Archivio

Archivio Ottobre 2014

Da un giorno all’altro

23 Ottobre 2014 Commenti chiusi

Cambiamenti graduali, stagioni che cambiano, vestiti che man mano si stratificano.
Invece no. Dal caldo al freddo da un giorno all’altro.

Lunedì ero al lavoro. Maglietta grigia sopra ad una camicia non stirata. Nel posto dove lavoro è pieno di modaioli. Gente che arriva con camicie sfilate, pantaloni a vita bassa. Cappellini con visiera al contrario. E ci avranno anche investito in quell’abbigliamento. Tempo e denaro. Benissimo: io a costo zero per entrambe le voci sono come voi e non sfiguro. Però sudo. Fa caldo. Mentre insieme ad un tecnico cerchiamo di fare ripartire un lettore hdd, sento che l’ascella si sta pezzando.
Ventuno di ottobre. Per qualche istante mi capita di pensare di vivere in un paese del sud. Di quelli che conoscono un inverno breve e sopportabile, che vedono il cielo quasi tutti i giorni dell’anno, che vanno in moto tutto l’anno. Tipo Lecce, Palermo o anche più semplicemente Livorno.
Ho caldo, mi sento sporco. Penso che tornato a casa, prima di andare a suonare, mi devo fare una doccia. Ripenso a quando è stata l’ultima. Cakkio, stamattina prima di uscire. Solo stamattina, eppure ho quella voglia di docce frequenti come in luglio. Due docce in un giorno di fine ottobre non può essere.
Finisce la giornata. Il lettore hdd non ne vuole sapere di collegarsi. Lo lasciamo lì, in fondo non è un problema né mio né del tutto suo.
Vado a casa, via la camicia non stirata e via la maglietta pezzata. Opto per una maglietta bianca.
C’è da andare a suonare stasera. Adesso siamo in 4 e ci troviamo bene insieme. Pat aveva proposto di suonare 3 ore anziché due. Quindi iniziare alle 21.
“E per la cena?” chiesi
“Mangiamo insieme, se vi va”
“Wow, fa molto rock band!” ho pensato.
Mi sono cambiato, ho preparato lo zaino, sono passato a prendere il batterista. Non stava molto bene, “ma forse suonando miglioro”.
Pizza e birra per tutti, poi sigaretta e alla fine dentro la sala prove.
Sistemo tutto quanto, provo un paio di riff.
È incredibile come la chitarra sia uno strumento apparentemente bastardo. In modo sistematico non ne ho provato nessun altro, però mi sono reso conto che i progressi con la chitarra arrivano di colpo. Serve l’esercizio, inutile dirlo, ma è un esercizio che ti premia all’improvviso. Stai giorni e giorni a provare un passaggio e suona uno schifo, poi un giorno la imbracci e ti viene. Non ti viene benino – passaggio intermedio – ma ti viene proprio. Così, da un giorno all’altro.
Mi piace suonare con gli altri. Impari un sacco, anche se non te ne accorgi. Impari ad andare a tempo, che non vuol dire per forza essere regolare, vuol dire anche andare al tempo degli altri, che a volte magari rallentano, accelerano, perdono qualche battuta.
Suoniamo i nostri pezzi. Facciamo una pausa dopo un’ora e mezzo e poi riprendiamo.
Mentre siamo fuori a berci una birra sentiamo delle gocce di pioggia che battono sul tetto della struttura. Gocce pesanti, forti. Dura meno di un minuto.
Usciamo. Ha rinfrescato. E molto. Le gocce cadute sono ancora lì, sull’asfalto, tanto grosse quanto rade.
Torniamo verso Milano. Notte. Lascio il batterista a casa sua, guido in vortici di foglie che volano ovunque. Le ruote scricchiolano mentre ne calpestano cumuli. Cerco un parcheggio, lo trovo dopo qualche madonna. Come apro la portiera vengo investito da un vento forte. Mi spara addosso le foglie.
C’è un’altra aria. Un fresco davvero vicino al freddo. Il vento soffia incazzoso, le foglie cadono a chili.
E stamattina pensavo che fosse un giorno da due docce.

Il giorno dopo il sole splende, le montagne si vedono benissimo dal mio balcone.
Ma è cambiato. Ci sono altre luci. Fa inverno
Così, da un giorno all’altro.

 

ps

volevo inserire un video, ma il collegamento non è riuscito come volevo. il massimo che posso fare è mettere il link qui sotto

 

Video importato
Download Video

Categorie:Argomenti vari Tag:

aperto e richiuso

12 Ottobre 2014 Commenti chiusi

Accettai questo lavoro perché mi pareva buono. Sarebbe durato qualche mese, dandomi uno straccio di continuità, da prima dell’estate fino ad autunno inoltrato.
“Ok, ci sto”
Il fatto che si svolgesse lontano da dove lavoro di solito, mi faceva piacere. Altro posto, altra “location” come si dice.
La “location” in questione, un locale di corso Como.
La mia opinione su corso Como è quanto di più vicino alla concezione del male, se fossi credente.
Tutti peccatori e peccatrici, se fossi cattolico; infedeli da reprimere se fossi musulmano. Quando perdi lucidità nel valutare le cose e butti tutto quello che vedi nello stesso calderone, ti stai avvicinando all’integralismo: ogni pratica che osservi è riconducibile ad un piano diabolico da combattere senza fare prigionieri. Serve più equilibrio.
Avevo il numero del responsabile del locale. Con lui mi sarei dovuto coordinare per l’organizzazione di questa ricerca. Ovviamente a lui della ricerca non fregava nulla: gli interessava solo che ricercatori e intervistati apprezzassero il posto, gradissero il rinfresco, fossero insomma consapevoli di essere in un locale “di un certo tipo, non come questo qui di fronte che è sempre pieno di ragazzini che creano anche molti fastidi”.

Il lavoro, man mano che passavano i giorni, si dimostrava per quello che era. Tutto sommato fattibile, ma non esaltante. Ogni tanto mi fumavo qualche sigaretta con il responsabile del locale. Era sempre indaffaratissimo e girava a passo svelto con lo sguardo fisso sul suo smarphone. Non sembrava concentrarsi su niente per più di pochi minuti.
Fumava aspirando nervoso.
“Vi piace questa location, vi trovate bene?”
“beh…sì…grazie”
“Sai qui è diverso dagli altri posti. Qui ci teniamo a fare le cose in un certo modo”
Ho pensato che “un certo modo” non volesse dire assolutamente nulla. Forse era una espressione colma di significati in quel posto, fra quella gente, ma ogni parola fra me e lui era come se non arrivasse mai a segno. Ognuno parlava un suo linguaggio.

Abbiamo iniziato questo lavoro a giugno. Un caldo atroce inframezzato da acquazzoni violenti.
Pausa estiva e siamo tornati al lavoro. Qualche giorno di sole, poi è arrivato questo grigio e questo fresco.

Due giorni fa pioveva. Presi la moto per andare in corso Como. Solita strada, solito rituale, solito lavoro. Finisce la giornata, faccio due chiacchiere con una mia collega. Piove. Salgo in moto, metto la cerata e torno verso casa.
Vado piano, le ruote pattinano. Quando piove così in modo leggero è ancora peggio. L’acquazzone lava la strada che resta bagnata ma pulita. La pioggia leggera e indecisa bagna ma non lava. Mischia polvere e sporcizia, crea una poltiglia scivolosa.
Sono quasi arrivato a casa. Di fianco a me i giardini di Pagano. È rosso. Inizio a frenare dolcemente. Premo un po’ anche sul freno posteriore. Sento che il ruotone dietro per un attimo ha perso aderenza. Poi la moto torna in asse. “Wow”, penso dentro al casco “non me lo aspettavo”.
La linea di arresto del mio rosso è sempre più vicina. Sono quasi fermo. La moto rallenta. La ruota dietro scivola. Non so perché ma scivola. Equilibrio: ho un bisogno disperato di equilibrio. Prima imbarca a destra, poi a sinistra. Non la controllo. Lo sterzo si chiude. In un attimo penso: “perduta, cade. Cerca di non cadere anche tu”. La mia V Strom cade a sinistra. Io riesco a scendere a destra. Non vado a terra. Semplicemente scendo.
Attingo a tutto il mio repertorio di bestemmie e faccio un assolo di madonne niente male.
Un ragazzo in vespa di fianco a me se le ascolta tutte. Finito lo show mi chiede “vuoi una mano?”.
Rialziamo la mia moto. Si è rotta una freccia. Danno da poco. La carena è integra e senza graffi.
Arrivo a casa. Come sempre in queste situazioni penso: “poteva andare peggio”.
Sono da solo stasera. La mia amata è in viaggio di lavoro. Mi tolgo cerata e scarpe, mi lavo la faccia umida di pioggia.
Forse c’è il necessario per una frittata. Mi chino a prendere la pentola. Un dolore acuto sale dal fondo della mia schiena. Mi chiedo come mai, visto che non ho sbattuto da nessuna parte.
Riprovo: ancora dolore forte.
Cerco di sedermi, non senza sforzi. Ripenso a tutto quello che è successo. Dov’è che ho preso sta botta che mi ha bloccato la schiena?
Poi una illuminazione: quando l’ho tirata su. Ecco dove mi sono rovinato la schiena. Tirando su i 230 chili che stavano a terra (e avevo pure fatto il pieno).
La serata passa sul divano. Non riesco praticamente a muovermi. Devo trovare il punto di equilibrio per non vedere le stelle. Tiro mezzanotte, poi mi trascino – nel vero senso della parola – nel letto. Steso non va male. Non così tanto almeno. Riesco a dormire. Sogni strani ma rilassanti.

[…]

A questo punto dovrei chiudere questo post. L’ho aperto e richiuso varie volte in questi giorni, cercando una conclusione. Non trovandola mi sono messo a scrivere qui sotto dei probabili versi per una canzone del gruppo (che comunque non pubblicherò). La base c’è e suona anche discretamente. Ma Pat vorrebbe altre parole, diverse da quelle che ha scritto anni or sono.
È incredibile come si viri alla retorica in un attimo. Quello che distingue un buon testo da una accozzaglia di parole che aspirerebbero ad essere cantate, ancora non mi è chiaro. È un confine da esplorare, da attraversare varie volte da una parte all’altra per capire bene.

Nonostante la schiena a pezzi la sera dopo sono riuscito ad andare in sala prove. La Epiphone a tracolla per due ore non mi ha fatto benissimo, ma ho resistito. Verso l’una di notte eravamo di nuovo a Milano. Lasciato il nostro batterista sotto casa sua, mi sono diretto verso la mia. Pochi minuti, soprattutto a quell’ora di notte.
Ho notato una scritta su un muro, passando veloce con la macchina.
“è sull’orlo del baratro che l’equilibrio è al massimo”
…o qualcosa del genere.

Categorie:Argomenti vari Tag:

“Ecco qui”

7 Ottobre 2014 Commenti chiusi

E’ la prima cosa che ho detto stamattina. Anzi, l’ho solo pensato, perché la mattina finché non ho bevuto il caffè non parlo.
Ecco qui un cielo indefinibile, un bagnaticcio che non sai se viene dall’alto o esce direttamente dalla terra e dai muri di questa città, una specie di accenno di freddo o di fresco a cui non sei assolutamente abituato. Le luci accese in casa di giorno fanno subito un effetto strano.
Io non è che abbia in orrore l’inverno, ma mi basterebbe una settimana all’anno. Al massimo due. Due settimane in cui sfoggi i tuoi cappelli di lana (ne ho alcuni non male), le tue giacche pesanti, ammiri Milano innevata, se dice bene fai a palle di neve, ti fai un giro in macchina guardando la natura innevata. Poi però stop. A me può bastare così.
Invece i giorni di cielo indefinibile diventano la maggioranza, il freddo picchia e l’umore scende. Tra l’altro il mio punto debole quando fa freddo è il setto nasale: vallo a coprire il setto nasale! Essendo all’altezza degli occhi, l’unico modo per tenerlo al caldo è non vedere nulla. Forse è un segnale: chiudere gli occhi sull’inverno. Una specie di messaggio naturale.
Invece tocca tenerli aperti, sennò le cose succedono e non le vedi.

Ad esempio: c’è un gran parlare della nuova riforma del lavoro. Non sono un campione nel capire al volo queste cose, non è propriamente la mia materia. Quello che ho intuito però, è che la sostanza è questa: fare in modo che gli italiani abbiano più soldi in tasca (attraverso il Tfr in busta paga) in modo tale che spendano di più e così riparte l’economia. In altre parole, consumare ancora di più, fare girare più velocemente un meccanismo che ha prodotto povertà e sperequazioni. Ridare vigore ad un modello causa delle nostre disgrazie. Se credessi alla buona fede di chi teorizza queste soluzioni, ne ammirerei la caparbietà.

Calarsi un cappello di lana fin sugli occhi. Oppure infilare la testa dentro ad una pentola piena di acqua bollente ed eucaliptolo. Inalare e inalare. Un asciugamano a coprire il capo per non disperdere i preziosi vapori. Quello sì che da’ sollievo, specie quando il mio naso è ostruito e scricchiolante come se mi ci avessero tirato un pugno. Invece è solo sinusite: fastidiosa, a tratti dolorosa. Il fastidio maggiore è l’alterazione degli odori: ha tutto lo stesso odore. Un odore di quasi marcio, di malaticcio. L’odore dell’inverno. Meglio rimettere la testa sotto l’asciugamano e respirare.

Così non vedo i telegiornali. Tutti, in blocco. Parlano del famigerato Isis che spara, farnetica, decapita. Un mostro che va contro tutti i nostri principi, un mostro perfetto. Peccato che nessuno racconti che questo mostro è scappato di mano alla politica estera (“disastrosa”, come ha detto Giorgio qualche sera fa) a stelle e strisce. La politica secondo la quale i nemici dei nemici sono sempre amici, fa acqua. E morti. Non mi raccontano nemmeno che la vera guerra all’Isis, la sta facendo il Pkk. Una organizzazione politica e militare che combatte per l’autodeterminazione del popolo kurdo, che rifiuta un’idea di stato confessionale ed autoritario, che ha organizzato, nei territorio liberati armi in pugno, una struttura orizzontale e comunitaria di vita in comune. Un esperimento sociale e politico che non ha precedenti in quelle zone. Ma non se ne può parlare. In fondo è normale: il Pkk figura nelle liste delle organizzazioni terroriste, sia in Europa che negli Usa. Quindi appartiene alla lista dei cattivi. Fine della questione.

Arrivi a fine giornata che hai freddo. Hai usato la moto, perché sennò nel traffico ci rimetti il sistema nervoso. Ma con il freddo e le due ruote il gelo ti entra dentro. Vai sotto le coperte che a volte ancora tremi. Pare che la temperatura ideale per addormentarsi siano 30°. Quando si crea quel calore sotto le coperte ci si addormenta. Per fare prima a volte mi tiro la coperta fin sopra la testa. Non vedo, ma tanto è buio e non vedrei comunque.

Così non vedo questa Inter. Inter che non riconosco e mi ci sono anche messo di buona lena ad imparare i nomi dei nuovi giocatori e le posizioni in cui giocano. Ma mi è proprio estranea. All’inizio dell’anno mi sono anche detto: non fare il nostalgico, la vita va avanti anche senza i capelli perfetti del Capitano, la cattiveria di Samuel, le sgroppate di Maicon, la dedizione di Stankovic, i voli da un palo all’altro di Julio Cesar. Però non ce l’ho fatta. E me ne sono accorto perché, in questi giorni, non ho riconosciuto la mia squadra nella sconfitta. Mancava qualcosa a quell’aria di tragedia calcistica a cui eravamo abituati. Forse mancava una declinazione del dolore che andava in profondità, che ci caratterizzava nelle tragedie. Ora vedo solo dispiacere, ma è come se mancasse qualcosa.

Caffè, colazione. Adesso la voce mi esce.
Guardo fuori dalla finestra per cercare di capire cosa è meglio mettersi.
Grigio e acqua sospesa.
“Ecco qui”

Categorie:Argomenti vari Tag: