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Archivio Luglio 2013

sardinia

29 Luglio 2013 6 commenti

Sembra incredibile doverci mettere 2 ore e qualcosa per andare da Milano a Bergamo. Ma Rayanair parte da lì, da Orio al Serio. Macchina? Treno? Navetta? Abbiamo immaginato noi stessi al ritorno, di notte, reduci da una tre giorni di mare con la stanchezza e lo scoramento di una settimana di lavoro a Milano davanti. Quei noi stessi in quel momento avrebbero gradito la macchina. Così è stato. Ho preso la mia Toyota bianca, sono passato a prendere Luisa e Luca al lavoro e, cedendo il volante a Luca, siamo andati verso Bergamo.

Coda già dall’ingresso in autostrada. Coda a Cormano, coda prima del casello, coda dopo il casello per incidente. Due ore per arrivare.

Poi parcheggio, navetta, sigaretta, controlli, sigaretta, focaccia prosciutto e formaggio bollente fuori e fredda dentro, bottiglia di acqua “panna”, altra sigaretta,  gate, imbarco, decollo, aria condizionata troppo forte, atterraggio.

C’è un caldo umido a Elmas. Sarà la vicinanza del mare e dello stagno di Cagliari – quando hai un posto vicino al finestrino e osservi la discesa, sembra di atterrare in acqua – ma respirando butti giù calore acquoso.

La nostra amica Luana è lì con la sua Ford. Ci abbraccia forte. Non la vedevamo da tempo. Bagagli in macchina e via verso il suo paesino. Circa 45 minuti di statale 131, quella che taglia in due la Sardegna per il lungo. A casa sua mamma ci ha preparato delle melanzane ripiene. Il suo affetto silenzioso ogni volta mi fa sentire a casa. Mangiamo, beviamo, fumiamo sulla terrazza mentre il piccolo Zion scodinzola mendicando cibo e coccole. Siamo stanchi ma iniziamo a chiacchierare e la smettiamo solo alle 3 di notte, quando, con i sensi un po’ alterati, mi inerpico su per una ripida scala che porta al soppalco.

Io mi butto nel letto che era del fratello di Luana. Ragazzo amabile. Ora è in nord Europa a lavorare. Daniele è un ragazzo giovane, per niente spaventato dal lavoro. C’è da fare e si fa. Paese freddo, lontano dalla sua terra, dal suo sole, dalla sua mamma, da sua sorella, dalla sua fidanzata e da Zion. Ma non sembra importargli. Tanto sa che tornerà. I sardi vogliono tornare.

Mi butto a pelle di leone sul letto. Sono stanco e dormo subito.

La mattina dopo mi alzo tardi. Scendo la ripida scala e faccio colazione. Oggi è il giorno dei preparativi. Stasera si dorme in spiaggia. Ho saputo di questo progetto qualche giorno prima. Ero titubante. Non ho mai dormito in spiaggia, tantomeno in tenda. Paura di non trovare il caffè la mattina, di non trovare il bagno. Ma ero anche stufo di queste paure. Provo: cosa mi potrà mai succedere? Giusto qualche sera prima ero stato dal mio amico Ale. Per chi ha letto indietro è il ragazzo dagli occhi chiari catapultato nella mia trincea. Reduce da una brutta esperienza, Ale mi ha raccontato che un suo amico, gravemente malato, aveva deciso scientemente di fare calare il sipario sulla sua vita. Le sue ultime parole, che Ale custodiva come un tesoro, erano un inno alla vita: godersela, brindare, vivere tutto, senza remore. Io non conoscevo l’amico di Ale, ma non credo importi. Quelle parole, sebbene de relato, avevamo colpito anche me. Pensavo di fare un piccolo tributo a questo sconosciuto, una volta tanto, buttandomi.

Ok, vengo anche io in spiaggia a dormire”.

Appuntamento al bar del paese. Iniziano ad arrivare i ragazzi e le ragazze della comitiva. Alcuni li ho già intravisti, con qualcuno forse ci siamo anche presentati. Non ho dubbi su Alessio: il capotribù. Alto, capelli lunghi e ricci, occhi chiari. Organizzatore della cosa, sorridente, casinista, offre birra a tutti. Mi saluta caldamente. Ricambio. Saluto anche la sua fidanzata, molto carina e affettuosa.

Ci mettiamo un bel po’ per metterci in marcia. Arriviamo sul posto che sono quasi le 7. Spiaggia di Maimoni, vicino Oristano. La carovana di macchine stipate di termos e borse frigo parcheggia sullo sterrato dietro le dune di sabbia. Si scarica tutto.  Servono più viaggi. SI monta il gazebo sotto al quale riposeranno le borse frigo. Montiamo la nostra tenda. Non ho mai montato una tenda. Almeno non di quelle moderne. Anni e anni fa a Capalbio c’era una tenda, canadese, che ci divertivamo a montare sul prato e a passarci i pomeriggi immaginando di essere chissà dove. Era complicata da montare, non come queste. Pochi pezzi, tutto abbastanza intuitivo.  Con qualche consiglio giusto la montiamo.

Tramonto. Arriva la sera. Qualcuno si infila una maglietta, alcune ragazze la felpa.

Si scoperchiano i thermos, le borse frigo, si aprono bottiglie e lattine. È tutto in comune. Noi abbiamo portato poco, se non fosse per la nostra amica che ha cucinato delle ottime polpette. Però siamo scusati: abbiamo volato con Rayanair e tutti in Sardegna sanno che se voli con loro ti puoi portare lo stretto indispensabile. Gira più o meno qualunque cibo, fritto, non fritto, pasta, lumache, carne.

La forza di questi ragazzi è il mettere in comune, strada maestra per l’abbondanza.

C’è di tutto. Ho la sensazione di essere all’interno di una comunità che è stata in grado di sposarsi con l’ambiente circostante. Sono tutti a loro agio, nella loro terra. Non smaniano per avere di più. Li invidio, anche se vengo dal continente e, per quanto ce la si passi male anche qui, non siamo stati saccheggiati come la Sardegna. Li invidio perché raramente ho trovato uno spirito così in una comitiva sì allargata. Saremo circa 25 persone. Altre ne arrivano a notte inoltrata, ovviamente con thermos, altre tende e altra birra.

Sono quasi le 4. Io e Luca, seppur non per primi, sgattaioliamo silenziosamente dentro le nostre tende per paura di essere visti ed essere richiamati all’ordine della birra e del fumo. Siamo a pezzi. Dopo poco ci raggiungono anche le nostre fidanzate. Eccomi in tenda, il rumore del mare, il vento che sbatte la tela.

Non dormo granché. La mattina dopo, alle 7 e 30, mi incammino con passo sbilenco verso l’unico bar: una specie di capanna con il tetto a punta, in mezzo ad un deserto di macchia mediterranea e terra. La luce è bellissima, il mare invitante, ma quella che la sera prima era una piacevole passeggiata adesso è una traversata del deserto: il bar mi sembra lontanissimo e io non riesco a mettere un piede in fila all’altro. In qualche modo ci arrivo, in qualche modo riesco ad avere un caffè forte, amaro e lungo insieme ad una brioche, in qualche modo riesco ad usufruire del bagno.

Sono pronto. Torno alla tenda, mi infilo il costume al posto dei pantaloncini e vado in acqua. Primo bagno della giornata. Ne seguiranno molti altri. Così come seguiranno birre, sigarette, altro cibo e altra dormita sulla sabbia, stavolta sotto l’ombrellone. Apro un occhio. Voglio qualcosa sotto la testa tipo cuscino. Cerco la mia borsa con la mano, ci ravano dentro alla ricerca di qualcosa di morbido. Trovo qualcosa di nero, me lo metto sotto la testa e continuo a dormire. Dopo un tempo imprecisato apro gli occhi e sono in un bagno di sudore. Eppure sono ancora sotto l’ombrellone. È il qualcosa di nero a farmi sudare: la mia felpa in pail. Il mare serve anche a questo: toglierti il sudore e svegliarti del tutto.

La giornata passa. Sono passate circa 25 ore da quando siamo arrivati e riprendiamo la strada di casa. Siamo stanchi, ma anche molto contenti. Almeno per quel che mi riguarda. La mamma della nostra amica ci sfama, ci chiede com’è andata.

A fine serata torno sul soppalco e ri-crollo addormentato.

Ultimo giorno, ma l’aereo è alle 22 e 30. C’è tempo per tornare al mare, arrostirsi al sole, leggere e dormire con le ondine che si frangono in sottofondo.

Non ho voglia di tornare. Quelle piccole comodità casalinghe a cui di solito mi aggrappo con il pensiero quando c’è aria di rientro, non servono a nulla. Stavolta non hanno nessun fascino. Vorrei restare in infradito, costume, con il sale addosso fino a fine giornata. Mi sento anche più bello, quando sto così.

Invece niente. Tutto a ritroso.

Parcheggio, sigaretta, controlli, bottiglia di acqua “panna”,  gate, imbarco, decollo, aria condizionata troppo forte, atterraggio, sigaretta, sigaretta, navetta.

Recuperiamo la macchina e torniamo verso Milano. Piove. L’autostrada è costellata di luci, insegne, autogrill che sembrano navicelle spaziali, fabbriche, hotels.

Non mi piace qui. Non penso che sia sbagliato vivere qui: da un po’ ho capito che giusto e sbagliato a volte non vogliono dire nulla.

Penso solo di non essere adatto.

 

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Milano, Roma…

18 Luglio 2013 Commenti chiusi

Dicono che oggi pioverà. Effettivamente il cielo non predice niente di buono. È bianco: può girare al sole come alla pioggia. Il bianco è un colore neutro: dice tutto e niente.

Volevo dormire, ma alcuni pensieri funzionano meglio di una sveglia.

Bisogna chiudere dignitosamente la settimana, il che vuol dire finire di sbobinare una intervista che mi sto trascinando dietro da settimane; ma adesso siamo alla scadenza. Serve per martedì, ma visti i miei piani va finita entro domani. Non che manchi molto, ma è proprio una cosa di una noia mortale. C’è una procedura strana nel mondo delle ricerche: quando si sbobina – cioè si trascrive una intervista – la consegna è di scrivere tutto quello che viene detto esattamente come viene detto. Risultato: un testo in molti passaggi illeggibile. Parlando puoi anche omettere articoli, complementi e soggetti, perché spesso è l’intonazione, lo sguardo, il modo di dire certe cose che fa capire il senso. Tutte cose che non puoi trascrivere. Magari aggiungi dei puntini di sospensione quando l’intervistato fa una pausa, oppure metti fra parentesi quadra annotazioni tipo [ride], [risponde al cellulare] o altre cose, ma molto si perde. Eppure la consegna rimane quella: trascrivere fedelmente sempre tutto quanto. Io l’ho fatto, mi sono attenuto. Ho prodotto testi quasi illeggibili, ma questo mi era stato chiesto. Poi però, con l’avvicinarsi della fine della ricerca, la nostra capa ci chiese di riprendere in mano tutte le sbobinature per cercare di metterle in un italiano leggibile. Mi sono chiesto: perché non farlo da subito mentre si ascolta la registrazione? A volte passano anche dei mesi fra una trascrizione e questa successiva sistemazione del testo. Non è meglio sistemarla mentre la si ascolta?

Non ho avuto risposte precise a questa domanda. Sta di fatto che adesso quando sbobino sistemo già le parole in modo che scorrano fluide. Soprattutto se l’intervista l’ho fatta io.

Quindi oggi tocca prendere coraggio e voglia e finire questa intervista, anche perché stasera rivedo un vecchio amico e voglio godermela, avere la testa sgombra. Il mio vecchio amico l’ho conosciuto quando avevo 16 anni. Stavo frequentando un istituto privato di recupero anni dopo le mie due bocciature consecutive. Classe piena di leghisti e fasci. Un giorno la porta della classe si aprì, il preside fece entrare un ragazzo dagli occhi chiari. Lo avevo già visto e lo avevo già visto nei posti giusti: manifestazioni, collettivi, aulette occupate del nostro vecchio liceo. Mi avevano paracadutato un alleato, era atterrato giusto giusto nella mia trincea. Ho benedetto quel giorno e ho benedetto quel ragazzo.

Giro ancora un po’ in rete. Rimando. Apro la posta e trovo un messaggio da infojobs. Propongono un lavoro di supervisione editoriale: non ho i requisiti, ma lo leggo lo stesso. Qualcosa in questo testo non mi torna. È confuso, non si capisce bene si che cosa si tratta. Scorro il testo fino in fondo:

“Sede dell’attività: Milano, Roma o altra città del nord”

Vabbè,

mettiamoci a lavorare.

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Sagan

14 Luglio 2013 Commenti chiusi

Luglio, quindi luce e caldo. Nemmeno troppo in fin dei conti. Non trovo più asfalto sì morbido da prendersi una impronta di all star, né da farsi trafiggere da un cavalletto.

Doveva essere il Trebbia, o quantomeno nella mia testa. In fondo in fondo lo sapevo che qualcos’altro avrebbe vinto: un divano, dell’acqua gelata, un’insalata mista verso le 3, la risposta ad un paio di mail che aspettavano da tempo, lo studio del mio nuovo smartphone, la tappa del Tour de France. Oggi mont Ventoux, Provenza. Un massiccio di quasi 2mila metri di altezza e una vegetazione che scompare di colpo sulla sommità, lasciando un paesaggio quasi lunare. Tappa dura, arrivo in salita. La maglia gialla Froome ha dato una bella prova – anche se nulla sarebbe senza la sua squadra – arrivando primo e raddoppiando il distacco dai suoi inseguitori.

 

La mia attenzione è stata catalizzata da un giovane ciclista slovacco, Peter Sagan. È stato in fuga per parecchio tempo, prendendo un tot di abbuoni e facendo una bella gara. Poi però dietro le maglie nere del team Sky a protezione del loro leader, hanno iniziato a tirare. Era ora di tornare in testa.

Lui è stato ripreso, inghiottito nel carrozzone colorato che incedeva ad un ritmo impressionante.

Quando il gruppo arriva c’è poco da fare. Difficilmente si riesce ad invertire la tendenza e riprendere metri.

Così Sagan si è voltato un paio di volte. Ha visto la testuggine nera che avanzava. Era tempo di tornare nel gruppo, calare il ritmo, cercare di prendere la ruota di qualcuno che non corresse troppo, limitare i danni e lasciare che là davanti si scannassero per gerarchie di classifica.

Ma mancava ancora qualche secondo. C’era ancora tempo per fare una cosa, che a Sagan peraltro riesce molto bene.

 

Sorridere, dare un colpo di reni e un’altro di pedale, fare impennare la bici e mandare un saluto su una ruota sola.

 

Tempo di uscire di scena.

Tanto vale farlo divertendosi

 

 

 

 

 

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chiaro di sole

7 Luglio 2013 Commenti chiusi

Dividilo in 4 parti
E cosa cambia? I km sono sempre quelli.
Sì, ma almeno hai dei riferimenti.
E quali sarebbero queste 4 parti?
È facile. Dalla partenza fino a Livorno.
Poi?
Da Livorno fino a La Spezia.
Ho capito: da La Spezia fino a Parma e da Parma a Milano
Bravo.
Grazie

Chiudi il casco e vedi il mondo da quel rettangolo dagli angoli un po’ smussati. Fra te e la strada qualche moscerino spiaccicato sulla visiera, sulla fronte il fresco dell’imbottitura interna bagnata dal sudore. Ad ogni curva il tuo mondo si inclina, tira verso il basso, si avvicina all’asfalto. Quell’asfalto nero, che a tratti brilla sotto un sole caldo. In più di trent’anni inizi ad avere un ricordo per ogni autogrill o piazzola di sosta.
C’è quella dove ci siamo fermati in inverno, in macchina, pioveva e c’era nebbia. Quell’altra dove da piccolo sicuramente ho vomitato. Quel bar dove presi il mio primo panino con la cotoletta, quell’altro dove presi un caffè doppio, di notte, perché iniziavo ad essere stanco. Una strada racconta una storia: questa strada racconta la mia storia. Storia di una vita.

Una settimana fuori da Milano. Fuori da queste strade e da queste mura che ieri mi hanno di nuovo accolto. In spiaggia mi ero costruito una specie di tendalino mettendo insieme dei legni e legandoci sopra la mia kefia nerazzurra. Lo schermo del cellulare riuscivo a vederlo solo all’ombra di quel riparo di fortuna, la rete telefonica prendeva poco. Chiedevo a quelli che mi chiamavano di mandarmi una mail. La leggevo cercando l’inclinazione giusta. Nel frattempo ingurgitavo acqua fresca e qualche frutto. Ho preso impegni per le prossime due settimane. Lavoro. Strano contrasto organizzare il lavoro da un posto che ricordava la spiaggia su cui finisce Tom Hansk in “Cast Away”.

La sera raggiungevo il mio letto molto stanco. Mi sembrava di sentire ancora nelle orecchie il rumore del vento. Avevo trovato una connessione e la sera sull’ipad leggevo gli articoli dei miei blog preferiti. Sul blog di Wu Ming – oserei definirlo un punto di partenza per vedere le cose che accadono da una prospettiva realmente di sinistra – ho letto, a puntate perché mi addormentavo prima della fine, la storia di Marco Bruno, attivista No Tav. Una storia realmente incredibile dentro alla quale avrebbe potuto trovarcisi chiunque. Ma questo non sembra interessare alla gente da bar. Si pensa sempre che il confine fra una vita “come si deve” e una vita passata fra condanne e soprusi sia ben vigilato e invalicabile. Invece non è così. È una linea immaginaria, quasi inesistente: puoi sorpassarla senza accorgertene. Dopodiché è un problema tuo.
“Passi il tuo confine/e diventerai un bersaglio”, cantavano gli Assalti.

Come sono tornato a Milano ho buttato nella lavatrice i miei pantaloncini corti. Erano in condizioni pietose, chiari di sole, con arzigogoli di sale, macchie di cibo. Mi servivano per la spiaggia, ma anche la sera. Non avevo voglia di appesantire la moto con roba inutile. Me la sarei cavata con poco e così è stato.

Oggi è una domenica d’estate a Milano. Pochi rumori. Le scarse macchine passano con i finestrini chiusi.

Finisco la sigaretta e stendo la biancheria uscita dalla lavatrice.
Eccoli lì i miei pantaloncini corti. Niente più arzigogoli di sale, né macchie di cibo.
Solo chiari di sole.

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