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Archivio Maggio 2015

1 maggio 2015

2 Maggio 2015 Commenti chiusi

Le contraddizioni del potere sono sotto gli occhi di tutti. Di chi le vuole vedere, perlomeno. Un potere che si appropria indebitamente di risorse, che crea povertà, che produce ingiustizie. Un potere arbitrario che toglie spazi comuni per destinarli a scopi privati. Un potere che uccide. Assume forme acquose, torbide, poco nitide. A volte compare in tutta la sua protervia altre volte si nasconde dietro una falsa redistribuzione di quello che ha creato: briciole, conti alla mano. Un insieme di pubblico e privato, di Stato e imprenditoria.

La prima cosa che mi è venuta in mente è che non viene usato lo stesso metro di giudizio. Una macchina bruciata è molto più grave di una infiltrazione mafiosa negli appalti. Un bancomat sfondato indigna molto di più di uno sperpero di denaro pubblico per opere inutili. La rabbia del proprietario di una macchina vandalizzata – rabbia lecita e giustificabile – viene raccolta, ascoltata, amplificata e compresa a pieno. La rabbia di chi ha visto il proprio quartiere, la propria strada, il proprio parco, sparire per fare posto ad un’opera che lascerà cemento e desolazione non esiste perché nessuno la narra.

Si segue l’indignazione individuale, quella del singolo cittadino. Così ognuno ci si può riconoscere. Si fa riferimento ad una collettività inesistente in realtà, perché formata da singole individualità, in nessuna concreta connessione fra loro. Una pseudo collettività creata ad arte.

Al contropotere, in tutte le sue forme, è richiesto che sia impeccabile, privo di contraddizioni, privo di eccessi, coerente, pulito, credibile.

Il potere invece non ha bisogno di tutto questo. Può essere come vuole e come crede. La macchina del consenso attraverso i media ne rinnova costantemente l’immagine a seconda delle  circostanze e delle convenienze.  Se si è appena macchiato di crimini mafiosi, non c’è problema: si martella su determinate immagini, si spacciano “narrazioni tossiche” (per dirla alla Wu Ming), si fanno vedere i bambini che cantano con la mano sul cuore e passa tutto.

Ieri sono stato in manifestazione. Ho partecipato a tutto il corteo. Sarei stato felice se si fosse concluso senza incidenti, senza scontri. Una manifestazione dura, casinista, arrabbiata, ma senza nessun intervento da parte delle forze dell’ordine. Così non è stato e per quello che ho visto io si è mancato l’obiettivo di poco. Eravamo ormai in piazza della Conciliazione, molto vicini a Pagano, luogo di arrivo. Lì sono arrivate le notizie degli scontri in coda al corteo. Siamo rimasti fermi per un po’, mentre in ordine sparso si guardavano le notizie sui tablet e ci si scambiavano notizie al telefono. Poi qualcuno ha gridato di continuare e di stare in corteo. Arriviamo in Pagano: gli Ottoni a Scoppio suonano, la gente chiacchiera, io parlo con Alberto al telefono che mi da preziose notizie attraverso la tv: macchine bruciate e un grande casino. Dopo pochi minuti il fumo avanza. In un attimo ha coperto tutta la nostra prospettiva verso il resto del corteo che stava arrivando. Non si vede assolutamente nulla là in fondo. Annuso e pizzica. Sono lacrimogeni. Meglio andare.

Non trovo giusto che per essere ascoltati le nostre manifestazioni debbano essere impeccabili. Chi racconta solo degli  scontri (praticamente tutti i telegiornali che ho visto) è in malafede. Perché se era lì lo sa, ha visto che c’era anche e soprattutto altro. Che la sostanziale totalità del corteo era incazzata, allegra, urlante ed esercitava un diritto inattaccabile. Troverei intellettualmente più corretto dire che il diritto di manifestare è sospeso, piuttosto che raccontare solo una parte della realtà, minoritaria, per farci arrivare alla conclusione che è un diritto pericoloso da esercitare.

Ci sono state azioni di danneggiamento ben organizzate ma politicamente inutili. Io penso che dei rudimenti di guerriglia urbana sia utile averli, soprattutto quelli inerenti al non perdere la testa e al tornare a casa interi. E a difendersi, se con le spalle al muro. Però in questo caso sono state azioni di attacco assolutamente fuori contesto. La quantità di polizia era notevole e anche parecchio organizzata. Mi sembrava abbastanza chiaro però che il loro era uno schieramento difensivo. Proteggevano il centro, come se non ci fosse un domani. Le vie che portavano verso fuori invece, verso la circonvallazione di Papiniano ad esempio, erano sgombre. Solo corso Magenta ad uscire era fortemente presidiata, ma il resto era percorribile. Questo per me vuol dire via di fuga. Vuol  dire che non c’era l’intenzione della mattanza. Non aveva alcun senso alzare il livello dello scontro e attaccare per primi.

Sono andato in corteo perché per me era necessario esprimere dei contenuti. E tante cose sono state dette dai vari camion colorati e festanti. Ho ascoltato, ho condiviso, ho imparato qualcosa.

La mia valutazione personale è che si doveva essere in grado di fare passare questo. Le risorse in comune al posto  delle appropriazioni indebite. Invece è andata che qualcuno ha valutato che fosse meglio fare vincere la distruzione immediata, mostrare tutto l’odio accumulato verso un mondo patinato e finto. Odio che ho anche io, ma ho fatto altre considerazioni. Che forse avrebbero portato ad un risultato migliore: magari qualcun altro avrebbe ascoltato e condiviso. Non lo sapremo mai perché le azioni di una parte sono state un pretesto perfetto nelle mani di tutti quelli a cui stiamo sui coglioni per dimostrare che sappiamo solo distruggere.

E non è vero.