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Archivio Gennaio 2015

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23 Gennaio 2015 Commenti chiusi

Di fogli word aperti e poi richiusi ne sono passati davvero molti. Scritti che non andavano da nessuna parte, anche se le mete, inizialmente, erano molteplici. Un po’ come quando organizzi le vacanze: all’inizio andresti in capo al mondo, poi piano piano scendi a patti con la realtà, ma soprattutto con l’abitudine.

Le cose da dire in questi mesi sono cresciute, lievitate. Non le ho curate, così hanno preso le sembianze di una pasta informe, gonfia oltremodo, ingestibile. Con la sua mole ha ostruito tutte le uscite espressive innescando una spirale di blocco: tanto più cresceva tanto più era difficile districarne la matassa e, non districandone la matassa, ha continuato a crescere.

Ho fatto finta di niente, preferendo leggere cose scritte da altri piuttosto che mettermici in prima persona. Da un certo punto di vista non è stata una buona idea, perché ho letto cose davvero sublimi e ho concluso che quel livello non lo avrei mai raggiunto.

Secondo errore (dopo quello della spirale): la scrittura non è una gara, ma, per come la vedo io, è scambio. Di informazioni innanzitutto e in secondo luogo anche di stili, approcci, tendenze. È contaminazione, imbastardimento, bene comune.

Del resto non avrei scritto quello che ho scritto se non avessi letto, affascinato, i post dei Wu Ming, gli scritti di Erri De Luca, i tweet di Rosa Schiano, le tavole di ZeroCalcare, gli approfondimenti dei compagni di Senza Soste e di Contropiano.

Da questo punto di vista la faccenda cambia di prospettiva: non è più un buttarsi nell’arena cercando di ritagliarsi uno spazio, ma contribuire alla crescita dell’arena, fare il proprio per un qualcosa che è di tutti e per tutti.

I nostri spazi sono quelli dove è possibile vedere e raccontare la realtà senza filtri, perché non dobbiamo niente a nessuno, non aspiriamo a nessuna carica, non ci sono fondi di cui appropriarsi. Si cerca di mettere in fila i fatti e spesso le conclusioni vengono da sole.

Questa mattina mi sono alzato con comodo. Mentre mi rigiravo nel letto pensavo, come ogni mattina, alle cose da fare. Devo rispondere alla mia amica Roberta, che mi vuole come mediatore ad un incontro fra assessori e cittadini in un comune a nord di Milano. Sono molto indeciso. Il primo problema è che è un lavoro che non ho mai fatto e per quanto viva in una realtà lavorativa in cui spessissimo si assiste all’”ora del dilettante”, preferisco non fare parte di questa fitta schiera. In secondo luogo non amo stare al centro dell’attenzione. Preferisco le retrovie. Questa però, oltre che una pratica di cittadinanza attiva, è un’esperienza che sicuramente potrebbe arricchirmi. Finiti questi pensieri sono andato dritto dritto al concerto di domani sera. Prima uscita pubblica del gruppo con cui suono. Quaranta minuti e 7 canzoni in un locale di Saronno. Pat, voceechitarra, è in ansia. Andrea, alla batteria e cori, non vede l’ora. Marco “bass” prende tutto a ridere e sdrammatizza: forse è l’unico ad aver imbroccato lo spirito giusto. Quanto a me sono ansiosamente curioso.

Questi pensieri vagamente ansiogeni sono stati interrotti da un peso di tre chili che uso come ferma libri sul mio comodino, che è caduto a terra. Un rumore dritto dritto dalla realtà. Ho capito che dovevo alzarmi.

Caffè e twitter per colazione. Leggo che ad Arborea, Sardegna vicino Oristano, sono arrivati 100 caschi blu in tenuta antisommossa per sgomberare una casa. Casa azienda. Mi fa impressione vedere i caschi blu con manganelli e scudi maltrattare gli abitanti 70enni. Scrivo alla mia amica Luana e lei mi dice che già da tempo stavano provando a sfrattarli, ma i vicini e la gente lì intorno erano riusciti a respingere lo sfratto. Questa mattina invece sono arrivati in grande stile.

Me la ricordo Arborea: stavo girando per la Sardegna in moto, da solo. Era luglio. Vagavo per quelle terre senza fretta, con il motore che girava tranquillo. Arborea l’ho attraversata lentamente, faro acceso e casco modulare aperto. Ero senza pensieri, leggero. Ora la rivedo dopo anni, in foto, scenario di una colluttazione assolutamente impari.

Tempo di darsi una lavata e uscire.

Ancora tanti pensieri e tante cose da raccontare. Il mappazzone si è un po’ sgretolato ma siamo ben lontani dall’aver liberato lo scarico.

È già qualcosa comunque.

La prossima volta provo con acqua bollente e sale. Magari sgorga

 

 

 

 

 

 

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