo fai il tuo io di oggi si scolla da quello passato. Capisci che sei un’altra cosa. Sei figlio di te stesso, ma sei cambiato. Indietro non torni. Una volta avevo visto un “corto” su un casellante. Si svegliava la mattina all’alba per iniziare una giornata al suo casello ferroviario di campagna. Si era organizzato in modo tale da non poter tornare indietro verso il letto: man mano che si avviava verso la sua postazione dietro di lui c’erano pezzi di legno che spuntavano dalle pareti impedendogli di indietreggiare. Si stropicciava gli occhi, sbadigliava e ogni tanto si voltava indietro guardando quegli sbarramenti insormontabili. Il letto, per quanto vicino, era irraggiungibile.
Ed è così che va, più o meno. Do’ gas e vado avanti. La mia moto ha un muso cattivo e divora la strada.
Per quello mando avanti lei.

Non ho la più pallida idea di cosa ci può essere davanti. So che ci sarà una partenza, di quelle che fanno abbastanza male. So anche che nulla andrà perduto e che chi parte andrà a stare bene, fra le sue cose e sulla sua terra. Ci mancherà, ma non sarà una distanza a metterci paura.

Noi diamo gas e andiamo avanti.

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