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Archivio Febbraio 2014

di prova

13 Febbraio 2014 Commenti chiusi

Chitarra, spartiti, plettri, acqua, tomtom, carica tomtom, una felpa in più, tracolla, jack, accordatore, capotasto mobile, cd dei Pink Floyd “The Dark Side of the Moon”, cicche, sigarette.

La macchina è sul marciapiede. C’è un posto, sotto gli alberi, dove si trova sempre parcheggio. Dopo un po’ ho capito perché si trova sempre parcheggio: il rischio di non uscire da lì non è trascurabile. Vi si accede da un passo carrabile e se qualche macchina ha parcheggiato lì sei fregato. Anche stavolta mi è andata bene. Metto la chitarra nel bagagliaio, lo zaino sul sedile del passeggero e il cd dei Pink Floyd lo inghiotte lo stereo.
Vado a casa di mamma. Lì il parcheggio non è un problema: risulto ancora residente in quella zona e non devo infrattare la Toyota.
È una giornata di febbraio. Quel febbraio mezzo caldo, con il sole che scende alle 6. Cambiano le luci, cambia anche l’odore della città.
Mi chiama Lisa sul cellulare. Mi dice che è una giornata bellissima, che vuole portare fuori Milla, il suo labrador, e mi chiede se mi voglio unire. Sì ok, mi unisco. Di tempo oggi ne ho. Dalla mamma lascio la chitarra e lo zaino. Riscendo leggero e vado a zonzo con Lisa e Milla. Camminiamo fino ai giardini Guastalla. Ci andavo da piccolo. Mi ci portava una baby sitter se non ricordo male. Io mi perdevo a guardare i pesci che nuotavano nella vasca. Me li ricordo rossicci ed enormi. Chiacchiero con Lisa, Milla scava una buca e poi ci si accoccola dentro. Sulla strada del ritorno ci prendiamo un caffè in un rumoroso bar vicino al tribunale. Ci salutiamo sotto casa di mia mamma. Forse ci si potrebbe vedere sabato mattina: l’ortomercato apre le porte agli acquisti al dettaglio. Che poi, a quanto mi dice, proprio al dettaglio non sono: l’unità di misura, per frutta e verdura, è la cassetta. Però i prezzi sono ottimi. Vedremo se riuscirò a svegliarmi in tempo.
Do’ una mano alla mamma a preparare. Stasera a cena vengono Roberto e Francesca. Ma si mangia presto perché poi devono uscire tutti per andare ad un concerto al conservatorio.
Serata di musica. Anche io devo uscire, ma per suonare. L’appuntamento è alle 9 sotto casa di Peppo. Ci sarà anche Paolo. Batterista. Loro due sono professionisti. Suonano, hanno studiato. “Maestri” ognuno nel suo campo. Nonostante l’amicizia, sono un po’ nervoso. Sono migliorato alla chitarra, ma qui si parla di chi sa suonare davvero.
Ci troviamo puntali. Salgono in macchina con me e si va verso Seregno. La sala prove è lì, perché di lì sono gli altri due, Pat e il Biondo, voce/chitarra e basso, rispettivamente. Ci vuole una mezz’ora abbondante.
“Dimmi te se tre di Milano devono andare a Seregno a provare. Non si è mai visto” dice Paolo seduto dietro. Io e Peppo ridiamo.
Arriviamo. Cerco la nostra sala prove. Di Pat e il Biondo nessuna traccia ancora. Entro in sala 3, sistemo le mie cose, attacco il jack, attacco la chitarra,la accordo, accendo l’enorme Marshall e lo regolo. Paolo si siede alla batteria, Peppo imbraccia la sua Gibson Sg. Nell’attesa degli altri due iniziamo a suonare qualcosa. Parto con il giro “Don’t let me down” dei Beatles. Peppo mi segue a ruota, Paolo fa vibrare i piatti ogni volta che si passa dal ritornello. Passo a “Jumpin’ Jack Flash” degli Stones e poi “Simpathy for the Devil” e qui Peppo fa suonare il suo strumento con il rinomato “uou uou!”.
Avere una batteria così è un piacere. Appoggiare la mia modesta chitarra su questa base, un onore.
Ci chiediamo che fine abbiano fatto i nostri due amici. Il tutto è reso più complicato dalla scarsa rete che c’è in queste sale. Dopo quasi un’ora ancora nessun segno. Un po’ ci preoccupiamo un po’ continuiamo a suonare.
Poi squilla il mio cell: “dove cazzo siete?”.
“In sala prove, voi piuttosto?”
“Anche noi”
Erano nella sala di fianco. Anche loro per ingannare il tempo avevano iniziato a suonare.
Adesso siamo tutti insieme. Batteria, chitarra, chitarra, chitarra, basso. Questa sala è molto più grande e un tappeto dai colori pastello si stende sotto la batteria.
Pat propone i pezzi. Alcuni li conosco, già provati varie volte. “La libertà” di Gaber, ad esempio. La proviamo una volta. Poi Peppo si mette al centro della sala e dice: “io farei così: Paolo batte 4, partono Tommi e il Biondo, poi io e Pat andiamo di seguito. Riprovamo”.
Tac – tac – tac – tac. Via. Al suono della mia chitarra e del basso del Biondo, Peppo assume un’espressione soddisfatta. Si muove a tempo. Viene bene. Passiamo per alcuni pezzi dei “Quarto Stato”, il gruppo di Pat (prima che si sciogliesse). Peppo mi chiede se possiamo scambiarci le chitarre. Io “calzo” una Stratocaster (che è cmq di Peppo: me l’ha prestata), lui la Gibson Sg. La Gibson è molto più leggera e più comoda. Con quella proviamo “Via del Campo” di De Andrè e gran finale con “A Muso Duro” di Bertoli. Sforiamo di un quarto d’ora. L’umore è alto. Almeno il mio. Smontiamo tutto fra risate e battute. C’è tempo per una birra e una sigaretta. Poi di nuovo Milano. Nel frattempo Pat ha prenotato la sala per mercoledì prossimo. Lascio i due musici dove li avevo presi.

Non escludono di tornare settimana prossima.

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i nostri nonni

2 Febbraio 2014 Commenti chiusi

Una volta scrissi sul mio moleskine una frase che pensavo di piazzare da qualche parte prima o poi. Era un qualcosa sulle polemiche che nascono fra i commentatori di youtube. Anche senza arrivare a video particolarmente impegnati, basta un prato verde, un cane che gioca con un bimbo e senza dubbio è più che sufficiente per iniziare ad insultarsi: tu non capisci niente di cani, tu nulla di prati verdi, sei un idiota e altre minacce personali. Una specie di aggressività latente, qualcosa che aspetta di potersi scatenare senza un reale innesco. Anche questo è il popolo della rete. Non ci sono solo quelli che commentano i post dei Wu Ming, non c’è solo Erri De Luca e Senza Soste o Militant Blog. C’è anche una massa di frustrati, di disperati ai quali gli argomenti non interessano. La libertà della rete viene anche declinata così. Non si può non tenerne conto.
In questi giorni si insulta la Boldrini. Non la si critica, il che sarebbe assolutamente lecito, ma la si insulta.
Grillo ha tolto un tappo, ha gettato benzina. Dal suo blog ha buttato lì una frase con la quale la parte del popolo della rete di cui sopra, sarebbe andata a nozze. “Cosa fareste se foste in macchina con la Boldrini?”. Via! C’è gente che non aspettava altro. Non entro nel merito delle parole che sono state scritte: non sono lì per essere commentate o analizzate. Sono lì per dimostrare altro. Grillo parla sempre della rete, democrazia diretta, uno vale uno, tutto orizzontale ed in tempo reale. Già questo in sé e per sé sarebbe falso. C’è una cosa chiamata “divario digitale” ed è il divario fra chi ha accesso a risorse tecnologiche e chi no. Un tema che, chi indica la rete come il nuovo terreno di democrazia, dovrebbe analizzare. Almeno da un punto di vista logico, dovrebbe essere la base. Ma Grillo e compagnia rappresentano unicamente la semplificazione dell’esistente. La rete non è una cosa complessa da studiare, ma è quella cosa semplice e lineare che Grillo racconta. Quindi, se il capo ha detto che è così, non serve approfondire.
Quello che è accaduto con la questione Boldrini è la dimostrazione che i grillini parlano a quella parte di utenti di internet che usano l’insulto e la diffamazione convinti di imbracciare strumenti di lotta politica. Magari non unicamente a loro, ma evidentemente sono una parte importante del loro movimento. È la macchina del fango. Non ti attacco per quello che hai fatto politicamente, ti attacco sul piano personale e tutti quegli aspetti che non dovrebbero venire presi in considerazione e che afferiscono a proprie condizioni personali (donna, omosessuale, alto, basso, pelato o capellone) diventano i veri argomenti di dibattito.

Grillo è un pericolo. Ma non ci fa paura.
I nostri nonni hanno combattuto ben di peggio.