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Archivio Settembre 2014

a qualcuno toccherà

29 Settembre 2014 2 commenti

qui il cielo è un po’ più velato. in sardegna invece era limpido. quel mare mi ricordava le ultime giornate delle mie vacanze in maremma, da ragazzino. ero sempre uno degli ultimi a tornare a milano, fra i miei compagni di scuola.

qualche giorno prima di partire stavo pranzando con mia mamma. mi ha dato il “corriere” del giorno prima.
“leggi l’editoriale di de bortoli”
l’ho letto.
“che ne pensi?”
dunque: l’editoriale in questione parlava di renzi. de bortoli criticava il suo operato, sottolineava il suo modo di gestire il potere il modo verticistico e la sua poca dimestichezza con il dissenso. era un articolo ben scritto, molto condivisibile e a tratti anche pesante, per le accuse che lanciava (se non ricordo male parlava di “odore di massoneria”).
tutto chiaro e preciso.
ma niente che non sapessimo. eravamo arrivati alle conclusioni di de bortoli già da un bel po’, per non dire da subito, non appena renzi è diventato primo ministro (nel periodo in cui l’hastag #lettastaisereno imperversava).
il punto è che, senza nessun dubbio, a queste conclusioni era arrivato anche de bortoli, fin da subito.
la domanda che mi sono posto è stata: perché ce lo viene a dire adesso? quali fattori a noi sconosciuti hanno fatto sì che uno dei principali quotdiani italiani mettesse in prima pagina un’analisi abbastanza ovvia – per quanto sicuramente ben circostanziata – riguardante il primo ministro?
mi sono venute in mente due considerazioni. la prima è che la stampa italiana, almeno quella “ufficiale”, non veicola esclusivamente notizie ma anche opinioni. non credo che una persona intelligente e preparata come de bortoli esca a caso con i suoi editoriali. veicola opinioni e, scegliendo i tempi, le indirizza.
la seconda, meno dimostrabile ma per me altrettanto valida, è che se uno attento agli equilibri di potere come de bortoli (non penso che si possa dirigere il “corriere” se si è privi di questa qualità) decide che è il momento di parlare male di renzi, qualcosa deve essere cambiato; intendo su, ai piani alti, dove si decide. al terzo premier scelto senza consultazioni elettorali, direi che questa mia ultima affermazione possa essere al riparo da accuse di dietrologia.
ultima considerazione: chi viene adesso? a chi tocca? quale altro personaggio mediatico verrà messo su senza che nessuno ci chieda nulla?

cielo velato e giornata che inizia alle 14:30 per finire ben oltre l’orario di cena.
terremo botta.
nei momenti duri penserò al cielo maremmano, al mare sardo, cercando di scacciare il pensiero di una giornata di lavoro davanti e del prossimo personaggio che interpreterà il ruolo di premier.

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lavoraci su

16 Settembre 2014 Commenti chiusi

Lunedì ore 19:30

C’è qualcosa di stranamente affascinante nel talento sprecato, l’ho sempre pensato. Distruggere – o anche non costruire – è più facile che costruire. Su questo concetto i Sex Pistols ci hanno fatto la carriera (e non solo loro).
Qualcuno mi dice che dovrei scrivere un libro. Ma su cosa?
“Mah, non so…ma le idee non ti mancano”
Invece sì. O per meglio dire mi sfuggono. Passano a trovarmi e sono anche carine, si presentano bene. Poi però se ne vanno. Sarà perché non ho un bel carattere. O invece perché è vero che scrivere qualcosa di valido, così come creare qualunque altra cosa, è per il 10% una buona idea iniziale e il resto è lavorarci su.
Quando ho letto la spassosissima autobiografia di Keith Richards venni a sapere che per sistemare una canzone poteva stare sveglio anche svariati giorni finché non era pronta: registrava, ri-registrava, cancellava, sovraincideva, fino a quando il pezzo non era perfetto. È successo anche che, a canzone completata, Keith collassasse in sala di incisione, sotto al bancone del mixer, per dormire pesantemente ed essere svegliato ore dopo da un altro gruppo che doveva incidere: pare che, una volta arrivati in studio, si videro uscire il chitarrista degli Stones da sotto al tavolo.
Forse lì Keith stava svolgendo il restante 90% di lavoro che porta ad una buona creazione artistica. Direi che ne è valsa la pena.
Quanto a me, che non sono Keith Richards, non so cosa sia lavorare ad una buona idea. Non conoscendo il prodotto finale, non so cosa ci sta in mezzo. E mi dispiace.

Ieri ho notato che fa buio prima. Eh già, si va verso la luce che manca, verso un anno iniziato con aspettative di cambiamento vicine allo zero. Ci vuole un livello d’introspezione da paura per capire se la tua vita ti piace così com’è, se ti stai lamentando per il gusto di farlo, perché sei abituato, oppure c’è davvero qualcosa che non va. Eppoi, secondo step, quel qualcosa che non va è dentro di te o viene da fuori? Perché se è dentro di te devi fare un lavoro, sennò ne devi fare un altro, diverso. Posto che in nessuno dei due casi saprei esattamente cosa fare, sarebbe già un successo isolare il problema.

Il sole è calato. Nemmeno un mese fa a quest’ora si parlava di andare via dalla spiaggia. Anzi: un mese fa esatto eravamo stati cooptati dalla famiglia che gestiva l’agriturismo dove stavamo. Erano zeppi di amici, di tutte le età. Hanno iniziato offrendoci grappa, più o meno alle 2 del pomeriggio. Abbiamo accettato, ci siamo seduti con loro, ho suonato la chitarra insieme ad un bassista ed un batterista di un gruppo locale giovanile loro amico, abbiamo cenato con loro. Per me è stato un onore: ammiravo il loro modo di fare, quella semplicità nello starci dentro.

Martedì ore 11:00

Altra settimana, altri impegni e il costante suono del mio cellulare che mi ricorda gli appuntamenti e le cose da fare.

Fa ancora caldo di giorno, giusto la sera serve una felpa.
Mi chiedo come sarà l’inverno. Ognuno dice la sua. Domenica, durante un pomeriggio di calcio in tv e amici sul divano, Alberto (persona che, come me, si irrita con il freddo e sta bene al caldo) si è sporto dal divano per guardami in faccia e dirmi: “ho letto che questo inverno…saranno cazzi!”.
Per un attimo nessuno ha detto nulla.

Stamattina, mentre bighellono in casa in attesa che si faccia l’ora di uscire, sono andato a vedermi le previsioni per questo inverno.

“Molti meteorologi parlano di un inverno veramente gelido, che porterà in ogni caso una gran quantità di neve e di gelo”
Ma comunque: “ per il momento non c’è nulla di certo, dunque per adesso godiamoci quest’autunno soleggiato senza pensare troppo a quello che accadrà tra qualche mese”.

D’accordissimo.

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Turning mistakes into gold

11 Settembre 2014 Commenti chiusi

Quando vedi Barbara D’Urso in tv al pomeriggio o sei ammalato oppure non ci stai veramente più dentro. Per me ieri era il primo caso.

La sera prima avevo inforcato la bici ed avevo pedalato fino a Bande Nere. Lì avevo appuntamento con Marco, il “calabrese comunista”. Conosciuto al lavoro è praticamente l’unica persona in quell’ufficio con cui siamo andati oltre una pausa sigaretta. È un ragazzo un po’ più giovane di me, sveglio, con cui parlare è un piacere.
Ci diamo appuntamento in birreria, che mi pare essere un po’ il suo quartier generale.
“Che prendi?”
Non sono un esperto di birre. So che mi piace la chiara e non mi piace la scura
“Se bevi una chiara quello che bevi tu”
“eh no, io vado di scura”
Il ragazzo che spilla mi porge una chiara doppio malto amarognola. Non male.
Ci sediamo fuori e iniziamo a parlare.

Ecco qui. Milano. Ecco quei momenti che avevo temuto da quando, ai primi di agosto avevo acceso la macchina per puntarla verso la maremma. Lasciavo alle spalle tutto quanto, questi tetti e queste strade. “Tanto qui devi tornare”, e suonava come una condanna. Mi ero concentrato su quel “devi”, io che cerco di contestare ogni dovere, ma senza trovare nessuna alternativa valida. “Meglio non pensarci” mentre spingevo la Toyota stracarica verso il mare.

Marco era stato a Barcellona a giugno. Abbiamo parlato di quella città, del cibo, dei posti, degli italiani che lavorano lì. Cambiare aria, cambiare vita. Pro e contro.
Aveva iniziato a tirare un po’ di vento, mi ero infilato la mia felpa nera e stavo bene. Pensavo che tutto sommato quel lavoro che odiavo mi aveva dato l’opportunità di conoscere una persona come il mio amico. E non solo: mi ha fatto anche conoscere persone così stupide da aprirmi gli occhi su quanto può essere vario il genere umano. Utile anche quello.

Prendere ogni esperienza per quello che è, tutto arricchisce, “turning mistakes into gold” dice una canzone di Eddi Vedder che viene molto bene con l’ukulele. Finché si vivono le cose belle come parentesi e si pensa che la vita vera sia la città, il lavoro, le sveglie la mattina, la fatica, non se ne viene a capo. Questo mi diceva Luisa mentre stavamo in coda su una superstrada salentina con 37 gradi fuori e automobilisti che per ingannare l’attesa passeggiavano sulla corsia di emergenza. Una idea intelligente, un modo di vedere le cose alternativo, devono essere assimilati. Non basta conoscerli: bisogna trovare il modo di viverli, di farli propri.

Il mio amico è un compagno, ma è deluso, scazzato, non ci crede molto. Le sue analisi sulla sinistra in Italia sono lucide e per questo non molto positive. Concordo con lui, ma lo invito anche a vedere tutte quelle esperienze di lotta che ci sono in Italia oggi e che la tv non racconta, se non per criminalizzarle. “Qualcosa si muove, per forza. Quando ti tolgono il terreno sotto i piedi, quando vogliono distruggere l’ambiente sociale e naturale in cui vivi, la gente reagisce. Ormai le dinamiche sono così spudorate che persino chi non ha una formazione politica capisce che è la logica dei soldi a muovere tutto questo. Capendo questo si forma…apprende quello che un tempo apprendeva in sezione, con i comitati…con tutto quello che c’era e ci hanno tolto”.

Vedere le cose per quello che sono richiede uno sforzo. Devi concentrarti perché la realtà a volte è nascosta. Ho cercato di godermi ogni attimo di sabbia calda sui piedi, di letture davanti al mare, di carezze a cani ed asini, di guidate in macchina da una parte all’altra dello stivale. Fa tutto parte della tua esistenza, senza parentesi.

Ho salutato Marco che erano quasi le due. Ci ha tenuto ad offrire. Risalgo in bici. Torno a casa. Abbraccio il mio amore nel letto e crollo addormentato.

Apro gli occhi e qualcosa non va. Lo stomaco brontola. Provo a riaddormentarmi. Forse ci riesco forse no. Non ricordo. So solo che ad un certo punto senza pensarci vado verso il bagno e vomito l’anima. La scena si ripete fino alle prime ore del pomeriggio, squassato da conati che portano su bile. Nel pomeriggio va un po’ meglio. Sono a pezzi ma non vomito più. Mi trascino fino al divano. Accendo la tv.

Barbara D’Urso la racconta. Non capisco cosa ma immagino a chi. Lascio perdere. Metto su “Maradona” di Kusturica, come sottofondo per dormicchiare ancora un po’.

Mi sveglio e sto un po’ meglio. Non vomito più.
Di fianco a me c’è l’ukulele.
Provo qualche accordo.

Gonna rise up
Burning black holes in dark memories
Gonna rise up
Turning mistakes into gold

Eddi Vedder – Rise

l’abc

8 Settembre 2014 4 commenti

La mattina mi concentro. Per continuare a dormire. Sono finiti i tempi delle sveglie all’una del pomeriggio e ne sono contento. Non cerco più quello. Cerco di non venire sbattuto giù dal letto da paranoie, nostalgie, ricordi di cose che non torneranno e presenze di cose che non se ne andranno. “Non rifarai gli stessi errori anche oggi vero?”. Invece sì. “Taaacc”, come direbbe la buon’anima di Guido Nicheli.
Tutto ricomincia uguale ogni mattina. Allora prendiamo tempo e, quando c’è, sfruttiamolo per riposarci. Training autogeno nel letto. “Va tutto bene, è tutto più o meno a posto e quel che non è a posto non lo sistemerai alzandoti ora”. Non parlo di mezzogiorno. Parlo di non scendere dal letto alle 7 del mattino quando puoi dormire e soprattutto quando hai chiuso gli occhi a notte fonda. A volte mi riesce a volte no.
La riflessioni politiche più brillanti parlavano del malessere del quotidiano. Non sbraitavano sotto le elezioni per poi sparire e godere della delega. Parlavano della (e alla) vita di tutti i giorni. I malumori non erano visti come trip individuali, non si consigliava di cambiare pusher o di abbonarsi a sky. Si parlava dei rapporti di produzione, si invitavano le persone ad essere consapevoli di quali meccanismi le schiacciassero e quali meccanismi stessero gestendo schiacciando altri.
Tutto questo è stato rimosso. Viviamo in una costante rimozione del concetto di conflitto. Se dei braccianti sottopagati, sfruttati, trattati come schiavi, protestano e alzano la voce, rompendo cose e picchiandosi con i poliziotti, sono dei criminali. Se una popolazione vessata, sottoposta a regime di apartheid, vittima di un genocidio operato da uno stato che si definisce democratico, combatte per la sua esistenza, sono terroristi.
Le categorie vengono applicate al di là della situazione. Le situazioni contingenti vengono dimenticate, i rapporti di forza ignorati. Si riporta tutto al nostro quotidiano fatto di uscite la mattina per andare al lavoro, di promozioni, di chiamate alla polizia per qualche faccia sospetta, di figli che vanno a scuola. Quindi pestarsi con la polizia non viene ventilato. Combattere armi in pugno per la propria esistenza non è preso in considerazione. Viene valutato secondo i parametri della vita che viviamo, senza mai prendere in considerazione il fatto che il nostro stile di vita è assolutamente minoritario nel mondo.
Mi è capitato di parlare con molte persone, qualcuna intelligente. Ascoltavo i loro discorsi: persone sensibili, consapevoli che qualcosa non va, che qualcosa va cambiato, ma nelle loro parole mi pareva di vedere una specie di irrimediabile individualismo. Loro non sembravano coscienti della portata di alcune ingiustizie, non avevano consapevolezza dell’impatto del nostro stile di vita, non riuscivano a concepire cosa volesse dire perdere tutto in poche ore per una decisione presa a freddo, ad un tavolo, da persone sconosciute. Avevano sensibilità, questo sì, ma erano convinte che il mondo iniziasse e finisse lì, prive della consapevolezza che questo sistema, questa organizzazione economica, ammazza. E non per errore. Lo fa scientemente.
La mattina mi devo concentrare per continuare a dormire e non sono solo le mie cose personali a svegliarmi. C’è anche un discorso nebuloso che riguarda il mio posto nel mondo, il senso di colpa dell’inazione, il non saper sfruttare i privilegi, il confrontarmi con esistenze così diverse dalle mie.
A volte non ci riesco.
E tanto vale alzarsi.

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