Archivio

Archivio Settembre 2015

Coda a Cormano

27 Settembre 2015 Commenti chiusi

 

Difficile fare una playlist senza i Beatles. È un po’ come cucinare senza il sale. Però su Spotify i Beatles non ci sono: se ho ben capito hanno una esclusiva itunes. Giusto qualche cover e alcuni pezzi eseguiti dai Beatles ma non di loro produzione. Per carità, l’offerta è talmente ampia che si riesce comunque a mettere insieme ottima musica. Certo a volte piazzare una loro armonia, un riff o anche semplicemente un coro a due voci, di quelli che, dal vivo, facevano strillare ancora di più le ragazzine, ci starebbe bene.

Ho iniziato a buttare dentro brani il 9 settembre e ho cominciato con gli Area, International Popular Group. Se nella vita è importante sapere rompere gli schemi, gli Area sono la colonna sonora ideale. Le battute non cadono quasi mai dove te le aspetti. È tutto storto, quasi sempre lontano dai classici quattro quarti. Ho iniziato a metterli in sottofondo e, per quanto siano molto strumentali, la mia attenzione era sempre rapita da quelle strutture. Magari stavo scrivendo, stavo rispondendo ad una mail: viene normale, sovrappensiero, “picchiettare un indù in latta su una scatola di thè”. Solo che poi il dito che picchiettava restava sospeso, aspettandosi un battere che non arrivava. Ho smesso di scrivere e ho dato tutta l’attenzione possibile a quel sottofondo. Ne ho capito qualcuno (tipo il riff della seconda parte de “La mela di Odessa”, anche se ancora con molte incertezze), molti altri mi sono ancora oscuri (come la spettacolare “DanzAnello”).

Che invidia per chi suona così. Chissà se Ares Tavolazzi, il bassista, si annoiava mentre suonava nella band di Guccini durante i suoi concerti: passare dall’incalzante “Disforisma urbano” alla splendida ma assolutamente quadrata “Autogrill” o “Canzone per un’amica”, deve essere un bel salto.

Nella mia playlist  ho messo dentro anche la Dave Matthews Band, gruppo che ascolto sempre troppo poco e che deve sicuramente qualcosa alle battute saltate, a quei giri che non riesci a canticchiare subito dopo averli ascoltati. Poi Led Zeppelin – odore di casa –,  Artic Monkeys, Los Fastidios e Banda Bassotti, per avere sempre chiaro per cosa stiamo lottando. Ma anche Betagarri per tirare su il morale, Ratm, “Don’t tear me up” – forse l’unico brano da solista di Mick Jagger che mi piace – e il grazioso pezzo, firmato da Rita Marcotulli, “Basilicata on my mind”. L’ho sentito mentre guardavo “Basilicata coast to coast”, film di Rocco Papaleo: l’avevo già visto, ma rivederlo dopo essere stato in Basilicata, mi ha dato un piacere più sottile.

Interno giorno tendente al grigio.

Mi metto a scrivere. Non so bene dove andare a parare, ma mi butto. Esce un misto fra una prosa e un qualcosa che vorrebbe essere in rima. Con il nostro gruppo abbiamo sempre bisogno di brani nuovi, anche solo accennati. Solo che io non sono capace. Posso dire la mia su un pezzo più o meno strutturato, aggiungo qualcosa, do’ i miei suggerimenti. Questa volta invece ci volevo provare e mi sono messo a scrivere. L’ispirazione? Il cartello luminoso sulla Milano – Bergamo: normalmente, appena imboccata da viale Certosa, recita quasi sempre “Coda a Cormano”. Capita spesso che, andando a raggiungere i miei soci a Seregno, quello sia uno degli ultimi sbattimenti della giornata: restare in coda prima di poter arrivare alla sala prove, imbracciare la chitarra, accendere l’ampli e chiudere la porta della sala.

Rileggo il mio sconclusionato testo. Non è venuto male. Racconta qualcosa di mio, il che è un buon punto di partenza. Luisa sistema il ritornello. Funziona e lo salviamo. Ora ci incrociamo per casa canticchiandolo.

Per le strofe, vedremo.

 

Categorie:Argomenti vari Tag: , ,

non in carica

21 Settembre 2015 Commenti chiusi

In realtà non è un patè di aglio, anche se c’è scritto così sulla confezione. E’ semplicemente una crema al cavolfiore. Sulla pasta ci sta bene. Apro il contenitore con la pasta fredda. Alzo lo sguardo e Lecco è sotto ai miei piedi. Nuvole bianche corrono fra me e la piccola città. La mia maglietta è bagnata, un misto di sudore e pioggia. Anche la mia felpa è bagnata. Non ho più cambi però. Cerco di non pensare al freddo, a questa acqua che, spazzata dal vento, colpisce da tutte le parti. Qui però siamo al coperto. Una piccola cappella coperta e aperta su un lato. Dentro una statua della Madonna e vari lumini. C’è anche un padre Pio, che mi ha fatto pensare alla Puglia: lì padre Pio è ovunque. Viaggiando capita spesso di trovarlo appiccicato sui camion che sorpassi, oppure sotto forma di statuetta vicino alla cassa mentre paghi un caffè al bar.

Questa pasta l’avevo preparata la sera prima. Ogni volta che vado a passeggiare in montagna con il mio amico Leon, ci arrangiamo mangiando quello che abbiamo buttato negli zaini la sera prima. Molte volte, dopo ore di sfacchinata, ho provato il desiderio di mangiare pasta. Stavolta volevo provare questo piacere così mi sono organizzato.

Leon, finita la pasta, legge “il manifesto” seduto su una panca della minuscola cappella. Io continuo a guardare il cielo: non promette nulla di buono, ma la parte più impegnativa è passata, ora stiamo scendendo.

Ammetto che non è stato facile. In alcuni punti bisognava salire a 4 zampe, arrampicarsi su rocce con molti appigli ma ripidissime e rese scivolose dalla giornata piovosa.

Perché sono finito qui? Certe volte uno se lo chiede. Ma durante l’ascesa si ha anche il tempo di trovare risposte.

Sono qui sostanzialmente perché la giornata era libera, perché non ho le idee chiare, perché lo sforzo fisico mi piace, perché Leon è un amico.

Ogni amicizia ha i suoi ambiti: c’è quello che vedi solitamente davanti ad una birra, la sera, in un pub; ci sono quelli che vedi quando gioca l’inter, altri vengono a cenare da te e poi si fermano per grappe e vizi assortiti. Quando vedo Leon solitamente si suda. Ma a me piace.

Il fascino della montagna mi è un po’ estraneo. Scorre dietro ad un vetro. Lo capisco, ma lo capisco razionalmente: di testa, non di pancia. Ci tengo anche io ad arrivare in vetta, mi piace vedere le cose dall’alto e poi vivendo a Milano le montagne sono vicine. Non è il mio ambiente, ma va benissimo per passare una giornata diversa e proficua.

Risaliamo in macchina che pioviccica. Ho i jeans ridotti ad un insieme umido di tela, terra e acqua. Non ho più cambi, me li devo tenere fino a Milano. Nel bagagliaio una maglietta dei Public Enemy completamente fradicia, un antipioggia ormai inservibile e gli scarponcini bagnati. Accendo il deumidificatore.

La strada che va da Milano a Lecco è una statale a 4 corsie. Molto guidabile, se non fosse per il limite costante dei 90. Lascio Leon alla fermata di Zara. Continuo verso casa. Mi tolgo tutto e mi lascio accarezzare dal getto caldo della doccia. Ci resto un bel po’. Penso e ripenso.

Ogni volta che mi impegno in qualcosa che richiede uno sforzo fisico lo faccio pensando anche a come mi sentirò dopo. Il coach Tony D’Amato – Al Pacino – in “Ogni maledetta domenica” scuote la sua squadra dopo una vittoria chiedendo alla masnada di energumeni: “Vi volete sentire ancora così?!”

Ecco: io mentre mi inerpicavo pensavo al coach Tony D’Amato, alle imprese epiche, a come mi sarei sentito dopo.

Staccare la spina, ricaricare le batterie, ritrovare l’energia. Tutte metafore elettroniche, energetiche. Come se ormai la simbiosi tra noi e i nostri dispositivi fosse totale, dimenticando che una batteria si ricarica meglio quando è completamente scarica. Una persona no.Meglio non arrivare a quel punto, almeno per me.

Il mio mac, ad esempio, quando è molto scarico, ha un attimo durante il quale, appena attaccato alla presa, recita “non in carica”. Come un limbo, un momento in cui la macchina non è ancora passata alla modalità “in carica”, ma non si sta nemmeno spegnendo.

Settembre sta facendo il suo dovere. Tiepido con qualche ventata fresca, come fosse un lento avvicinamento, o un allenamento. Aumenterà le dosi man mano e, anche se non mi piacerà, sarò un po’ più abituato, quando farà veramente freddo.

Fra non molto autunno. Anche se caldo, dicono.

“Autunno caldo” è anche una locuzione che indica una stagione particolarmente ricca di contestazioni, lotte, manifestazioni. Qualcuno ha già iniziato, indicendo una assemblea che ha fatto chiudere il colosseo impedendo ai turisti di potervi accedere. I soliti perbenisti hanno iniziato a berciare indignati, in testa a tutti il primo ministro: “non accadrà più, i turisti non saranno mai più ostaggio dei sindacalisti”.  Renzi fa il suo lavoro: deve raccontare un paese efficiente, che accoglie i turisti (ma ancora fa fatica con gli immigrati), che funziona, che usa il pugno di ferro mascherato da decisionismo contro chi gli rovina questa rappresentazione. Sì è vero, il colosseo è rimasto chiuso ed è vero anche che molti turisti, sfortunatamente capitati lì in quelle ore, non hanno potuto visitarlo. Così però sembra quasi che i lavoratori del colosseo provino gusto nel creare disagi. Non sono questi tutti i fatti. Prima di ogni altra cosa, visto che in discussione è la legittimità di questa protesta, va ricordato che il diritto che queste persone hanno esercitato è sancito dalla Costituzione e dallo Statuto dei Lavoratori. A questo si aggiunga una condizione lavorativa che non so quanti fra quelli che adesso gridano allo scandalo e al ricatto avrebbero accettato: un anno di straordinari non pagati. Faceva figo avere il colosseo sempre aperto, ma avrebbero dovuto farlo per la causa, per la gloria: molto meglio se non si fossero messi a chiedere ciò che gli spetta. Questo è il senso nascosto fra le parole di chi li critica. C’è chi si è spinto anche oltre, e non parlo di un opinionista qualunque, qualcuno in bilico fra notorietà e possibilità di avere un pezzo della torta. Parlo del sottosegretario ai Beni Culturali, Francesca Barracciu. che su twitter sentenzia: “Ass sindacale che danneggia centinaia di turisti paganti che dedicano 1 giorno di ferie al e decine di guide turistiche è 1 reato!”.  La marcia indietro fatta dopo che qualcuno ha chiesto di quale reato si trattasse (“reato in senso lato”, si è difesa), per come la vedo io, non ha fatto altro che peggiorare le cose. Ha suggerito l’esistenza di una legislazione parallela, modificabile e interpretabile a seconda delle circostanze. A differenza della Legge, questa visione si può applicare quando fa comodo, usando il concetto di “reato” svuotato del suo significato reale, ma ancora intriso comunque di colpe e minacce.

Il tutto, ovviamente, dipende da quale parte si sta.

Giugno 2013: Renzi, da sindaco di Firenze, chiude il Ponte Vecchio per una festa privata di ferraristi, capeggiata da Montezemolo. Turisti privati di un sito da visitare (senza preavviso, a differenza della assemblea sindacale sopra citata), disagi e incazzature varie. Stesso scenario del colosseo in quei giorni di assemblea. Ma qui nessun reato.

Leon tutte queste cose le sa, so che le pensa.

Imprime un ritmo terrificante alla sua ascesa e continua a salire.

10

10 Settembre 2015 2 commenti

Una sveglia di sicurezza  alle 11 quasi mezzogiorno. Questa mattina ho potuto dormire. Tutto parte nel primo pomeriggio: lavoro dalle 15:30 fino alle 22 e poi sala prove. Ieri il contrario. Tutto concentrato di mattina e alle 16 ero libero.  Parlandone con una ragazza che fa il mio stesso lavoro ho recepito la sua tesi: molto meglio fare tutto di mattina e poi avere il pomeriggio libero. Chiunque si trovi ad avere una occupazione con orari sempre diversi ha la sua giornata preferita. Io ancora non ho deciso cosa mi piace di più. Cerco di prendere il buono da entrambe le cose.

In questi giorni, arricchiti da oltre 4mila km alle spalle in giro per il sud Italia, mi sono messo più volte a scrivere. O quantomeno a provarci. Ero in bilico. Iniziavo a scrivere qualcosa, in prosa, come sempre. Poi mi venivano in mente le nostre canzoni, quei giri di accordi abbozzati che cercano di diventare carini ed orecchiabili. Spesso mancano i testi. Con Pat ne abbiamo parlato spesso e ci sono venute molte idee. Dalla prosa passavo a qualcosa in rima, ma mi è sempre andato stretto esprimermi in versi. Così dalle rime tornavo ad un qualcosa di più parlato, tipo Offlaga Disco Pax, ma loro sono inarrivabili in quel genere.

In sostanza non combinavo niente. Quando spegnevo il mac per uscire di casa, la solita domanda del sistema relativa al doc aperto ed iconizzato: salvare o no? Rileggevo, non mi piaceva, decidevo per il no.

Questa mattina nemmeno mi ci sono messo. Caffè, qualche biscotto, twitter. Apro un tweet di Osservatorio repressione che recita: “Milano 10 settembre 1994, giornata dell’opposizione sociale, una giornata solenne!!!”

Leggo l’articolo linkato: non molte righe a ricordare quella giornata di fine estate. Il testo, seppur breve, ripercorre il clima di quei giorni: Berlusconi al governo da pochi mesi e, a Milano, Formentini sindaco. Ho già parlato molte volte di quella giornata e non mi va di ripetermi. Scrivo un commento all’articolo accennando al fatto che quello, per me, è stato un punto di rottura. Dopo quella giornata, per me, politicamente si era aperta una prateria.

Ritrovo spesso nelle liriche degli Assalti Frontali la giusta misura fra ricordo delle battaglie passate ed entusiasmo per quelle attuali. Nessuna tentazione di fare il reduce, nessun pensiero del tipo “prima era meglio”. Non c’è prima e non c’è dopo in certe situazioni, ma una storia che continua.

Ma settembre mi dice anche altro.

“tutto sommato non è male come mese – mi diceva Alberto ieri sera davanti ad una pasta con il pesto – ti da la possibilità di rientrare piano, di acclimatarti”

Sì, vero. Settembre non ha colpe, se non quella di cadere male,  proprio alla fine delle vacanze.

Sono entrato nel mio blog, ho dato una spolverata eliminando i commenti di spam. Avevo la sensazione di un’altra ricorrenza, ma non mettevo a fuoco quale.

Settembre 2005, guarda caso proprio il giorno 10: primo post di questo blog.

Dieci anni di esternazioni, di racconti, di sparate e anche di contributi. Penso a tutti quelli che sono entrati ed usciti in questi anni, da questi racconti, da queste pagine virtuali. Impossibile dimenticare chi se ne è andato per non tornare. Impossibile pensare di stare senza quelli che ci sono sempre stati.

 

Categorie:Argomenti vari Tag: