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Archivio Ottobre 2013

Emergenza

31 Ottobre 2013 Commenti chiusi

Il mio cellulare ha squillato che ancora non avevo finito il caffè.
“mamma” recitava il display. E alla mamma si risponde sempre.
Mi racconta di ieri, Alain Tourain ha parlato alla Bicocca. Il sociologo francese ha cercato di parlare in italiano, ma in realtà pare che conosca molto meglio lo spagnolo, così è venuto fuori un linguaggio misto. Mettici che non è che Tourain parli del tempo e delle mezze stagioni e l’aggettivo “faticoso” è stato quello che meglio ha rappresentato la sensazione degli uditori.
Mentre mia mamma mi parlava, io sono uscito sul balcone. Giornata di sole un po’ opaco, ma tutto sommato limpida. Questa luce mi ha ricordato una immersione che avevo fatto ad ottobre, anni fa. C’era la stessa atmosfera, quel tepore che sta cedendo all’autunno.
Finito il racconto di mia mamma, ho ammazzato il caffè rimasto nella tazza. Mi sono stiracchiato più volte e ho acceso il mac.
C’è un tweet di Erri De Luca.
Dalla Calabria richiesta di un ospedale a Gino Strada.Lo Stato ha chiuso anche il pronto soccorso. Questa e’ la privatizzazione del bisogno.”
Non ci sono link né altri collegamenti.
Resto indeciso un attimo fra la sigaretta elettronica e una camel. Vince la camel.
La Calabria taglia i fondi alla sanità.
Il comitato civico di Praia a Mare (Cosenza) ha buona memoria. Si ricorda di una intervista fatta a Gino Strada e pubblicata dal sito di Repubblica il 21 dicembre 2012. Strada parla di Ingroia e del fatto che non ci trova “nulla di scandaloso se una persona che ha fatto il magistrato o il medico decida di assumersi un impegno civile
La domanda successiva viene da sé.
Se non c’è nulla di male, perché non ha mai pensato a combattere le sue battaglie civili in prima persona?
Io mi ostino a voler fare il mio lavoro, medico e chirurgo. Mi occupo giornalmente di sanità e medicina. Se qualcuno venisse a propormi di fare il ministro della Sanità, risponderei che il mio programma è molto semplice: faccio una sanità d’eccellenza, spendendo la metà di quello che si spende oggi, eliminando il conflitto di interesse introdotto nella mia professione dalla casta politica: il pagamento a prestazione. Il nostro sistema sanitario era uno dei migliori al mondo, la casta, con la complicità dei medici, lo ha rovinato. L’interesse del medico è che la gente stia male, per fare più prestazioni. Ma nove milioni di persone non hanno più accesso alla sanità. Io eliminerei tutto questo. Ecco perché nessuno mi ha mai chiesto di fare il ministro della Sanità“.

Chiaro e tondo.
Il giornalista allora chiude così.

E se qualcuno glielo chiedesse per davvero? Se la chiamassero per cambiare tutto?

Gino Strada ride, poi risponde: “Ci guarderei dentro, non ci credo che possa arrivare un’offerta del genere. Ma siccome io sono per il fare, a me piacerebbe in futuro, e questo è nel nostro programma, se troviamo sensibilità e collaborazione da parte delle istituzioni, aprire anche in Italia il primo ospedale di Emergency, per far rivedere agli italiani, dopo 30 anni, che cos’è un ospedale, non una fottuta azienda. La sanità è uno scandalo pubblico“.

Dopo quasi un anno quelle parole tornano alla mente ai cittadini di Praia a Mare, perché  l’attuazione del piano di rientro dai disavanzi del settore sanitario della Regione Calabria ha di fatto dismesso il pronto soccorso. Niente più personale specializzato, niente anestesisti, niente più strumenti come defibrillatori e niente rianimazione. Tocca andare a Cetraro, 53 km. Un’oretta di macchina. Trattenere il respiro e stringete i denti se siete in urgenza, perché anche le ambulanze sono poche e molte volte tocca andare con mezzi propri. E capita di morire in auto come è successo in settembre, un caso fra i tanti, ad un imprenditore 59enne colto da shock anafilattico dopo la puntura di un insetto. Morto in macchina dei suoi familiari che lo stavano portando di corsa a Cetraro.
Servirebbe Emergency. Emergency che è nata per portare assistenza sanitaria là dove manca. Paesi in guerra, o estremamente poveri, o tutt’e due.

La giornata scorre tranquilla. C’è silenzio in casa mia. È spuntato anche il sole, non più opaco. Ho dovuto mettere una kefia sulla finestra perché la luce arriva dritta sul mio mac. Non so bene cosa farò, ma una voce mi dice che mi sbatterò sul divano a leggere.

…paesi in guerra, o estremamente poveri, o tutt’e due.

In astratto

24 Ottobre 2013 Commenti chiusi

Per andare fino alla Bicocca la strada mica è poca.

Ci penso mentre mi rigiro sotto al piumone. Penso a via Pagano, al casino immondo di quando si imbocca via Procaccini, la coda puntuale di fianco al monumentale, le macchine che al semaforo con Farini scalpitano per non farsi lavare il vetro quando c’è il rosso. Poi il cavalcavia, via Ugo bassi e finalmente, dopo un paio di rotatorie, si apre il gas su viale Zara.

Ieri sono sbiancato, ma dentro al casco e non mi ha visto nessuno. Pioveva. Il ruotone posteriore della moto è saltato su una pietra del pavè un po’ troppo fuori. Riatterrando, in accelerata, ha trovato il viscido di un binario. Ha “scodato” la V Strom, e di brutto. Si è rimessa in asse nonsonemmenoiocome.

Ho smesso di guardare il sito di repubblica.it la mattina. Non mi è piaciuto come hanno trattato alcuni argomenti: manifestazioni ridotte a problemi di ordine pubblico, un sostanziale avvallo del governo delle larghe intese, foto di iniziative di lotta con camionette e celere in primo piano, manifestanti sullo sfondo.

La mia diffidenza per i media viene da lontano. Un episodio in particolare mi ha aperto gli occhi. Circa una decina di anni fa in un centro sociale di Bonola, vendevano fumo. Non accadeva molto altro in quel piccolo centro sociale. C’erano già i tocchetti divisi: si entrava, si comprava, e si usciva. Il centro sociale in questione, oltre ad essere “gestito” da un tizio costantemente strafatto che andava avanti a cilum sprofondato in una poltrona che solo a vederla si prendeva l’epatite, era nel bel mezzo di un prato. Gran viavai di macchine fuori che sostavano per pochissimo tempo.

Mi chiedevo come tutto questo potesse accadere senza che le forze dell’ordine capissero nulla. Lo sapeva tutta Milano. È andata avanti un bel po’ questa storia. Direi un anno abbondante.

Ho chiesto in giro ed ho capito che quella impunità – davvero sfacciata ad essere obiettivi – era frutto di un accordo. Non sono mai venuto a conoscenza dei termini esatti, ma mi è sembrata da subito la spiegazione più ovvia: vi lasciamo stare lì a vendere le vostre cose, a patto che….bho, non so cosa abbiano avuto in cambio, ma non penso roba da poco.

Poi un bel giorno – anzi: non fu un bel giorno a dirla tutta – arrivò la polizia, sequestrò tutto il fumo e mise al gabbio 3 o 4 persone. Lessi i titoli del corriere Milano e mi disgustarono: “dopo mesi di appostamenti, scoperto traffico di droga”. L’importante era fare uscire bene le forze dell’ordine. Ma la notizia vera era un’altra: per un certo periodo di tempo a Milano si vendeva fumo liberamente e questa “free drug zone” non era un esperimento politico, ma piuttosto il frutto di uno scambio di favori.

Se mi hanno raccontato una palla, come si può pensare che sia un caso isolato? Come non diffidare di tutte le altre notizie? Quante altre volte anziché raccontarmi qualcosa che è accaduto mi hanno raccontato una loro visione della società? Penso tante.

Devo fare la spesa. E devo fare anche benzina, pena spingere 230 chili di moto.

Alle 15 ho una riunione che non servirà a nulla. Basterebbe uno scambio di email. Invece no, presenti fisicamente. Tra l’altro secondo me le riunioni potrebbero durare molto meno. Dico in genere. Ci si sofferma su particolari che non hanno nessun bisogno di essere sviscerati, ci si crogiola nel ripetere un’idea piaciuta agli altri anche quando ormai è chiara e si può passare ad altro, si ripetono punti di vista con parole diverse. In sostanza si perde tempo.

Non che a me perdere tempo dispiaccia, ma la considero una attività intima, o tutt’al più da condividere con amici intimi. C’è qualcosa che non mi quadra nel perdere tempo in ambito lavorativo.

La mattina apro twitter. Seguo i link. I “tweet” in sé e per sé non mi interessano molto (tranne Spinoza che stamattina ha scritto: “Berlusconi avrebbe comprato senatori per far cadere Prodi. Quindi c’è l’aggravante dei futili motivi”).

Scopro che c’è una intervista fatta da “le Iene” sull’argomento Tav a Ives Crozet, un francese esperto di trasporti. È vero: dalla parte francese hanno smesso di scavare. Considerano l’opera inutile, perché è dagli anni ’90 che il flusso di passeggeri è in calo e continua a scendere. Inoltre è troppo costosa: per i francesi molto meglio spendere quei soldi per migliorare il servizio ferroviario nazionale (già di per sé migliore di quello italiano).

Di questo non si parla. Si preferisce parlare di mazze e molotov trovate nel bagagliaio di militanti no tav: peccato che le mazze fossero attrezzi da lavoro e le molotov una pura invenzione (se qualcuno ricorda la scuola Diaz a Genova…).

Chiudo twitter. Devo iniziare a muovermi, andare a fare la spesa e poi benzina.

Devo anche trovare un pensiero coinvolgente in cui perdermi durante la riunione.

Sono bravo ad astrarmi.

Soprattuto quando quello che ho sotto gli occhi non mi piace.

 

 

 

 

 

 

 

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nobody’s fault

20 Ottobre 2013 Commenti chiusi

Mentre i miei amici mi mandano foto dalla Sardegna, in costume e con l’acqua trasparente alla vita, io faccio colazione con il primo panettone della stagione. Ci è venuto in mente ieri di comprarne uno. Stavamo facendo la spesa: una di quelle spese che si fanno quando ci si vuole particolarmente bene. Curata e buona.

Settimana dura alle spalle. Venerdì punto massimo di stanchezza. La mattina mio solito lavoro. Arrivo presto. La receptionist mi accoglie ponendomi subito un problema. Non era affare mio, ma nel posto dove svolgo il mio solito lavoro il gioco è passarsi di mano i problemi. Scaricarli. Nessuno si prende mai responsabilità, a nessun livello. Ho avuto la fortuna di svolgere molti lavori, in contesti e con persone diverse. Ho avuto così modo di conoscere seri professionisti, gente che sa guidare un gruppo di lavoro, prendendo decisioni e accollandosi responsabilità. Tutto il contrario dei miei attuali colleghi. Così la receptionist inizia a parlare. Io avevo fermato la riproduzione musicale in cuffia, ma appena ho capito il problema l’ho riavviata. Non mi stava ascoltando e non trovavo un motivo valido per cui dovessi farlo io. “Click” e Page e Plant sono ripartiti con “Nobody’s fault but mine” (nella versione live di “Celebration day”). Titolo azzeccato, quantomeno per quello che avrebbero voluto sentirsi dire. Ho sorriso e ho annuito al ritmo della canzone, che a tratti ha anche un ritmo sincopato: perfetto per uno che annuisce.

Scendo le scale e raggiungo la mia postazione. Lavoro con due ragazze: avranno più o meno la mia età. Sono gentili e una è un po’ più ansiosa dell’altra, così l’altra a volte, quando siamo soli, mi dice che la sua collega è troppo ansiosa.

La mattinata passa così, tra ansie altrui e problemi tecnici all’impianto: ci metto una pezza, faccio quello che posso. Il lavoro dura più del dovuto e io ho un’altro appuntamento. La ragazza più ansiosa va in ansia per me. Vado via all’ultimo minuto utile per non essere in ritardo. Sono in bici. Passo dalla mamma che mi ha preparato un pranzo perfetto per essere consumato in un quarto d’ora o poco più. Prendo la macchina. Prima Bicocca a prendere S. poi diritti a Cinisello. Lì ci sono dei ragazzi che hanno messo in piedi un progetto interessante. Ci sediamo intorno ad un tavolo e loro ne parlano. Sono simpatici e svegli. Hanno messo su una web radio che vorrebbe essere un punto di ritrovo per la gente del quartiere. Un quartiere difficile. Serve coesione e partecipazione. La radio è un mezzo? Oppure un fine? Nel momento in cui diventa commerciale ha tradito il suo scopo? Però che male c’è a farla bene, magari anche con pubblicità che arricchiscono il piatto? Finisce la riunione. Per un momento l’idea del mio letto con le lenzuola pulite attraversa il mio cervello e mi rapisce: sogno ad occhi aperti. La voce di S. mi riporta a quel tavolo, a quelle persone.

“Ti presento M.”

Gli spiega che sono interessato al progetto e inizio a parlare con M.

Mi sono più o meno svegliato. Dico qualcosa sul solito problema del compromesso e delle scelte che bisogna fare quando decidi di veicolare un messaggio politico e sociale. Fin dove si può arrivare senza tradire il tuo punto di partenza, la tua intenzione di fare qualcosa di diverso? Quale è il confine oltre il quale la tua scelta perde innovazione e diventa una iniziativa commerciale come un’altra? M. annuisce, sembra d’accordo. Ci lasciamo con l’intenzione di “mantenere i contatti”.

Risalgo in macchina. Accompagno una ragazza del nostro gruppo alla stazione di Greco e poi continuo con S. fino a casa sua. Mi fermo sotto al suo portone. Doppia fila. S. inizia a parlarmi di un nuovo lavoro da fare insieme. Mi interessa e – stranamente – è interessante anche il compenso. La seguo, ma la stanchezza torna: il pensiero va di nuovo al mio letto, a quella fantastica sensazione del sabato mattina in cui ti rotoli fra i cuscini e rimandi il momento di alzarti.

Chiedo a S. se possiamo continuare la nostra conversazione fuori dalla macchina, così mi fumo una sigaretta.

S. è davvero una ottima persona. Difficile trovarne una così nel mondo del lavoro. Sì, ok, ha i suoi difetti. A volte anche fastidiosi se lavori con lei. Però resta una brava, generosa e molto corretta.

Risalgo in macchina. Oggi c’è lo sciopero dei mezzi. Il casino è notevole. Cerco di prenderla con lo spirito giusto, quello zen.

Ci metto una vita. La mia mente inizia ad astrarsi sempre più spesso. Penso al mare, al letto, ai fumetti di zerocalcare, a tutto tranne che al qui ed ora. Però ecco casa mia. La riconosco. Chiave nella toppa. Sorriso di Luisa già arrivata a casa.

Stasera c’è “Medea” al Piccolo Teatro. Mia sorella aveva i biglietti, ma le mancava il tempo per andarci. Me li ha passati. Sono a pezzi, ma se restassi a casa mi farei una fumata e andrei a letto. Decido di tornare in pista. La macchina resta dov’è. In bici fino al Piccolo è più che fattibile. Posti in quarta fila. Luisa mi spiega per sommi capi la storia di Medea. Qualcosa mi torna alla mente. Trovo lo spettacolo ben recitato. Non sono un’esperto di teatro, anzi: qualcosa di fondo mi è sempre sfuggito. Però la buona recitazione ha sempre effetto su di me e quello che capisco al volo è che a teatro non ci sono filtri: non c’è doppiaggio, non si rifà una scena. Tutto di prima, si direbbe in ambito calcistico. Mi piace.

La serata finisce in un ottimo ristorante in Brera. Cena meravigliosa, vino anche meglio.

La stanchezza ce l’ho sul groppone, ma ci sto dentro.

 

Il letto alla fine arriva, più o meno come me lo ero immaginato.

 

Devil he told me to roll,
The devil he told me to roll.
How to roll the line tonight.
Nobody’s fault but mine yeah”

Nobody’s fault but mine” – Led Zeppelin – 1976