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Archivio Agosto 2013

Il mare di Livorno

3 Agosto 2013 5 commenti

Penso che sia doveroso tributargli qualcosa. Ho riempito queste pagine parlando di Capalbio, Maremma, Sardegna. Ma Livorno per me conta. Conta perché ci ho passato parecchio tempo. La mia nonna aveva una casetta verso Antignano. Niente di che, ma era il suo regno. Ci stava il più possibile, da Giugno a Settembre. Io, quando ero piccolo, passavo lunghi periodi lì, quelli subito dopo la chiusura delle scuole. Ci stavo con lei e con mia mamma, ma a volte anche solo con lei.

Il lungomare di Livorno, l’Ardenza come punto di riferimento, il porto, i fossi, la gente che correva lungo la strada, quelle “e” che non definirei nemmeno “aperte”, ma semplicemente “livornesi”, il mercatino americano, l’odore del cibo misto a quello del mare dalle 12 fino al primo pomeriggio.

Ci stavo bene. Poi, verso fine giugno, passava a prenderci mio padre. Veniva in macchina da Milano. Arrivava, me lo abbracciavo, salivamo e andavamo a Capalbio. Quasi sempre arrivavamo con il buio: ai tempi, senza superstrada, non era una passeggiata.

A Livorno il mare mi sembra più vicino alla città rispetto ad altri posti. Forse è solo un’impressione, ma ci sono dei punti dove parcheggi la macchina a pochi metri dagli scogli umidi. E sei in città. La sera, con mia nonna, guardavamo il tramonto. Il sole cadeva giù e si iniziava a vedere meglio la luce del faro che ruotava tutta la notte. Guardavamo le grandi navi mercantili in rada. Piccole barchette all’orizzonte, ma in realtà giganti del mare. Mia mamma, con i suoi fratelli, lì ci ha passato l’infanzia e la giovinezza. Faceva vela ed era brava. Usciva con la sua amica del cuore con le derive, prendeva il vento, occhi chiusi, piede sul timone e visi rivolti al sole per abbronzarsi e navigare. Un giorno, dopo un po’ che era in mare, aprì un occhio. Forse qualcosa le aveva fatto ombra, forse solo istinto. Vide un muro a poche decine di metri, che in realtà era la fiancata di una petroliera in navigazione. Mi ha sempre raccontato di come fossero incredibili le proporzioni: un gigante del mare.

Le acque vicino ai porti sono così. Sproporzioni, il piccolo e l’enorme, sì enorme che sembra quasi impossibile che possa essere manovrato solo dall’uomo. Cose così grosse devono avere una vita propria.

Il porto mi ha sempre affascinato. I porti in generale, quello di Livorno in particolare. Ci vado appena posso.

Nel 1991 avevo finito le medie. Ero da mia nonna. Giugno. In giro nella zona del porto, forse ero stato al mercatino americano. Ricordo con precisione che misi un gettone in un telefono pubblico, chiamai mio padre a Milano per chiedergli se era stato a vedere i risultati degli esami alla mia scuola.

“Sei stato promosso con buono! Sei stato bravo”, mi disse.

Non ricordo se fossi contento o meno. Ricordo che, dopo aver salutato papà e aver messo giù, camminai un poco lungo il porto.

Vidi questo, e penso che non me lo scorderò mai.

Sapevo quello che era successo pochi mesi prima, in aprile, ma sapevo solo che un traghetto aveva centrato una petroliera in rada e si era incendiato. Un solo superstite, poveraccio. Era andato via di testa, ma era comprensibile. C’era nebbia, c’era la partita in tv e tutti sul traghetto la stavano guardando.

“Maddai! Incredibile!”

Fatalità, sfiga.

Chiusa lì.

Passarono gli anni. Si parlò relativamente poco di quella che fin’ora è la più grande tragedia che abbia colpito la Marina Mercantile italiana dal secondo dopoguerra. Strano, in un certo senso. Non è bello fare il conto dei morti, ma in Italia si parla spesso, e persino i più ignoranti qualche volta l’hanno sentito, di Ustica (81 morti), di piazza Fontana a Milano (16 morti), della strage di Bologna (85 morti). Il disastro del Moby Prince (140 morti) non lo conosce quasi nessuno. Forse perché è diverso dagli altri, non ci sono responsabilità vere e proprie ma solo una serie di concause sfortunate.

Non è così.

Negli anni le notizie sono uscite poco alla volta. Non molti giorni dopo l’impatto è stato accertato, con testimonianze concordi, che di nebbia, quella sera, non ce n’era. Ci hanno riprovato tirando in mezzo la nebbia di avvenzione, fenomeno frequente sul Bosforo e consistente in una nebbia che cala su una superficie molto ridotta di mare. Può nascondere una nave in alcuni casi. Sul Bosforo, però. A Livorno nessuno si ricorda di averla mai vista. Resta la partita di calcio: tutti a vedere la partita e non si sono accorti di una nave, enorme, ancorata in rada.

Strano, perché quando una nave come il Moby lascia il porto – un porto grosso e trafficato come quello di Livorno – a bordo tutto il personale è indaffaratissimo. Soprattutto sul ponte di comando, perché è un momento delicato.

Il Moby Prince era nelle mani di Ugo Chessa, il comandante. Esperienza, precisione. Non c’è una macchia sul suo passato di marinaio e di comandante, solo elogi e serietà.

Il Moby investe la petroliera colpendola su un fianco. Il petrolio fuoriesce investendo il traghetto e prende subito fuoco, probabilmente innescato da qualche scintilla dovuta allo sfregamento con la fiancata. É l’inferno a bordo. Viene lanciato un may day, ma si sente bassissimo, quasi incomprensibile. Si sente invece molto bene la richiesta di aiuto che viene dalla petroliera Agip Abruzzo, per bocca del suo comandate Renato Superina, venuto a mancare (lo apprendo adesso mentre cerco conferme di nomi, cognomi e date per questo post) da poco tempo.

Qui iniziano le stranezze. Il Moby faceva fatica a comunicare con la terraferma, la Agip Abruzzo no. Ma è solo l’inizio. Superina chiama con voce concitata la Compamare Livorno, cioè l’autorità marittima. Quasi grida. Dice che sono incendiati, che, per quanto riguarda la posizione, “Livorno ci vede con gli occhi” e che una bettolina gli è venuta addosso.

Poche parole per capire che: anzitutto nebbia non ce n’era. Se Livorno li vedeva con gli occhi, voleva dire che nebbia non c’è n’era. Livorno vedeva loro perché loro vedevano Livorno. Non c’era nulla che ostacolasse la vista. Poi la bettolina, piccola imbarcazione decisamente diversa da un traghetto di linea. Ma dalla petroliera colpita arrivano anche altre stranezze. Prima viene comunicata una posizione, poi un’altra, poi un’altra ancora. Alcune, riportandole sulle carte nautiche, risultano nella zona di non ancoraggio: una sorta di cono, il cui vertice è rivolto verso il porto, dove è vietatissimo ancorarsi per fare in modo che la navigazione da e verso il porto sia sicura e senza ostacoli. Dicono che stanno suonando la sirena, per farsi trovare dai soccorritori, ma hanno la prua a sud, comunicano, quindi difficilmente potranno essere sentiti.

Con la prua a sud però il traghetto che usciva dal porto avrebbe colpito il suo lato sinistro. Invece ha colpito l’altro.

Il Moby nel frattempo? Vaga. Dopo la collisione vaga incendiato. Nessuno lo cerca, i soccorsi vanno tutti verso la petroliera. Solo una piccola imbarcazione di pescatori di mette alla ricerca dell’altra nave. Non sanno ancora che è un traghetto. Si vede poco. Adesso la visibilità è scarsissima. Ma non è nebbia. È fumo, perché respirandolo brucia in gola. La piccola imbarcazione trova il Moby alla deriva. Raccolgono un naufrago. Il naufrago dice loro di andare più vicino perché ci sono altre persone da salvare. I due improvvisati soccorritori urlano, berciano per radio, ma nessuno risponde. Chiedono aiuto e poi “qualcuno ci deve rispondere, cosa sta succedendo?”. Lamentano il fatto che una vedetta della Guardia Costiera, arrivata sul posto, “indugia”, non fa niente.

Passano altri minuti. Molti. Il canale radio adesso va. Ai pescatori viene chiesto se il naufrago ha dato notizia di altre persone da salvare. Ma stavolta la risposta è diversa e anche il tono non è più concitato. “IL naufrago ha detto tutti morti bruciati”.

Fine. Per il Moby non c’è più niente da fare.

Il giorno dopo viene trasportato in porto. A bordo 140 persone morte bruciate, forse qualcuno morto prima per soffocamento. Inizia la storia della nebbia, della partita, eccetera.

Ho pensato e ripensato a questa storia. Inquietante come le storie di buio, fuoco e mare sanno essere. Uno scenario perfetto per un mistero fatto di fantasmi, morte e assurdi accadimenti. Assurdi sì, ma tutt’altro che inspiegabili.

Una sera particolare quella del 10 aprile 1991, la sera del disastro. Da poco finita la guerra del Golfo. È ultimo giorno in cui, ufficialmente, è possibile, per l’esercito americano, trasportare armi senza dover dare spiegazioni alle autorità italiane. Lì vicino c’è la base americana di Camp Darby, collegata al mare antistante il porto da un canale. C’era un gran viavai di navi militari e militarizzate quella sera, ma, a quanto pare, nessuna è andata verso Camp Darby: c’è un ponte levatoio per accedere alla base dal canale e non risulta che quella sera si sia alzato. Però le navi c’erano, le armi pure. Dove sono finite se non alla base americana?

Gran casino. Bisogna riascoltare i nastri delle registrazioni radio di quella notte per capire che alcune comunicazioni riguardano navi misteriose. Ce ne sono diverse che irrompono sul canale 16 poco dopo la collisione comunicando che lasciano la zona del porto.

Esattamente cosa stava succedendo?

Si stavano scaricando armi nel mare davanti a Livorno quella sera. C’entrava l’esercito americano certo, ma non solo. Le armi sono soldi e nessuno, eserciti e stati compresi, hanno mai disdegnato di fare affari con i signori della guerra. La fine di una guerra è il momento in cui si fanno i conti.

Vi ricordate Ilaria Alpi? Spero proprio di sì. Lei e Miran Hrovatin, giornalisti, uccisi il 20 marzo 1994. Aveva messo il naso in affari loschi, grossi. Robe che muovono il mondo, gli interessi di stati interi, Somalia compresa. A vendere armi alla Somalia, in cambio di smaltimenti di rifiuti, erano in tanti.

Quello che capii, leggendo, informandomi, ascoltando le storie, fu che la collisione fra le due navi, l’unico evento a noi conosciuto, è la conseguenza di altri accadimenti, per lo più sconosciuti, che ebbero come scenario il mare di Livorno, davanti al porto. Solo partendo da questi, tutti i vari pezzi di questa storia vanno a posto: il ritardo nei soccorsi, il silenzio radio, un traghetto scambiato per una bettolina, la prua della petroliera rivolta verso sud e lo squarcio a tribordo anziché a babordo.

Tutto va a posto se la si vede così.

Nel porto di Livorno quella sera si stavano trasbordando armi ed esplosivo. C’erano navi militari americane e navi militarizzate della flotta Schifco, quella del signore della guerra Al Kassar su cui stava indagando Ilaria Alpi e che aveva connessioni e collusioni con servizi segreti italiani e stranieri.

Le operazioni di trasbordo erano già iniziate quando il Moby ha lasciato il porto. E qualcosa era andato storto, già da prima che si verificasse la collisione. Molti testimoni affermano di avere visto dei bagliori al largo prima dell’ora dell’impatto. È molto probabile che questi bagliori siano stati visti anche dal comandante Chessa che sicuramente ha tentato di mettersi in contatto con la capitaneria di Livorno, ma forse le comunicazioni radio erano schermate, volontariamente disturbate, sta di fatto che non funzionavano a dovere e lo dimostra il may day lanciato dal Moby e ricevuto a volume bassissimo e disturbato. Allora Chessa deve avere deciso di andare a vedere cosa stesse succedendo, ma prima ha fatto mettere a tutti i passeggeri il giubbotto salvagente e li ha radunati nel salone deluxe, verso prua, come prevede la procedura in caso di emergenza. Quasi tutti i corpi sono stati trovati lì, con il giubbotto salvagente addosso. Da escludere che i passeggeri si fossero radunati lì dopo l’impatto con l’Agip Abruzzo, perché avrebbe voluto dire andare incontro al fuoco.

Il Moby cambia rotta e si dirige verso quei bagliori, gli stessi avvistati da terra. Una volta lì deve essersi trovato in mezzo all’inferno: quel qualcosa andato storto nelle operazioni illegali di trasbordo era diventato esplosioni, navi che frettolosamente levavano l’ancora, carburante in mare. È probabile che un’esplosione abbia danneggiato il timone o comunque la governabilità del traghetto che, ingovernabile, ha centrato la petroliera. E l’ha centrata sul lato che guarda verso il largo, perché stava tornando indietro, verso il porto, non mentre stava uscendo.

A quel punto il Moby incendiato e alla deriva diventava un problema secondario, rispetto al potenziale rischio di esplosione del materiale bellico. Non solo: il Moby e tutte le persone a bordo a quel punto erano diventati potenziali testimoni oculari di un traffico illegale che riguardava armi ma anche carburante. Qualcuna delle navi presenti si stava rifornendo dalla petroliera: è una procedura illegale, ma abbastanza frequente. Probabilmente è per questo che il comandante Chessa dell’Agip Abruzzo ha parlato di una bettolina: nella concitazione del momento non ha fatto molti distinguo. Oppure ha mentito, per non dover ammettere la presenza di una nave passeggeri che non c’entrava nulla.

Questo ha visto il mare di Livorno. Inutile dire che anche la base americana di Camp Darby ha visto tutto, ma si è ben guardata dal collaborare per fare chiarezza. Ha parlato di radar spenti, esattamente la stessa cosa che hanno detto quando è venuto giù il DC-9 di Ustica. Che distratti questi americani, che ogni tanto spengono i radar.

Il destino di 140 persone, ignare ed innocenti, è passato in secondo piano. Del resto era appena finita una guerra e in guerra, si sa, ci sono interessi molto più importanti della vita dei civili. La decisione di lasciare morire 140 persone è stata probabilmente presa con la stessa logica secondo la quale si bombarda un obiettivo strategico. E chi sta intorno allo stesso, peggio per lui.

Quando vidi il relitto del Moby – subito dopo aver saputo che, senza ulteriori impedimenti, sarei andato al liceo – percepii una specie di impotenza imponente. Quel relitto sapeva di morte, di tragedia. Era silente, ma sembrava che nascondesse urla, lacrime, disperazione e paura. Bastava osservarlo per sentirle.

Solo il mare deve aver visto e sentito tutto. Anche lui impotente.

Il mare di Livorno è impotente anche oggi, anche in questi giorni.

È arrivato il rigassificatore. Una enorme nave lunga 300 metri, larga 50 e alta 26. A cosa serve? Serve a trasformare il gas dallo stato liquido a quello gassoso, cioè a quello fruibile. Il gas quando è liquido occupa molto meno spazio. Inutile poi continuare a comprarlo all’estero ed essere dipendenti dagli stati stranieri. Questo impianto galleggiante permette di farne una buona scorta e soprattutto di poterselo procurare bypassando i gasdotti, gli accordi con i paesi produttori e di andarselo a cercare in quei paesi che non fanno troppe domande, che lo vendono a basso prezzo. Magari paesi guidati da dittature militari. Business is business.

Solo che non serve. Non si dice che i consumi di gas si sono abbassati e che gli attuali sistemi di distribuzione sono più che sufficienti.

Ma il rigassificatore è un affare. Ci sono gli incentivi statali, ci sono i rimborsi, sempre statali, nel caso non venisse consumato tutto il gas prodotto. Rimborso che passa dalle bollette. Quindi, chiudendo il giro, il rimborso lo pagano i cittadini.

Vista la situazione non sarebbe nemmeno la cosa peggiore. Il mostro marino butterà in mare acqua e cloro, in acque definite “il santuario dei cetacei”.

Questo nella migliore delle ipotesi, cioè funzionamento a regime.

Se si verificassero danni, malfunzionamenti, incidenti, sarebbe una tragedia. Il gas allo stadio liquido è ad una temperatura bassissima. Se dovesse venire a contatto con l’acqua di mare, più calda, creerebbe una combustione incontrollabile data anche e soprattutto la quantità di gas presente .

Hanno occupato abusivamente una zona di mare ampia, più o meno, come 5 campi da calcio. Senza contare tutta la zona di mare circostante, definita “di sicurezza” all’interno della quale sarò impossibile navigare. E l’hanno portata via a noi.

Quando la sera guardavo i tramonti con mia nonna, mi fissavo a guardare quella massa impressionante di acqua. Era viva. Aveva una sua vita.

Ho pensato che fosse doveroso tributargli qualcosa, anche solo per scusarmi di tutte le volte che l’ho guardata senza dirle niente, che l’ho pensata senza farglielo sapere; per ringraziarla di quando mi ha rinfrescato, intrattenuto, accolto.

Gustave Courbet , 1854, “Il mare a Palavas” (anche se io preferisco chiamarlo “L’uomo che saluta il mare”)

 

Riferimento:

Ascolta le parole di quella notte