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Archivio Maggio 2013

ciao

30 Maggio 2013 Commenti chiusi

Ieri dormivo pesante. Pensavo fosse tardi, invece non erano nemmeno le 9. Sentivo il rumore della pioggia, uno scroscio forte: come se le nuvole fossero la bocca di un enorme secchio che rovesciava acqua su tutti noi. Mi sono alzato, perché in fondo mi è sembrata la soluzione migliore.

Avevo in testa un post, o meglio il titolo per un post: il primo verso della canzone di “Pablo” di De Gregori mi sembrava calzante, quantomeno per un fatto temporale. Però poi non avevo – e non ho – molta voglia di scavare dentro questa vicenda: le emozioni sono materiale esplosivo. Ci vuole qualcuno che se ne intenda e per quanto io mi sia fatto una discreta cultura al riguardo, ancora non me la sento.

Alcuni sogni mi accompagnano la notte. Fanno compagnia, ma scombussolano anche. La mattina me li tengo stretti, non li racconto. Non hanno nessuna attinenza con quanto fatto o detto o letto la sera prima. Prima mi capitava, adesso no. Adesso scavano nella memoria. Fortuna che ho belle memorie.

Altra mattina. Questa volta il tempo è asciutto, anche se umido. Nel bel mezzo del pomeriggio di ieri sono salito in bici. Direzione Monte Stella. Di mercoledì pomeriggio il Monte Stella non è molto affollato. Gente che passeggia, qualcuno corre, una piccola riunione di proprietari di cani poco sotto la vetta. Io, con la mia bici da città, ho scalato buona parte della collinetta. Come la strada ha iniziato a salire la mia mente è andata alle ultime immagini del giro d’Italia. Bici e corridori colorati che si inerpicano per passi storici, ammiraglie e moto che incedono lentamente alternando accelerate per colmare la distanza fra un gruppo e l’altro. Il ciclismo come metafora della vita funziona molto meglio del calcio. Vince chi è costante, chi sa sfruttare le proprie precipue capacità su una determinata strada e sa parare i colpi e limitare i danni quando le condizioni non sono ottimali.

Ieri sera, prima di dormire, cercavo di farmi venire in mente chi, sulla rete, avrebbe potuto fare una bella analisi politica dell’ultimo voto amministrativo. Ero curioso di capire come viene interpretata la debacle del Movimento 5 Stelle. Le interpretazioni delle parti in causa sono, per l’appunto, di parte. Bersani, ovviamente, l’ha buttata sul mancato senso di responsabilità, sottintendendo che loro invece, che adesso governano con Berlusconi, ce l’hanno. Ognuno nella vita è libero di suonarsela e cantarsela come vuole. Io ho sempre pensato che l’opposizione del Pd ai 5 stelle fosse teoricamente giusta, ma non votare un buon candidato, come Rodotà, alla presidenza della Repubblica solo perché la proposta è stata fatta da Grillo & C, non esiterei a definirla una posizione miope e totalmente priva di senso di responsabilità: devi preoccuparti di chi sarà il capo dello Stato, non di chi lo ha proposto; e se la tua identità pensi che possa vacillare appoggiando un candidato non suggerito da te, il problema è la fragilità della tua identità.
Non amo Grillo, lo trovo insopportabile, dittatoriale e qualunquista. Facendo uno sforzo e pensando che siano tutti in buona fede, credo che politicamente valgano zero. Questo però non deve impedire di confrontarcisi. Grillo e i suoi si sono appropriati di battaglie e bandiere lasciate sul campo non si sa bene perché. Hanno dato rappresentanza ad una serie di istanze che, a mio parere, si potrebbero definire “movimentiste”, ed è una vecchia storia, che parte già dal Pci. La tendenza ad egemonizzare alcuni movimenti – tendenza anche comprensibile e per certi versi giusta da parte di un partito di sinistra – diventa disinteresse da parte del partito di riferimento quando quelle istanze vengono associate non tanto alla giusta causa ma alla persona o al movimento che già le rappresenta. Penso al movimento delle occupazioni delle case a Roma nella seconda metà degli anni ’70. Battaglia sacrosanta: il diritto alla casa contro le logiche dei palazzinari. Pci assente. Sicuramente in quel periodo storico aveva anche altri problemi, ma il mio sospetto era che appoggiare quella lotta, nella loro logica, voleva dire per forza di cose confrontarsi con delle aggregazioni politiche a sinistra del Pci che lo stesso Pci detestava in quanto poco ortodosse, avventuristiche, autonome. Era più importante mantenere la propria identità che schierarsi contro i palazzinari. Ma quale identità è quella che si mantiene e si preserva senza schierarsi apertamente a fianco di chi non ha la casa e, più in generale, a fianco di chi ha subito un torto? (Non voglio nemmeno lontanamente mettere sullo stesso piano le lotte dei compagni negli anni ’70 e il Movimento 5 stelle: mi serviva solo come esempio. Massimo rispetto, ci mancherebbe altro!).

Certo, il Pci era il Pci, il Pd… è quello che è. Forse è un paragone eretico, però io non penso che le logiche di base siano cambiate. Infatti eccoci qui: la bandiera con le 5 stelle sventola dove c’è la battaglia per l’acqua pubblica, dove ci si oppone alla Tav, dove si chiede che i parlamentari si riducano lo stipendio prima di chiedere sacrifici al paese.
Un mondo si muove e rivendica, mentre dentro al palazzo è come se nulla fosse. La motivazione della responsabilità sventolata dal centrosinistra non regge, non è assolutamente credibile.

Ultimi giorni di maggio. Il primo verso della canzone “Pablo” di De Gregori continua a ronzarmi in testa.

Anche di questo mi piacerebbe parlare con te. Al di là di quello che rappresentavi per me, mi manca il tuo modo di pensare, di vedere le cose. Mi manca l’intellettuale che rifletteva e agiva per questo Paese.

Ciao,
e grazie.

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All work and no play…

14 Maggio 2013 Commenti chiusi

La natura esplode. E ci credo: con tutta l’acqua che è venuta giù. Poco più di una settimana fa stavo di nuovo spingendo la moto verso la Val Trebbia. Quel posto mi piace. Ha un qualcosa di familiare che non so definire e forse per questo continuo a tornarci.
La strada statale fra Milano e Pavia – a farla tutta si arriva al mare – era costeggiata da un verde lussureggiante. Piatta, dritta e straconosciuta: era comunque uno spettacolo vederla.
Tutti i progetti di spostamento da Milano passano dal meteo. E doveva essere Capalbio, o un mare, o la moto fino al Trebbia. Nulla, niente da fare. Godiamoci questo sole di metà maggio, perché fra poche ore ritorneremo in un tunnel di acqua e nuvole.
A maggio, comunque sia, si va in discesa. Anche se ogni tanto piove, anche se le panchine del parchetto sotto casa mia sono spesso bagnate e non ci si può stare. La discesa è comunque iniziata e sto prendendo velocità. Non so bene verso cosa, verso dove: se verso una nuova estate o vecchie malinconie. Però sto andando e senza pedalare troppo.

Era sera, sabato. I marciapiedi dei navigli traboccavano di gente e anche le macchine di passaggio se ne erano fatte una ragione di quell’incedere lento. Io parlavo con Klem e intanto camminavamo verso il Covo. Mi chiedeva come andava e con poche parole ho cercato di riassumergli il senso di vuoto e la voglia, testarda, di andare avanti.
Ha capito e mi ha parlato del suo dispiacere per non essermi stato vicino in certi momenti. Che poi non era del tutto vero. Sì, era in Belgio, ma io sapevo che c’era e non mi interessava dove fosse, perché sapevo che c’era anche lui.

Certe cose danno forza, come la tua fidanzata che improvvisamente ti dice che ti vuole bene, mentre sei con l’occhio a mezz’asta semi sdraiato sul divano cercando di cogliere la spinta giusta per andare a letto.

Io incamero tutto. È tutto carburante e senza queste persone sarei sempre in riserva.

Mattinata al mac, per cercare di cavare fuori nomi di gente da intervistare. Pomeriggio – sera a seguire interviste in ufficio.
Almeno stamattina volevo scrivere due righe, lasciare detto qualcosa, come i post it che a volte ci lasciamo io e Luisa sul tavolo di cucina.

Ieri sera c’era “Shining” in tv. L’ho riguardato, anche se avrei avuto più voglia di “Full Metal Jacket” e soprattutto dei discorsi illuminanti del sergente Hartman. Invece mi sono visto Jack Torrent che scrive a macchina nella gigantesca hall dell’Overlook Hotel. Almeno prova a scrivere, perché quel che lo distoglie dalla scrittura del suo libro sono una serie di paranoie crescenti.
Ci sono due scene altamente inquietanti in questa pellicola: la prima è quando il piccolo Danny, figlio di Jack, gioca con le macchinine seduto per terra in uno dei lunghissimi corridoi dell’albergo vuoto. Dispone le macchinine seguendo le geometrie della moquette. Una pallina gialla rotola fino a lui. Il piccolo alza lo sguardo e non c’è nessuno.

“Io, al posto suo, sarei stato tutto il tempo attaccato alla gonna della mamma”, sentenziò il Soro quando, anni fa, vedemmo il film insieme. Nemmeno io mi sarei mosso troppo, anche se i mostri e il mistero morbosamente attirano.

Proprio come in questi giorni, ogniqualvolta veniva trasmesso il video dell’ex ministro Brunetta scortato dai carabinieri a Brescia: l’ho guardato con lo sguardo fisso, quasi non credendo a quel che vedevo. La gente è andata a contestare il comizio di Berlusconi e per le strade si era aperta la caccia
a tutti quelli che avevano a che fare con il circo Pdl. Nani e ballerine, per l’appunto.
Sono dovuti intervenire i carabinieri per portare in salvo gli accoliti del piduista di Arcore. Reazioni isteriche, sorrisi forzatamente stampati in faccia. “Non sta succedendo niente”, avrebbero voluto dire e qualcuno l’ha detto per davvero. Brunetta che, in mezzo ad una selva di insulti di tutti i tipi, parlava di 150mila persone che applaudivano facendo con le dita il segno “vittoria”, mi ha ipnotizzato. Lui, come tutti gli altri suoi compari, dava l’ennesima dimostrazione del loro scollamento con la realtà. Spingevano l’irreale, proprio come la pallina gialla che rotola nel corridoio, senza che nessuno l’abbia lanciata.

Questa mattina volevo scrivere. Ne avevo bisogno, ma certe volte è più difficile di quel che sembra.
Mi viene in mente un concetto, un’idea (come cantava Gaber) e intorno a quella vorrei costruire qualcosa usando tutte le connessioni possibili. Invece capita che ripeti quel concetto a oltranza, senza costruirci nulla di concreto intorno.
Come la seconda scena inquietante di “Shining”: la moglie di Jack, Wendy, si avvicina alla postazione di lavoro di Jack lasciata sguarnita. Legge le pagine del suo manoscritto e, man mano che va avanti a sfogliarlo, si rende conto che suo marito ha scritto sempre la stessa frase: sotto forma di dialogo, di citazione, di inciso, ma sempre la stessa:
“All work and no play makes Jack a dull boy”

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